Author: Marinella, Lucrezia (1571-1653)



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Telorum seges iaculis increuit acutis.

Fù nella Città d’Arezzo di Toscana un gentil’huomo della anticha famiglia de Vespucci, assai commodo di beni della fortuna, hauendo duo milla scudi l’anno di entrate. Ma oltre modo auarissimo: percioche datosi ad accumolar denari andaua sempre fra se stesso pensando qualche nouo modo, con ilquale potesse accrescere le sue richezze. Onde primieramente cominciò a scemar le proprie spese: perche hauendo una casa assai buona, et grande la diede ad affitto, et egli si ritirò in una casetta uicina

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alla stufa di un fornaio: accioche in un medesimo tempo li fosse casa, et fuoco, fuggiua le serue, et i serui, piu che non si fa il ueneno; dicendo che la natura li hauea dato due mani, accioche lo seruissero, et che era un huomo da ben poco quello, che non si sapea acconciar il letto, scoparsi la casa, et cucinarsi il uitto. Un paio di scarpe non noue li durauano un anno. haueua una biretta, che fù di suo auo ritinta delle uolte ben uenti. portaua i capelli lunghi affermando, che gli huomini nella età dell’oro non si tosauano due uolte in sua uita per conseruarsi sani. Cuciua cosi bene, come un buon sartore. Beueua chiare uolte uino, et bene adacquato; percioche non uoleua contentar la gola. Mangiaua pane il piu nero di Arezzo, et di mezza farina, dicendo che si rouinauano gli stomachi con i cibi troppo delicati. carne egli non mangiaua, se non un poco di testa di pecora il dì di Pascua. mentre camminaua per la Città sempre guardaua in terra per ritrovar qualche cosa buona per lui, et diceua, che era peccato lasciare andare a male alcuna cosa. Biasmaua l’otio, affermando che era peccato non de sette mortali, ma nello Spirto santo. Onde egli continuamente ò cucciua guanti, ò faceua bottoni. Stupiua fra se stesso, come alcuni huomini spendessero quattro scudi in un paio di fagiani, et li hauea per huomini di poco intelletto: andaua a dormire a hore ventiquattro; dicendo che era di gran sanità, et la mattina nel uscire del sole leuaua di letto. Non portaua camiscia, ma solamente alcuni colari di tela assai grossa. Vestiuasi di pelli di camoccia, lequali si conseruano gli anni non punto unte; non toccando egli cosa alcuna, che bruttar le potesse. Andaua spesso a disinar con questo, et con quello gentilhuomo, lasciandosi uscire di bocca, che teneua piu conto di un’amico, che di un parente, et che con il tempo lo uederebbono, et cosi credendo, che lo volesse lasciar heredi, lo inuitauano spesso, et egli allegro accettaua l’inuito; percioche un disinare li scusaua per tre pasti, stando la sera inanti senza cena, et ancho la sera del giorno, che hauea mangiato con i suoi amici. Daua ad usura cinquanta per cento con il pegno in mano. Spesso chiamaua la natura mancheuole; percioche hauea fatto l’huomo igniudo, et goloso, non mangiando, come fanno gli altri animali berbe [herbe]. Non haurebbe fatto una elemosina, anchor che fosse stato sicuro di dar la uita a tre persone con un quattrino, dicendo che si nutriuano poltroni, et ladri: riputaua superflue le cose, che ornano la casa, però non haueua altro, che uno stramazzo senza lenzuola. Nel freddo si intrateneua dal sopradetto fornaio, et in segno di gratitudine mouea con un piede la culla, oue era un bambino del fornaio, hauendo sempre occupate le mani, et diceua gran male di certi superboni, che sdegnano la pratica de galant’huomini. Se uoleua pigliare alcuna ricreatione, cosa che rade uolte accadeua, caricauasi di varie cosette buone per gli huomini di villa, et se ne andaua a buon passo a un suo podere lontano d’Arezzo delle miglia ben dieci, et poi la sera ricreandosi nel vendere quelle bagaglie se ne ritornaua a casa. Affitava i

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suoi luoghi di villa a denari contati inanti il tempo un anno. Hauendo accumulato gran quantità di denari non si partiva piu di casa in alcun tempo dell’anno: dubitando che non li fossero furati. Venuto il tempo di morire s’infermò di una passione di stomacho acerbissima, et essendo andato un suo amico a visitarlo li disse. Signor Cosmo, voi pagaresti ben due milla scudi, et essere sano: uorebbi hauere altro tanto mele soggiunse l’auarone, et hauerne cento appresso questi, ch’io ho. Disse l’amico voi morireste, et egli, che importarebbe a me, piu tosto desidero esser riccho morto, che uiuo pouero. In questo tempo mangiaua qualche ouo, et un poco di pane grattato con l’olio: uitello mai non ne volse comprare: la notte poco dormiua hauendo il cuore a’ denari, sopra quali giaceva. Auicinandosi l’ora della morte chiamò un notaio, et fece testamento, che voleva essere sepolto co i denari. Onde i parenti, i quali mai non si approssimavano a casa sua li mandorno un Padre di Santo Francesco, accioche si confessasse, et gli uscisse del capo questo suo desiderio. Il Padre fece l’ufficio suo, ma indarno; percioche adirato disse, a Dio buon compagno. Ma essendo poi venuto alla cosa di lasciar i denari, piu non li volse parlare, ne volse in modo alcuno, più confessarsi. Dicendo finalemente, che i denari non si acquistauano con fatica per lasciarli dietro di se, et cosi con le mani al sacco de quelli, et gli occhi verso loro morì dicendo. ò quanto ho speso misero me in questa malatia. Ma certo Nabide Tiranno uinse questo auarissimo huomo; perche egli non rubbaua, ne toglieua per forza, come faceua questo tiranno, il quale spogliò tutti gli huomini soggetti delle lor richezze, et danari. Sforzò la moglie ad andare in Argo, et fece, che mettesse in esecutione una astutia, che le insegnò, et è questa, ch’ella inuitasse le più nobili, et ricche donne di Argo, et poi con lusinghe, et con minaccie togliesse gli ornamenti loro, et le vesti pretiose, et ella il fece per comandamento dello scelerato huomo. Et un grande auarone fù Don Robles Spagnuolo, il quale essendo al governo d’Vtrec con molte rapine, come dice Mambrino Roseo, accumulò molti danari. Achille, non accade ch’io il dica, era tanto auaro, che uendè il corpo morto di Hettore. Si può sentire la piu scelerata auaritia? Onde Vergilio dice.

Exanimumque; auro corpus vendebat Achilles.

Auarissimo etiandio fù Barnaba, che scorticaua i popoli del suo Stato per accumolar danari, come scrive Mons. Paolo Giouio. Et il Tarcagnota mostra nelle sue Historie del mondo, che auarissimo fù un capitano de caualli Traci, ilquale nella ruina di Thebe entrò in casa per forza di Timoclia sorella di Teagene nobilissimo Thebano, et doppo che l’hebbe violata, la cominciò a tentare parte con minaccie, parte con piaceuolezze, doue hauesse l’oro, et l’argento ascoso, et ella, che prudente era, rispose, che poi che la sua fortuna le hauea lui dato per Signore, et difensore, non voleua celarli, come hauea in un pozzo senza acqua molti vasi d’oro, et argento, et molte vesti pretiose: egli come udì questo di allegrezza non sapeua che si

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facesse, et subito fattosi mostrare il luogo, benche di notte fusse, discese lentamente nel pozzo in giubbone, et ella come al fondo giunto il vide, tirandoli molti sassi l’uccise, et cosi riceuette il premio della sua auaritia. Auarissimi furno i Corintii, i quali tolsero nella lor naue Arione musico eccellentissimo; et accorgendosi gli scelerati che Arione haueua molti denari seco, lo voleuano gettar in mare, et restar padroni. Il musico, come questo intese, tentaua con l’oro, che seco hauea, et con preghi, ricomprar la vita. Ma il tutto fù vano, solamente ottenne con molti preghi di poter cantare, et suonare con la sua chitara, ornato delle sue pretiose gioie, et su la prua cantò si dolcemente, che gli humidi pesci ne presero diletto, et poi si gettò in mare, et un delphino portollo a saluamento nell’Isola di Tenaro, et egli andò a Corintho dal Re Periandro, ilquale diede castigo a quelli auari marinari come meritauano.

Sono questi gli essempi de gli huomini auari, che già furno Illustri, et famosi, percioche s’io narrar volessi tutti gli huomini, che di tal natura sono, poco spatio di tempo sarebbe un’anno intiero, gia che non si ritroua mercante, ne gouernatore di Stato, ne professore di alcuna arte, che non sia da l’ingorda auaritia stimulato, e spinto. Bene è vero, che hanno sempre con essi loro un continuo dolore. Cedano adunque gli huomini innumerabili di tal vitio ammacchiati a due, ò quattro donne poste per essempio d’auaritia da Giuseppe Bassi, il qual merita gran lode; perche io credo, che si habbi affaticato in ritrouarle molto.

De gli Inuidiosi. Cap. II.

E Di tanti mali, et inconuenienti cagione la maledetta, et rabbiosa inuidia, che si può con ragione concederle il primo luogo doppo l’auaritia, come vitio, che precede a tutti gli altri seguenti, et colui, che inuidia ò richezze, ò dignità d’altrui non si può dire, se non che habbi un animo scelerato, et iniquo; percioche non è altro l’inuidia che uno interno dolore, ò dispiacere delle prosperità altrui; cosi la descriue Speusippo Platonico nelle diffinitioni di Pla. dicendo. Invidia est tristitia ex amicorum bonis sive presentibus, sive futuris, vitio certo di un animo cattiuo. Ma non è tanto il danno, che ben spesso suole agli altri apportare, quanto ne sente, et proua l’istesso inuidioso. Onde lasciò scritto Oratio nel libro primo delle Epistole, che i Tiranni di Cicilia non trouauano il maggior tormento dell’inuidia, et dice.

Inuidus alterius rebus macressit opimis.

Inuidia siculi non inuenere Tiranni.

Maius tormentum.

Et in vero, l’inuidia distrugge l’inuidioso istesso, anchor che goda dell’altrui male. Onde Annibal Caro ne’ suoi sonetti, cosi la descrisse.

[page 110]

Vibra pur la tua sferza, e mordi il freno

Rabbiosa inuidia, habita ò speco, ò bosco.

Pasciti d’Idre, e mira bieco, e losco,

E fa d’altrui tempesta à te sereno:

Et il Sannazaro volendo mostrare, che l’Inuidia è una peste, che consuma se medesima dice:

L’ inuidia figliuol mio se stessa macera,

E si dilegua come agnel per fascino,

Che non li gioua ombra di pino, ò d’acera.

Ma con miglior modo la manifestò, Ouidio nelle Metamorphosi; ma per concluderla io porterò i versi d’uno Epigramma attribuito à Vergilio, nel qual si scuopre una perfettissima descrittione dell’Inuidia, et è questo.

Liuor tabificum malis venenum

Intactis uorat ossibus medullas,

Et totum bibit artubus cruorem,

Quo quisque furit, inuidetque sorti,

Vt debet, sibi pena semper ipse est.

Testatur gemuit graueis dolores,

Suspirat, gemit, incutitque denteis,

Sudat frigidus intuens, quododit,

Effudit mala lingua virus atrum,

Pallor terribilis genas colorat.

Infelix macies remudat ossa.

Non lux, non cibus est suauis illi.

Haec potus iuuat, nec sapor Liei:

Viuit pectore sub dolente vulnus,

Quod chironia nec manus leuarit.

Nec Phoebus sobolesve clara Phoebi.

Et è tanto potente l’Inuidia ne’ cuori de gl’huomini, che molti uolendo inuitar i Regi, et Principi à nuoue discordie, et guerre, pongono dinanzi à gl’occhi loro i titoli illustri, l’antichità del regnare, i trionfi, la grandezza de gli stati altrui, et l’ubbidenza de’ feudatari, dalle quali cose stimulati prendono ben spesse uolte l’armi contro ad ogni ragione, et di questo ne fa fede il Guicciardini, et Monsignor Giouio. et tralascio per ora gli Historici antichi: Di questo potentissimo mezo finge il diuino Ariosto, che se ne seruisse Alcina nella persona di Gano, il quale conoscendo la potenza, et i danni, che sempre guida seco questa peste de gli animi, fa che Alcina l’honorasse con queste parole.

O de gli Imperatori Imperatrice,

(Comincio Alcina) S de. i Re Regina,

O de’ Principi inuitti domitrice,

O de’ Persi, e Macedoni ruina,

O del Romano, e Greco orgoglio ultrice,

[page 111 folio 52]

O gloria, à cui null’altra s’auuicina,

Ne mai sarà per appressarsi s’anco

Il fasto leui à l’altro imperio franco.

Fra gl’huomini celebri, che da questa signoreggiati furno, anchor ch’io creda, che molti fossero da tal vitio infetti; latè enim patet, hoc vitium, & est in multis inuidere, scilicet: Come scriue Cicerone ad Appio Pulcro: Voglio dare il primo seggio à Caligula Imp. accioche egli non inuidiasse ad alcun’altro, che à lui proponessi: era tanta l’inuidia, ch’egli portaua à gl’huomini, che si distruggeua dolendosi, ch’essi hauessero statue, et honorate memorie de’ loro antichi. però ne fece sprezzar molte, et gettare à terra. Oltre questo procurò con ogni suo potere, che si estinguessero i gloriosi poemi di Verg. e d’Homero. diceua, che Verg. era stato un’huomo di poco ingegno, Tito Liuio un parabolano, Seneca, ch’in quel tempo era in grandissima stima, arena senza calce. levò l’insegne, et gl’adornamenti a molti illustri gentilhuomini Rom., ch’erano segni delle loro antiche nobiltà. S’abbassò ancora la sua inuidia à cose più leggieri; percioche non v’era persona di cosi vile conditione, à cui non inuidiasse alcuna cosa, et faceua infino tosar gli huomini, i quali vedeua, ch’auessero belle, et lunghe zazzere, et faceua macchiar il volto ad alcuno, ch’à lui pareua bellissimo. Io non mi ricordo mai hauer letto, ch’in una donna fosse tanta inuidia, e tanta rabbia de gl’honori, et delle bellezze altrui, com’io leggo di quest’huomo. Non merita d’esser lasciato a dietro Cesare, che leggendo l’imprese d’Alessandro, piangendo si doleua, vedendo che le sue non erano eguali a quelle del Macedonico. Mi souuiene di Marco Crasso, ch’era sempre punto dalla venenosa sferza dell’inuidia per gl’honori di Giulio Cesare, et di Pompeo. Fù anco stimulato grandemente da costei Isaccio Commeno, come narra Niceta Acominato da Chone, c’hauendo tolto l’Imperio al crudele Andronico, per inuidia ruinò superbissime fabriche, et un’alta Torre, et altre bellissime habitationi uicine a una fontana, le quali cose Andronico con grandissime spese hauea inalzate, et per ornamento della città fatte, nelle quali cose si vedea essere ornamento, utilità, et piaceri. Mi souuiene d’Alessandro figliuolo di Filippo, ch’era inuidiosissimo della gloria d’Achille. Però dice il Petrarca.

Giunto Alessandro à la famosa tomba

Del fiero Achille, sospirando disse;

O fortunato, che si chiara tromba

Hauesti, che di te si alto scrisse.

Et Carneade fù tanto inuidiato, che nulla più, fiorì nel tempo di Catone, come scriue Valerio Massimo, pose lo suo studio in accordar le differentie, et varie sette di Filosofanti, Peripatetici, Epicurei, et Stoici; ma non lo potè far, come dice il Petrarca per l’inuidia altrui.

La lunga vita, e la sua larga vena

D’ingegno pose in accordar le parti,

Che’l furor letterato à guerra mena,

[page 112]

Ne’l poteo far, che come crebber l’arti

Crebbe l’inuidia, e col sapore insieme

Ne i cori enfiati i suoi veneni sparti

Fù un famoso inuido Tito Flaminio, come dice Plutarco, che tutto giorno si rodeua fra se stesso di dolore per gli honori di Filipomene. Ne voglio tacere di Temistocle, che molte notti non dormiua; perche i trofei di Milciade lo teneuano desto. Ne d’Aristotile, che inuidiaua la gloria di Theodetto. Ne di Carlo Utinense, che udendo le vittorie di Giulio Cesare s’ammazzò, et fece bene, che facendo cosi mostrò quello, che meritaua uno inuidioso, ilquale cerca di uccidere la fama, et la gloria altrui. Asinio Pollione haueua tanta inuidia a Cicerone, che fuggiua udendolo nominare. Doue lascio Adriano, che inuidiò tanto il buono Imperator Traiano, che i ponti fatti con gran spesa fece gettar a terra, et minare? come narra Plutarco, Scipione Africano fù etiandio molto inuidiato da i Tribuni, e da principali della Città di Roma, et egli conoscendo la loro inuidia se ne andò à Linterno villa a far il rimanente della sua vita: et Tito Liuio come narra il Petrarca era inuidioso verso Crispo Salustio, onde dice.

Crispo Salustio è seco, a mano a mano

Uno che gli hebbe inuidia, e vide il torto

Ciò è il buon Tito Liuio Padoano.

Torquato Tasso dice nel suo Poema veramente degno d’ogni lode, che Gernando era pieno di questo mostro diabolico per la virtù di Rinaldo.

Tal che’l maligno spirito d’Auerno,

Che in lui strada sì larga aprir si uede

Tacito in sen li serpe, & al gouerno

De suoi pensieri lusingando siede.

Che dirò di Senofonte, che impugnò i libri della Repubblica di Platone per inuidia? che di Gano che cercaua per inuidia di distruggere la potenza di Carlo Magno come dice l’Ariosto, ilquale scoprendo ad Alcina il petto colmo d’odio, e di rabbia verso il Re Carlo dice?

Ma se più tosto odiate, chi li è amico

E di sua volontà vuol seguitarlo,

Mè non haurete in odio, ch’io non l’amo,

Ma il danno, e’l biasmo suo piu di voi bramo.

Et da questo si può comprendere di qual astio, et di qual veneno hanno pieno il cuore questi inuidiosi, che odiano, et opprimono le virtù, et però il Petrarca, esclamando dice.

O inuidia nemica di virtute.

Et basti di questi pochi; perche se tutti ponere volessi, non mi bastaria ne la carta, ne il tempo.

[page 113 folio 53]

Degli incontinenti, cioè golosi, ubbriachi, & sfrenati. Cap. III

NUMERORNO gli antichi, et morali Filosofi tra i più graui, et segnalati vitii la sordida incontinenza; percioche offuscando la ragione i diletti de sensi uengono in un certo modo à priuar l’huomo del suo proprio essere; che ella interturbi la ragione per il mezo del diletto sensuale, lasciò scritto Speusippo dicendo Incontinentia est affectio trahens ad ea, que iucunda videntur, praeter rectae rationis iudicium. Le quali cose benissimo conobbe Aristo. nel lib. 2. delle grandi Morali al cap. 7. nel 3. delle Morali à Nicomacho dicendo, Incontinens est, qui honestorum tenet scientiam, sed eam non exercet, imo indulget corporis uoluptatibus, quae uituperandae sunt & circa has magis, quam par sit, versatur. Se adunque l’incontinenza è tale, ch’ella offuschi la ragione dominando i sensi del gusto, et del tatto come dice Aristo. imprudente, et lo dimostra con queste parole, Prudentem verò incontinentem esse non contigit. Et di questo non è merauiglia; percioche antepone a’ diletti tutte l’altre attioni, anchor che nobili, et laudabili. Et si duole, e lamenta, quando ch’egli non ottiene il bramato fine, come si legge nel 3. delle Morali à Nicomacho al cap. undecimo. Fù incontinentissimo in ogni sorte di cosa Nerone, il quale à freno sciolto si diede in preda à tutte le vanità, et lasciuie, che mai imaginar si possino, et l’Autor, che descriue la sua vita, dice i suoi vitii furno tanto horribili, che per non offendere l’orecchie di chi legge, ha proposto di non volerli scriuere consumando egli in quelle dishonestà la maggior parte del tempo et tutto il rimanente spendeua in giuocchi, et in altri vitiosi essercitii, e spesso in conuiti, iquali durauano tutto, il giorno et parimente tutta la notte: ne a questo scelerato Imperatore cede pur in una minima parte Silla, il quale sempre si dilettò di facetie, di pratiche di buffoni, et di persone ridicule et dishoneste. Ma come fù posto a reggere lo stato, ragunandosi con huomini sfacciatissimi, venuti dalle scene, et da gli spettacoli staua a bere, et a mangiare con loro, et a dire parole molte sconcie, et vituperose. anchorche fosse persona attempata; et per attendere alla gola trascoreua molte attioni, lequali haueuano bisogno di gran consideratione et diligenza. Scriue Suetonio, che Vittelio Imperatore era tanto goloso, che trouandosi in uiaggio entraua per tutte le osterie, et mangiaua le cose,



[page 114]

che vi trouaua calde, et fumanti, et tal volta le reliquie del giorno inanti, et sempre comandaua hora a uno, hora ad un altro, che lo conuitassero. Sergio Galba fù anchor egli tanto mangiatore, et bevitore, et sfrenato in mille altre dishonestà, che è più noto per loro, che per alcuna virtù, che fosse in lui. ma che diremo noi di domitio Afro? che per troppo mangiare si soffocò a tauola alla presenza di molti. che di Catone Uticense? ilquale era tanto amico del vino, che à lui si haurebbe lasciato abbruggiare che continuaua beendo con gli amici infino a l’Alba. Che di Comodo Imperatore? ilquale consumaua il giorno, et la notte per le tauerne in conuiti, in tracannare, et in mille altri vitii enormi, et brutti; in bagni, in lasciuie. Alessandro Magno fù oltre modo amator del uino, et facendo un conuito, promise la corona a chi più beueua: quegli che in quel contrasto si mostrò più invitto fù Promacho, ilquale tracannò quattro cantari di vino, et acquistò la corona; et la uitoria. ma perche il pouero huomo douea hauer beuuto troppo poco, se ne morì da li a duo giorni, et ne morirno per l’istessa cagione quaranta altri. Mentre Alessandro attendeua a perseguitar Dario faceua alcuna volta grandissimi conuiti, et godeua nelle ebbrietà, et nelle Crapule. un giorno ch’egli era benissimo ubbriaco, si li fece inanzi una donna, per nome chiamata Thaide Ateniese, laqual piaceuolmente lodando Alessandro, diceua ch’ella hauea riceuuto in quel giorno grandissimo frutto delle fatiche ch’ella hauea sofferte a venire in Asia veggendosi tanto accarezzata nei i superbissimi pallazzi de Persiani, et ch’ella haurebbe molto dilettose per ispasso, anchorche hauesse potuto caciare il fuoco nel pallazzo di Serse, ilquale hauea già abbruggiata Atene sua patria. Stando Alessandro ad udirla, non li dispiacque quel pensiero, et cosi caldo dal vino fatto accendere una facella, andò inanzi a tutti con lei, et cacciorno fuoco nel pallazzo di Serse. Tutte queste cose narra Plutarco. Ne ad Alessandro cede Tiberio Imperatore, che fino dalla sua fanciullezza li fù posto nome Beuiero Mero, che dinota beuitore de miglior vini, et nella sua vecchiezza staua tutta la notte, et parte del giorno dando premi a chi più beuea. Ma doue lasciò Dinocrate Messenio, che era più giotto del vino, che l’orso del mele. Et facendosi un gran conuitto in Roma, et essendo ebro si vestì da donna, et quiui saltò, et ballò, e fece mille altre pazzie, et l’altro giorno poi domandò aiuto a Tito; perche tentaua di ribellar Messana a gli Achei, ch’era cosa di grande importanza, come dice Plutarco. Io non so come bene si conuenissero insieme l’ebrietà, i salti, i giuochi con la grauità quasi di Principe. Non merita silentio la voracità di Massimino, ilquale, come scrive Capitolino, mangiaua quaranta libre di carne al giorno, et beueua un’anfora di vino. Per quanto mi pare, era molto sobrio etiandio. Claudio Imperatore era tanto disordinato nel mangiare, et nel bere, et nell’altre sceleratezze, che li parea di non hauer mai nè luogo, nè tempo bastante da satiarsi la gola, mangiaua à corpo pieno,

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