I santi Vol. III doc. 183 – 253 Centro Studi Suore delle Poverelle – 1999 – Bergamo I santi I santi



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Don Luigi Palazzolo

Predicazioni, catechesi e altri scritti



I Santi

Vol. III
Doc. 183 – 253

Centro Studi Suore delle Poverelle – 1999 – Bergamo



I Santi


I Santi


183
I SANTI

Ragionamento


La forza dell’esempio è potente su di noi! Questa inclinazione di far ciò che gli altri fanno, è come nata con noi, per modo che, per fin ne’ pargoletti e ne’ fanciulli, si palesa a meraviglia, e così, se voi li condurrete a vedere una bella festa, ed essi tutto il dì saranno affaccendati nel fare e disfare piccoli altari, e celebrarvi funzioni a loro talento. E se vedranno giuochi di cavalcare, di torneamenti, di giostre e simili, anch’essi li vedrete cavalcare bastoni, e con tutta lena, correre in giro, e batter palma a palma, e gridare come se fossero veri giocatori.

Che, se poi avviene di vedere l’esercizio del militare, o quanto s’infiammano d’esser militari anch’essi, e si provvederanno di spade, e attaccheran battaglia co’ compagni, e si glorieranno di rimanere feriti.

Ma questa inclinazione poi si manifesta ancor più forte negli uomini, sebbene non in ogni cosa, così di leggeri, ma, come forniti di maggiore prudenza, solo in quelle cose che sono loro possibili e convenienti. E però, siccome tante volte, del volgere le spalle e fuggire nelle battaglie, fu cagione la viltà e lo spavento di pochi, così talora nella fuga disperata, il far atto repentinamente e rivoltarsi al nemico, e combattere valorosamente, e romperlo, e sbaragliarlo, fu merito d’un prode che, fattosi cuore, nel primo diè esempio sì luminoso che trasse gli altri ad imitarlo.
Ora, o miei cari, la S. Chiesa Cattolica, nostra madre amorosa, pur troppo ricordevole della forza che ha su di noi l’esempio, ci propone in questo dì, quello de’ santi, perché, così animati, informiamo il nostro spirito al loro e viviamo da buoni cristiani, per poi goderci, insiem con loro, la vita eterna. Però io, adesso verrò celermente svelandovi come l’esempio de’ santi deveci essere di eccitamento se tiepidi, e di conforto se tribolati.

Voi ponete attenzione: sarò brevissimo.


1. O fratelli, se vogliamo che l’esempio de’ santi ci sia giovevole assai, convien prima fermarci ben alla mente questa verità, che i santi non sono persone di altra natura che la nostra; sono uomini come noi, della medesima specie e natura.

Ora, vi domando io, se i santi sono uomini come noi, perché non possiamo fare noi quello ch’essi han fatto? Adesso io non parlo di cose strepitose che i santi han fatto, e di digiuni prolungati a più giorni, e di sanguinose discipline e di rapimenti e di intime comunicazioni colla divinità. No! Se Dio vorrà da voi queste cose, vi darà anche lo spirito conveniente. Ma parlo solo di cose comuni e giornaliere.


Sappiate che lo spirito della perfezione, come dice S. Bernardo, non è già posto in fare cose grandi e molte, ma nel fare cose comuni e giornaliere, ma non comunemente, cioè con spirito, con rettitudine d’intenzione, con amore.

Sappiate che la più sublime santità è posta nel perfezionare i doveri del proprio stato. Iddio, nella creazione, comandò che tutte le piante producessero frutti, ma ciascheduna poi secondo il suo genere; "juxta genus suum". Ora ogni mistica pianta, figura dell’anima, deve produrre frutti di santità, ma ciascheduna secondo il suo stato. In diverso modo debbono essere divoti e tanti Elia nel deserto e Davide sul trono. E quelle pratiche che santificarono Samuele nel tempio, non possono santificare Giosuè tra le armi.

Il fine però della perfezione, cioè l’amore di Dio, era uno e lo stesso in tutti, ed in Elia, e in Davide ed in Samuele ed in Giosuè ed in S. Bernardo, ed in Ignazio, ed in S. Benedetto, ed in S. Francesco di Sales, ed in S. Ilarione, ed in S. Caterina da Siena, sebbene in più cose tenessero diverse vie per giungervi.

E per conseguenza, avea tutti lo stesso spirito, di voler ubbidire ai comandamenti di Dio, abbandonarsi in Lui eseguire in tutto e per tutto la sua volontà.

E quando conoscevano essere alcuna cosa cara e gradita al loro Gesù, quella operavano con amore e con gioia, palesamente calpestando ogni diceria, rompendo ogni attraversamento. E quando vedeano essere una tale opera non di piena volontà del loro Diletto, ed essi cessavano subito e si ritiravano contenti, perché non voleano dare un passo che non fosse sulla via pura e semplice del Paradiso.
2. Ora questo, o fratelli, è quello che dobbiamo fare noi e lo possiamo, ad imitazione dei santi, se vogliamo divenir beati. Ma per poterci servire dell’esempio de’ santi, dobbiamo fare in modo che frequentemente abbiamo presenti alla mente le loro operazioni per così dire adattarle alle nostre circostanze e farcene imitatori.

Ora in questo riusciremo a meraviglia, col leggere le loro vite, coll’ascoltare le loro lodi, coll’udire la parola di Dio.

E quei che san leggere, dovrebbero reputarsi a somma gloria il raccontare le vite de’ santi agli amici, fra le compagnie, nelle adunanze della sera, e così istruire quei meschini, che di tali cose non ne sanno punto, e sono quasi privi di modi con cui poterne imparare.

Questi dovrebbero essere i dilettevoli ragionamenti, intemerati compagni e del lavoro e del riposo, e vi assicuro, o fratelli, che vi riuscirebbero carissimi assai più che mille altri discorsi di fole e di sogni, per tenermi dal peggio, che intorbidano la mente, inaridiscono lo spirito, ed ahi, quante volte tolgono l’innocenza e rovinan l’anima!


Deh! o fratelli, quanto bene vi apporterà l’aver cognizione delle vite dei santi, quanti modi troverete in esse per avanzarvi nella perfezione con facilità e con gioia, quanto eccitamento, quanto conforto!


3. Talora vi sarà una sposa, una giovinetta pietosa, innamorata di Gesù che vive in continuo timore di perdere la divina grazia e della sua anima ha cura speciale, e frequenti volte l’abbellisce e la solleva co’ santi sacramenti e godesi tutta nell’orazione, e trae la vita con pace, nell’adempimento de’ suoi doveri e nel ritiro.

Ma che volete, tutta la famiglia è contro di lei, la sua pietà è derisa, proverbiato il suo ritiro, disprezzate le sue maniere.

In ogni suo lavoro si trova il mancamento, e la misera, ad ogni momento, avvilita e vituperata, s’angoscia e geme e va cercando un conforto ne’ suoi patimenti.

Ma qual conforto maggiore vi ha mai, che il trovare un virtuoso compagno, posto in simili ed anche più dure angustie, e vederne di diportamenti e seguitarlo?

Or bene, o anima afflitta, prendi a considerare Caterina da Siena, nel fiore della sua gioventù, e ti conforta in lei e tien dietro al suo esempio.

Niun’altro sposo avea divisato di volervi Caterina, che G. C.

A lui avea consacrato tutto il suo cuore tutta l’anima sua, tutta se stessa.

I fratelli suoi, che avean formato altri disegni sopra di lei, vedendola ferma e risoluta più che mai nel suo proponimento, tolsero a vituperarla e svilaneggiarla aspramente.

Non solo, caricarono sovra di lei sola i duri servizi della casa: e portar legna, e spazzare, e attinger acqua; più ancora, faceano tutti a chi di peggiori potessero fargliene in rimproveri, dispetti, villanie, strapazzi, come farebbesi d’una bestia e per soprappiù, in tutta la casa non le lasciarono cantuccio, né camera libera dove potesse raccogliersi con Dio.

E l’umile giovinetta, come diportavasi fra tante angustie?

Oh, Caterina, per nulla turbata, senza perdere la pace, senza richiamarsi offesa da tanta ingiustizia, senza dolersi delle fatiche, con lieto viso, soddisfacea ad ogni servizio della famiglia. Nel proprio cuore s’avea fabbricata una secreta celletta, e quivi dove nessuno potea sturbarla, vivea ritirata e tutta sola col suo Gesù, in mezzo a tante occupazioni.

Oh, sposa, o donzella, di cui io prima parlava, vedi Caterina e ti conforta nel suo esempio, impara da lei a vivere solitaria nella quiete del tuo Gesù, quantunque in mezzo al mondo, fra i disturbi degli uomini e dei lavori. Impara da lei a soffrire pazientemente ogni ingiuria e villania, e ti rallegra in pensare alla preziosa corona che ti prepari in cielo.

4. Vi ha forse un figlio, a cui par duro l’ubbidire ai genitori ed ai fratelli, perché forse non vedesi ricompensato de’ suoi favori, con quella gentilezza e bella maniera, ch’ei pure vorrebbe, e però trova ripugnanza nell’assoggettarsi a loro, e non può ridursi ad ubbidirli con pace e ilarità. Or bene, volga lo sguardo a Caterina, che tutto il dì lavora pe’ suoi e n’ha per premio strapazzi e villanie!

E come mai può viversi in pace e contenta e sollecita e diligente in quei duri servizi? Un solo pensiero è quello che la rende sì piena di gioia ne’ suoi travagli: essa facea seco medesima questa ragione, che suo padre fosse G. Cristo, la madre Maria, i fratelli gli Apostoli; ed a loro proprio s’immaginò di servire. Oh felice invenzione di un’anima fervente.

E chi di voi, o fratelli, non si sentirà mirabilmente infervorato a tener dietro a sì luminosi esempi?

5. Ma se vi ha cosa difficile e dura per la superbia dell’uomo, è forse il perdonare le ingiurie. Egli lo reputa viltà d’animo meschino. Ed ahi, quanti ve ne sono, o fratelli, dei cristiani, che vivono in continue discussioni ed inimicizie col loro prossimo, e non sanno ridursi a perdonar loro, e si vergognano di far pace, e cercano la gloria e l’onore nella vendetta e nel sostegno.

Meschini!... adunque è per voi vituperio il seguitar Gesù Cristo che scusò al Padre i suoi crocifissori?...

Ma deh, stolta risposta che essi mi danno!... "Gesù Cristo, essi rispondono, era quello che era! cioè vero Dio, ed io sono un uomo!".

Miserabili, ed i santi, vi soggiungerò io, erano uomini come voi, e non eran Dio, eppure essi poneano tutta la gloria della loro vendetta nel generoso perdono!

Ignazio di Loyola discendea da famiglia nobilissima di Spagna, era cresciuto alla corte dei re, poi datosi alla milizia; e se eravi persona a cui il perdonare dovesse parere viltà, il dimenticarsi delle offese era stoltezza era egli. Ma Ignazio, che di vero cuore erasi dato a seguir G. C. Conoscendo pur troppo quanto sia falso il mondo ne’ suoi giudizi, udite qual fu il suo diportamento con chi lo avea offeso.

Un suo amico, a cui Ignazio avea consegnato una cotal somma, rubatala, se ne fuggì. Al santo dolse più del peccato di quel misero che del suo danno, (da che il danno non era veramente suo ma piuttosto di coloro al cui bene egli avrebbe usato quel denaro), e però si pose a pregare il Signore che gli aprisse gli occhi dell’anima e lo convertisse. E fu esaudito.

Quel misero, consumato il denaro rubato ed era il proprio avere, era divenuto a tanta miseria, che non avea di che sostentarsi e per di più era caduto infermo in un paese chiamato Roano.

Costui, in tanta meschinità, scrisse una lettera ad Ignazio, in cui, confessandosi indegno della sua carità, il pregava di qualche aiuto.

Cosa fece pertanto Ignazio, ad una tale domanda? Sentite!

Era l’infermo lontano da Ignazio 90 miglia, ed Ignazio si mosse per visitarlo a piedi e a digiuno!

Avea tal vigore di spirito, che gli parea di non aver corpo e di volare!

Il diletto e la soavità dello Spirito Santo gli empiva il cuore in quel viaggio per forma che, quasi affogavagli il fiato, e gli era bisogno, a quando a quando, fermarsi a sfogare l’ardore dell’anima, in alte voci e grida al suo Dio!

Giunto a Roano, cercò dell’amico. Di rimproveri e lamenti che gli dicesse, pensatene neppure! Appena lo vide, gli corse vicino, l’abbracciò, l’accarezzò, lo consolò, gli servì nella malattia, lo provvide di tutto, e raccomandandolo a’ suoi benevoglienti, il lasciò tutto racconsolato!

E questo, o fratelli, son le vendette dei santi. E, dopo tali esempi, chi di voi, o cristiani, non si vergognerà di mostrarsi sì duro nel rendere il saluto a chi vi ha fatto ingiuria, nell’essere sé attento a rinfacciare al bisogno le offese a voi fatte eziandio da anni ed anni!...

6. Ma vi ha forse alcuno tra voi che sia avido di gloria, ed ogni azione la volga, che riesca di suo splendore?... deh, se mai vi fosse, abbandoni questo suo appetito e ripeta sovente innanzi a Dio le parole di Davide: "Substantia mea tamquam nihilum ante te" (Salmo 38,6). E miri qual conto ne faceano i santi, di questa gloria. S. Ignazio, avendo trovato un dì su d’una pubblica via, un garzoncello che lo vituperava con parole ed insulti, rallentò il passo, per godersi più a lungo di quell’avvilimento.

S. Luigi Gonzaga, avea già domandato licenza di parlare in un suo ragionamento a spropositi e stoltezze, per così aversi dagli uomini abbassamenti e derisioni.

S. Francesco Borgia, uomo uscito dalle corti dei re, soffrì, con somma gioia, una notte intera, gli sputi che un vecchio suo compagno senza avvedersene, gettavagli sul letto, ed infin sulla faccia.

S. Francesco, nonché risentirsi, nemmeno cambiò positura, godendo quanto mai che il suo volto fosse assomigliato al più vile cantuccio della casa.

S. Filippo Neri, per togliere agli uomini la stima che avean di lui, giunse per fino a fare giullerie e cose d’uomo quasi senza senno, e questo in sulle pubbliche piazze e nelle più celebri adunanze.

Adesso, o fratelli, cercate pure la vostra gloria se vi dà l’animo, e dall’esempio dei santi, vedete in quale pregio la dovete avere.
7. Sono forse le ricchezze, gli agi, le appariscenze vane che tolgono il vostro cuore a Dio e lo rivolgono alla terra.

Deh, o fratelli, diamo uno sguardo a S. Francesco d’Assisi. Anch’egli, a dir vero, in sul principio, dilettavasi quanto mai degli spassi vani del mondo, amava i conviti, la leggiadria degli abiti, e l’essere ben veduto dal mondo. Ma, appena conobbe un po’ addentro lo spirito del Vangelo, si ridusse, da ricchissimo qual’era a non aver soldi, non calzari, non fardello, non scarpe, non bastone, poiché si fatte cose gittossi lontano, appena udì dal Vangelo quelle parole: "non portare seco né oro, né argento, né bisaccia, né sandali, né due tonache, né scarpe, né bastone!".

Il suo vestimento era un sacco ruvido, la cinta una corda, e, a forza di compiute vittorie sopra di sé, giunse a tanto di perfezione, di aversi per ricchezza somma la povertà, per gloria il disprezzo, per onore la derisione, per favore i patimenti, per gioia le tribolazioni.
8. E’ forse il mondo, che ci presenta i suoi idoli, e di vana bellezza, e di bugiarda soavità, e di avvelenato amore e ci promette ogni felicità se li adoriamo?

O fratelli, ci vuol coraggio e rovesciarli valorosamente, prima che ci dian morte!

Appunto come fe’ cogli idoli materiali il glorioso nostro Santo Alessandro "Calce strata numina saevi sub ore Caesaris".

Alla vista dell’altare su cui posavano gli idoli e del turibolo, e del fuoco e dell’incenso, arse di zelo l’anima del santo alfiere, e, con terribile sdegno, sprezzando qualunque felicità gli offrisse il mondo, diè un calcio per mezzo dell’ara e rovesciò idoli, incenso, fuoco e turibolo, reputandosi a gloria somma lo scambiare la felicità del mondo colla palma del martirio.


9. E’ forse la fatica, o uditori, che ci tormenta e ci fa vivere in continue lamentele, invidiando alle agiatezze dei grandi, ed alla loro felicità. Se è così, deh quanto noi siam lontani dallo spirito de’ santi, che aborrivano l’ozio e le comodità e cercavano gli stenti e le fatiche per così assomigliarsi a Cristo, che, essendo vero Dio, trasse la vita su questa terra fra continui travagli e mortificazioni!...

E come mai non ci cade il volto in seno per la vergogna, nel mirare un Francesco Zaverio, che abbandonò gli onori del mondo, i comodi e gli agi della casa paterna, per assoggettarsi alla più perfetta obbedienza al suo padre spirituale S.Ignazio e consumare la sua vita per la gloria di Dio e la salute de’ prossimi, lontano dalla patria, in terra straniera fra stenti e fatiche e patimenti di anima e di corpo: per mare, e dalle perverse fortune, e dalle perverse compagnie con cui talvolta navigava; per terra dai disastri delle stagioni per cui ebbe a viaggiare, con piogge incessanti, con freddi stemperatissimi, per selve, per montagne, per valli, attraversate da torrenti che s’ingrossavano a dismisura, e affondate da ristagni d’acque palustri, e gran pantani, per pendici boscose, smaltate da sì duro ghiaccio, che sono più le cadute che i passi che vi si danno, sino ad aggrapparsi a mani e piedi su per greppi inaccessibili, stampando ogni orma col sangue che dalle gambe e da piè ignudi e laceri gli grondava.

Ma, che più? cosa non fecero gli apostoli, che dissero francamente a Cristo: "Ecce nos reliquimus omnia et secuti sumus te". O Maestro divino: ecco noi abbiamo abbandonato ogni cosa per tener dietro a te!

E vuol dire come poi dimostrarono coi fatti, per fare quello che tu vorrai, e seguitare i tuoi voleri, o Gesù, fra stenti e fatiche, e prigioni, e flagelli, e sudori e geli, e vita e morte!


10. Ah, fratelli, che ve ne pare? a tali esempi di soda e maschia virtù che voi mirate in uomini del tutto simili a voi, non vi sentite l’anima infuocare tutta di santo ardore di voler servire a Dio! e portar pazienza per lui, un po’ più perfettamente di quel che fin qui avete fatto?

E ponete mente al numero stragrande di santi, di ogni condizione, di ogni età, di ogni sesso, che vi precedettero con luminoso esempio! Ascende ad 11 milioni il numero dei martiri che, per la gloria di Dio, diedero il sangue e la vita; e quanti vissero lunghissima età, in continue penitenze, e quanti vissero in continue tribolazioni, lavorando pe’ prossimi e trovando ingratitudini per premio.

E quanto scontarono fra deserti, in durissime penitenze, fino alla morte, i peccati della loro gioventù; e quanti scambiarono la porpora dei re col ruvido sacco de’ frati, il palazzo reale coll’angusta celletta!

Quante donzelle diedero generoso rifiuto ad ogni ricchezza e pompa del mondo, per sposare la loro verginità a Cristo! Quanti nobili giovinetti mutarono con gioia la libertà e il fasto che gli offrivano le ricchezze coll’ubbidienza e la povertà che richiedea la religione dell’umile fraticello.

Uditori, e non avea io ragione di dirvi che l’esempio de’ santi deveci essere di eccitamento, se siamo tiepidi nel servizio a Dio?

Adunque, animiamoci una volta, o fratelli, a sì luminosi esempi e non diciamo più a chi ci propone l’esempio de’ santi "oh, i santi eran santi!".

No, i santi erano uomini come noi, e divennero santi perché lo vollero. La grazia di Dio non macò loro, e non mancherà a noi, secondo la sua promessa.

Ma, direte voi: "talora sono tribolazioni che ci tolgono quasi la mente e ci fan cadere in bestemmie e spropositi!".

Mancanza di virtù, o cristiani, mancanza di virtù. Fin ora io non mi ricordo che un solo santo che abbia vissuto senza tribolazioni, incominciando dagli innocenti di Betlemme, sino a Cristo, Santo dei Santi. Però io adesso vi dirò brevemente come l’esempio de’ santi deveci essere di conforto, se tribolati. Ma prima riposiamo!

Seconda parte


11. Quei modi che adopera il re con quei tali a cui porta più amore, sono da tutti desiderati, e si reputan felici quelle persone a cui il re usa simili maniere.

Che, se è così, noi non dovremmo confortarci e rallegrarci mai più tanto che quando ci vediamo assaliti dalla tribolazione.

E, se io dico il vero, sentite.

Consiglio ordinario della sapienza eterna è colmare di sventure quell’anima ch’essa più ama, ed affliggerla più solennemente, a misura ch’essa è destinata ad un grado più sublime di gloria.

E ben l’intesero un sì sapientissimo procedere ed un Zaverio, che, quando Iddio gli rivelava i patimenti che avrebbe dovuto sostenere, si udia gridare: "Più, più ancora, Signore, se a voi piace, più ancora!".

Ed una Teresa, che non volea vivere che accompagnata dalla tribolazione; e per dir tutto in una parola, insieme agli apostoli, tutta quella schiera eletta, che ora su nel cielo corteggia l’Altissimo, de’ quali tutti si può esclamare di Gesù "gaudentes ... quoniam digni habiti sunt pro nomine Jesu, contumeliam pati" (Atti 5,41).

Che, se è così, fratelli, chi di voi non si rallegrerà quanto mai, lorché si vede gittato nella tribolazione, pensando che quei patimenti, comunque sieno, di anima e di corpo da chiunque vi vengano: da amici o da nemici, da parenti o da stranieri, sono la croce che G. C. carica su di voi, perché di voi ha cura speciale, e vi vuole assomigliare a’ suoi santi?... >Perché eri accetto a Dio, fu necessario che la tentazione ti provasse’ così disse l’Angelo a Tobia.

Ed è per questo che i santi ringraziavano Dio nei patimenti. S. Francesco d’Assisi tormentato da continui ed acutissimi dolori, dicea al suo Dio: >Son troppo contento, Signore, di queste mie pene’. Ed una volta, essendogli i dolori esacerbati fuor di misura, domandò a Dio forza per soffrirli pazientemente, ma non già sollievo o guarigione.

E tanta fede avea egli di meritarsi il paradiso con quelle sue pene che dicea: "Tanto è il bene che mi aspetto, che ogni pena mi è diletto".

S. Teresa esclamava: "O patire, o morire!".

S. Luigi re di Francia chiamava perduto quel dì, in cui non avesse avuto di che patire per Gesù. E, nelle cose avverse, sapete quali erano le esclamazioni di un’anima fervente? Volgeasi al Signore e così gli parlava: "Vi ringrazio, o mio Dio, che le cose non vanno a modo mio!".
12. Sì, leggete le vite dei santi, ed in tutte vi verrà di trovare che Dio fe’ prova dell’amore di quei suoi servi col fuoco delle tribolazioni. Ed il Signore, quando ci manda delle tribolazioni, ci assomiglia ai suoi santi.

Ma, che dissi io, ai suoi santi? Ci assomiglia all’augustissima sua Madre divina, la Vergine Maria, che, perché a Lui più cara, la volle tribolata, da meritarsi quel grandissimo nome di Regina dei martiri.

A Maria, la nostra cara Madre! e perché non l’ho nominata fin qui? Perdonate, o fratelli, ma l’ho fatto a bello studio di lasciarvela qui per ultimo, affinché, proponendovi il suo esempio, ve ne resti più franca la memoria; si, l’esempio di Maria, in ogni cosa vi è di eccitamento e conforto.

"Beatus homo qui vigilat ad fores meas quotidie, et observat ad postes ostii mei".

Beato l’uomo che veglia ogni dì alle porte di Maria, ed osserva alle imposte del suo uscio.

Quanta anima, quanto spirito vi darà Maria, contemplata in ogni momento della sua vita. Miratela fanciulla nella casa paterna, e vi sarà esempio d’ubbidienza; miratela giovinetta colle compagne, nel tempio, e vi sarà specchio di purità e di perfezione; miratela annunziata dall’Angelo e la vedrete portento di umiltà.

Vedetela nella grotta di Betlemme, e vi sarà incendio d’amore; osservatela nel tempio che vi presenta Gesù, e la vedrete esempio, modello di rassegnazione. Miratela nella fuga in Egitto, e la vedrete esempio di abbandono nella Provvidenza divina.

Miratela su pel Calvario, che incontra Gesù e la scorgerete scuola di fedeltà; vedetela ai piè della croce, e la confesserete prodigio di fortezza. Accompagnatela al sepolcro del suo Diletto e la vedrete Madre di pietà.

Meditatela sola, su questa terra, abbandonata dal suo Gesù salito al cielo, e la vedrete meraviglia di pazienza, scuola di perfezione, fornace di carità.

Deh, Maria, fate che di continuo ci guardiamo in voi, specchio di giustizia!

Ma forse che non fu tribolato Gesù figliuolo dell’Altissimo Iddio?... una sola parola, o uditori. Cosa vuol significare che, morto Gesù, prima che s’avesse a seppellire que’ due santi discepoli, Giuseppe e Nicodemo, unsero quel Corpo sacrosanto con mirra? Questo significa che Gesù, dal concepimento al sepolcro, trasse la vita nella continua mirra dei travagli e delle mortificazioni.

O, cristiani, e, dopo quello che fin qui vi ho detto, vi basterà l’animo ancora di lamentarvi nelle tribolazioni e cercare ogni modo per distorle da voi?

Se nullameno non volete patire con pazienza a voi tocca!

Però accettate quest’ultime parole: fratelli siamo su questa terra, non per godervi le delizie del mondo, ma invece per servire a Dio, in quel modo che a Lui piace, e goderlo nell’altra vita.

L’esempio su cui dobbiamo informare la nostra vita è quello di Cristo e di Maria e dei santi.

Morirono i santi, morrete ancora voi! Ditemi, in quel momento, come vi sarà più caro di poter parlare al Signore?... forse in questo modo: "Signore, io non ho voluto mai patire con pazienza alcuna tribolazione in questa terra; cercai di fuggire la fatica ed il travaglio, ho amato la gloria, ho sfuggito l’umiliazione e la penitenza. Adesso vi cerco il Paradiso".

Questo parlare vi tornerà forse grato in allora? Ovvero amereste meglio poter dire: "O Gesù, ecco finita la mia vita su questa terra. Ho patito tribolazioni, avvilimenti, fatiche e pene; ma ho sofferto volentieri, per tuo amore! Tutti i miei travagli, li pongo adesso nelle mani di Maria, mia Madre, e ti prego di accettarli da lei, per suo amore, e donarmi la gloria eterna!".

O certo, vi sarà grande consolazione il poter dire queste parole a Gesù in quel punto! Or bene, a voi tocca lo scegliere ed il prepararvi all’uno o all’altro di questi due parlare. Intanto pensatevi e decidete, dacché io vi lascio!






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