Author: Marinella, Lucrezia (1571-1653)



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Tra Sirti, e scogli, e tra procelle ho preso

Perch’io le vele, e le Troiane antenne

Di Grecia torsi a le Beate arene.

Et poi la persuade a partirsi seco biasmando le brutte fattezze, & costumi del marito; & tanto si affaticò, & tanto fece, che vinta dall’importunità di questo amante, se ne andò seco. Adunque Paride fù la ruina di troia, poi ch’egli stesso dice, che passò tanti trauagli, & fece cosi lunga uia per lei sola: & conoscete un poco, come era leggiero; poi che rifiutò la sapienza offerta a lui da Minerua, & la ricchezza promessa da Giunone: et non solamente era leggiero, ma lasciuo, & sfrenato. Onde Laodamia scriuendo a Protesilao mostra, che Paride fù la ruina di Troia, come dice il medesimo auttore nelle sue Epistole in questo modo;



O mal Pastore, ò mal Troiano amante,

La cui beltade al tuo bel Regno arreca

Gli vltimi stridi, almen consenta Dio

Che tanto vil tu sia guerriero, e tanto

Pigro nemico, e difensor di Troia

[Page 98]



Quanto empio fosti habitatore strano

Al maggior Greco, il cui cortese affetto

Li nocque tanto, e li turbò sua pace.

Cosi anco intrauenne delle donne Sabine; perioche le donne non rubborno i Romani; Ma ben’i Romani rubborno uiolentemente le Sabine hauendo però i buoni huomini bandita una festa accioche ui fossero menate, & poi insolementemente pigliarle, come racconta Tito Liuio. Che ui pare galant’huomini di questa iniqua, & scelerata fraude? Dio buono, che ragioni si possono truar piu sciocche, & sconcie di queste? Alcuni altri dicono, come fù il buono Aristotile, che le donne sono men calde de gli homini, & però sono più imperfette, et meno nobili di loro: ò che ragione indissolubile, & onnipotente. Non considerò, credo io alhora Aristotile con maturità d’ingegno l’operationi del calore, & quello, ch’importi l’esser piu caldo, & men calso, & quanti effetti buoni, & rei da questo deriuano; percioche s’egli hauesse ben pensato quante pessime operationi produce il calore, che eccede quello della donna, non haurebbe detto una minima parola. Ma se ne andò alla ciecha il cattiuello, & però comise mille errori. Non è dubbio alcuno, come scriue Plutarco, che il calore è instrumento dell’anima; ma può esser buono, & ancho poco atto alle sue operationi, recercandosi nel calore una certa mediocrità fra il poco, & il molto: percioche il poco, & mancheuole, come ne’uecchi è impotentissimo alle operationi. Il molto, & eccedente rende quelle precipitose, et sfrenate. addunque ogni calore non è buono, & atto a seruire alle operationi dell’anima, come dice Marsilio Ficino. Ma ben in un certo grado, & proportione coneniente, come quello della donna. Onde non uale la ragione d’Aristotele sono i maschi piu caldi: delle donne, adunque, sono piu nobili: oltre che si uede che i giouini non sono riputati piu nobili de gli huomini, che sono nell’età uirile, & pur sono piu caldi, & quante donne poi sono piu calde di natura de gli huomini? Onde ne meno si concederebbe di tutte le donne la sentenza d’Aristotile esser uera: percioche si ritrouano molte prouincie, non dirò uille, ò castella, oue le donne sono piu calde di natura, che non sono gli huomini di un’altra poruincia, come quelle di Spagna, & di Africa sono piu calde de gli huomini, che habitano il freddo Settentrione, & l’Alemagna: & quanti credemo noi, che fossero, & sieno piu caldi di natura di Aristotele & di Platone, adunque piu nobili nelle operationi dell’anima? Questo non già. Diremo adunque in questo modo, che la donna è men calida dell’huomo, & però più nobile; & che se alcuno huomio fa cose eccellentemente, che questo auiene, perche si accosta alla natura & temperatura della donna essendo in lui calore Placido, & non eccedente, et però l’età uirile essendo intepidito il feruore di quello calore, ch’era nella giouinile, et accostatosi alla natura feminile opera piu saggiamente, et piu maturamente. Non mancano alcuni altri, che dicono, che gli huomini sono piu robusti, dorti, et per concluderla migliori da portar la soma, et i pesi delle donne.

[Page 99]

Notate bella maggioranza; A questi io rispondo, che le donne essercitate alle fatiche, trapassano, anzi vincono gli huomini; ò veramente, che questa robustezza nelle creature gentili, & delicate non ha luogo; & che sia’l vero non possono i Regi, i Principi, & le persone grandi far fatiche da fachino, ne credo che Aristotele, che chiama le donne languide, & simili alla mano sinistra, fosse forte, come sono gli huomini rustici, & molte donne. Adunque era men nobili de gli huomini rozzi, & di molte donne. & cosi i fabri sarebbono più nobili de’Regi, & delle persone scientiate, & dotte. O che cosa da scoppiare dalle risa; & così si potrebbe dire, che i soldati Romani, i quali sforzorno tante uolte i prudentissimi Senatori ad eleggere Imperatore, secondo la lor volontà, fossero più nobili, & eccellenti de’ Senatori: Cosa falsissima; ma questo accadea; perche la forza era nelle armi, & non nella ragione, & nel giusto. & però disse quello galant’huomo: Vis erat in armis: Et per questo interuiene, che un fratello homicida, & robusto occupi il Regno, & il Ducato all’altro fratello, che è delicato, & gentile, & per l’istessa cagione il sesso donnesco, il quale è più delicato del sesso virile, & anco men robusto, per non essere assuefatto alle fatiche, uien tiranneggiato, & conculcato da gli insolenti, & ingiunti huomini; ma se le donne, come io spero, si suegliaranno dal lungo sonno, dal qual sono oppresse, diueniranno mansueti, & humili questi ingrati, & superbi.


Il fine della prima parte.

[Page 100]

I DIFETTI, ET

MANCAMENTI

DE GLI HVOMINI.

DI LVCRECIA

MARINELLA,

Parte Seconda

Che gli huomini senza alcuna proportione, si come

con ragioni, et essempi si proua, sono più vi-

tiosi delle donne.

Havendo io apertamente, con inuincibili ragioni, et essempi mostrato la nobiltà delle donne, senza dubbio, come con le comparationi si può vedere, a quella de gli huomini esser superiore; me ne passo a i difetti de i maschi, i quali vi prego a paragonar con i difetti donneschi scritti dal Passi. accioche in tutto, et per tutto restiate ostinatelli vinti, et superati. Parlo con coloro, che hanno poco sale in zucca, et che se ne vanno alla cieca.

Credono tutti gli huomini dotti, et scientiati, che i maschi sieno più nobili delle femine, percioche di natura sono piu caldi; ma s’ingannano di gran lunga, percioche l’anima opera certo con il calore, ma non già con ogni sorte di calore, ma con un [vn] dolce, et benigno, che non ecceda una [vna] certa mediocrità. Onde chi ardirà gia mai di dire, che il calore del maschio sia mediocre, et atto a tutte le operationi dell’anima speculatiue, et morali, già che la natura dell’huomo è calda, et secca, come dicono. Et la femina, come il più saggio, et famoso medico dice, è calda, et humida per la copia et abbondanza del sangue. Che la complessione calda, et secca contenga un calore eccedente, et che trapassi la mediocrità, non accade, ch’io il proui, essendo cosa nota ad ogn’uno, che il calore aggiunto con la siccità è grande, et trapassa la mediocrità: eccedendo adunque cagiona, et produce infiniti vitiosi effetti, come appetiti piu ardenti, et voglie piu sfrena-

[Page 101—Folio 47]

te, che non eccita il temperato calore. Questo si vede tutto giorno

ne’ giouani, i quali essendo di natura più calda delle altre etadi sono più desiderosi di nouità, et piu mobili de gli altri, ch’all’età piu matura sono; et questo etiamdio si conosce ne’ paesi, che sono caldi, et infiammati. è adunque la natura calda, et secca dannosa; rapportando allo intelletto desiderii sensuali, onde egli spesso se ne resta vinto, et superato. Aggiungiamo, che rende gli huomini instabili et inconstanti; perche, Calor exagitat molem, et come dice Chalcidio nel comento del Timeo di Plato. mobilior anima ob calorem, ò che difetti sono questi che deriuano da un tal calore da lor tanto lodato, et essaltato, gia che per sua cagione l’anima ragionevole è astretta a piegarsi dal dritto sentiero delle virtù, et lasciarsi precipitar nelle dishonestà, et concupiscenze, dalle quali ne nascono infiniti altri errori, et misfatti enormi. cosa che non può accadere al sesso donnesco; essendo di natura calda et humida, nella quale si lasciano reggere i sensi dalla ragione. Ma il contrario auuien nella calda, et secca, et però piu temperate, piu constantim piu ferme, piu giuste, et piu prudenti sono le donne de gli huomini; et questo auiene, perche la ragione tiene il proprio seggio, cosa che non è nel maschio, si come con gli essempi noi dimostraremo; et infelice l’huomo, se non havesse per compagnia questo raro dono della donna; percioche credo, che non si ritrouarebbe al mondo il piu crudo, et horrendo mostro di lui, ne il piu fiero, et dispietato Animale. Ma lodato sia Dio, la donna lo raffrena, l’humilia, lo fa capace della ragione, et della vita civile. Onde conoscendo tutte queste cose il Signor Guglielmo di Salusto Signor di Bartas nella sua diuina settimana, laquale è tradotta di lingua Francese in verso sciolto Italiano da Ferrante Guisone dice.



dhe quà volgete

L’Occhio subitamente, et l’alma, e’l core

Et de la donna la beltà mirate.

Senza cui mezzo è l’huom misero in terra,

Et del sole un nemico, ascoso lupo

Una seluaggia, e solitaria ferra

Frenetica, et paurosa, a cui piacere

Altro, che’l dispiacer giamai non puote

Nato a se sol di spirito, e di core

D’amor, di se, di sentimento privo.

Et questo è pur huomo, et non donna, che se stato fosse donna io direi, che essendo interessata non potesse vestir persona di giudice; stimando l’huomo una fera frenetica, et paurosa. Io credo tutto quello, che dice questo Signore Francese, come quello, che se ciò non fosse vero, non l’haurebbe detto, et ancho perche parla de gli huomini, et era huomo, et mi confermo in questo con le parole di Vertuno, quando rende ragione di se medesimo, le quali sono queste.

[Page 102]

Ma tu non quel, che dicon le persone

Di me, ma quel ch’io stesso dico credi;

Ch’al ver non son tutte le lingue buone.

Con ragioni adunque io credo di haver manifestato, che gli huomini sono piu vitiosi delle donne. Ma non però nego, che non vi siano donne di mala vita, et pessime; ma però a comparation de gli huomini ribaldi, et pessimi si possono chiamar ottime. Anzi io credo che se noi accopiassimo insieme tutte le donne, che sono, et che saranno mai pessime, et cattiue, non si potrebbono in alcun modo agguagliare allo scelerato Nerone; che godeva del male altrui facendo abbrusciare una gran parte di Roma: anzi delle quatordeci parti ve ne restorno solamente quattro, et desiderava che tutta si minasse con i Cittadini, et in quel tempo, che Roma ardeva, egli sopra una allta [sic] torre cantava allegramente ridendo. Spinto dall’auaritia ogni giorno faceva amazzare qualche ricco Cittadino per essere patrone delle sue facoltà. Desideraua di vedere il mondo il mondo minato avanti la sua morte. Vccise sua madre, et ammazzò Poppea sua moglie con un calcio, laquale era ancho grauida per leggerissime cagioni. Era sfrenato, et incontinente; spesso si ubbriacaua, et se ne staua le notti, et i giorni intieri giocando, et cantando ne conuiti. Fece levar di vita Seneca, et Plauto, et molti altri; perche erano persone virtuose, et da bene, si dilettaua di Comedie, di buffoni, et de mangiatori, et con tutto che fosse auarissimo, era ancho prodigo, et oltre a tutte queste cose dispreggiaua i Dei, era ambitioso, et vanaglorioso. Che vi pare di questo huomaccino da bene. Credete, che tutte le donne insieme hauessero tutti questi diffetti? io non lo crederei, e pur sono tutti veri, come scrive Suetonio, Eusebio, Isidoro, et Orosio. Io potrei addure altri esempi, come d’Alcibiade ladro insolente, ambitioso, imprudente, et dato a tutte le dishonestà, ingiusto, et insomma d’ogni vitio albergo, come dice Plutarco, ilquale racconta, che Alcibiade andaua gettando per le strade, oue passava molti denari, accioche le genti stassero intente a raccogliere i denari, et non dicessero mal di lui. Pensate se douea dar loro cagione di vituperarlo; et anchora voglio dir quattro parole di Salamone, ilquale fù huomo sfrenato, incontinente, Idolatro, ambitioso, et dato ad ogni commodo del senso; et che questo sia vero, leggiamo questo, ch’egli dice nell’Ecclesiastico di se medesimo. Le cui parole sono. Magnificaui opera mea, aedificaui hortos, habebam cantores, et cantatrices, et quae desiderabant oculi mei, non negabam eis. ciò è. io ho essaltato, et inalzato le mie operationi, ho edificati molti horti, et giardini, io hauea molti cantori, et cantatrici, et in somma non era cosa, che vedessero gli occhi miei, et ch’io desiderassi, ch’io non volessi havere, et possedere. Che vi pare di Salamone, gia che tutte le cose, che li veniuano nella imaginatione, metteua in essecutione? Onde non è meraviglia, s’egli dato in tutto alla concupiscenza hauea settecento moglie, et trecento concubine; et quel che è peggio per favo-

[Page 103 Folio 48]

rire le sue care donne, edificò tre tempii: essendo diuenuto Idolatra. Se Salamone adunque fù tale, che vien chiamato il sapiente, et il saggio, possono gli altri huomini senza altra sorte di contrasto cedere alle donne: percioche nell’Historie non si troua alcuna donna, come questi era, et che ponesse in opera tutto quello, che nel pensier li cadeua. Ma non voglio in questo capo più addur essempi di questi huomini da bene: percioche ne’ seguenti dimostrerò più particolarmente i diffetti de gli huomini. Ma solamente io dirò, che i più scientiati, et dotti del mondo sono estremamente vitiosi. Dio immortale, che saranno poi gli ignoranti, et privi d’ingegno? che questo sia vero, leggasi la vita di tutti i piu sapienti della Grecia, et di tutto il mondo, che si vedrà manifestamente, che ogn’uno sarà macchiato di qualche segnalato vitio. De ricchi io non ne parlo: percioche Aristotile in mille luoghi disse, che costoro sono incontinenti, et dati a piaceri del senso. Dividerò gli essempi in venticinque capi, et il primo trattarà de gli auari, et de danari desiderosi.

De gli huomini auari, et desiderosi di denari.

Capitolo Primo.

Essendo l’Auaritia origine, et fonte d’ogni impietà, et sceleragine: percioche ella rende l’huomo per la cupidità dell’haver bugiardo, homicida, ingrato, spergiuro, tiranno, assassino, infedele, inuido, ingiusto, et finalmente d’ogni vitio sede, et albergo. Mi ha paruto cosa ragionevole l’incominciar da questo vitio, ò diffetto; Vitio, come lasciò scritto Aristotile nel libro terzo dell’Ethica dannoso non solamente a gli altri, ma allo istesso auare. Onde disse quel dotto poeta. In nullum auarus bonus, in se pessimus. e se pur è mai buono, egli è dopo la morte, come ben lasciò scritto il Tussino dicendo.

E l’auaritia ogni virtute adombra

Che l’huomo auaro non suol far piacere

A le persone mai se non morendo.

Horsu descendiamo a gli essempi, et per il piu d’Imperatori, et Regi, i quali meno deurebbono essere macchiati de gli altri di questo abominevole vitio; Come ben disse Plutarco.

Il primo sarà Caton maggiore, che faceua comprare i fanciulli, e dopo l’anno li reuendeua a maggior prezzo, et volendo persuadere un suo figliuolo, che s’ingegnasse anchor egli a guadagnare in questo modo, disse, che non era cosa da huomo, ma da donna vedoua il lasciar scemar le sue facoltà: et oltre questo fece una usura marinaresca molto biasmata. Sprezzaua le cose della villa: percioche stimaua che fossero solamente dilettevoli, et non utili; cosi l’agricoltura, voleua che le sue facultà fossero poste

[page 104]

in luogo sicuro, proccaciua paludi, laghi, bagni, et luoghi accomodati al [pregio?] delli panni. possessioni, che facilmente fossero lauorate da contadini, boschi, pascoli, dequali ne potesse cavar gran quantità d’oro. etiandio compraua serui giouani gagliardi, non belli, et delicati, ma rozi; perche riuscissero buoni lauoratori di villa. poi quando erano vecchi, li faceua vendere per non li dare il solito Alimento. Onde dice Plutarco scriuendo la vita di lui, io non venderei mai un bue vecchio che fosse stato compagno della [fatica] rusticale, non che io mi mettessi a vendere un huomo vecchio per farne poi pochissimo guadagno, gia al compratore, et al venditore inutile dal luogo donde fù nodrito, et dal modo del viuere, come dalla patria sbandito. non ciede punto a costui Caligula, che trouò modo di rubar gli huomini, et ancho il mondo tutto. Ne si poteua imaginar via alcuna, che compitamente li piacesse da poter tirar denari col mezzo delle gabelle, et delle grauezze. Intorno a’ litigi, che occoreuano, voleua la quarta parte di tutte quelle che si patteggiaua : et se i litiganti delle lor differenze si componeuano insieme, prima che si facesse la sentenza, voleua una certa portione, cosi di tutti i mestieri, e facende de gli huomini voleua che a lui fosse dato una parte dell’utile. Ponendo fra costoro ogni vil huomo, fino quelli, che portanano [portauano] pesi; in guisa tal che hauendo ragunato gran quantità di danari, si riuoltaua, et passeggiaua sopra quelli godendo di quell’oro et argento, che hauea, si può dir rubato senza fatica dalle fatiche altrui. Si legge etiandio nell’Historie che Tiberio era tanto inclinato a l’avaritia, che accrescendo i tributi, Le Cittadi non potendo tolerarli si distruggeuano, et andauano in ruina, et Tolomeo Re di Cipro volse morire co’ danari appresso, tanto n’era sempre auido.

Quinto Cassio per danari non faceua giustitia.

Comodo Imperatore la vendeua, et per ingordigia di denari perdonaua ad ogn’uno.

Vespasiano Imperator teneua nelle Provincie huomini rapaci, i quali chiamaua spongie; perche succhiauano con mille loro inuentioni il sangue [a’ miseri] cittadini; ma udite strana, et insolita auaritia di Costante Imperator terzo, che sforzaua i sudditi a vendere i proprii figliuoli per trouar denari. ancho un grande auaro fù Ridolpho Imperatore. Appolonio Tianeo dice, che Platone fù auaro, et che per questo seguì Dionisio fino in Cicilia.

Ma che diremo di Vittelio Imperatore? il quale fù cosi auaro, che non solo voleua la robba, ma uccideua ancho le persone, come fece un cavalliere, il quale diceua, che hauea lasciato herede de la sua facultà, Vitellio Imperator, egli come questo intese fece trouare il testamento, et trovò, che il caualliere lasciaua herede ancho un suo Liberto, senza altra cagione per diuorar tutta la facoltà, fece uccidere il caualliere, et il Liberto, et cosi rimase solo del tutto herede. Si legge che Marco Crasso richissimo fra Romani come dice Cicerone nell’ultima paradossa fatta contra di lui, essendo

[page 105 folio 49]

mandato contra Parthi mostrò gran segno d’ auaritia, laqual cosa sapendo gli astuti nemici, fingendo paura fuggirno, lasciando il paese abbondantissimo d’ogni sorte di preda, ma pieno d’aguati, per la cupidità di predare corse, et incorse incautamente nelle celate insidie; onde egli essendo circondato da tutte le parti, perdè tutto l’essercito con grande infamia et dishonore, et egli arrabiato contra la sua auaritia si fece da un seruo uccidere. Di poi li fù tagliata la testa et posta in un utre d’oro strutto, et dettogli aurum sitisti, aurum bibe. et per tale ignominioso vitio si oscurò ogni opera prima virtuosamente operata da lui. Però dice il Petrarca;

E vidi Ciro più di sangue auaro

Che Crasso d’oro, e l’uno, e l’altro n’hebbe

Tanto a la fin ch’a ciascun parue amaro:

Et Dante dice a Crasso.



Dici che sai di che sapor è l’oro?

Narra Plutarco che Demosthene fece bottega dell’arte oratoria pigliando denari, et scriuendo l’accuse a Formione, et Appollodoro auuersari et fù condannato di furto. et spesso spesso haueua in uso di dire.



O Ciues ò Cives querenda pecunia prius

Virtus post nummos.

Scriue Ouidio, che Mida Re di Frigia fù tanto auaro, che volse impetrar gratia da Bacco che ciascuna cosa ch’egli toccasse si conuertisse in oro, et diceua a Bacco:



----effice quidquid.

Corpore contigero fuluum uertatur in aurum

O che contento, ò che allegrezza inaudita.



Vixque sibi credens, non alta fronde virentem

Illice detraxit virgam: virga aurea facta est.

Tollit humo saxum: saxum quoque palluit auro.

Contigit et glebam: contactu gleba potenti

Massa fit. arentes Cereris decerpsit aristas

Hurea Messis erat. demptum tenet arbore pomum

Hesperidas donasse putes. si postibus altis

Admouit digitos, postes radiare videntur.

Ille etiam liquidis palmas ubi lauerat undis

Unda fluens palmis Danaen eludere possit.

Vix spes ipse suas animo capit aurea fingens

Omnia

Et piu sotto quando le viuande si conuertiuano in oro, et che mescolò l’acqua col vino, il qual tocco dalla bocca si trasmutò in oro.



Effugere optat opes, et que modo nouerat odit,

Copia nulla famem releuat, sitis arida guttur

Vrit, et inuiso merito torquetur ab auro.

[page 106]



O quanti huomini sono nel tempo presente, iquali soportarebbono di farsi per auidità dell’oro una statua d’oro; però questi auaroni vengono assomigliati a Tantalo figliuolo di Gioue, che da Poeti è posto nell’inferno perche lo scelerato diede Pelope suo figliuolo in un conuito a mangiare a’ Dei, et è oppresso da fame, et da sete: ha le acque limpidissime come christallo infino al labbro di sotto, et dolcissimi pomi, et altri varii frutti pendono si che giungono al labbro di sopra; Ma piegandosi fuggono l’acque, alzandosi fuggono i pomi, laqual cosa intrauiene all’auaro, ilquale benche sia in grandissima abondanza, non si caua mai la fame, et la sete d’oro. Onde si può a ragione esclamare con l’Ariosto e dire.

O essecrabile auaritia, ò ingorda

Fame d’havere, io non mi meraviglio!

Ch’ad alma vile, e d’altre macchie lorda

Si facilmente dar possi di piglio:

Ma che meni legato in una corda,

E che tu impiaghi del medesmo artiglio

Alcun che per altezza era d’ingegno

Se te schiuar poeta d’ogni honor degno.

Et più sotto:

Altri d’altre arti, e d’altri studi industri,

Oscuri fai, che farien chiari e illustri.

Ma che diremo noi di Pigmalion auarissimo, et crudelissmo Tiranno, ilquale senza hauer rispetto alla parentela cosi empiamente uccise il marito della sorella Didone, come si legge nel libro primo dell’Eneide.

Ille Sicheum

Impius ante aras, atque auri cecus amore

Clam ferro incautum superat securus amorem.

Ne voglio lasciar Polimnestore, ilquale di auaritia non si lasciò ponere il piede inanzi ad alcuno, a cui l’infelice Re Priamo hauea dato il caro Polidoro a nutrire con gran somma d’oro, et l’iniquo huomo spinto da questo enorme vitio uccise il misero Polidoro, ilquale chiamaua in testimonio huomini, et Dei, con tanti strali che lo coperse, et però lo fa dir Vergilio nel libro terzo ad Enea.

Heu fuge credeles terras, fuge litus auarum

Nam Polidorus ego: hic confixum ferrea texit

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