Le nobiltà et l’eccellenza delle donne: co’ diffetti, et mancamenti de gli huomini



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latato in volgar lingua.

Vedendo à Sparta Pallade la bella



Venere armata à guisa di guerriera,

Hor, disse, è tempo da terminar quella

Lite, ch’andar ti fa cotanto altera,

E siane pur giudice Pari: et ella

Rispose, ah temeraria, dunque spera

L’animo tuo di vincer hor me armata,

che nuda già ti vinsi, e disarmata?

Questo Epigramma benche non faccia cosi à proposito di nostra materia pure ho voluto porlo per diletto. Marfisa, che era cosi forte oue resta? laquale in mille guerre prodezza non picciola sempre dimostrò, et diede altrui merauiglia del suo potere. Come quando andò con Ruggieri contra Maganzesi, ilquale si merauigliaua, et miraua il suo valore, come dice l’Ariosto nel Canto 27. in questa stanza.



Cosi parea di ghiaccio ogni guerriero

Contra Marfisa, et elle ardente face

E non men di Ruggier gli occhi, à se trasse

Ch’ella di lui l’alto valor mirasse.

Et altroue dice.



E s’ella lui Marte stimato hauea,

Stimata egli l’hauria forsi Bellona

Se per donna cosi la conoscea

Come parea contraria la persona.

Et di grand’animo, e possanza fù Bradamante nelle guerre contra Saracini, et molto valorosa ne’ duelli, come quando combattè con Ruggieri credendo, che fosse Leone, come finge l’Ariosto dicendo.



Quando di taglio la Donzella, quando

Mena di punta, e tutta intenta mira

Oue cacciar tra ferro, e ferro il brando,

Si che si sfoghi, e disacerbi l’ira.

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Hor da un lato, hor da l’altro il va tentando

Quando di quà, quando di là s’aggira.

Et in mille luoghi mostra il valor di costei. Gildippe non era una fortissima guerriera? che andò contra Altamoro, che non v’era piu alcuno, che gli volesse andare incontro; perche era troppo fiero, come disse il Tasso nel Canto vintesimo.



Non è chi con quel fiero hormai s’affronte:

Ne chi pur lungi d’assalirlo accenne.

Sol riuolse Gildippe in lui la fronte,

Ne da quel dubbio paragone s’astenne.

Nulla Amazzone mai su’l Termodonte

O imbracciò scudo, ò maneggiò bipenne

Audace sì, com’ella audace in verso

Al furor va del formidabil Perso.

Ferillo, oue splendea d’oro, e di smalto,

Barbarico Diadema in sù l’elmetto,

E’l ruppe, e’l sparse, e quel superbo, et alto

Suo capo à forza egli è chinar costretto.

Et in altri luoghi mostra il suo valore sempre degno di memoria eterna.

Della sofferenza, et toleranza delle donne.

Cap. VIII.



Est tolerantia potestas perferendae molestiae14 honesti gratia. Ciò è la sofferenza, ò costantia è una virtù di poter sopportar le cose moleste per fine dell’honore. Cosi dice Speusippo. è la toleranza in un certo modo una spetie di fortezza, come si può vedere in Aristotile, oue egli tratta di quelle cinque spetie di fortezza non reali, sotto una delle quali ella si può à giudicio mio porre. Sofferente, et tollerante fù Cornelia figliuola di Scipione Africano, che vinse Annibale, laquale sopportò con som-

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ma patienza l’infinite sciagure, che le hauea recate la fortuna; et dopo che i suoi valorosi figliuoli furono15 uccisi, raccontaua i gesti, et le imprese loro senza lagrima, e senza sospiro, non altrimenti s’hauesse ragionato de’ fatti d’huomini antichi, et grandemente godeua in ricordarsi i fatti di Scipione l’Africano. Questo dice Plutarco quasi merauigliandosi della sua costanza. Però il popolo Romano l’haueua in somma veneratione. Grande fù la toleranza di Epicarmi laquale essendo nella congiura contra Nerone, et essendo stata accusata da un certo Proculo, costantemente negò, ne si sarebbe scoperta la congiura, se non fosse stata riuelata da altri huomini, i quali essendo menati al tormento confessarono il tutto. Alcuni altri stettero saldi un pezzo, senza confessar nulla, pure alla fine sè stessi, et gli altri nominarono. Ma merauigliosa, come dice il Tarcagnota, fù la costantia di Costei, che per gran tormento, che dato le fosse non confessò mai cosa alcuna; anzi essendo per soffrire il giorno seguente nuoui16 tormenti, et essendo portata sopra un seggio; perche caminar non potea per gli aspri tormenti hauuti, fattosi un laccio di una fascetta di tela, che si cauò di seno, se’l riuolse al collo, hauendolo prima al legno del seggio legato, et si lasciò andar di peso con tutto il corpo et cosi spinse fuori dal tormentato corpo il trauagliato spirito. Che vi pare, non fù questa una grandissima costanza? Ma doue rimane Isabella d’Aragona? laqual rimasa vedoua del Duca Giouan Galeazzo Sforza fù bersaglio della fortuna, la cui fortezza di mente non fù mai vinta dalle ingiurie dell’auuersa fortuna; fù oppressa inanzi la morte del marito dall’insidie di Ludouico Sforza, et fù da lui spogliata contra ogni ragione dello stato, et poco dopo la morte tolse l’auolo suo il Rè Ferdinando di questa vita, della qual cosa hebbe gran dolore: Ma con animo patientissimo soffrì questi acerbi colpi di fortuna. Poi vide il Rè Alfonso suo padre del regno scacciato, vergognosamente fuoruscito in Sicilia. viversi et mentre questi dolori, et in queste sciagure staua, intese che’l Re Ferigo suo zio era stato spogliato del Regno per la crudel congiura de’ Rè stranieri: allhora la sua chiarissima casa fù affatto ruinata da quella gran machina, che la percosse, et in un medesimo tempo hebbe nouella, che suo figliuolo Francesco era morto in Borgogna alla caccia, essendoli caduto il cauallo sotto, ne mai l’inuitto, et costante animo di questa gran donna si perdè, o si smar-

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rì punto; ma con fortezza inusitata tollerò tutte le percosse della nimica fortuna. Questo racconta Mons. Paolo Giouio, et Gian Antonio Volpi mostra la sua gran sofferenza in questi versi fatti in sua lode.

ella fù tanto

In odio al Ciel, che vide à un tempo morto

L’auolo di dolore, il padre e’l zio

Cacciati fuor del regno, il pio fratello

Spento à l’entrar col pie nel seggio antico:

Che dirò del carissimo marito

Del regno, e de la vita a torto priuo?

Et de la morte de l’amato figlio?

Chi potrebbe udir ciò con gli occhi asciutti?

Ella non versò già pianti, ò lamenti

Ma vinse con virtù l’alto dolore.

Et veramente questo fù un chiarissimo specchio di costanza, et di fermezza d’animo. Costantissima ancho diremo noi esser stata Elena Cantacusina moglie di Dauide Dauignano Imperator di Trapezunda, che si vide morire inanzi à gli occhi il caro marito, et sei figliuolini, et due menarne à far Turchi, et queste cose tollerò con animo costantissimo, et haueua solamente dolore di quei due figliuoli, che erano stati fatti Turchi; perche era Christianissima. Sofferenza grande fù quella senza dubbio di Penelopo, laquale oltre l’absenza del marito haueua in casa quei scelerati Proci, ouer porci, che consumauano il suo hauere, et molti anni lo sopportò, come dice Homero nell’Odissea. Grande più di quello, che credere si possa, fù la sofferenza di Psiche in cercar Amore. Fù scacciata da Cerere, et da Giunone, et al fin da Venere fù tormentata et afflitta con commandarle cose difficilissime da mettersi in essecutione, come il portar l’oro da quella horrenda selua cinta dall’onde spumose: Il portar l’urna piena dell’onde stigie tolte nella sommità di uno altissimo monte ultimamente le commandò, che scendesse all’Inferno come scriue Ercole Udine Segretario dell’Altezza Serenissima di Mantoa nella sua Psiche, come qui sotto segue.

O di quel, ch’io commando. Scendi hor hora

Giù ne lo inferno, e la Reina troua

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E dille che d’hauer grato mi fora

Quel suo liquor, che la beltà rinoua.

Et ella superando ogni difficoltà scese all’Inferno, et andò alla presenza della Reina, come si vede in questi versi.

Giunge al fin doue in soglio alto risiede

De l’infernal signor la cara sposa;

Oue à lei riuerente china il piede

E’l suo messaggio spiega vergognosa;

Proserpina le dà cio, ch’ella chiede

In nome della Dea,

E cosi vincendo tutti i perigli portò il pregiato liquore à Venere: et però Gioue la fece Dea, et fù vera moglie d’Amore. Costantissima fù Leona cortigiana, laquale essendo fatta crudelmente tormentare da Ippia Tiranno d’Atene: accioche confessasse quali erano gli huomini d’una congiura ordita contra di lui, più tosto si lasciò con infiniti flagelli lacerare tutta, et priuare di vita, che nominare alcuno de congiurati. Onde gli Ateniesi per honorarla della sua virtù dirizzarono una Leona di bronzo, senza lingua, perche si conoscesse la sua fortezza, et la sua taciturnità.

Delle donne di forti membra, et della delicatezza sprezzatrici. Cap. VIIII.

Rende più l’essercitio il corpo forte, et robusto,17 che non fa bene spesso la stessa natura quando lo produce, et genera; percioche il moto consumando il superfluo humore, et eccitando il calore fà, che le parti si rendono più agili, et più robuste, come ben racconta Plutarco. essercitano le donne il corpo, ancor che delicato, in mille essercitii et cosi vigorosamente, et lungamente sopportano le fatiche, come gli uomini si facciano, et se noi guardiamo fra le genti plebee, se ne vederà chiarissimo segno; percioche le villanesche si ado-

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prano ne gli essercitii rusticali, et in tutte quelle fatiche, che gli huomini altresì fanno, Nelle Cittadi quante opere laboriose sono fatte da loro? infinite certo, et veggiamo notte, et giorno con grandissima patienza, et gran fatica, et se alcune si veggono poco atte alle fatiche, questo auiene perché assuefatte non sono, come si veggono anco molti huomini, che si si affaticano un’hora, ò due, in caminare, ò in altro esserciti dicono, che sono lassi, et però vogliono riposare il giorno seguente, et bere l’oua fresche. sono adunque le donne etiandio robuste; cosa merauigliosa, che un corpo cosi delicato qual è quello della femina sopporti tante fatiche, et divenga per modo di dire rozzo, et incallito; sprezzando la delicatezza, et la morbidezza. Ma veniamo à gli essempi. Zenobia sprezzò, come dice il Tarcagnota, le delicatezze di questa vita, et spese tutti i suoi primi anni nelle caccie de Leoni, de gli Orsi, de’ Pardi, et d’altri feroci animali. et si assuefece alle pioggie, al sole, al freddo, al caldo, et à tutti i disagi, che si possono sentire in una trauagliata et misera vita. Sprezzò etiandio gli agi Elena Cantacusina, alla quale essendo stato ucciso il marito, et i figliuoli ella con le sue delicate mani cauaua la terra con una zappa, et andaua sotterando il marito, et i figliuoli, benche fosse un commandamento di Maumete, che sotto pena della vita alcuno non sepelisse quei corpi. Andaua vestita di cilicio, et non mangiaua carne: et dormiua sotto un poco di tugurio di paglia. queste erano le delicatezze di questa sauia, et sobria Imperatice. E Camilla Reina del Volsci non apprezzò punto le delicatezze, et le mollitie di questo corpo. Costei nella, sua prima età fù inuolta in grossi et rozzi panni, non fù da morbide nutrici nudrita: ma da Metabo suo Padre fra le selue di ferino latte fatta poi più grande, non si essercitò nel filare, ò fra lasciue damigelle: ma fra le fiere con l’arco, con le saette senza ornamenti, o lasciuie, come mostra Annibal Caro nell’Eneida di Virgilio da lui recata in lingua volgare.



Ne pria tenne de’ piè salde le piante,

Che d’arco, di pharetra, et di nodosi

Dardi le mani, e gli homeri grauolle.

Non d’or le chiome, ò di monile il collo

Ne men di lunga, ò di pregiata gonna,



La ricouerse, ma di tigre un cuoio

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Le facea veste intorno, et cuffia in capo.

Il fanciullesco suo primo diletto,

E’l primo studio fù lanciar il palo,

E trar d’arco, e di fromba:

Et mostrando, ch’ella à feminil lauoro non inchinò la mano. dice Virgilio.

Non illa collo, calathis ve mineruae

Foemineas assueta manus, sed praelia virgo

Dura pati, cursuque pedum preuertere ventos.

Illa vel intactae segetis per summa volaret

Gramina, nec teneras cursu laesisset aristas;

Vel mare per medium, fluctu suspensa tumenti4

Ferret iter, celeres nec angeret aequore plantas.

Ne meno di questa gran donna si affaticò Maria da Pozzuolo, la quale al tempo di Francesco Petrarca, illustre, et gloriosa diuenne, come egli nelle sue epistole18 racconta. Costei si astenne dal vino, era di cibo, et di parole sobria. Lasciò lungi da se la lana, i fusi, et gli altri esserciti di simil sorte; godeua sommamente nel trar d’arco, nel lanciar il palo, soleua souente stare tutta la notte armata, et non dormiua. Ma quando dormir voleua, appoggiaua il biondo, et delicato capo sopra lo scudo; sempre conuersaua gra caualieri armati, ne niuna cosa tanto hebbe cara, quanto la sua pura verginità, la qual conseruò fino alla morte, et cosi sprezzando ogni culto del corpo, l’anima, et la sua fama di chiari, et incorruttibili fregi rese adorna. Ma che dice il Tasso di Clorinda? in questi versi, che tanto si affaticò nelle selue, et nel campo fra caualieri.

Costei gl’ingegni femmenili, e19 gli usi

Tutti sprezzò fin da l’età più acerba:

A i lauori d’Aragne, à l’ago, à i fusi

Inchinar non degnò la man superba;

Fuggì gli habiti molli, e i luochi chiusi:

Che ne’ campi honestate anco si serba;

Armò d’orgoglio il volto; et si compiacque

Rigido farlo; e pur rigido piacque.

Tenera anchor con pargoletia destra

Strinse, e lentò d’un corridore il morso;

Trattò l’arco, e la spada; et in palestra

Indurò i membri, et allenolli al corso;

[91]


Poscia, ò per via montana, ò per siluestra

L’orme seguì di fier leone, e d’orso;

Seguì le fere, e in esse, e frà le selue,

Fera à gli huomini parue; huomo à le belue.

Et Marfisa, da questo si può conoscere, se alle delicatezze, et alla quiete si diede, poi che essendo di diciotto anni prese sette regni, come dice l’Ariosto nel canto trentesimo ottauo.



Che diciotto anni d’uno, ò di due mesi

Io non passai, che sette Regni presi.

Et di lei ragionando nel canto decimo ottaua dice.

Fece piu volte al gran signor di Braua

Sudar la fronte, e à quel di Mont’Albano

E’l dì, e la notte armata sempre andaua

Di quà, di là cercando monte, e piano.

Ne stimaua fatica per farsi immortale, come si vede in cento luoghi. Ne delicatezze mi pare, che apprezzasse in questo luogo Erminia, come narra il Tasso.



La fanciulla regal di rozze spoglie

S’ammanta, e cinge il crin ruuido velo.

Et altroue.

Col durissimo acciar preme, et offende

Il delicato collo, e l’aurea chioma.

Et cosi faceuano tutte le Amazzoni, lequali sempre armate andauano, et fanciulline si auezzauano all’arti militari, et alle caccie di animali feroci. come scriue Solino. oltre à modo indefesse; et gagliarde sono le donne de’ popoli Tribali, che fanno, et trattano tutti i negotii, et sono molte di loro ornate di virtù militare, ma gli huomini stando in casa si mantengono molli, et delicati, amano l’otio, et si guardano dalla fatica piu che possono. Che diremo noi di quelli maschi arditi, et vigilanti?

[92]

Dell’amor delle Donne verso i Padri, i Mariti, i Fratelli, et i Figliuoli. Cap. X.



20Quello è sincero, et vero amore, che non ha per oggetto il piacere, o l’utile: anzi per la cosa amata si contenta l’amante, et gode di patire anco una cruda, et acerba morte, non aspettandone diletto, od utilità alcuna. Come sarebbe, se la madre veggendo morire il figliuolo, si contentasse di morire in luogo di lui; percioche in un tal caso non c’è alcuna cosa, che à ciò la spinga, se non il desiderio di saluar la vita al figliuolo, et causa n’è quello intenso amore, che à lui porta, senza fine alcuno ò di utilità, ò di diletto. à questo modo amano le madri i figliuoli, ancorche da loro amate non sieno et nello amargli si rallegrano. Onde dice Arist. nell’ottaua dell’Etica. Argumento sunt matres, quae amando gaudent, rea mari non curant, sed satis ipsis videtur, si liberos suos bene agentes inspiciant amantque ipsos. Et questo è un vero amare, et un sincero, et perfetto amore, et però disse Propertio.

Verus amor nullum nouit habere modum.

Di questo amore le donne sono piene, come si vedrà ne gli essempi. Essendo l’Imperator Corrado sotto la Città di Vespergia in modo tale l’assediò, come racconta il Tarcagnota, che gli assediati tentando molte vie d’accordi, non puotero altro ottenere, se non che le donne se ne uscissero della città cariche di quello, che più à loro piaceua: Ma le pietose, et amoreuoli donne non curandosi ne de l’oro, ne delle altre cose pretiose, (o verace amore) portarono in spalla, à loro caro peso, et più pretioso, che le gioie non sono, quale il marito, quale il padre, quale il Fratello, quale il Figliuolo.21 Chi non si marauigliera di questo pietoso, e santo amore? Artemisia amò con tanto ardore, et con tanta fede il suo caro marito Mausoleo, che venendo à morte l’honorò di un sepolcro, ilquale è posto fra le sette meraviglie del mondo, et à guisa di sconsolata

[93]


tortorella sempre piangeua la morte del marito: et benche fosse domandata per moglie da molti Principi grandi, ella però non volle passare alle seconde nozze. Et essendo stato abbrucciato il corpo di Mausoleo, ella sempre le cenere portaua seco, lequali andaua mettendo nelle sue copiose lagrime, che raccoglieua, et poscia se le beuea, et tanto continuò di cosi fare, che le ceneri, il pianto, e la vita vennero à finirsi. Ne men fu grande l’amore di Giulia figlia di Cesare verso il gran Pompeo suo marito, che essendole recata la veste di lui tutta macchiata di sangue, ella tosto ricordandosi delle civili discordie, credendo che fosse stato morto da suoi nimici, prese cosi acerbo dolore, che tramortì, et poi morì subito, non senza lagrime di tutta Roma, essendo ella colei, che manteneua amicitia fra Cesare, e Pompeo. Ma doue rimane Laodamia figliuola di Acusto Tessalo, che portò al marito Protesilao cosi ardente amore, che egli essendo andato alla guerra Troiana visse in continue lagrime, et dolori, sempre chiamandolo, fin che le fù portato il corpo di lui, che fù ucciso da Ettore, et vinta da crudel cordoglio sopra il corpo morto se ne morì. Hiphisicratea, come scriue Valerio Massimo, amò con ferma fede, et amore Mitridate suo marito, che per andarli sempre dietro, et esserli compagna, et aiutarlo in mille suoi trauagli si tagliò i capelli, et si armò come soldato seguitandolo ouunque andaua, et à lui fù di molto contento. Cornelia amò ardentemente Pompeo suo consorte, et sempre seguitollo in pace, et in guerra, et dopo che fù ucciso da Tolomeo à tradimento lo pianse, et sempre si lamentò fino alla morte. Ma che dirò io della gran pietà, et del saldo amore della moglie di Alessio? il quale essendo stato cacciato in un monastero à farsi monaco da Manuelo Comneo, fingendo che Alessio hauesse voluto con incanti torli la vita, ella andò à gittarsi dinanzi a i piedi di Manuelo, che era suo zio, et molto lo pregò, et mostrò con molti giuramenti, che à torto il marito soffriua. Ma il crudo Imperator, anzi seuer tiranno, non guardando se lo’nocente à torto od à ragione affliggesse, volendo fare à suo modo, et come li piaceua, non volle punto mouersi à misericordia ne per la verità, che ella gli mostraua, ne per le sue affettuose lagrime, ne per l’habito, in che ella era. Onde la pietosa donna, non potendo in modo alcuno aiutare il marito, passò a miglior vita consumata dal dolore, et dalle lagrime. Questo racconta Niceta Acominato. Porcia portò tanto ve-

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ro amore al suo sposo, che essendole morto, et per lo dolore volendosi uccidere, ne hauendo cosa alcuna da poter ciò far, inghiottì carboni accesi, et cosi finì la sua vita. Ne minor di quel di Porcia fu quello di Fille verso Demosonte suo caro sposo, il quale hauendo tolto licenza dalla moglie d’andare à vedere il suo imperio, con promesse di ritornar fra un mese, essendo poi passato il termine di quattro, senza che nouella di lui s’hauesse, et per fermo tenendo, che egli fosse morto, per dolore s’impiccò. Hipermnestra portò un vero, et sincero amore à Lino suo consorte. Hauendo Nerone fatto che Seneca si eleggesse qual morte più li piaceua, Seneca si hauea eletto di voler morire col lasciar la vita, et il sangue in un bagno, Pauolina sua moglie mossa da fido amore s’era deliberata di voler morir seco (benche egli non volesse) perche, come erano stati compagni in vita, voleua che il medesimo nella morte altresi auenisse, et cosi fù posta con Seneca nel bagno. Ma come questo intese Nerone, subito mandò molte persone à farle fermare il sangue, et ritenerla in vita, et essendogliene uscito molto, sempre poi restò pallida, et sempre nel volto il segno del suo casto amore seruò. Ma doue rimane Triaria la quale spinta da matrimoniale amore seguì il marito L. Vitellio nella guerra ciuile, che i Vitelliani fecero contra Vespasiano. Et in quella notte, che il marito uscì di Terracina co’ soldati, ella come sua fidissima compagna lo seguì, et fece opera piu che di prode caualiere. Durando la legge de’ Triumuiri, nella quale coloro, che non manifestauano i proscritti cadeuano nella medesima pena, per paura della quale molti haueuano traditi i propri figliuoli, i fratelli; et i padri; Ligario fù uno de’ proscritti, il quale dalla moglie fù lungo tempo tenuto secreto in Roma, ma una serua, che haueuano, l’accusò. Venuti i ministri et pigliato, menauanlo al luogo destinato per farlo morire, ella andaua dietro al marito, pregando i ministri che lei anchora, uccidessero, dicendo che secondo la legge, la morte meritaua, per hauer’ ella tenuto in casa il marito proscritto. Ma non v’essendo alcuno, che la volesse compiacere, tornò à casa, s’astenne di mangiare, et con gran trauaglio con la fame, et con le continue lagrime finì la sua vita. Mostrò similmente grand’amore verso il marito Arria, percioche essendo nominato nella congiura Scriboniana, fù pigliato in Schiauonia, et menato à Roma. ella fece ogni sforzo, accioche con esso lui la menassero, il che

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hauendo indarno tentato fu cagione, che con una barchetta dietro fino à Roma se n’andasse, et quando alla presenza fù di lui con un pugnale si passò il petto, e non men piena d’Amore, che forte d’animo si cauò il pugnal del petto, ilquale porse al marito, accioche similmente egli si uccidese, anzi, che alle mani de manegoldi venisse, dicendo per darli animo, che la ferita non li doleua punto. Oltre à queste, che direm noi di quelle donne Spartaneet allequali essendo stati imprigionati i mariti da Lacedemoni, ogni giorno andauano alla prigione, et dopo molti prieghi ottennero di fauellare à mariti, le quali entrate dentro confortarono i lor mariti, che con le lor vesti, si vestissero da donna, et uscissero di prigione col capo coperto, come elle andauano, et cosi le pietose donne rimasero in prigione, per dar libertà a’ mariti, à soffrire ogni tormento, et gli huomini uscendo ingannarono le guardie; et subito pigliarono Taigeta, et cosi i Lacedemoni lor diedero poi le mogli, et si partirono da Sparta. Grande veramente è la beneuolenza delle donne verso i fratelli, come per gli seguenti essempi palesemente si conoscera. Haueua il Rè Dario condennato à morte Itapherne co’ figliuoli; et con tutto il parentado; la moglie d’Itapherne andò al palazzo, et riempì ogni cosa di pianto, et di lamento. Onde Dario mosso à misericordia, le fece dire, che domandasse qual più le piaceua di quelli condannati, et essa domandò il fratello, ch’era nel numero de’ dannati. Merauigliossi Dario, ch’ella hauesse preposto al marito, et a’ figliuoli il fratello. Essa rispose, che se perdeua questo fratello, non ne era piu per hauere un altro, ma se perdeua i figliuoli, et il marito, poteua hauere altri figliuoli et un’altro marito. Da questo si può conoscere, che verso i mariti, et verso i fratelli sempre le donne sono amoreuoli. Grande similmente fù l’amor di Hisiphile verso il suo carissimo22 Padre Thoante. costei essendo Reina dell’isola Lenno, tutte le donne si consigliarono di uccidere i loro padri et determinarono. che colei, che ad alcun huomo perdonasse, s’uccidesse. Ad Hisiphile cio spiacque, et dolente, et lagrimosa per pietà del vecchio padre Thoante, et perche già hauea veduto ad Alcimede portar la testa del proprio padre, se le arricciaro i capelli, come la fa dir Statio nella sua Thebaide, che fatta in volgar dal Valuasone, cosi suona.

Il crin mi s’arricciò, tremar le piante


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