Author: Marinella, Lucrezia (1571-1653)



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Poi che fatiar non posso gli occhi miei

Di guardare à Madonna il suo bel uiso

Mirerol tanto fiso,

Ch’io diuerrò beato lei guardando

A guisa d’angel, che di sua natura

Stando su in altura

Diuien beato sol vedendo Dio:

Cosi essendo humana creatura

Guardando la figura

Di questa donna, che tene il cor mio

Potria beato diuenir qui io.

Et il Caro parlando con amore in una sua canzone dice.



Chi ne guida qua giù, chi n’erge al Cielo

Poi ch’ambi i nostri poli

Atra nebbia c’inuoli

Con queste scorte amor di zelo, in zelo.

D’una in altra chiarezza

Ne conduce à mirar l’eterno sole

Cosi mortal bellezza

Che da lui uiene, à lui par che ci deste:

Cosi lume celeste

Che di la su deriua, qui sì cole

Hor chi s’inalza, e chi d’alto ci scorge

Se’l nostro amato sol lume non porge.

Et in un sonetto dice.



Ben veggio come spira, e come luce

Che con la rimembranza, e col desio

[Page 26]



De suoi begli ochi, e del suo dolce riso

Il mio pensier tanto alto si conduce

Che le s’appressa, e scorge nel bel viso

La chiarezza de gli angeli, e di Dio.

Et Bernardo Tasso fa vna canzone intiera dimostrando, che la bellezza è vna scala da girare al Cielo, & poi soggiunge.



O nobil Dnnna, ò mio lucente sole

Scala da gir al Ciel salda, e sicura,

Sol de la vita mia dolce sostegno:

Per altro non vi di è l’alma natura

Rare virtù, bellezze vniche, e sole

Se non per arricchire il mondo indegno

E mostrarne vn disegno

Della bellezza angelica, e diuina

Et il Molza ne suoi sonetti mostra il simile, & il Guiccioni in vn suo bellissimo sonetto dice l’istesso. ma io ve ne porterò solamente tre rime



E’l fa perche la mente oltre passando

D’una in altra sembianza à Dio s’unisca

Non gia per van desio com’altri crede.

Et qual è quello, cosi rozzo Poeta, che non facci apertissimo, che la beltà è vna via, & vna strada, che ci guida à dritto camino a contemplar la diuina Sapienza? Se però sarà guardata, come bisogna, con dritto occhio lontano da pensiero lasciui; & vani. come lasciò scritto il Petrarca.



Da volar sopra il Ciel gli hauea dat’ali

Per le cose mortali

Che son scala al fattor, chi ben l’estima.

Ma non solamente io la chiamarei scala, ma io credo, chella sia l’aurea catena d’Homera, la quql può sempre alzar le menti in Dio, & ella per niuna cagione può essere tirata in terra; per cio che la bellezza non essendo cosa terrena, ma diuina, & celeste, sempre alza in Dio, da cui deriua; onde sono a nostro proposito questi versi del Petrarca



D’una in l’altra bellezza

M’alzò mirando la cagion primiera.

Che cosi vuol dire, io ascendo di bellezza, in bellezza, cioè di anello in anello, & mi fermo nella cagione primiera. il primo anello di questa nostra dorata catena, che scendendo dal Cielo, rapisce’ dolcemente le anime nostre, sarà la corporal bellezza, la quale mirata, & considerata con la mente per lo mezo de gli occhi esteriori, gode, & in lei mediocremente si diletta. ma poi vinta da somma dolcezza salisce al secondo anello, & mira, & vagheggia con gli occhi interni l’anima, che adorna di celesti eccellenze, informa, il bel corpo. ma non si fermando in questa seconda bellezza, ò anello, auida, & desiderosa di più viua beltà, quasi amorosa fiamma salisce al terzo anello & s’inalza al cielo, & quiui contempla gli angelici spirti

[Page 27]

& a l’ultimo questa mente contemplante si affisa al gran Sole de gli angeli; e come a quello, che sostiene la catena: onde l’anima in lui godendo si fa felice, & beata. per hora non voglio dire altro di questa catena, ma forsi col tempo farò più lungo discorso. io vedo di hauere chiaramente mostrato, che la beltà d’un leggiadro volto, accompagnato da gratiosi sembianti guida ogn’huomo nella cognitione del suo fattore: ò che dono, ò che doti, ò che eccellenze sono queste delle donne; poi che con la lor bellezza ponno alzare le menti degli huomini in Dio. Chi potrà mai a pieno lodarti ricchissimo thesoro del mondo tutto? io confesso, che s’io hauessi tante lingue, quante foglie vestono gli arbori nella ridente primavera, ouero quanta arena è nella sterile e infeconda Libia, io non potrei incominciar a dar principio alle tue lodi; pericoche non solamentte la beltà inalza in Dio le fredde menti, ma rende il più ostinato, e crudo cuore humile, & mansueto. che piu? ò merauiglia, il rozzo orna di piacevoli costumi, il sciocco rende prudente; & saggio, & in somma tutti i Poeti hanno poetato mossi dalla beltà donnesca: onde il Petrarca nella Canzone, che incomincia, Quel antico mio dolce empio Signore, dimostra ch’ella fù cagione di ogni sua virtù dicendo



Salito in qual che fama

Solo per me che’l tuo intelletto alzai

Ou’alzato per se non fora mai

Percioche per lodar le diuine bellezze di madonna Laura compose il suo poema tanto dal mondo stimato. che se ella non l’hauesse con la sua bellezza spinto a tanto honore, sarebbe statim come dice amore nell’istessa Canzone.



C’hor saria forse vn roco

Mormorator de corti, vn huom del vulgo

Et speron Speroni confessa, che i Poeti hanno dalle donne la voce, & l’intelletto dicendo



Ch’io vi veda adunar la bella schiera

Di tutte queste amate Diue

Che danno a poetar cove e’ntelletto

Et l’istesso hanno fatto gli altri poeti, i quali erano tenuti a lodar, & inchinar le Donnesca beltà: & però viuono, anchor che morti. in somma un bel volto ha vinto i più superbi, & orgogliosi Regi del mondo, & i più scientiati, e ornati di lettere, che habbino insegnato le cagioni delle cose. Onde il Tasso disse nel Torrismondo queste parole dimostrando la maestà, & grandezza di questo dono.



Questa bellezza

Proprio ben, propria dote, e proprio dono

E’ dele donne ò figlia, e propria laude

E agguagliamo, anzi vinciam con questa

Ricchi, saggi, facondi, industri, e forti

[Page 28]



E vittorie, e trionfi, e spoglie, e Palme

Le nostre sono, e son piu care, e belle

E maggiori di quelle, onde si vanta

L’huom che di sangue è tinto, e d’ira colmo.

O come egli ha mostrato in queste poche parole le meravigliose operationi della bellezza, che ha domato non solo l’alterezza de gli huomini, ma anco de gli Dei. io vorrei pur alzarti, & lodarti, ma mi mancano le parole, & quanto più spiego l’ali de i miei troppo arditi pensieri, tanto più ve ne restano: onde io dirò col Petrarca.



Tacer non posso, e temo non adopre

Contrario effetto la mia lingua al core,

Che vorria far honore

A la sua donna, che dal Ciel n’ascolta

Come poss’io, se non minsegna amore

Con parole mortali agguagliar l’opre

Diuine.

Et ben posso dire, ch’io scemo sue lodi parlando. onde è meglio ch’io taccia, & ch’io l’inchini, & trà mè stessa stupida la vagheggi, & l’adori come dice il medesimo.



L’adoro, e inchino come cosa tanta.

Concluderemo adunque, che le donne essendo più belle, sieno più nobili de gli huomini per diuerse ragioni: prima perche in vn fiorito, & delicato volto si scorge la potenza del suo fattore, & quanto ha di bello il Paradiso. oltre ciò inalza le menti nella diuina Bontà. è ella per sua natura amabile, & allettatrice d’ogni cuore, ancor che rigido, & aspro. & finalmente è il bello ornato, & pieno di bontà essendo la bellezza vn raggio, & vno splendore della bontà, come dice Marsilio Ficino. Omne enim pulchrum est ponum. & cosi dice Speusippo & Plotino. & cosa chiara appresso d’ognuno, che vna pessima anima non habita in vn gratioso, & leggiadro corpo. & lo confermano etiandio gli scrittori sacri. onde la natura consocendo la perfettione del sesso femenile produce piu copia di donne, che di huomini, come quella che sempre ò per il piu genera in tutte le cose, quello che è megliore, & piu perfetto. & però mi pare, che Aristotile contra ogni ragione, & etiandio contra la propria opinione, laqual è, che la natura operi ò sempre, ò per il più cose piu perfette, uoglia che le donne sieno imperfette in comparatione de maschi: anzi io direi che producendo la natura minor numero di maschi, che di donne, che gli huomini siano men nobili delle donne, non desiderando la natura di generarne grande, & copiosa quantità. & questo basti della singular natura del sesso femenile.

[Page 29]

Delle Nobili attioni, & Virtù delle Donne, le quali quelle de gli huomini di gran lunga superano come con ragioni, & essempi si pruova. Cap. IIII

Poco honore a me risulterà nel prouare con ragioni, & essempi, che’l donnesco sesso sia nelle sue attioni, & operationi piu singulare, & eccellente del maschio. dico, che poco honore acquisterò: pericoche il prouarlo sarà piu facile, che non sarebbe a manifestar, che’l sole è il piu lucido corpo del mondo, ò che la dilettosa primauera sia Madre delle frondi, & de’ fiori. tuttavia per seguirar l’ordine gia da me incominciato, & insieme per dar lume a certi non dirò huomini, ma piu tosto ombre d’huomini; acciocche lascino la pessima ostinatione loro, rauuedendosi del loro errore, porterò in questo capo per ciò prouare inuincibili ragioni, & ne gli altri me ne discenderò agli essempi delle donne dignissime di Poema chiarissimo, & d’Historia. Dico adunque che le operationi di tutta la spetie humana dipendono ò dall’anima, ò dal corpo, ò da tutti dui questi principii vniti insieme. & etiandio afferma, che quanto piu tutte queste cose saranno perfette, tanto piu nobili, & singolari dipenderanno da lor le attioni. credo, che tutte queste suppositioni sieno verissime. non è vero ò huomini? & chi lo potrebbe negare? adunque io sarò vincitrice: percioche le donne hanno piu nobili anime, & piu eccellenti corpi. onde piu nobile è tutto il composto; si come si vede nello splendore della bellezza. che in esse si contengono tutti questi doni, ho prouato chiaramente nel capitolo antecedente. adunque da loro risultaranno piu pregiate attioni che da gli huomini. ma è cosa necessaria, ch’io alquanto mi diffondi intorno alla natura del corpo; percioche dalla sua temperatura dipendono quasi tutti i vitii, & diffetti, lasciandosi la ragione ben spesso, benche patrona, abbagliare, & acciecare da sensi. & perche credete voi, che alcuni sieno instabili, altri mangiatori, & crapuloni, altri viui, & audaci, altri sfrenati, & dati in tutto alla concupiscenza, & a’ piaceri. io credo, si come affermano tutti gli scrittori, che raccontano i costumi delle genti, & come per esperienza si vede, che i paesi, oue nascono, & la temperatura de’ corpi ne sia origina, & cagione: percioche vn corpo temperato, come è quello delle donne, è molto atto alle operationi moderate dell’anima. cosa che non è nella calda temperatura, come dimostraremo al luogo suo. che le donne sieno di tal natura, argomentano le carni morbide, & delicate, & il colore candido col vermiglio misto, & per finirla tutta la compositione del corpo di gentilezza, e virtù è proprio albergo, ma se con queste doti, & merauiglie a loro dalla natura date s’essercitassero nelle scienze, & nell’arte militare, come fanno tutto il giorni i maschi, farebbono a loro incarcar le ciglia, & rimanere stupidi & ammirati. & però l’Ariosto conoscendo questo disse.

[Page 30]



Tanto il lor nome forgeria, che forse

Viril fama a tal grado vnqua non sorse.

Ma non accadea, che vimettesse quel forse; pericoche sicuramente sarebbono vincitrici in ogni honorata, & egreggia attione. mostra però l’istesso autore della prima stanza del canto. 37. che sono siuscite felicissime in quelle opere, alle quali si sono poste. dicendo



Se come in acquistar qualch’altro dono

che senza industria non può dar natura

Affatichacate notte, e di si sono

Con somma diligenza, e lunga cura

Le valorosoe donne, e se con buono

Successo, n’è vscit’opra non oscura.

Et nel Canto 20. si legge



Le donne son venute in eccellenza

Di ciascun’arte, oue hanno posto cura,

E qualunque a l’Historie habbia auuertenza

Ne sente ancor la fama non oscura

Et Moderata Fonte, che in qualche parte conobbe la eccellenza di vn tanto sesso lasciò scritto tali parole



Sempre s’è visto, e vede pur ch’alcuna

Donna u’habbia uoluto il pensier porre

Ne la militia riuscir piu d’una

E’l pregio, e’l grido a molti huomini torre:

E cosi nelle lettere, e in ciascuna

Impresa, che l’huom prattica, e discorre

Le donne si buon frutto han fatto, e fanno

Che gli huomini a inuidiar punto non hanno.

Ma poche sono quelle, che dieno opera a gli studii, overo all’arte milare in questi nostri tempi; percioche gli huomini a guisa d’insolenti tiranni prohibiscono loro questo; temendo di non perdere le signorie, & di diuenir serui delle donne, & però vietano a quelle ben spesso ancho il saper leggere, & scrivere. Onde dice quel buon compagno d’Aristotile: debbono in tutto, e per tutto vbbedire a’ maschi, ne cercar quello, che si facci fuori di casa. Opinione sioccha, & sentenza cruda, & empia di huomo Tiranno, & pauroso. ma voglio che lo scusiamo; percioche essendo egli huomo, era cosa conueniente, che desiderasse la grandezza, & superiorità de gli huomini, & non delle donne. Ma Platone quel grande, huomo in vero giustissimo, & lontano dalla Signoria Sforzata, & violente, voleua, & ordinaua, che le donne si essercitassero nell’arte militare, nel caualcare, nel gioccare alla lotta, & in somma, che andassero a consigliare ne’ bisogni della Repubblica. & che questo sia il vero, cosi si legge nel libro delle leggi al Dialogo.7. Femineum genus eruditioni, & aliorum studiorum societate cum uirili

[Page 31]

uitili [sic] genere habere debet. & nel libro della Republica al settimo Dialogo cosi scrive. Feminae non minus, vt uiri in Repubblica uirtutum ornandae, ut quae praestantes natura sunt principatum gerant equaliter cum uiris. O quante ne sarebbono, che con piu prudenza, essempio di vita, & ingiustitia gouernarebbono gli imperii, & meglio, che non fanno molti, e molti huomini. Ma non solamente fù Platone di questa opinione il saggio; ma molti, & molti altri innanzi di lui, come Licurgo. onde gli dice nel libro delle leggi al Dialogo settomo. Feminis non minus quàm uiris decoram esse equestrem disciplinam, & gymnasticam ex veteribus narrationibus persuasus sum. Delle quali parole si vede, che inanzi la venuta di Platone in molti luoghi le donne si essercitauano dell’arte militare. & poco dopo afferma essere opinione scioccha quella de’ tempi suoi, laquale non permetteva alle donne le medesime cose. che quelli antichi lor imponeuano. & però dice. Stolidissimè omnium nuuc in regionibus nostris censeo fieri, quod non omni robore vno consensu mulieres, ac viri eadem studia tractent. O dio volesse, che a questi nostri tempi fosse lecito alle donne l’esercitarsi nelle armi, & nelle lettere. che si vederebbono cose merauigliose, & non piu vdite nel conseruare i regni, & nell’ampliarli. & chi sarebbe piu pronto di fare scudo con l’intrepido petto in diffesa della Patria delle donne? & con quanta prontezza, & ardore si vederebbono versare il sangue, & la vita insieme in diffesa de maschi. sono adunque, come ho prouato le donne piu nobile nelle operationi, che gli huomini non sono. & se non si adoprano questo , auuiene; perche non si essercitano, essendo ciò a loro da gli huomini vietato spinti da una loro ostinata ingoranza persuadendosi che le donne non sieno buone da imparare quelle cose, che imparano i maschi. io vorrei, che questi tali facessero vna esperienza tale, che essercitassero vn putto, & vna fanciulla d’una medesima, & ambiduoi di buona natura, & ingegno nelle lettere, & nelle armi che vederebbono in quanto minor tempo piu peritamente sarebbe instrutta la fanciulla del fanciullo. & anzi lo uincerebbe di gran lunga, laqual cosa lasciò scritto Moderata Fonte nel suo Floridoro, ma ben è vero, che ella si contentò, che diuenissero eguali dicendo.

Se quando nasce una figliola al Padre,

La ponesse col figlio a un opra eguale

Non saria ne le imprese alte, e leggiadre

Al frate inferior, ne disiguale;

O la ponesse fra l’armate squadre

Seco, ò a imparare qualche arte liberale;

Ma perche in altri affar viene alleuata,

Per l’education poco è stimata.

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Il non essercitarsi adunque è cagione, che non si vedono tutto il giorno i fatti memorabili, & Heroici delle donne: si come anco non si vedono quelli di molti huomini per questa istessa cagione. Horsu voglio discendere a gli essempi de’ quali voglio essere breue per diuerse cagioni. prima percioche ho fuggita la fatica di voler leggere tutte l’Historie, la secondo; perche in dui mesi, che tanti sono a punto come fa fede il ciotti, non ho potuto andare a parte, a parte osseuando i detti de’ famosi Historici. & finalmente percioche gli scrittori essendo huomini invidiosi delle belle opere delle donne, non hanno raccontate le loro egreggie attioni, ma lasciate sotto silenti, laqual cosa manifestò il diuino, & veridico Ariosto nel Canto. 37. in questo modo.

E che per se medesime potuto

Hauessin dar memoria a le lor lode

Non mendicar da gli scrittori aiuto

A i quali astio, & inuidia il cor si rose.

Che’l ben, che ne pon dir spesso è taciuto,

E’l mal quanto ne fan, per tutto s’ode:

Tanto il lor nome sorgeria che forse

Viril fama a tal grado vnqua non sorse.

Non basta a molti di prestarsi l’opra,

E fal l’un l’altro glorioso al mondo

Ch’anco studian di far, che si discopra

Ciò, che le donne hanno fra lor d’immondo:

Non le vorrian lasciar venir discopra

E quanto pon fan per cacciarle al fondo

Dico gli antichi, quasi l’honor debbia

D’esse, il loro oscurar, come il sol nebbia.

Ma non hebbem, e non ha mano, ne lingua

Formando in voce, ò descriuendo in carte,

Quantunque il mal quanto può accresca, e impingua

E minuendo il ben va con ogni arte

Poter però, che non ne resti parte

Ma non gia tal, ch’appresso al segno giunga

Ne ch’anco se li accosti di gran lunga.

E di fedeli, e caste, e saggie, e forti

State ne son. non pur in Grecia, e in Roma,

Ma in ogni parte, oue fra gl’Indi, e gli Orti

De l’Hesperide il Sol spiega la chioma,

De le quai sono i pregi o gli honor morti

Si ch’a pena di mille una si noma

E questo; pervhe hauuto hanno a lor tempi

I scrittori bugiardi, inuidi, & empi.

[Page 33]

Che vi pare fratelli, ma iniqui fratelli, gia che non volete scoprir le opere buone del donnesco sesso tanto degno, & eccellente. & quel che è peggio, andate sempre ritrouando qualche noua inuentione per vituperarlo. Accio che resti conculato, & sepolto: & pur le vostre madri erano donne. & ardite di biasimarle? cosa inhumana. Che a guisa di nouelli Neroni vogliate dar morte alla materna fama: ma in darno vi affaticate: percioche la verità, che risplende in queste mie mal vergate carte le inalzerà a vostro mal grado fino al Cielo. Parlo hora di quelli huomini, che non conoscono la eccellenza delle donne; percioche non mancano, ne sono mancati (ben è vero= in gran quantità, scrittori, che priui d’inuidia hanno celebrato il sesso femenile con ogni lor potere, anzi che hanno riputato quegli huomini essere priui d’ingegno, & di humanità, che hanno offeso le donne, ò con mano, ò con lingua. Come fù Catone il grande, ilquale riputaua coloro, che offendeuano la moglie peggiori di quelli, che hauesser rubbato nel tempio, & offeso li Dei. & riputaua degno di assai maggior lode colui che si portaua da buon marito, che chi era grande in Senato. questo racconta Plutarco nella sua vita. Conosceua adunque egli, che l’huomo deue amar la donna piu della sua vita, & tenerla per la sua nobiltà fra le cose piu care, & honorate, & questo dimostra etiandio Orsato Giustiniano Senator Veneto in vn sonetto, ch’egli compose in lode della sua fidissima, castissima, & meritatamente da lui amata consorte. il quale è questo.

Ben ha di ferro il petto, e’l cor di sasso.

Chi puo’ lontan da fida sposa, e cara

Menar uita giamai tranquilla, e chiara;

O senz’alto dolor pur mouer passo.

Prouolo in me, che mentre hor l’hore passo

Lungi in me, che mentre hor l’hore passo

Lungi da tè mia speme, unica, e rara;

Pace non trouo: e m’è la uita amara;

D’ogni ben rimanendo igniudo, a casso.
Et in un altro sonetto, mostrò, come ella è un tranquillo porto nelle sue fortune dicendo.

Benigno il Cielo a tuoi preghi risponda

Cara moglie: e in fauor ti sien li Dei.

Poi che nelle fortune ogn’hor mi fei

Tranquillo porto, e dolce aura feconda.

Si che questi tali hanno conosciuto le doti Illustri, & chiare delle donne., Ma bastino questi duoi per hora; percioche, s’io volesi raccontare tutti quelli, ch’hanno lodate quelle (& a ragione), lunghissimo tempo io consumarei. & non descenderei a gli essempi, i quali saranno da me diuisi in vndeci capi più, che sarà possibile, breui.

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Delle donne scientiate, & di molte arti ornate.

Cap. Primo.

Credono alcuni poco pratici dell’Historie, che non vi sieno state, & siano donne nelle scienze perite, et dotte. & questo appresso loro pare impossibile, ne si possono ciò dare ad intendere, anchor che lo vedano & odono tutto il giorno; persuadendosi che Giue habbia dato l’ingegno, & l’intelletto a maschi solamente, lasciandone le donne ancorche della medesima spetie priue. Ma se quelle hanno la medesima anima ragioneuola, che ha l’huomo, che di sopra ho mostrato chiaramente, & anco piu nobile; perche ancho piu perfettamente non possono imparare le medesime arti, & scieze le quali imparano gli huomini? anzi quelle poche, che alle dottrine attendono, diuengono tanto delle scienze ornate, che gli huomini le inuidiano, & le odiano come sogliono odiare i minori i maggiori; & per non perdere il tempo intorno a quello, che ne’ capi precedenti ho prouato, me ne discenderò a molti essempi, & la prima sarà Amficlea, laquale, Porfirio nella vita di Plotino, molto celebra. & dice, ch’ella essendo stata discepola di Plotino, fece nella filosofia merauigliosa riuscita. scrive ancho Decearcho, che due potentissime donne abbandonorno le ricchezze per poter meglio seguire la dottrina del dotto Platone. Nicaula Regina d’Egitto era dottissima, & per imparare vn dubbio d’alcune cose difficili, & oscure andò a ritrovare il Re Salomone, tanto in lei fù acceso il desio dell’intendere le cose secrete. Batista dignissima moglia del Duca d’Vrbino fù eccellentisima nel comporre orationi, & Epistole, & andò a Roma, & orò nella presenza di Papa Pio Secondo, non senza stupore, & e meraviglia d’ogn’uno, & costei col suo gran giudicio resse con somma lode lo stato molti anni. Ma che diremo di Aspasia, che fu tanto dotta ne gli studii filosofici, che fù degna maestra di quel gran Pericle, che parlando folgoraua, & tuonaua? Che di Assiotea, laqual discepola di esso Platone, e fece grandissimo profitto ne gli studii della filosofia. Ond’ella è posta fra le donne Illustri, & segnalate. Doue rime Cleubolina? che fù figliola di vno de’ sette sapienti della Grecia, che è sommamente lodata da Suida, da athenco, & da alcuni altri grandi Autori per le opere belle, ch’ella lasciò scritte. Doue Barsane? che fù moglie di Alessandro Macedone, che compose in lode di Nettuno bellissimi Hinni. Doue Cornelia moglie dell’Africano, & madre

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