Author: Marinella, Lucrezia (1571-1653)



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Risposta alle leggierissime, & vane ragioni addotte da gli huomini in suo fauore. Cap V.
A ME pare di hauere apertamente mostrato, che le donne sono molto più nobili, & eccellenti de’ maschi. Hora resta, che io rispondi alle false obiettioni de’ nostri calunniatori, le quali sono di due maniere: percioche alcune sono fondate su le ragioni apparenti, & altre sopra la semplice autorità, & opinione loro: & cominciando dalla loro auttorità, dico, ch’io non son tenuta à rispondere cosa alcuna à quelle: percioche, se io affermassi, che non si trouasse l’Elemento dell’aere, non sarei obligatarispondere alle auttorità d’Aristotli, ouero d’altri Scrittori, che affermassero, che egli si ritrouasse. ma non voglio però far torto ad huomini di tanta fama, negando le lor sentenze, che cosa troppo ingiusta giudicarebbono certi ostinatelli questo: dico adunque, che varie furno le cagioni, che spinsero, & sforzorno alcuni huomini sapienti, & dotti à biasmar, & vituperare le donne, fra le quali è lo sdegno, l’amor di se stessi, l’inuidia, & la scusa del poco ingegno loro. Onde si potrebbe dire, che quando Aristotile, ò alcuno altro biasmò le donne, che ò sdegno, ò inuidia, ò troppo amor di lor medesimi ne sia stata la cagione. che lo sdegno sia cagione di far dire cose sconcie contra le donne, è cosa chiara ad ogn’vno; perchioche desiderando alcuno di adempire le sue sfrenate uoglie, & non potendo per la temperanti, & continentia di quelle, subito si sdegna, & adira: & adirato dice tutti quei mali, che son possibili à ritrouarsi, si come di cosa odiosa, & pessima. il medesimo si può dire dell’inuidioso, che non guarda mai con occhio dritto alcuno, ch’egli di lode meriteuole conosca; onde uedendo l’huomo, che la donna è più nobile, e di virtù, e di beltà di lui, & però anco da lùi, come veramente debbe, honorata, & amata, si rode, & sic onsuma per inuidia, & non potendosi in altro modo sfogare, corre con la pungente, & mordace lingua à vituperii, & bisasmi tutti simulati, & falsi; il medesimo accadde per il troppo amore, che à lor medesimi portano gli huomini giudicandosi d’intelletto, & d’ingegno nobilissimo, & di natura superiori alle donne; arroganza troppo grande, & superbia troppo tumida, & gonfia; ma se con la sottogliezza dell’ingegno considerassero le loro inperfettioni, ò come se ne starebbono humili, e bassi; ma forsi vn giorno le vederanno che Dio lo voglia.) Tute adunque queste cagioni indussero il buon Aristotile à biasimar le donne, fra le quali la principale io credo, che fosse l’inuidia, che egli à loro portaua; percioche quando consideraua, che tre anni, come scriue Diogene Laertio, era stato suddito di vna donna concubina di Hermia, il quale conoscendo il grande, e pazzo amor di lui glie la concesse per moglie, et egli d’allegrezza insuperbito fece sacrificii in honore della sua nouella donne, et dea;

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& ad Hermia, che à lui la diede sacrificò in quel modo, che soleuano gli ateniesi sacrificare à Cerere Elcufina: considerando dico tutte queste cose degne, & memorabili inuidiò la moglie, & inuidiando il suo stato, & vedendo non poter aggiungerli, non essendo da alcuno adorato, come Dio, si uoltò à vituperar le donne, anchor ch’egli conoscesse, che fossero di ogni lode degne; ouero si potrebbe dire, che si come huomo di poco ingegno (perdonatemi Aristotelici, che leggiero, e sciocco anco lo chiamo Timone) attribuendo le cagioni del suo lungo errore alla donna di Hermia, & non al suo intelletto poco sano proprompesse per coprire l’error commesso in parole sconcie, & poco honorate in biasmo del sesso feminile, cosa irragioneuole. si potrebbe anco aggiungere à queste due l’amore di se stesso; percioche giudicando di essere vn miracolo della natura, et del mondo, reputaua ogn’altra persona indegna dell’amore suo, & però stupiua, come si ricordaua di essere stato suddito delle donne, & fra se medesmo vergognandosi cercaua di coprire il suo fallo con dirne male: che sdegno etiandio contra alcuna lo inducesse ad ingiuriar il donnesco sesso,è cosa necessaria à credere; perchoche era amante, & amante sfrenato, come habbiamo di sopra mostrato, & questo furno le cagioni, che indussero il pouero Aristotile à dire, che le donne sono più mendaci, & loquaci de gli homini; più inuidiose, & malo dicenti, & non s’auuedeua, che mentre diceua, che esse sono maldicenti, entraua anch’egli nel numero: & nel libro9. dell’istoria de gli animali, & in altri luoghi, che sono materiali, imperfette, deboli, mancheuoli, & di poco animo, delle quali cose habbiamo parlato nel terzo ragionamento. potrebbe anco esser di leggiero, che si hauesse ingannato intorno alla natura, & essensa della donna, forse troppo graue some à gli homeri suoi, non hauendo considerato la nobiltà, & eccellenza di essa, si come anco si uede, che molti hanno creduto, che la terra si muoui, & che il Cielo stia fermo, altri che vi sieno infiniti mondi, & alcun’altri un solo: alcuno che la mosca sia più nobile del Cielo, & cosi ogn’uno diffende la sua opinione con molte ragioni, 6 ostinatamente, & queste sono le risposte, che si danno à queli, che viruperano il femenil sesso. sono stati poi alcuni altri troppo linguacciuti, & mordaci contra le donne, et ritriuandone alcuna non troppo buona hanno detto, che tutte sono maluaggie, et pessime; error grande il uolere per una perticolare biasmarle tutte in vniuersale; ben è vero, che auuedutisi poi han lodate le buone. diremo adunque in questo modo, che quando Salamone, et altri che si trouano nel testamento uecchio, o nuouo, uituperano le donne, parlano delle cattiue, et non delle buone, et però si legge ne’ scritti di Salamon, cioè nell’Ecclesiastico al cap.2. che Mulieris bonae beatus vir. Ancor che in atri luochi egli oltre modo le biasmi; forsi ancor egli mosso da sdegno, disse questo; o stimulato dalle pessime attioni, come ho detto, di qualche donna maluagia, delle quali credo, che parli etiamdio S.antonino, S. Giouanni Chrisostomo, et altri sacri Padri; percioche è impossibile, che questi huomini giusti biasimassero le sacre vergini, et vedoue

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doue per la fede di Christo morte, sopportando atroce, et crudo martiro. La medesima risposta si uede, che è conuenientissima à Filosofi morali, et à Poeti; percioche quanto biasimano le donne, biasimano le pessime, come Hesiodo, che dice non si poter rtouar peggio della mauagia moglie; et po Theognide afferma non si poter trouar cosa piu cara della buona moglie. et Plauto: In mala vxore, atque inimico si quid sumatur, sumptus est. Oue si conosce, che tutte queste sentenze hanno la risposta con loro, già che cosi parlano honoratamente delle buone, et vituperano le cattiue; cosi anco parlaua il Saturo, mentre biasimaua le donne; le cui parole sono nel primo atto del Pastro fido.

O femenil perfidia, à te si rechi

La cagion pur d’ogni amorosa infamia;

Da te sola derua, e non da lui,

Quant’ha di crudo, e di maluagio amore.

Et però doppo mostra le male simulationi della donna, dicendo:



Qual cosa hai tu, che non sia tutta finta?

S’apri la bocca menti, se sospiri

Son mentiti i sospir, se moui gli occhi

E simulato il guardo, in somma ogni atto, & c,

Ma nell’atto secondo rauuedutosi dell’errore di hauer parklato in universale, si emenda, et vitupera solo le mauagie, et ree, come Corisca: dicendo:



Maledetta Corisca, e quasi dissi

Quante femine ha il mondo,

Nelle quali parole si uede, che non vuol biasimar tutte le donne, dicendo, quasi dissi; ma nelle vltime parole dimostra, che solo delle pessime ragiona, dicendo:



Hor le si darà il fuoco, ou’io vorrei

Veder quante son femine maluaggie

In un incendio solo, arse, e distrutte.

Non si vede, che solamente delle cattiue egli parla? Et ancor che il petrarca dica.



Femina è cosa mobil per natura.

Et Iacomo sannazaro nell’Arcadia cosi ragioni delle donne introducendo vn misero innamorato, che dice:



Ne l’onde solca, e ne l’arena semina,

E’l vago vento spera in rete accogliere,

Chi sua speranza fonda in cor di femina.

Non pero parlano delle buone, come si uede nel Trionfo della Castità del Petrarca; ouer egli ne loda tante, epr la lor costanza. O che diremo, che il Sannazaro parlaua come per passione, et per isdegno. E in questo medesimo modo parlò il Casa nelle stanze fatte contra le donne, hauendo la sua amata donna volto l’animo uerso altro amante. Onde egli adirato

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non discernendo il vero dal falso le biasma tutte, che questo di ciò fosse cagione lo dimostra, dicendo:



Che s’io potessi le parole, e’l viso,

Farui, e i costumi, e le maniere espresse,

Di quel che in luogo mio per suo Narciso,

La saggia donne, che fu mia, s’elesse,

Non so, se più la merauiglia, ò’l riso,

O la pietà, ne’nostri cor potesse,

Anzi so, che n’hauresti ira, e cordoglio,

Che di tant’vtil perdita mi doglio.

O come il pouerello si lasciò spingere dallo sdegno à dir male di tutte, & fingeua di non si muouere per questo, ma non troua alcuno, che a lui lo creda; dicendo nel principio delle stanze:



Né crediate però, che’l dolor mio

E’l pianto sia, perche lasciato m’habbia,

Anzi mi dolgo, e piango il tempo, ch’io

Fui seruo altrui nell’amorosa gabbia:

Già fu grande l’ardor, grande il desio,

Hor è maggior lo sdegno, e più la rabbia;

Già ne cantai, & hor perder mi duole

In soggetto si vil queste parole;

Ma quel di ch’io m’affligo, e mi tormento

E, che mi dà la fede, & vuol, ch’io creda.

Giurando ella, che m’ami, in vn momento

La veggio darsi ad vno strano in preda,

Quanto possi la fede, e’l giuramento

In donna quindi ogn’huomo stimi, e creda,

Che farà in acquistar perle, oro, & ostro,

Se così l’vsa in farsi serua à vn mostro.

E par che anco Vaffrino, grandissimo spione, & delle frodi albergo, biasimi le donne, come si legge nel canto 19. del Goffredo, mentre che Erminia li racconta di voler scoprir le congiure, le cui parole sono:



Cosi li parla intanto, ei mira, e tace.

Pensa à l’essempio della falsa Armida,

Femina è cosa garrula, e loquace,

Vuole, e dissuole, è folle hom, che se’n fida

Né consideraua l’ingannatore, che egli vsaua ogni arte per ingannar lo essercito Pagano, & uoleua poi riprendere la falsità d’Armida, se falsità si può chiamare il tentar ogni modo per vincere l’inimico, si come fece Armida; onde ne anco realmente io chiamarei Vaffrino vero ingannatore; ma il pouerello auuedutosi poi del suo errore, conoscendo, che sono ancor copiosissime le donne buone, & veraci; rispose ad Erminia, che la menarebbe ouer ella desideraua. Ecco mutabilità dell’huomo scaltrito. Horsù

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uoglio che queste uarie opinioni di vari Poeti bastino, & similmente le risposte. Concludendo, che fra le donne, maggior è il numero delle buone senza comparatione, che delle cattiue; & che gli huomini precipitosi in far le sentenze, mossi da sdegno, o da altra cosa, che hanno uerso alcuna particolari, le biasimano tutte; come fece il buon Rodomonte, che sdegnato per la sentenza di Coralice, fuor di ragione, con la mordace lingua vituperò tutto il sesso femenile; ma che parlasse, come homo adirato, & sciocco, lo dimostra l’Ariosto nel canto 29. dicendo:



Ma che parlò, come ignorante, e sciocco

Ve lo dimostra chiara esperienza:

Già contra tutte trasse fuor lo stocco

De l’ira senza farui differenza;

Poi a’ Isabella un guardo si la tocco,

Che subito li fa mutar sentenza:

Già in cambio di quell’altra la desia,

L’ha vista a pena, e non sa ancor, chi sia.

Che dite di questo Marte stabilissimo nelle sue maldicenze? vi pare che egli stia fermo? conobbe l’Ariosto essere il numero delle buone grandissimo à paragone delle cattiue, & maluagie, & che lo sdegno trasporta l’huomini à dir male delle donne, certo fuori d’ogni ragione: che il numero sia maggiore, lo dimostra con queste parole.



Con queste, e molte altre infinite appresso

Querele il Re di Sarza se ne giua,

Hor ragionando in vn parlar sommesso,

Quando in vn suon, che di lontan s’vdiua,

In onta, e in biasmo del femineo sesso,

E certo da ragion si dipartiua,

Che per vna, ò per due, che troui ree,

Che cento buone sien creder si dee.

E poco doppo:



Ma e mia Fortuna vuol, che s’vna ria,

Ne sia tra cento, io di lei preda sia.

Che vi pare dell’Ariosto? vi pare, ch’egli lasciando lo sdegno, dica il vero? io per me credo certo, che cosi sia; ma egli non si contentò di questo, cioè, che fra cento donne ve ne sia vna cattiua, che ne anco questo consentì, dando la colpa allo sdegno, & all’ira, ch’egli biasimasse quella, & però dice nel canto 30. nelle ultime rime della prima stanza.



Lasso, mi dolgo, e affliggo in uan di quanto

Dissi per ira al fin dell’altro Canto.

Et poi lodò le buone, & poi soggiunse.



Ben spero donne in vostra cortesia

Hauer da uoi perdon, poi ch’io ve’l chiaggio,

Voi scusarete, che per frenesia

Vinto da l’aspra passion vaneggio;

Date la colpa à la nemica mia,

Che mi fa star, ch’io non potria star peggio,

E mi fa dir quel, di ch’io son poi gramo,

Sallo Dio, s’ella ha torto, e sa s’io l’amo.

Si può parlar più chiaramente in lode alle donne? Tacciano adunque alcuni, che non leggono se non una stanza, & subito dicono, che l’Ariosto dice male di loro; cosa ridiculosa. che più si può dire? poiche i nostri nemici sono al loro dispetto amici? Fu mosso anco da sdegno Angelo Ingegnieri à biasimar le donne nel libro di amore di Ouidio, da lui ridotto in ottaua rima, & che sdegno lo mouesse, fa fede dicendo:



Voi, c’ho d’acerbe ingiurie, hor d’aspri scorni

Danno sentir lunga stagion mi feste,

Per lo cui sdegno i miei più chiari giorni

Spesso cangiarsi in notti atre, e funeste

Donna crudele, perch’io non ritorni

Al foco indegno, ond’il cor vano ardeste,

E perch’io segua pur la bella impresa,

Siate ogn’hor più ver me di rabbia accesa.

Guardate se era spinto dalla cholera, poi ch’egli desideraua sempre ch’ella ver lui più s’incrudelisse per hauer tempo da vituperar le donne; ma poi auuedutosi dell’errore, che commesso hauea biasimandole, domandò lor perdono in vn capitolo in terza rima, in questo modo.



Cortesi donne, il bel giudicio vostro,

Se pur ritiene il natural suo lume,

Non può dannar il mio qui speso inchiostro,

Che del mio utile à torto si presume,

Ch’vnquà si volga à procurarui oltraggio,

Poi che d’ogn’hor lo darui hebbi costume;

Anzi vedrà, chi ben ne farà il saggio,

Riuolto pur à la vostra salute,

Senza punto de gl’huomini uantaggio.

Non perch’vna, & vn’altra mi rifiute,

Non che mi sprezzi ben tutto lo stuolo,

Verrà giamai, che di pensier mi mute.

Et anco il Passi crudelissimo nostro nemico dice, che fù sdegno, che l’indusse à biasimarle, dicendo nella lettera à Lettori. “Nondimeno non son cosi arrogante, né meno cosi acerbo, & crudele inimico del sesso feminile, ch’io possi derofar all’auttorità di tanti eccellenti scrittori, che hanno celebrato fino al Cielo le virtù, i gesti gloriosi de famose, & honorate donne, i nomi delle quali viuono, & viueranno mentre il Sole darà luce al mondo; ma solo sdegno m’indusse in quelle, che amando poco il suo honore sono state cagioni d’innmerabili mali. Che dite Lettori; vi pare, ch’egli

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sia vinto? & pur di sopra parlò in generale nel suo primo capo, dicendo Nulla mulier bona. E cosa biasimeuole il saltar dal particolare all’vniuersale, & però staua meglio l’inscrittione del libro in questo modo. I diffetti delle donne maluaggie; ma di ciò fu sdegno cagione uerso la donna amata, & non l’vtilità commune. Et che questo sia vero lo dice il Morigi nel suo Sonetto, nelle sei ultime rime.



Ma Gioseffo, che pio (benche conforto

Di vendetta vi dia) s’al fin non tende

Quel che bramaste, ch’ottener deureste?

Iniquo amor, meglio era, pur ch’accorto

Fessi da prima lui, che si moleste

Cure mai non hauria; come hora imprende.

Non si conosce apertamente, che sdegno, ch’egli hauea contra alcuna, lo ha mosso? Si certo, o se li perdoni adunque; perche si emenderà del commesso fallo, & conoscerà la nobiltà delle donne: queste sono le rispose, che si danno à persone, che sono della ragione capaci: percioche all’opinioni de gli huomini volgari, & ignoranti, non accadde faticarsi à rispondre, i quali senza fondamento, & ragione parlano ostinatamente. Onde l’Ariosto prega le donne à non dare orecchia a l’ignorante volgo, dicendo nel canto vigesimo ottauo.



Donne, e voi che le donne hauete in pregio,

Per dio non date a questa Istoria orecchia,

A questa, che l’hostier dire in dispregio,

E in vostra infamia, e biasmo s’apparecchia;

Benche, ne macchia vi può dar, ne fregio

Lingua si vile, e si a l’vsanza vecchia,

Che’l volgare ignorante ogn’vn riprenda,

E parli piu di quel, che meno intenda.

Et nel Canto 29. dice, che faceua meglio hauer tacciuto, dicendo:



Io farò sì con penna, e con inchiostro,

Ch’ogn’vn vedrà, che gli era utile, e buono

Hauer taciuto, e mordersi anco poi

Prima la lingua, che dir mal di voi.

Ho per cortesia, non per obligo risposto alle auttorità d’alcuni ostinatelli: & ho msotrato, che molti scrittori sono, che à prima vista sono giudicatamente maledicenti, & biasimatori delle donne, che ne dicono grandissimo bene. Resta, ch’io risponda alle ragioni leggierissime d’alcuni. & la principale, che costoro adducono, è, che Eua fù cagione del peccato di Adamo, & per consequenza della ruina, & miseria nostra. Io rispondo che Eua non indusse Adamo in alcun modo a peccare, ma credo, che più tosto semplicemente li proponesse il magiar del vietato pomo: Et però non si legge nella Bibbia, ch’ella, o con preghi, o con pianto, o con sdegnose parole a ciò lo spingesse; ma più tosto per via di consiglio credo io, ch’ella gli domandasse,

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dasse, se fosse buono il mangiar di quello cosi nobil frutto, poi che si renderebbono oltre modo grandi, & eccellenti, non sapendo però ella, che il mangiarlo fosse peccato, ne meno conoscend, che il serprente, che a lei promise quella grandezza fosse il Viauolo, come par ch’accenni San Tomaso: Onde s’ella non lo conobbe, ne hebbe da Dio commandamento alcuno, che non ne douesse mangiare, perche vorremo noi dire, ch’ella peccasse? supponendo il peccato qualche cognition antecedente. Ma ben peccò Adamo, che transgredì il commandamento di Dio, hauendolo prima fatto auuertito, che non ne douesse mangiare, & che il peccato fosse d’Adamo, lo dimostra chiaramente la pena, & il castigo datoli: Onde ordinò l’antica legge, che i maschi si circoncidessero per l’error commesso. Et però il peccato originale più dipende da l’huomo, che dalla donna, Et anco lo mostrò l’istesso, Dio, il quale disse: Adam, vbi es. Et non chiamò Eua, & lo chiamò per riprenderlo del commesso errore; segno manifesto, che egli fù quello, che commise il peccato, & non la donna: & se ella ne fù cagione, fù per ignoranza, non sapendo di peccare: ma l’huomo peccò per sicura, & certa cognitione. Et se così è, come ueramente è; io non so trouare la cagione, perche gli huomini attribuiscano alla donna il principio d’ogni nostra miseria; s’io non dico, che sieno cieche neottole al lucido Sole della verità: percioche se ad alcuno si douesse attribuire il peccato, perche prima incominciasse, si darebbe tutta la colpa à Lucifero, come quello, che persuase con promissioni grandi, con menzogne, & mentite larue a mangiare il uietato pomo: & poco importa, se la donna, fu persuasa, & non l’huomo; che non fece egli questo credendo, come dicono alcuni: perche ella dosse più facile a crederli del maschio, anzi perche la conobbe più difficile a piegarsi, & più nobile volse prima tentar lei; percioche chi vince il più potente, & ualoroso, non teme punto il minore, & impotente. Però dice San Bernardo, che vedendo, & considerando il Diauolo la mirabile, & singular bellezza della donna, mosso da inuidia, messe ogni sorte di studio per ottennere quel, che desideraua. Onde mi merauiglio, che i miei car fratelli non dicano, che la bellezza di Eua fù cagione d’ogni male. Raggioni troppo leggieri, & lontane dalla verità; ma pur, come quelli, che hanno poco sale in zucca, stanno sempre più in false opinioni rigidi, & pertinaci. Io potrei anco dire supponendo, che hauessero in qualche parte ragione, che se una donna è stata cagion d’errore, è venuta poi la gran Regina del mondo, che ha scancellato in tutto, & per tutto il peccato commesso; Però disse il Petrarca nella Canzon della Vergine.



E fra tutti i terreni altri soggiorni

Sola tu fosti eletta

Vergine benedetta

Che’l pianto d’Eua in allegrezza torni.

Versò certamente Eua infinite lagrime, per l’error commesso dal suo marito Adamo, ancor che in questo luogo si potesse intendere tutta la generatione

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humana. Ma uoglio lasciar il ragionamento della sacra scrittura, & discendere a ragioni piu communi, & a mio giudicio più leggier. Dicono alcuni huomini di poca leuatura, che Elena fù la ruina di Troia, cosa in tutto falsa. Fra tutti costoro ui è quel buon compagni del Caporali, che dice mosso forsi piu dalla opinione commune, che dalla propria, essendo eglio huomo nelle sue compositioni ueridico, i cui uersi sono.



Queste tante bellezze ogn’hor congiunte

Con lo scandolo stanno, Elena quella

Onde vscir gia tante amorose punte,

Fù con le sue bellezze cosi fella

A Troia, a Gecia, a tutto il mondo, ch’anco

Da ciascuno Hoggidì se ne fauella.

Et dicono, che le Sabine quali furno la ruina di roma, cosa da mouer le risa a un huomo morto. Ditemi di gratia, chi fù primo, che s’inamorasse, Paride di elena, ò Elena di Paride? Senza dubbio Paride di Elena, come si può uedere nella epistola, che a lei mandò, come narra Ouidio, che tradotta in uolgare da Remigio Fiorentino, cosi suona.



Questa ti scriue, ò de l’eterno Gioue

E di Leda gentil pregiata figlia

Il peregrin Troian, ch’ardendo aita

Sola da te dolce suo bene attende:

Et più sotto mostra, come fece per uenir in Grecia, lunga e difficile uia.



Ne promessa mi t’habbia in van la bella

Madre d’amor la ne la valle Idea

Per mia consorte, ond’io si lunga uia

E cosi lunghi, e perigliosi errori

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