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Onorato di Balzac 

Eugenia Grandet 

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QUESTO E-BOOK:

TITOLO: Eugenia Grandet

AUTORE: Balzac, Honoré : de

TRADUTTORE: Deledda, Grazia

CURATORE:

NOTE:

DIRITTI D'AUTORE: no



LICENZA: questo

testo è distribuito con la licenza

specificata al seguente indirizzo Internet:

        http://www.liberliber.it/biblioteca/licenze

TRATTO DA: Eugenia Grandet / Onorato di Balzac ; traduzione di Grazia Deledda - 

           3. ed - Milano: Mondadori, stampa 1936 - 244 p. ; 18 cm. - 

           Biblioteca romantica - 7

CODICE ISBN: informazione non disponibile

1ª EDIZIONE ELETTRONICA DEL: 5 agosto 2008

INDICE DI AFFIDABILITA': 1

0: affidabilità bassa

1: affidabilità media

2: affidabilità buona

3: affidabilità ottima

ALLA EDIZIONE ELETTRONICA HANNO CONTRIBUITO:

Alef, nttca@tin.it

REVISIONE:

Laura Berna, shandy@libero.it

Clelia Mussari, clelia.mussari@fastwebnet.it

PUBBLICATO DA:

Claudio Paganelli, paganelli@mclink.it

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BIBLIOTECA ROMANTICA

DIRETTA DI G. A. BORGESE

VII

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EUGENIA GRANDET

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ONORATO DI BALZAC

EUGENIA


GRANDET

TRADUZIONE DI 

GRAZIA DELEDDA 

A. MONDADORI  • MILANO

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III EDIZIONE

PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA

STAMPATO IN ITALIA • MCMXXXVI • XV

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In alcune città di provincia si trovano case la cui vista ispira una malinconia simile a quella 

dei chiostri piú tetri, delle lande piú desolate, delle rovine piú tristi: in queste case forse si trovano 

riuniti e il silenzio del chiostro, e l’aridità delle lande, e le rovine. Vita e movimento vi sono cosí 

tranquilli che un forestiero le riterrebbe inabitate, se d’un tratto non incontrasse lo sguardo smorto e 

freddo di una persona immobile, la cui figura, mezzo monastica, sporge dal parapetto della finestra 

al rumore di un passo insolito. Tale malinconia esiste anche in una casa di Saumur, in cima alla via 

montagnosa che mena al castello per la parte alta della città. Questa curiosa strada, ora poco 

frequentata, calda in estate e fredda in inverno, oscura in alcuni punti, si fa notare per il selciato 

sonoro, sempre a posto e arido, per la sua angustia e la sua tortuosità, per la dolce pace delle case 

che appartengono alla città vecchia che domina i bastioni. Vi sorgono ancora solide abitazioni di tre 

secoli, quantunque in legno, e i loro diversi aspetti concorrono all’originalità di questa parte di 

Saumur che attira l’attenzione degli antiquari e degli artisti. È difficile passare davanti a queste case 

senza ammirare i loro panconi enormi i cui spigoli sono intagliati e che coronano con un 

bassorilievo nero il pianterreno della maggior parte di esse. Qui, tavole trasversali son coperte di 

ardesia e disegnano linee bluastre sulle mura deboli di una casa coperta da un tetto e colombaio, che 

gli anni hanno fatto inclinare nelle sue assi mezzo fradice per la pioggia e il sole. Là, appaiono 

imposte di finestre vecchie e annerite, di cui a malapena si scorgono le delicate sculture e che 

sembrano troppo fragili per il vaso d’argilla oscura, d’onde si slanciano i garofani o le rose di una 

povera operaia. Piú avanti vi sono porte guarnite di chiodi enormi dove il genio dei nostri antenati 

ha tracciato geroglifici domestici e familiari e dei quali mai sarà scoperto il senso. Talora un 

protestante vi ha marcato la sua fede, talora un autore della lega vi ha bollato la maledizione per 

Enrico IV. Qualche borghese vi ha segnato lo stemma della sua nobiltà di campane e la dimenticata 

gloria della sua carica di scabino. La Storia di Francia è là tutta intiera. Di fianco alla casa tremante 

nelle sue mura grezze ove l’artigiano ha santificata la sua pialla, s’innalza il palazzo di un 

gentiluomo, e sulla sua porta spiccano ancora in pietra le sue armi, oltraggiate e infrante dalle 

diverse rivoluzioni che dal 1789 hanno sconvolto il paese. In questa via i pianterreni dei 

commercianti non sono né botteghe né magazzini; ma gli amici del medio evo vi troverebbero la 

bottega dei nostri padri in tutta la sua schiettezza e la sua semplicità. Quei locali bassi, che non 

hanno né facciata, né mostre, né vetri, sono profondi, oscuri e senza ornamenti esterni o interni. La 

porta si apre con due battenti, ferrati grossolanamente, dei quali la parte superiore si ripiega 

all’interno, e l’inferiore, munita di un campanello a molla, si schiude in modo normale. Aria e luce 

penetrano in questa specie di antro umido, o dal vano della porta, o per lo spazio che si riscontra fra 

la volta, il solaio e il breve muro ad altezza di finestra, nel quale s’incastrano solide imposte, tolte di 

mattino, rimesse a posto e inchiavardate la sera. Questo muro serve ad esporre le mercanzie del 

negoziante: e non vi è ciarlataneria. Secondo la specie del commercio la mostra consiste in due o tre 

mastelli colmi di sale e di merluzzo, in qualche involto di tela grossa da vele, in cordami, in 

ottonami appesi ai travicelli del solaio, in cerchi lungo le pareti, o in qualche pezza di stoffa su 

scaffali. Entrate. Una bella figliola, fulgida di giovinezza, dal bianco fazzoletto, dalle braccia rosee, 

lascia il suo lavoro a maglia, chiama il padre o la madre che vengono e vi vendono ciò che 

desiderate con flemma, con gentilezza o con arroganza, secondo il carattere, sia per due soldi, sia 

per ventimila franchi delle loro mercanzie. Vedrete un mercante di legname seduto davanti alla 

porta che gira i pollici chiacchierando con un vicino: in apparenza egli non possiede che cattive 

tavole per infimo uso o due o tre mucchi di panconcelli: ma in realtà nel posto il suo magazzino 

pieno zeppo fornisce tutti i bottai dell’Angiò, e sa a un dipresso quante botti saranno vendute se il 

raccolto sarà buono. Un raggio di sole l’arricchisce, una pioggia lo rovina: in una sola mattinata 

certi fusti di vino valgono undici franchi o cadono a sei lire. In quel paese, come nella Turenna, le 

variazioni dell’atmosfera dominano la vita commerciale. Vignaroli, proprietari, mercanti di 

legname, bottai, albergatori, marinai, sono tutti a spiare il sole: tremano nel coricarsi la sera di dover 

sapere l’indomani mattina che durante la notte ha gelato: temono la pioggia, il vento, la siccità, e 

vogliono nello stesso tempo a secondo della loro pretesa, acqua, caldo e nubi. V’è una lotta 

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continua fra il cielo e gli interessi della terra: cosí il barometro rattrista, schernisce e allieta volta a 

volta i visi di questi abitanti. Da un capo all’altro di questa strada, che una volta era il Corso di 

Saumur, le parole magiche: «Ecco un tempo d’oro!» volan di porta in porta: e gioioso ciascuno 

risponde al vicino: «Piovon luigi!», ben sapendo che un raggio di sole e un’opportuna piovuta 

portano la ricchezza. Il sabato, verso mezzogiorno, nella bella stagione, non trovereste da comprare 

un soldo di merce presso questi bravi industriali. Ciascuno ha la sua vigna, il suo poderetto a orto o 

frutteto e va a passare due giorni in campagna: e là, perché da calcolatori hanno tutto previsto, la 

compera, la vendita, il guadagno, i commercianti possono disporre di dieci ore su dodici che 

trascorrono in allegre partite, in osservazioni piene di commenti e in numerosi spionaggi. Una 

massaia non può comperare una pernice senza che i vicini non domandino al marito se sia stata 

cucinata bene. Una giovinetta non s’affaccia alla finestra senza essere vista dai crocchi di 

disoccupati. Là, dunque, le coscienze sono liberissime e quelle case che sembrano impenetrabili, 

cosí nere e silenziose, non nascondono invece alcun mistero. La vita si svolge quasi sempre 

all’aperto: le famiglie si riuniscono davanti alla porta, vi fanno colazione, vi pranzano, vi discutono. 

Non può passare persona per la strada che non sia osservata e studiata. Del resto, fin da prima, 

allorché un forestiero arrivava in una città di provincia era beffato di porta in porta, onde tante 

gioconde storielle, e il soprannome di copieux, abbondanti di burle, dato agli abitanti di Angers che 

erano i primi in questo motteggiare saporito e non offensivo. Gli antichi alberghi della vecchia città 

sono in cima a questa strada già abitata dai signori del paese. 

La melanconica casa dove si sono svolti gli avvenimenti di questo racconto era appunto uno 

di tali abitati, resti venerabili di un secolo nel quale le cose e gli uomini avevano quel carattere di 

semplicità che i costumi francesi vanno perdendo di giorno in giorno. Dopo aver seguito le traccie 

di questa pittoresca contrada ove i minimi particolari suscitano ricordi e sogni involontari, 

scoprirete un meandro oscuro: là è nascosta la porta della casa del signor Grandet. Ma è impossibile 

comprendere il valore di quest’espressione provinciale se non si conosce un po’ della vita del signor 

Grandet. Egli a Saumur godeva di una reputazione che chi non ha vissuto in provincia non potrebbe 

comprendere né poco né molto. Il signor Grandet, chiamato da alcuni vecchi, il cui numero 

diminuiva sensibilmente, papà Grandet, era nel 1789 un mastro bottaio che oltre al fatto suo sapeva 

leggere, scrivere e far di conto. Quando la nuova Repubblica Francese mise in vendita nel 

circondario di Saumur i beni del clero, il bottaio, allora quarantenne, aveva da poco sposato la figlia 

di un ricco mercante di legnami. Egli con il suo e con la dote mise insieme duemila luigi d’oro: 

munito di questi andò al distretto dove con duecento doppi luigi del suocero offerti al feroce 

repubblicano che sorvegliava la vendita dei domini nazionali ebbe per un pezzo di pane, legalmente, 

se non legittimamente, le piú belle vigne del territorio, una vecchia abbazia e qualche cascina. Gli 

abitanti di Saumur erano poco rivoluzionari e papà Grandet passò per uomo ardimentoso, un 

patriota repubblicano che diffondeva nuove idee: mentre invece il bottaio si occupava pacificamente 

delle sue vigne. 

Fu allora nominato membro del distretto di Saumur e la sua pacifica influenza si fece 

risentire tanto dal lato politico che da quello commerciale. Politicamente protesse i conservatori e 

impedí con tutte le sue possibilità la vendita dei beni degli emigrati: commercialmente, forní alle 

armate repubblicane una o due migliaia di botti di vin bianco facendosi pagare con superbe praterie 

di proprietà di un monastero, riservate per ultimo lotto. 

Sotto il consolato, quel furbacchione d’un buon Grandet divenne sindaco, amministrò con 

saggezza e vendemmiò anche meglio: sotto l’Impero egli fu il sig. Grandet. 

Ma Napoleone non aveva cari i repubblicani e rimpiazzò il sig. Grandet, che passava per uno 

di quelli che avevano portato il berretto rosso, con un grande proprietario, un uomo di pretese 

nobiliari, un futuro barone dell’Impero. Il Sig. Grandet lasciò gli onori municipali senza dispiacere. 

Egli aveva fatto costruire, nell’interesse della città, strade eccellenti che, vedi caso, conducevano 

alle sue proprietà: e la sua casa e i suoi beni, descritti nel catasto con molto vantaggio, pagavano 

imposte moderate. Dopo la classificazione dei suoi diversi poderi, le sue vigne, grazie alle sue 

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costanti cure, erano divenute la testa del paese, termine tecnico in uso per indicare i vigneti che 

producevano il vino migliore. 

Egli avrebbe potuto chiedere la croce della Legion d’onore: e l’ottenne nel 1806. Aveva 

allora 57 anni e sua moglie circa 36: una figlia unica, frutto dei loro legittimi amori, aveva l’età di 

sedici anni. Il sig. Grandet, che la Provvidenza volle senza dubbio consolare della sua disgrazia 

amministrativa, ereditò successivamente durante quest’anno dalla signora La Gaudinière, nata La 

Bertellière, madre della signora Grandet: poi dal vecchio sig. La Bertellière, padre della defunta, e 

infine da madama Gentillet, sua ava materna: tre successioni la cui importanza rimase nascosta a 

tutti.

L’avarizia di quei tre vecchi era cosí sordida, cosí appassionata, che da lungo tempo essi 



nascondevano il loro denaro per poterlo contemplare in segreto. Il vecchio signor La Bertellière 

chiamava prodigalità l’impiego del denaro, e provava piú acre soddisfazione nel contemplare l’oro 

che nei benefizi dell’usura: di modo che gli abitanti di Saumur supposero che quei denari fossero le 

economie delle rendite dei terreni. 

Il signor Grandet ottenne allora il nuovo titolo di nobiltà che la nostra mania di eguaglianza 

non cancellerà mai, e divenne il maggior contribuente del circondario. Egli possedeva cento iugeri 

di vigne che nelle annate abbondanti gli rendevano dai sette agli ottocento fusti di vino: aveva 

inoltre tredici masserie, una vecchia abbazia, dove, per economia, aveva murato le finestre, le ogive, 

le vetrate, il che le conservò lungo tempo: e infine era padrone di centoventisette iugeri di praterie 

dove crescevano e s’ingrossavano tremila pioppi piantati nel 1793. La casa ove abitava era di sua 

proprietà. Questa a un dipresso era la sua fortuna visibile. Riguardo ai suoi capitali due sole persone 

potevano vagamente presumerne la portata: l’uno era il signor Cruchot, notaio incaricato dei 

depositi a usura e dei mutui di Grandet: l’altro il signor des Grassins, il piú ricco banchiere di 

Saumur, ai benefici del quale con convenienza e segretamente il vignarolo partecipava. 

Quantunque il vecchio Cruchot e il signor des Grassins possedessero quella profonda 

discrezione, che genera nella provincia la confidenza e la fortuna, essi testimoniavano in pubblico al 

signor Grandet un cosí profondo rispetto, che gli osservatori potevano misurare l’importanza delle 

ricchezze dell’antico sindaco dalla portata dell’ossequiosa considerazione di cui era oggetto. 

Non vi era alcuno in Saumur che non fosse persuaso che il signor Grandet avesse un tesoro 

particolare, un nascondiglio zeppo di luigi, e si procurasse di notte le ineffabili gioie che procura la 

vista di un gran mucchio di oro. Gli avari ne erano quasi certi, scoprendo nei suoi occhi forse 

misteriosi riflessi che il fulvo metallo vi aveva comunicato. 

Lo sguardo d’un uomo abituato a trarre dai suoi capitali un interesse straordinario, contrae 

fatalmente, come quello del voluttuoso, del giocatore, o del cortigiano, certe abitudini indefinibili, 

certi moti furtivi, avidi, che non possono sfuggire a quelli che provano le identiche inclinazioni; e 

questo segreto linguaggio forma in certo qual modo la framassoneria delle passioni. 

Il signor Grandet ispirava dunque la stima rispettosa alla quale aveva diritto un uomo che 

non doveva mai nulla a nessuno, e che, vecchio bottaio e vecchio vignarolo, indovinava con la 

precisione di un astronomo quando per il suo raccolto occorreva fabbricare mille fusti o soltanto 

cinquecento: ammirato come chi non fallisce alcuna speculazione e ha sempre botti da vendere 

allorché queste valgono piú del mosto, e può conservare in cantina la sua vendemmia e attendere il 

momento di vendere i suoi fusti di vino a duecento franchi quando i piccoli proprietari sono costretti 

a vendere i loro a cinque luigi. Il suo famoso raccolto del 1811, saggiamente conservato e 

lautamente venduto, gli aveva fruttato piú di duecentoquarantamila lire. 

Finanziariamente parlando, il signor Grandet aveva della tigre e del serpente boa: egli 

sapeva acquattarsi, rannicchiarsi, spiare a lungo la sua preda, saltarle addosso: poi apriva la gola 

della sua borsa, v’inghiottiva un mucchio di scudi e si addormentava tranquillo come il serpente che 

digerisce, impassibile, freddo, metodico. Chi lo vedeva passare per la strada non poteva fare a meno 

di provare un senso di ammirazione misto a rispetto e anche a paura. 

Molti in Saumur non avevan forse provato lo strazio de' suoi artigli? A questo mastro 

Cruchot aveva procurato il denaro necessario per la compera di una tenuta, ma all’undici per cento: 

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a quell’altro, il signor des Grassins, aveva scontato tratte, ma ad interessi enormi. Pochi erano i 

giorni nei quali il nome di Grandet non fosse pronunziato nei mercati, o la sera nelle conversazioni 

cittadine. Per alcuni, in verità, la fortuna del vecchio vignarolo era l’oggetto di un orgoglio 

patriottico. Cosí piú di un negoziante e piú di un proprietario d’albergo diceva al forestiero, con una 

certa aria di soddisfazione: 

– Signore, noi qui abbiamo due o tre milionari: ma riguardo al signor Grandet, egli stesso 

non sa a quanto ammonti la sua fortuna! 

Nel 1816 i piú abili calcolatori di Saumur stimavano le terre del nostro buon uomo circa 

quattro milioni: ma, dato un calcolo medio, egli aveva dovuto ricavare dalle sue proprietà, dall’anno 

1793 al 1817, circa centomila franchi di interessi: e cosí era presumibile ch’egli possedesse in 

denaro liquido una somma eguale al valore dei fondi. E quando, dopo una partita a boston o un 

discorso sulle vigne, si veniva a parlare di Grandet, quelli che se ne intendevano esclamavano: 

– Papà Grandet?... Papà Grandet deve avere dai cinque ai sei milioni. 

– Lei è piú abile di me: io non ho mai saputo il totale di Grandet – rispondevano il signor 

Cruchot o il signor des Grassins alle insinuazioni. 

Quando qualcuno di Parigi parlava dei Rothschild o del famoso signor Laffitte, quei di 

Saumur domandavano se erano ricchi come il signor Grandet. Se il parigino rispondeva con uno 

sguardo di sorridente degnazione, quei di Saumur lo guardavano scuotendo la testa con un’aria di 

incredulità. Tanta fortuna copriva di un manto d’oro tutte le azioni di questo uomo, e se dapprima 

qualche particolare della sua vita si offriva al ridicolo e alla beffa, ora erano del tutto scomparsi: nei 

suoi minimi atti, il signor Grandet aveva ormai l’autorità della cosa giudicata. 

La sua parola, il suo vestire, i suoi gesti, il suo ammiccare eran legge per il paese, ove 

ciascuno, dopo averlo studiato, come un naturalista studia gli effetti dell’istinto degli animali, 

avrebbe potuto riconoscere la profonda e silenziosa saggezza dei suoi piú piccoli atteggiamenti. 

– L’inverno sarà rude – si diceva. – Papà Grandet ha messo i guanti foderati: bisogna 

vendemmiare. 

Altri dicevano: – Papà Grandet prepara legname: dunque ci sarà buon vino quest’anno. 

Il signor Grandet mai comprava carne o pane, perché i suoi fittavoli gli portavano ogni 

settimana una sufficiente provvista di capponi, polli, uova, burro e grano della sua rendita: inoltre 

aveva un mulino, il cui conduttore, per contratto, era obbligato di rilevar da lui una certa quantità di 

frumento e riportargli crusca e farina. 

La grossa Nannina, sua unica serva, quantunque non piú giovane, faceva ella stessa tutti i 

sabati il pane per la famiglia. Grandet si era poi accordato coi suoi ortolani locatari perché gli 

fornissero legumi: quanto alle frutta ne raccoglieva tanta che gran parte la vendeva al mercato. La 

legna da ardere era tagliata dalle sue siepi o consisteva in vecchi fastelli mezzo marci che disponeva 

ai limiti dei suoi campi, e i fittavoli gliela portavano in città, gliela disponevano a modo nella 

legnaia e ricevevano i suoi ringraziamenti. Le sue sole spese conosciute erano quelle per il pane 

benedetto, per i vestiti della moglie e della figlia, per l’affitto delle sedie in chiesa, per la luce, per il 

salario della grossa Nannina, per la saldatura delle sue casseruole: di piú il pagamento delle 

imposte, restauri dei fabbricati e manutenzioni dei terreni. Aveva poi seicento iugeri di bosco 

acquistato recentemente che faceva sorvegliare dal guardiano di un vicino: a quel poveraccio di 

guardiano aveva promesso una indennità: soltanto dopo questa compera cominciò ad apparire nella 

sua tavola la cacciagione. I modi di questo uomo erano semplicissimi: parlava poco e generalmente 

esprimeva le sue idee con frasi brevi e sentenziose, a voce bassa e dolce. Dopo la Rivoluzione, 

epoca nella quale egli attirò la comune attenzione, il nostro caro uomo balbettava non appena 

doveva discorrere a lungo o sostenere una discussione. Questo tartagliare, l’incoerenza delle sue 

parole, il flusso delle parole dove annegava il suo pensiero, la sua apparente mancanza di logica 

attribuita a un difetto di educazione erano affettate, volute: e saranno a sufficienza spiegate da 

qualche avvenimento di questa storia. 

D’altra parte, quattro frasi esatte come formule algebriche gli servivano abitualmente ad 

abbracciare e a risolvere tutte le difficoltà della vita e del commercio. 

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«Non so, non posso, non vorrei, vedremo.» Mai diceva né di sí né di no, e mai scriveva. Gli 

si parlava? Ascoltava freddamente, stringendosi il mento con la destra, appoggiando il gomito sul 

dorso della mano sinistra e in ogni affare si formava una opinione dalla quale non recedeva a tutti i 

costi. 


Meditava a lungo anche i minimi affari, e quando dopo un’abile conversazione l’avversario 

gli aveva aperto il segreto delle sue pretese credendo d’averlo conquistato, gli rispondeva: 

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