Author: Marinella, Lucrezia (1571-1653)



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Bagnossi, come disse, e lietà porse

All’incauto pagano il collo igniudo,

Incauto, e uinto anco dal uino forse

Incontro à cui non ual elmo, ne scudo

Quel’huom bestial le prestò fede, e scorse

Sì con la mano, & si col ferro crudo,

Che del bel capo già d’amore albergo

Fe troncho rimanere il petto, e’l tergo.

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Quel fe tre salti e funne udita chiara

Voce, ch’uscendo nominò Zerbino,

Per cui seguire ella trouò si rara

Via da fuggir di man del Saracino.

Alma c’hauesti piu la fede cara,

E’l nome quasi ignioto, e peregrino

Al nostro tempo, e della castitade

Che la tua uita, e la tua uerde etade.

Cosa ueramente degna di eterna memoria. Sulpitia, come dice Tito Liuio fù castissima: era Patricia figliola di Sulpitio, & moglie di Quinto Flauio Flacco. eressè il tempio alla Dea Venere; accioche riuolgesse gli animi lasciui alle honestà, & virtù, & la chiamorno Verticordia, come dice Plinio; costei non fù di men famoso grido di castità che fosse Lucretia; & però dice il Petrarca.



Cosi giungemo alla Città soprana

Nel tempio pria; che dedicò Sulpitia

Per spegner della mente fiamma insana

Et che diremo noi della pudicissima Principessa di Tarento, laquale era stata promessa à Corsamonte, et essendo presa da Goti; Corsamonte per liberarla fù per inganno di Burgenzo ucciso, & ella, benche la pregasse Bellisario, non uolse piu marito, ma si fece chiudere in una picciola cameretta appreso la tomba di Corsamonte per conseruar la sua uerginità, come il Trissino nel libro 23. la fa rispondere à Bellisario, che le uoleua ritrouare un altro sposo di età conforme à quella di Corsamonte in questo modo.



Deh lasciate Signor, ch’io mi rinchiuda

In uno scuro, e lucido sacello,

Oscuro al mondo, e lucido alla vita.

Oue la mia verginità si serui

Intatta, e purghi quei pensieri inulti

Ch’eran già nel mio cor d’hauer marito.

Diana fù tanta casta, che fu chiamata Dea della castità, & fuggendo gl’huomini, si essercitaua nelle caccie. Sempre era in compagnia di Vergini Ninfe, & essendo un giorno in un chiarissimo fiume, ò fonte con le altre Ninfe, souragiunse Ateone & mirò Diana, & ella tingendosi di honesto colore, come dice Ouidio nel terzo libro, delle Metamorphosi con questi versi.



Qui color infectis aduersi solis ab ictu

Nubibus esse solet, aut purpureae Aurorae

Is fuit in vultu visae sine veste Dianae

Lo spruzzò conl’acqua, & lo fece diventare un ceruo. Aretusa Ninpha figlia di Nereo, & di Doride compagna di Diana un giorno per rinfrescarsi, si bagnò nel fiume Alpheo, il quale corre per l’Arcadia, subito

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Alfeo Dio di quel fiume fù preso d’amore, & la uolse prendere, essa ch’era uergine casta lo fuggì, & corse tanto, che per il molto sudore, si liquefece, & trasformosi in un fonte. Come la fa dire Ouidio nel libro quinto.



Occupat obsessos sudor mihi frigidus artus:

Ceruleaeque cadunt toto de corpore guttae,

Quaque pedem moui, manat locus: eque capillis

Ros cadit: & citius, quam nunc tibi fata renarro,

In latices mutor.

I quali uersi tradotti in uolgar lingua da Fabio Maretti tali sono.



Un gelido sudore in ogni parte

Mie membra assediate intorno oppresse

E par, che’l corpo mio tutto si stille

E’n terra caggian le cerulee stile:

E doue mossi il piè’l sito ho bagnato

E / rugiada cadea dal crine sciolto

E ratto piu, ch’io non ti narro il fatto

In acque tutta mi disfaccio, e uolto.

A questo mi souiene della Ninfa Siringa famosa fra le Amadriadi laquale per amore della tanto da lei amata honestà, & uerginità sprezzò i Satiri, & quanti Dei, che habitauano nelle selue. Pan Dio un giorno la uide, & la desiderò hauer per moglie: ella sprezzandolo fuggì, & pregò le caste sorelle, che la cangiasser in qualche nuoua forma per fuggire il Dio, & mutossi in canne Palustri, come dice Ouidio nel lib.I.



Panaque, cum prensam sibi iam Siringa putaret:

Corpore pro Nymphae calamos tenuisse pallustres.

Daphne imitatrice di Diana sempre uisse casta, & godeua delle caccie, & domandò al padre gratia di conseruar perpetua uerginità, come dice Ouidio.



Da mihi perpetua genitor carissime dixit,

Virginitate frui: dedit hoc pater ante Dianae.

Et Appollo essendosi inamorato di lei, la seguì, & fuggiua ella, laqual doppo molto correre giunse al fiume Peneo, & lo pregò a torle quella bellezza, & si trasformò in un Lauro, che sempre si mantiene uerde come dice il medesimo.



Vix prece finita torpor grauis occupat artus,

Mollia cinguntur tenui precordia libro

In frondem crines, in ramos brachia crescunt

Pes modo tam velox pigris radicibus heret

Ora cacumen habent, remanet nitor unus in illa.

Ma che diremo noi delle donzelle Lacedemonie? delle Spartane? delle Milesie, & delle Thebane? Che apprezzorno piu il fregio della santa pudicittà, che i regni, & la propria uita. che delle Tedesche? le quali disfor-

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mando le faccie, & molte annegandosi conseuorno le loro persone caste, & senza machia. Ma doue rimene Hersilia, & le altre Sabine? Questa essendo stata con le altre compagne rubata da’ Romani uisse castissima sicome tutte le altre con i lor mariti, fedelissime, come scriuono tutti i scrittori delle Romane Historie; però il Petrarca le pone nel trionpho della castità dicendo.



Poi vidi Ersilia con le sue Sabine

Schiera, che del suo nome empie ogni libro

Non uoglio, che rimagna à dietro Claudia Vergine Vestale, della quale molto dubitauano, ch’ella non fosse, come era casta; per che andaua ornata; ma udite, come si scoprì la sua incorrotta castità. Essendo menata di Frigia à Roma la gran Madre Terra, come fù la naue nella foce del Tebro, oue era andata quasi tutta Roma ad incontrarla si fermò, ne fù possibile mouerla di quel luogo, ben che molti si sforzassero tirarla su per il fiume: all’hora Claudia prostrata su la riua del fiume, e stendendo le mani giunte uerso la Dea, tu sai disse alma Dea, che io son tenuta poco pudica dalla mia Città Roma, se cosi è ti prego mostrane segno, che condannata da te, che sai l’intimo del cor mio, mi confesserò degna della morte; ma se altramente sono, tu che casta sei, & pura, dando à questo popolo fede de l’integrità mia segui la mia pudica mano, & ciò detto diede di piglio ad una picciola fune, e tirò la naue à suo piacere, mostrando la Dea di seguirla uolontieri, con gran merauiglia di chi la uide: segno certissimo della sua pudicitia. Ma non cede à questa quell’altra Vergine uestale, quale, mentre nel tempio i giudici disputauano di lei, essendo stata accusata falsamente, se ne uenne al tempio con un Criuello pieno di acqua del Tebro senza caderne fuori pur una picciola goccia, & cosi cauò dalle menti de’ Giudici ogni sospetto, & però dice il Petrarca nel trionfo della castita di lei queste parole.



Fra l’altre la Vestal uergine pia

Che baldanzosamente corse al Tibro

Et per purgarsi d’ogni colpa ria.

Portò dal fiume al tempio acqua col cribro.

O quanto cara fù la verginità a Mica Eliense, che essendo uenuta nelle mani di Lucio soldato d’Aristone, non uolle mai né per proferte, né per minaccie fare il suo piacere; benche il Padre proprio la pregasse molto, che compiacer li douesse; ella ferma nella sua casta uolontà ingenocchiata à i suoi piedi lo pregaua à non le lasciar far quello oltraggio, ma il giouine sfrenato la battè crudelmente nelle braccia paterne; & poi li tronchò il capo. Laura come dice il Petrarca era donna castissima, & oltre che in tutto il suo libro la celebra per tale, la pone nel Trionfo della castità dicendo.



Passò qui cose gloriose, e magne

Ch’io vidi, & dir non oso à la mia donna

Vengo, & à l’altre sue minor compagne

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Ell’hauea in dosso il dì candida gonna,

Lo scudo in man, che mal uide Medusa

D’un bel Diaspro era iui vna Colonna

Alla qual d’una in mezo Lethe infusa

Catena di Diamanti, e di Topatio

Che al mondo fra le donne hoggi non s’usa.

Legare il vidi, & farne questo stratio

Che bastò bene à mille altre uendette,

Et io per me ne fui conteuto [contento], e satio.

Et la fa uestita di biancho per mostrare la sua pura honestà. era etiandio Fiordiligi casta, & fedele moglie di Brandimarte, la quale, dopò [sic!] che le fu ucciso Brandimarte, fece farsi una cella nel sepolcro di lui, & sempre uisse pudicamente, come dice l’Ariosto nel canto 43. in questo modo.



E uedendo le lagrime indefesse,

Et ostinati uscir sempre i sospriri;

Ne per far sempre dire offici, e messe

Mai satisfar potendo à i suoi desiri;

Di non partirsi quindi in cor si messe

Fin che dal corpo l’anima non spiri,

E nel sepolcro fe far vna cella

E ui si chiuse, fe sua vita in quella.

Et benche fosse pregata da Orlando, mai fù possibile leuarla di quel luogo. Ma doue rimane Rosmonda creduta figliuola del Re de Gothi? La regina de’quali la pregaua à ornarsi, accioche il Re Germondo di Suetia la pigliasse per moglie, mostrandole quanta gran cosa sia l’esser regina di genti magnanime: & ella disprezzando le grandezze di questa uita, & solamente amando la castità, cosi le risponde come dice il Tasso nel suo Torrismondo.



Madro io no’l vò negar, ne l’alta mente

Questo pensiero è gia risposto, e fisso

Di viuer vita solitaria, e sciolta

In casta libertade, e’l caro pregio

Di mia virginità serbarmi integro

Piu stimo, che acquistar corone, e scettri.

Non uoglio, che Enone Ninfa casta, & pudica resti fuori di questa honorata compagnia. Essendo ella stata tolta per moglie da Paride figliuolo di Priamo, & poi lasciata da lui, sempre uisse pudica. Verginia figliuola di aulo patricio moglie di Lucio Volumnio Console huomo Plebeio eresse un tempio alla pudicitia, il qual tempio era fatto delle case, oue essa habitaua, & inuitando le matrone le confortaua, che la medesima gara, che fra gli huomini è della uirtù, fosse fra le matrone di castità, & pudicitia; & questa Verginia fù honesta quanto imaginar si possi, come dice Tito Livio.

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Delle donne forti, & intrepide.

Cap. III.

E’ LA fortezza una costanza di animo, che si oppone à tutte quelle cose, che sogliono apportare lo spauento di morte per fine di honore, ò di uirtù. cosi la descrisse Speusippo dicendo. est fortitudo animi costatia [constantia] adversus ea, quae terrere solent uirtutis gratia. Questa diffinitione diede anchora Arist. nel lib. 3. dell’Ethica al cap.6 non teme adunque il forte le cose terribili, & horribili, che ritrouar si possino, come è la morte; ma però non la desidera, dellaqual niuna cosa è al mondo più spauenteuole. Mors enim maximè omnium terribilis est rerum. Come nel medesimo luogo si legge. hauendo però sempre per proprio fine l’honore. Onde disse Aristo. Quae Mors in pulcherrinis rebus contingit, cuiusmodi sunt, quae in bello oppetuntur in maximo silicet & pulcherimo periculo, his consentiunt etiam honores, qui & à ciuitatibus, & à regibus instituti sunt. Elegge adunque di morire il forte; percioché la cosa ha fine honoreuole, & non facendo questo in uergogna, & in biasmo li risultarebbe. Onde soggiunge. Et ea de causa, uia honestum est eligit, & sustinet; uel quia id non facere turpe est. magis enim timet turpitudinem uir fortis, quam mortem. Et però si può con ragione dire, che l’huomo forte non può essere misero come dice Seneca.


Quemcunque fortem uideris, miserum neges.

Ma ueniamo à gli essempi di quelle donne, che disprezzando la propria uita hanno operato cose grandi, & marauigliose con non poca inuidia de gli huomini & non poca uergogna loro, & come dice Aristotile hanno eletto di mettersi ad ogni, pericolo; percioche il fine era honesto, & buono. saranno le prime fra le altre honorate donne quelle di Curzola essempio recente, & nuouo, le quali disprezzando la propria uita si opposero alla formidabile armata di Selim Imperatore de Turchi, che uoleua prendere Curzola. queste essendosi uestite tutte di ferro con gli elmi in testa, con picche dando fuoco alle artegliarie, & inuitando quelle, che uenute non erano al combattere con suon di Tamburi, & di trombe, fecero si che Vluzali Capitan de Turchi lasciò con poco suo honore la tentata impresa. che dite di queste fortissime, & intrepide donne, che ad onta del Capitano, de soldati, & de gli huomini, iquali come fuggiti, saluorno la patria? A queste gloriose donne, non cede Martia Bronchia, che armatasi con le armi del marito, ilquale pien di paura se ne era fuggito, combattendo alle mura di Pisa, & passando tra nemici tanto potè, che liberò la patria. Onde il popolo liberato le fece una statua in segno di honore. poneremo anchora



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fra questa intrepida Schiera di ben nate donne la Madre d’Ircano, la quale essendo stata presa da’nemici, & tormentata alla presenza dell’figliuolo da Tolomeo; accioche Ircano leuasse l’assedio, essa benche fosse vecchia, sopportaua i tormenti, & con voce altissima pregaua il figliuolo à combattere, & non lasciar l’impresa, segno veramente di un animo forte. Non lasciaremo sotto silentio la madre di Cleomene Re de’ Spartani, la quale essendo data à Tolomeo per ostaggio, mostrando di volere mantener la fede con lui, cioè di non far pace co i nemici senza il suo consenso, & perche hauea inteso la Madre di Cleomene, che i nemici li offeriuano la pace con honorate conditioni, gli scrisse, che à patto veruno non volesse perdere quella pace per saluare il corpo di una vecchia, essendo quella pace honesta, & vtile alla patria sua, non si può dire, che costei non fosse di vno inuitto, & forte animo, che per la salute della sua patria sprezzaua la propria vita. Grandi, & merauigliose furno le opere delle donne Argiue sotto la scorta di Telessilide contra Cleomene Re di Sparta, hauendo costui fatto morire vna gran quantità d’Argiui, andò con l’essercito sopra Argo per pigliar la Città, ma le donne hauendo deliberato di diffenderla, fatta lor capo Telessilide si appresentorno con le armi sopra le mura, della quale cose molto si merauigliò l’inimico; il quale hauendo dato piu uolte l’assalto in uano con gran perdita de’suoi, fù finalmente constretto à ritornare in dietro. le istesse donne cacciorno fuori Demarato Re, il quale hauea occupata vna parte di Argo chiamata Pamphilia, cosi fù per le donne conseruata la Città d’Argo nella sua libertà, basti di queste lequali offrendo la propria vita saluorno la patria, percioche lungamento ne trattarò nel capo dell’amor delle donne verso la patria, & veniamo à gli essempi di quelle ualorose donne, le quali per fuggir la seruitù de’ nemici si sono uolontariamente uccise, percioche non facendo in modo tale sarebbe stato à loro graue infamia come dice Aristotile. Quia id non facere turpe est; magis enim timet turpitudinem uir fortis, quam mortem. La prima sarà Monima Milesia moglie di Mitridate, la quale hauendo intesa la perdita della guerra, & la fuga di Mitridate suo marito, elesse di vccidersi, & leuandosi la corona della fronte se la cinse al collo, & s’impiccò: ma quel capestro non potendo per la sua debolezza sostenere la grauezza del corpo, si ruppe, & ella disse ò maledetto Diadema in cosi tristo offitio non mi hai ancho seruita, & sputouui sopra disprezzandolo, & sùbito chiamò Bacchide eunucho, & si fece ammazzare, come dice Plutarco: morte veramente generosa, & questo, che fù atto di fortezza, lo pone il Passi nel suo libro per atto di disperatione, la qual cosa non dice Plutarco, ne credo che da niuno per tale sia stato stimato, sapendosi che Magis timet turpitudinem uir fortis, quàm mortem. Et questa era la seruitù, & la potenza regia, che le soprastaua. Rossona, & Statira sorelle del sudetto Mitridate pigliorno il ueneno, & lodorno sommamente il fratello, che le hauea fatte auisate del pericolo, & cosi morirno per fuggir la seruitù del nemico.

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Non merita silenzio Zenobia Regina d’Armenia, la quale fuggendo col marito gl’ Armeni, & non potendo soffrir il tranaglio [travaglio] del correre, perche era grauida, pregò saldamente il marito Radamasio, che l’amazase per non restar captiua, ilquale dopò molte lagrime le diede col ferro nella gola, & getola nel fiume Arasse. Et Cleopatra figliuola di Ptolomeo Pitone Re dell’Egitto molto più temè la vergogna, che non amò la vita; che essendo certa di essere menata in trionfo da Cesare Augusto, & essendole tolta ogni commodità di potersi uccidere, fece portarsi de’ fichi con molte foglie, fra le quali era un Aspide, tolto i fichi, porse lietamente per fuggir l’imperio altrui il suo candidissimo petto à i morsi uenenosi del freddo Aspide, & cosi in poche hore finì la uita, & priuò di una grandissima allegrezza Cesare Augusto, che credeua di condurla seco à Roma in trionfo. Vn chiarissimo essempio di fortezza fù la moglie di Stratone principe di Sidonia, il quale essendo assediato, & uicino ad essere preso da’ nemici, essa non potendo sofferir tanta uergogna, & indegnità lo ammazzò, & con l’istesso ferro passò à se stessa il petto albergo di eterno ualore. Mi souiene etiandio della nobilissima donna nominata Dugna, la quale per fuggir la seruitù, & non uenir nelle mani de’soldati di Attila Re degl’Vnni, si annegò. Ma considerate un poco la generosa fortezza delle donne Phocesi, le quali si contentauano di morire arse nel fuoco, se Diaphano perdeua l’essercito; & haueuano apparecchiate le legna per non andare nelle mani dello inemico. ne uoglio lasciare l’essempio illustre della moglie di Phanto. Tolomeo dopò che hebbe fatto scorticare il corpo morto di Cleomene suo nemico, uolse che fossero fatte morire Cretesiclea madre di Cleomene, & i figliuoli, & insieme la moglie di Phanto, la quale era donna bellissima, & di animo forte, & ualorsos. costei hauea seguito il marito nell’esilio sopportando la fortuna nemica, & le fatiche, mentre gli altri ueniuano menate alla morte, e confortaua con dolcissime, & amoreuoli parole la madre di Cleomene, la qual lietamente andaua alla morte per fuggir la seruitù; ma come furno giunti al luogo oue sogliono far morire i malfattori, prima uccisero dinanzi à gl’occhi delle ardite donne i miseri bambini figliuoli di Cleomene, dopò i fanciulli, Cretesiclea fecero morire, & mentre moriua, la moglie di Phanto le acconciaua i panni intorno, sempre confortandola: rimase sola la moglie di Phanto, & essendo di petto forte, & intrepido senza trar sospiro, ò lagrima si accomodaua, come uoleua morire, ne comportò la castissima donna, che alcuno se le accostasse, fuorche colui, che la douea uccidere, & fece una morte degna di una tanta donna non senza stupore, & merauiglia del crudel Tiranno. Non merita silentio la moglie di Asdrubale, che hauendo inteso la graue perdita del marito, & per timor di seruitù si gettò in uno ardentissimo fuoco con tre fanciullini. Ma che dirò io di Sophonisba figliuola di Asdrubale, & moglie di Siface, la quale hauendo inteso che il marito era preso, & il campo rotto, determinò piu tosto uolere morire libera, che uiuere in seruitù, come il Trissino nella sua tragedia la fa dire.

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Sarà, ch’io lasci la regale stanza,

E lo natiuo mio dolce terreno;

E ch’io trapassi il mare,

E mi conuenga stare

In seruitù sotto il superbo freno,

Di gente aspra, e proterua,

Nemica natural del mio paese.

Non fien di me, non sien tai cose intese;

Piu tosto uo morir, che uiuer serua.

Notate queste bellissime parole, che dice poco piu sotto, degne senza dubbio di un animo generoso, & forte.



La vita nostra è come vn bel thesoro,

Che spender non si deue in cosa vile

Ne risparmiar nell’honorate imprese,

Perche vna bella, & gloriosa morte

Illustra tutta la passata vita.

E come la ualorosa donna hebbe ueduto Masinissa, Re de Massusi li andò incontra, & la gratia, che à lui domandò, fù, che non la lasciasse andare in seruitù de’ Romani dicendo.



E se ciascuna via pur ui fia chiusa

Da tormi da l’arbitrio di costoro,

Toglietemi dal cor col darmi morte.

Questa per gratia estrema ui domando.

Et quando Masinissa le mandò il ueneno non hauendola potuto diffendere, l’accettò uolentieri, & lo prese senza pianto, ò sospiro, & senza mutarsi di colore, come l’istesso Autore fa dire à una serua.



Oue senza tardar prese il ueneno,

E tutto lo beuè sicuramente

Infino al fondo del lucente uaso.

Ma quel che piu mi par merauiglioso,

E, ch’ella fece tutte queste cose

Senza gettarne lagrima, ò sospiro;

E senza pur mutarsi di colore.

Donna certamente degna di ogni lode, & finalmente se ne morì inuitta, & gloriosa. Ma che dirò di Sofronia, la quale mentre il soldano Aladino uoleua abbrusciare, & uccidere i miseri Christiani, pensò di volere con la sua morte diffendere l’altrui uita come dice il Tasso nel lib.2 stan. 17.



A lei, ch’è generosa, quanto è honesta,

Venne in pensier come saluar costoro.

Moue fortezza il gran pensier; l’arresta

Poi la vergogna, e’l virginal decoro;

Vince fortezza: anzi s’accorda, e face

S’è uergognosa, e la uergogna audace.

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E il Tasso quasi merauigliandosi di tanta fortezza dice, mentre s’era appresentata al Tiranno Aladino, & hauea scoperta se medesima inuolatrice della imagine.

Cosi al publico fato il capo altero

Offerse, e’l uolse in se stessa raccorre:

Magnanima menzogna, hor quand’è il uero

Si bello, che si possa à te preporre?

E quando ella uide il misero Olindo uenire ad offerirsi egli alle medesime pene per slegare lei disse.



Non son io adunque senza te possente

A sostener ciò, che d’un huom può l’ira?

Ho petto anch’io, ch’ad una morte crede

Di bastrar solo, e compagnia non chiede.

E Clorinda sopragiungendo, & uedendo costoro, se fa loro uicina, & li mira, & uede Olindo gemere, & tacere Sofronia.



Cedon le turbe, e i duo legati insieme

Ella si ferma à riguardar da presso;

Mira, che l’una tace, e l’altro geme:

E piu vigor mostr’il men forte sesso.

Ma se mostraua piu uigor, non era men forte, ma piu forte come si puo conoscere per tanti essempi scritti da gli Historici, & da Poeti. Non uoglio che resti à dietro Polissena figliuola del Re Priamo fortissima nelle miserie, & nella morte, la quale essendo anchora fanciulla fù condotta alla tomba di Achille, & ricordandosi della sua stirpe regia uolentieri si lasciò uccidere piu tosto, che gir serua de gli argiui, & la sua morte, & il modo di morire lo descriue Ouidio nel lib.13. dicendo.

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