Author: Marinella, Lucrezia (1571-1653)



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Fortis, & infelix, & plus quàm foemina virgo

Ducitur tumulum: diroque fit ostia busto.

Qua memor ipsa sui, postquàm crudelibus aris

Admota est: sensitque sibi fera sacra parari,

Vtque Neoptolemum stantem, ferrumque tenentem,

Vtque suo vidit fingentem lumina vultu,

Vtere iandudum generoso sanguine, dixit.

Nulla mora est: aut tu iugulo, vel pectore telum

Conde meo; iugulumque simul pectusque retexit,

Scilicet haud ulli seruire Polyxena vellem

Haud per tale sacrum numen placabitis ullum.

Mors tantum vellem matrem mea fallere posset;

Mater obest; minuitque necis mihi gaudia: quamuis

Non me a mors illi, verum sua vita gemenda est.

Vos modo, ne stigios adeam non libera manes,

Este procul; si iusta peto tactuque viriles

Virgineo remouete manus, acceptior illi.

[Page 53]



Quisquis is est, quem cede mea placare paratis,

Liber erit sanguis, si quos tamen ultima nostri

Verba mouent oris, Priami uos filia regis

Nunc captiua rogat, genetrici corpus inemptum

Reddite, ne ue auro redimat ius triste sepulchri,

Sed lachrimis. tunc cum poterat redimebat, & auro.

Dixerat: at polpulus lachrimas, quas illa tenebat,

Non tenet, ipse etiam flens, inuictusque sacerdos

Prebìta coniecto rupit praecordia ferro.

Illa super terram defecto poplite labens,

Pertulit intrepidos ad fata nouissima vultus;

Tunc quoque cura fuit partes uelare tegendas:

Cum caderet; castique decus seruare pudoris.
Che ui pare di questa fortissima donzella degna ueramente di eterna lode? & di tante altre ch’io tralascio; ma che diremo noi della fortezza di tante tantissime vergini, le quali per conseruarsi nella fede di Christo, & fuggir le bruttezze de’peccati esposero la uita à mille tormenti, & acerbi stratii, & narrando Lucillo Martinenghi la fortezza di una vergina nel suo libro di Santa Margherita Pelagia dice.

Con le ginocchia ripiegate à terra

Altra star uede, e starui ancor pendente

Il manigoldo, che la spada afferra,

E alzata e cala il colpo à lei fendente,

Tremante ha’l braccio, e suolto, ei che non erra

Ne’l suo ferir, & ella Il core ardente

Tien fermo, e igniudo il collo, e differisca

Per tema il ferro, incolpa, e non ferisca.
Che ui pare di tanta intrepidità, & fortezza? ditemi di gratia à chi non porgerà merauiglia il generoso animo di quella gran donna, la di cui soprana fortezza scriue fra moltre altre opere simili fatte da altre grand donne, Luigi tansillo non suo libro delle lagrime di San Pietro, hauendo prima raccontato la fortezza di Felicita, che con sette giliuoli si espose corragiosamente al martirio; di un’altra, che parimente sette ne hauea, che fù mossa quasi da inuidia, per la gloria di quella, cosi dice.

Quasi di tanta gloria inuidiosa

Ecco altra donna, ch’altrettanti figli

Non pur sotto il martir uede gioiosa,

Ma par ch’ella gli inanimi, e consigli

A morte desiar cruda, e penosa:

I giouinetti non ancor vermigli

Del sangue lor.

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Io stupisco, ne mi ricordo di hauer letto mai di huomini, cosi intrepidi, & forti. Ma non uoglio lasciare sotto silentio la mia Colomba Vergine santissima, & sprezzatrice di pene, di fortezza essempio raro, à cui essendo mandato da Aureliano i ministri per prenderla, la ritrouaro, che porgeua à Dio preghi, & pianti: ne si smarrì punto, benche il suo castissimo petto fosse presago di futuro tormento, & di morte come io medesima dico nella uita di lei in questo modo.

Come lor vede il pianto affrena, e sorge

Certo, e presago l’intrepido petto

Di futuro martir; ne gia si scorge

Di viltà segno nel regale aspetto:

Ma di proprio uolere à quelli porge

Bianche man piu che neue ò auorio eletto

Ond’aspra fune ambe l’unisce, e stringe

Che di brutto liuore il candor tinge.

Et nel 4. canto quando vdì la sentenza del Tiranno, che la condannò à morte, hebbe tanto gaudio, & allegrezza, che impossibile è à dirlo, & vdite.



Al fero annuncio, al formidabil detto,

A questo crudo, e moribondo auiso

Non già si scosse il generoso petto,

Ne scolorossi il colorito uiso;

E men turbossi il suo sereno aspetto,

Ne il cor ch’unqua da Dio non fù diuiso:

Ma lieta, e in voce lieta, come suola

Christo lodò con tacite parole.
Qual è colui, che udendo l’annuncio di morte non si impallidisca, & tremi? ma queste ualorose donne haueano allegrezza, & giubilo, come quelle che non temeano la morte. Io di simili ne potrei addurre infiniti essempi, ma bastino queste. Ma pure io son sforzata di scriuere questo altro essempio narrato da Plutarco delle donne de’Cimbri, le quali hauendo intesa la perdita, & fuga de’ Cimbri si uestirno di bruno, & salirno sopra carri, & si accamporno poco lontano dal campo, & secondo che i Cimbri fuggiuano i Romani, esse li amazzauano, & alcune di loro strangolorno i mariti, i padri, & i fratelli; altre i bambini con le proprie mani, & lor gettauano sotto i piedi alle bestie, & sotto le rote delle carette, & poi il ferro riuolgeuano in se stesse, & si uccideuano per fuggir la seruitù de Romani: dicesi, che una donna essendosi attaccata alla cima di un timone si legò con un capestro i figliuoli à i suoi taloni, & cosi finì la uita. Hauendo Filippo Re di Macedonnia fatti morire molti huomini nobili uolse dipoi per sicurtà sua imprigionare i figliuoli di coloro, che hauea ingiustamente fatti morire. Poco inanzi hauea fatto uccidere un chiamato Herodiano capo de Tessali, & ancho duo suoi generi. Onde le figliuole restorno senza

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Padre, & vedoue. Vna era chiamata Teossena, l’altra Arco. Teossena fù richiesta da molti per moglie; ma sempre ricusò. Ma Arco si maritò, & generò molti figliuoli, & poi morì. Teossena prese per marito Poride già di Arco sua sorella, il quale era Padre de’ figliuoli; perche era tanto l’amore, che à lor portaua, che uoleua, che s’alleuassero per le sue mani, & come s’ella medesimo li hauesse partoriti, li nutriua, et ammaestraua con somma diligenza, ancor ella ne hauea generato uno, & era di poca età, quando vscì il bando di Filippo do uolere incarcerare tutti i figliuoli, che erano parenti di coloro, che erano stati per suo commandamento amazzati. Teossena, che donna di grand’animo era, come intese questo per l’amore, che a lor portaua, non uoleua à niun modo, ch’andassero à stare in seruitù con Filippo; Onde determinò d’vcciderli. Ma Peride hauendo in abominatione si fatta crudeltà, disse di condurli salui in Atene ad alcuni suoi amici, & mentre che la notte sotto il silentio della notturna ombra acchetaua i trauagliati cuori, montaro in una naue tutti i figliuoli, Teossena, & Poride. Ma perche la portuna seguita quasi sempre gli huomini, in tutta notte per grandissima fatica, che si fosse mai fatta, non potè la naue andare innanzi hauendo il vento contrario, et il Sole lasciando il materno seno, portaua la luce a’ mortali, quando la guardia del porto del re si accorse che fuggiuano, & però mandorno molti armati dietro alla naue con comandamento, che tornare non douessero senza quella. Poride attendeua à sollecitare i marinari, & pregaua gli Iddii, che loro porgessero aiuto: in questo mezo la magnanima donna conoscendo, che fuggire non si poteua, mise dauanti à gli occhi de’fanciulli un uaso pieno di ueneno, & vn pugnale ignudo, & disse loro; figliuoli miei carissimi, queste sono le uie della uostra libertà, & queste due cose sono le uie della morte: eleggete qual più ui piace per fuggir la seruitù, & la superbia Reale. Horsù, voi che siete giouini, pigliate il ferro, & uoi che pargoletti siete, pigliate il veneno, se à voi piace morte piu lenta. I nemici erano uicini, & ella alcuni col ueneno, alcuni altri col ferro hauea affrettati al morire, & poi mezzi uiui li gettò in mare: et ella abbracciando il marito fido compagno ne gli affanni si gettò loro dietro, e cosi fuggì la seruitù questa donna, degna veramente d’eterna memoria. Né merita silentio quell’atto magnanimo, & Heroico di una gran gentildonna Cipriotta. Doppo che da’ crudi Turchi presa fù Nicosia Città nobile, et illustre dell’Isola di Cipri, caricorno sopra tre navigli le più nobili spoglie, & pretiose cose di quella misera Città: fra questi vasselli vi era un galeone, nel quale furo poste le piu nobili schiaue, & le mandorno dritto à Costantinopoli al gran Signore. questa donna Cipriotta sdegnando la seruitù de’ Barbari, accese il fuoco nella monitione, & in poco di tempo tutte le donne, & tutti gli huomini morirno, da pochi infuora, che nuotando si saluorno, atto certo degno d’eterna lode, e mentre girerà il Cielo rimbomberà la fama del tuo petto, nemico di tirannica seruitù. Onde per questa opera ragioneuolmente deuono à te nell’altra vita essere obligate

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tutte quelle altre gentildonne, che abhorriuano cosi crudele, & barbara seruitù. essendosi seruate Christiane, & caste.

Delle Donne prudenti, & nel consigliare perite.

Cap. IIII.

Fra tutte le uirtu dell’anima, par che resplendi piu nobile appresso ogn’uno la prudenza, essendo quella per mezzo della quale l’huomo determina, & consiglia quel, ch’egli può operare intorno per il piu à cose difficili, & importanti, eleggendo il meglio: & però disse Aristotile nel lib. 6. dell’Etica al cap. 6. Prudentis est bene consulere, & in angendo versatur & nel 7. à cap .3. che egli habbia per fine di ritrouare il bene, lo dimostra, dicendo. Prudentis non est sponte agere, quae sunt praua. Et nel lib.6.c.9 Quaerunt sibi quo bonum, idque agendum esse extimant. Et veramente nel determinare, se si habbi ad operare, ò non operare intorno à qualche difficile auuenimento, ò accidente, si scuopre la sottigliezza, & viuacità d’ingegno: che non sempre consiste la prudenza nell’operare; ma anco in non uoler operar; considerando il prudente che li apporta più vtile, ò honore il non operare, che l’operare; ma ueniamo à gli essempi. Prudentissima fù Artemisia regina della Caria, che con molte naui era andata in aiuto di Xerse, & lo consigliaua con viuacissime ragioni à non combattere con disperati, ma tirare la cosa in lungo, mancando il uiuere à nemici, ricordandoli sempre, che questo non diceua per paura, ma per utile, & honore di Xerse; hauendo combattuto altre uolte nelle guerre nauali, non uolse Xerse pigliare il consiglio della Regina, et attaccò la battaglia, et fù perdente, come racconta Trogo. Ma che diremo noi della prudenza di giovanna fanciulla Lotoringia? che nella guerra operò con tanta prudenza, che recuperò molti luoghi al re Carlo, & à persuasione della medesima passo in Remi à torui la corona del Regno, come dice il Tarcagnota. Semiramis fù saggia, & prdudente, però Nino conoscendo la sua uirtù mai non facea cosa senza il suo consiglio. Et Ciro con Asaspia faceua il simile conoscendola tale in mille opere sue, & mentre si seruì de’ suoi consigli, tutte le cose li succedettero bene, et felicemente. Giulio Cesare racconta, che i Galli non faceuano determination’ alcuna senza l’interuenimento delle donne, et anco sin’hora, conoscendole piu di loro prudenti, si lasciano gouernare. Augusto si consigliaua con la moglie, de i cui saggi, & maturi consigli si seruì nelle cose importantissime del regno, & anco lasciò una sua certa seuerità rusticale, & si rese tutto mansueto, & clemente. Et Porcia non fù ella prudentissima? non fù prudente, saggia, & eloquente Cornelia

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madre de’ Gracchi? Giustiniano Imperatore sempre si consigliaua delle cose importanti del suo Impero con la fida consorte, per i cui saggi consigli sempre hebbero le cose felicissimo successo. Onde Aurelio Vittore dice nella uita di Giuliano Imperatore. Faeminarum praecepta iuuan maritos. Onde essendo i Tedeschi ammoniti da questa sentenza mai prendeano l’armi, come dice Cornelio Tacito, se non col consiglio delle lor donne; sapendo di quanta virtù elle siano piene; & da questo si può conoscere, che la donna sia l’honore, & la gloria del sesso maschile. Ma doue resta Pompea Plotina? che augumentò con la sua prudenza la gloria di Traiano. Come dice Paolo diacono nel lib. 13. I Lacedemoni sapienti prendeuano i consigli dalle lor moglie, & non operauano cosa alcuna, se à loro non la communicauano. Et gli Ateniesi conoscendo la prudenza delle donne uoleuano, che in tutte le facende, & partiti, che si pigliauano in Senato, elle dassero i loro suffragi, come ottimi Senatori. Onde Artisto. nella Politica nel libro 2. cap.7. parlando di loro disse. Multa in Lacedaemoniorum principatu à mulieribus administrabantur. Socrate benche fosse gran filosofo confessa hauere imparato molte cose da Diotima donna di sapienza, & prudenza. Plutarco scrittore illustre fa mentione nel libro delle donne, che gli antichi Francesi, poscia che con Annibale si furno accordati, & pacificati, fecero un decreto, che conteneua, che se alcuno Cartaginese riceueua qualche ingiuria, ò ingiustitia da uno di loro, le donne Galliche douessero esser giudici in cotal causa. Placida operò cosi bene col suo sano consiglio, che fece, che Ataulfo Re de’ Goti non rouinò, come destinato haueua con Barbarico furore, & superbe minaccie, la gran Città di Roma, anzi la restaurò. oltre questi essempi si può conoscere la prudenza della donna in queste cose. ella non rubba, come fanno gli huomini, ne auuenena. Et questo auiene per la sua prudenza. prudentissima fù ancora Caterina Madre del Re di Francia nel consigliare, & il Sauio Salomone considerando la sapienza della donna disse. Mulier sapiens aedificat domum suam. Loda l’Ario. Ginerua Malatesta di gran prudenza, & di lei dice nel can.46.


S’à quella etade ella in Arimino era

Quando superbo de la Gallia doma

Cesar fù in dubbio, s’oltre à la riuiera

Douea passando inimicarsi Roma

Crederò, che spiegata ogni bandiera

Escarca da Trofei la riccha soma,

Tolto hauria leggi, e patti à uoglia d’essa

Ne forse mai la libertade oppressa.
Mostrò etiandio grandissima prudenza Madama la Reggente nella Città di Bruselles, che acchettò gli animi di coloro, che si solleuorno, hauendo fatto un grosso numero di soldati, à quali nondimeno con una regal clemenza Perdonò. Non tralasciarò di dire la somma prudenza di Periaconconaù, alla quale essendo morto il fratello Ismaele,

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tenne la sua morte ascosa; e fattasi venire in palazzo sette de’ principali del regno con animo, & prudenza inestimabile egli essortò a deporre gli odii, che erono fra loro per conseruatione dell’imperio Persiano, ilquale se mai hauea hauuto bisogno de snoi [suoi] Sultani vniti, mostrò, che alhora ne hauea grand bisogno; perche morto era Ismaele, & Cudabende, alquale di ragione perueniua il regno, era lontano. Onde portaua pericolo, che diuolgatasi la morte del Re, & essi durando nelle loro inimicitie, il Regno andasse in ruina. Onde essi Sultani sarebbono sforzati per le loro discordie a viuere sogetti a loro nemici Turchi, & Tartari. Onde per la prudenza di questa gran donna obliorno le inimicitie loro, & insieme con lei acchetorno le cose discordi del regno. Questo dice Mambrino Rosco nelle Istorie del mondo. doue lascio io Elisabet Regina d’Inghilterra, che con la sua prudenza ha superato, & supera infinite difficultà, ha ella scoperte infinite congiure de popoli suoi, Mille tradimenti di Principi esterni, & con maturità d’ingegno liberatasi. si ha difesa da grandissime armate, che dich’io diffesa? anzi superate, & vinte, & con vna somma prudenza per tanti & tanti anni ha retto, & regge i Regni a lei soggetti. Ma doue rimane Semiramis, laquale essendo mandata a torre da suo marito Menone, non si tosto giunse nel campo essendo ella prudentissima, che mostrò, come si potesse pigliare la rocca de’ nemici, & cosi per il suo consiglio la prese. Onde Nino Re de gli Assirii molto si merauigliò del suo ingegno, come dice il Tarcagnota. Et Tanaquil con la sua prudenza fù cagione, che Seruio Tullo fù accettato Re dopo la morte di Tarquinio. Ma si scuopre la prudenzza tutto il giorno non dirò di alcuna Regina, ò Signora, ma d’ogni vil donnaciuola nel gouerno delle case, & delle famiglie, conseruando elle la robba, & le facultà da maschi acquistate,2 & distribuendola secondo i bisogni, & i tempi con sommo antiuedere: & infelici gli huomini, & in particolar quelli della Francia, & della Alemagna se le donne lor non gouernassero le facultà; percioche in breuissimo tempo diuenirebbono poueri, & mendichi. Ma si lasciano gouernare, percioche conoscono la lor prudenza, & i Francesi non maneggiano si può dire vno danaio, se non lo addimandano alla moglie. Tralascio di raccontare, che ne’ medesimi paesi le donne attendono a traffichi con tanta diligenza, che non cedono al primo mercante di tutta Italia; segno di grandissima prudenza.
[Page 59]

Delle donne giuste, & leali. Cap. V.

Chiamò Speusippo la giustitia vn habito, ò virtù dell’anima, che distribuisce, & da a ciascuno quel, che è necessario secondo la dignità, & il merito di colui, a chi è dato. & la manifesta dicendo. iustitia est habitus vnicuique pro dignitate distribuens, & cosi anco la descrisse Aristotile, et Cicerone. et senza dubbio se il giusto opera cose giuste, come si legge nel .2. dell’Ethica al capitolo quarto, è cosa necessaria che egli dia a ciascnno [ciascuno] il suo, sia facoltà. ò honore, ò altro. & però la giustitia tiene il principato fra tutte le altre virtù morali; essendo ella piu vtile della temperanza, & della fortezza, come si legge nel terzo dell’Ethica al capitolo terzo, & considerando la sua eccellenza Aristotile disse. iustitia est magis mirabilis Hespero, & Lucifero.3 Giusta era Isabella di Aragona. & giusta come dice Vergilio fù Didone come si legge nel libro primo dell’Eneide.

Iura dabat, legesque viris, operumque laborem

Partibus aequabat iustis.

Et questi versi latini tradutti in volgar da Annibal Caro cosi suonano



E mentre con dolcezza editti & leggi

Porge alle genti; & con egual compenso

L’opre distribuisce, e le fatiche;

Giustissima fù Talantia donna Spartana; perche essendo venuti a Sparta alcuni fuoriusciti Chii a lamentarsi a gli Ephori di Pedareto lor gouernatore, come hebbe questo inteso Talantia, che Madre del gouernatore era, fece venire a se quelli Chii, & diligentemente vdita la querela loro, & conoscendo che a torto non si lamentauano, scrisse una lettera al figliuolo diquesto tenore. Di due cose risolueti di farne vna, ò di gouernare Chio con giustitia, ò restare costi perpetuamente, ne mai ritornare a casa; & sepur vuoi ritornare a Sparta, sappi certo che poco viuerai. Da questo si può conoscere, quanto le donne siano amatrici della giustitia, & dell’honesto gia che sprezzano i figliuoli, che amano tanto accioche il giusto non resti negletto.

[Page 60]

Delle donne Magnifiche, & cortesi. Cap. VI.


E La magnificenza vna virtù dell’anima, che versa intorno a cose, & attioni, che ricercano grandissima spesa per fine di honore. & apunto cosi la descriue Aristotile nel quarto dell’Ethica. Ne si domanda magnifico colui, che in cose picciole, ò mediocri secondo la sua dignità spende, ma piu tosto liberale, & ideo magnificentia in sumptuosas actiones diffunditur. Deuono però spendere i magnifici in cose publiche, come palagi, Tempi, Sacrifitii, Duomi, aiuti communi, giuochi, & simili cose. Deuesi sempre hauer riguardo alla grandezza di colui, che spende, & ancho alla cosa intorno alla quale spende. Si conuengono queste spese specialmente a coloro, che hanno operato qualche cosa di notabile; ouero che da suoi maggiori sia stata fatta. & similmente a nobili, & illustri; perche chi molto spende intorno a cosa di poco momento, non magnifico, ma sioccho si chiamarebbe. Grande, & marauigliosa veramente fù la magnificenza di Semiramis Regina de gli assirii, che dopo la morte del marito edificò la gran Città di Babilonia appresso l’Eufrate, di figura quadrata, che giraua più di trentasette miglia. le sue mura erono larghe cinquanta cubiti, & alte più di ducento, come Erodoto racconta. Fù la muraglia di questa Città di mattoni, & haueua ducento e cinquanta torri. Ne mattoni crudi erano impresse varie imagini di fiere, & ciascuna era del suo colore, in modo che il circuito faceua vna bellissima vista di caccia. et in luogo di calcina fece adoperar bitume, che molto in quelle parte ne era. Fù fatta con incredibile celerità, lauorandoui piu di trecento mila huomini, et in men di un’anno fù finita. Nel mezo di questa città edificò Semiramis vno altissimo, & magnifico Tempio, nella cui sommità andauano gli Astrologhi Caldei ad osseruare l’orto et l’occaso delle stelle. Qui anco drizzò vn Obelisco di cento e cinquanta piedi che fece ne’ monti d’Armenia incidere. Molte altre nobili città oltre questa edificò tra il Tigre, et l’Eufrate: fece vn bellissimo, et ben ornato giardino nella Media, et poco lungi fece intagliare la sua imagine in vn monte lungo duo miglia, con cento donzelle intorno, che con lieto et amoreuole sembiante l’appresentauano. Costei adeguò i monti altissimi al piano verso la Persia; et altroue fece eguali le disuguali valli facendoui fare di passo, in passo argini, che furono poi detti gli argini di Semiramis. Eresse nella città di Echbatana vn palazzo con vno acqueduto, che per condurlo bisognò tagliare la cima del monte Oronte. Ma basti di questo a mostrare quanto fosse questa Illustrissima Regina magnifica, et splendidissima. racconta il Tarcagnota tutto questo, et altri scrittori. Maginfica anchora fù la Regina Nitocre, laquale cinque anni doppo Semiramis resse gli Assiri, et fece un lago, oue l’acque de l’Eufrate si

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mandauano, laquale cosa era bellissima fra le altre cose illustri da costei fatte. Magnifica fù Artemisia, che doppo che le fù morto il caro marito Mausoleo, li fece vn sepolcro, ilquale fù vna delle sette merauiglie del mondo. Costei nel farlo adunò insieme quattrocento famosi, & eccellenti scultori, & lo fece fare di marmo finissimo. Dal lato di tramontana & di mezzo giorno, era piu lungo che ne gli altri dui. Il circuito di questa grand’opra giraua quattrocento, & vndici passi. Era alto venticinque cubiti. Da l’Oriente il Scopa, da l’Occidente Leocare, dalla tramontana Briarce, & Timoteo dal mezo giorno adoperano l’ingegno in lauori bellissimi. Vn’altro illustre Scultore vi fece nella cima vna caretta tirata da quattro caualli di marmo. Onde quando fù finita questa stupenda opera. Era alta cento, & quaranta piedi. Laertio dice che Anassagora vide questo merauiglioso sepolcro, & che lo chiamò pretioso sepolcro, & vn simulacro delle ricchezze: & questo Mausoleo, a cui fece questo sepolcro la fida Artemisia, fù Re di Caria. Di animo generoso & magnifico fù la Regina Elisa, che poi per il suo valore fù chiamata Didone. Costei, come è già nota, fuggendo l’ira, & l crudeltà del fratello, nauigò in Africa. mentre nauigaua, rapì come dice il Tarcagnota ottanta fanciulle Cipriane. Oltre queste fanciulle venne volontariamente vn sacerdote con la moglie, & con i figliuoli ad imbarcarsi, & partirsi con lei. giunta in Africa comprò il terreno da edificar la Città. Laquale nominò Birsa, & poi chiamorno Cartagine. Che in lingua Punica suona città noua. questa città fù magnifica & ornata di collonne & di altre commodità come dice Virgilio nel primo libro dell’Eneide facendo mirare le sue grandezze che allhora si faceuano ad Enea & ad Achate.


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