Author: Marinella, Lucrezia (1571-1653)



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[page 115 folio 54]

et poi si prouocaua il vomito, cosa più tosto da uno imperator de porci, che d’huomini. Et Cambise essendo stato corretto da un suo domestico, che lasciasse l’ubbriachezze, egli subito con una saetta l’ammazzò. Nè voglio, che resti disgiunto da questi golosi mangiatori Epicuro Ateniese figliuolo di Neode, da cui hebbe origine la setta Epicurea, il quale ponendo il sommo bene nelle voluttà, et piaceri del corpo si armò con sottili argomenti contra Phiricide Filosofo. A costui piacque con tutta la sua compagnia il mangiare, il bere, et il solazzarsi; perche diceva.

Post mortem nulla est voluptas.

Onde il Petrarca di lui parlando, dice:

Contra il buon sire, che l’humana speme

Alzò ponendo l’anima immortale,

S’armò Epicuro; onde sua fama geme

Ardito à dir, ch’ella non fosse tale,

Cosi al lume fu famoso, e lippo

Con la brigata al suo maestro eguale.

Leggesi ne gli Epigrammi di Possidonio, et di Theodoro, d’alcuni huomini, che mangiauano fino un bue: ò come male sarebbono stati sotto Pitagora, che non uoleua, che si mangiasse carne: non è giusto, che io lasci à dietro il Re Antiocho, il quale giorno, e notte attendeua alle crapule, et al uino: nè giusto è, che io lasci Trasimarco Macedone, il quale illustra Timacreonte, dicendo di lui:

Plurima edens, per multa bibens, mala plurima dicens:

Scriue Aristotile nell’Etica, che uno desideraua di hauere il collo di grue per poter lungamente gustar il uino, ch’io penso, che non li piacesse punto. Epicarmo nel suo Busiride della ingordigia loda Ercole dicendo.

Intus sonat guttur, sonantque maxillae

Simul dentes, dens caninus instrepit,

Exibilant nares, et ipsam aurem mouet.

Non uoglio lasciar da parte Sardanapalo, ultimo Re de gli Assirii, huomo deditissimo a tutte le voluttà. Costui di mangiare, e di bere non cedeua al più famoso huomo dell’età sua. Spesso si uestiua da donna, et staua anchor egli ritirato con le altre donne: In questo Arbace capitano de Persi, intendendo la uita di questo famoso huomo uenne, et assediollo, et il galante huomo disperando la salute fece accendere uno grandissimo fuoco, gettoui dentro le cose più care, et anco molte cose da mangiare, et finalemente se stesso. Et fece queste parole sopra la sua sepoltura. Mangia, beui, et giuoca, che doppo morte niente piace. Che dirò di Ciacco, che in lingua Fiorentina vuol dir porco, parlando il Bocca, di lui dice. Essendo uno in Firenze da tutti chiamato Ciacco, huomo giottissimo quanto alcuno altro fosse giamai, et con quello che segue. Dante lo po-

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ne ne l’Inferno, et lo fa dire cosi:

Voi cittadini mi chiamaste Ciacco

Per la dannosa colpa de la gola,

Come tu uedi à la pioggia mi fiacco.

Furno tanto mangiatori, e golosi i compagni d’Vlisse, come racconta Homero nell’Odissea, nel libro duodecimo, che rapirno i buoi del Sole, et con grande auidità cercauano i più grassi, nè fecero alcuno profitto i ricordi d’Vlisse. Et i versi Greci tradotti da Girolamo Bacelli così suonano:

Sei giorni intieri i miei compagni amati

Mangiar gli armenti del lucente Sole,

Sempre scegliendo i più grassi, e megliori,

Ma ben portorno la pena della lor golosità tanto accesa, quando Gioue ne prese vendetta, che vibrando il fulmine ardente, percosse la naue, et si può dire,

Che sol foco per foco allhor si spense.

Cioè il fuoco della gola co’l fuoco celeste. Moschino era un gran beuitore, quando non era ubbriaco li pareua d’esser morto, et però dice l’Ariosto parlando di lui, quando uien gettato da Rodomonte nell’acqua.

Getta da’ merli Andropono, e Moschino

Giù nella fossa il primo è Sacerdote,

Non adora il secondo altro, che’l vino,

E le bigonze à un sorso n’ha già vote,

Come ueneno, e sangue uiperino,

L’acque fuggia, quanto fuggir si puote,

Hora qui more, e quel che più l’annoia,

E’l sentir, che nell’acqua se ne muoia.

E Grillo, forse, che ancor egli non era un bello, e buon beuitore? come dice il medesimo:

Poi se ne vien, doue col capo giace,

Appoggiato al barile il miser Grillo

Hauealo uoto, e hauea creduto in pace

Godersi un sonno placido, e tranquillo,

Troncogli il capo il Saracino audace

Esce co’l sangue il vin per uno spillo,

Di che n’ha in corpo più d’una bigoncia,

Di ber si sogna, e Cloridan lo sconcia.

Gio. Bottero Benese, nelle sue relationi d’Europa, dice, che i Germani son dediti fuor di modo alla gola, et all’ebrietà; onde segue, che dificilmente diuentano prudenti: percioche non è cosa, che più offuschi l’intelletto, et imbestii l’animo, che la crapula, et il vino, et per la gola patiscono molte infirmitadi. Et dice

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che nella guerra la caualleria Tedesca è di spesa, e d’impaccio, anzi che di giouamento, et di utilità, et la ragion è questa; che i caualli si togliono dall’aratro, et gli huomini dalla stalla. I Siracusani si ubbriacauano fino quattro giorni intieri. perche credete voi, che Mezentio porgesse aiuto à Toscani? solamente, perche haueuano buon uino: non voglio che il tempo mandi nel fiume d’obblio la memoria di un gentilhuomo d’uno città di Lombardia, chiamata Pauia, che sapeua qualche cosa circa le lettere; ma pouero, et goloso, come un gatto: se alcuna uolta era inuitato a disinare da qualche gentilhuomo, il quale hauesse fatto disinare da huomo temperato, e sauio, doppo incontrandosi in qualche suo amico, dal qual dimandato li fosse, oue hauesse mangiato, rispondeua piangendo: in inferno leccardorum; Ma quando mangiaua con qualche gentilhuomo, il quale hauesse la tauola piena di molte varie, et diuerse uiuande, et dimandato doue mangiato hauesse da altri gentilhuomini, con faccia allegra, et una foce gagliarda, e chiara, rispondeua: Non in Apollinem, come Lucullo: ma in Epulonem: ancora che il misero fosse tanto goloso, haueua però del deuoto, di sorte, che ogni volta, che sapeua di non perdere l’inuito del disinare udiua messa; et dimandato, che gratia à Dio chiedesse, egli soggiungeua: Hanc unam peto: di godere, trionfar bene in questo mondo, et meglio nell’altro, et s’era ripreso da qualche amico, ò parente, di voracità, li rispondeua: Nescitis quicquam. Poi loro faceua uno argomento à primo ad ultimum, che sempre haueua in bocca; ma piu in opera, et diceua hauerlo imparato in Basilea in una tauerna da un Filosofo Tedesco, qui erat maximus doctor, dum potauimus, il quale argomento era di tal tenore: Qui bene bibit, et bene edit, bene dormit; qui bene dormit non peccat, qui non peccat vadit in paradisum. Ergo si uolumus ire in paradisum, bibamus, et comedamus egregie: et haec est scala coeli. Sono numerati fra gli ubriachi da Caristia, Filippo Re di Macedonia. Antigono, come scriue Philarco. Demetrio, come Polibio, et Agione Re de gli Mitii, morì ubbriaco, ò che felice morte. Racconta Phania, che Scotta figliuolo del Re Creonte si ubriacaua ogni giorno, et se per auuentura fosse stato un giorno sensa si stimaua piu che morto. Si faceua poi portare per la città sopra un seggio d’oro, come se hauesse trionfato per qualche illustre uittoria; ma udite questo bello Epigramma composto da Polemone sopra Hircadione Re de’ beuitori.

Hircadionis habet tumulus hic ossa bibacis,

Erectusque urbis proximus ille viae huic

Charmilus, et Dorei posuerunt mortuus est vir

Dum magni calicis ebibit iste merum.

I Siciliani erano tanto ingordi, et voraci, che alzorno un Tempio alla Voracità; accioche questa tale Dea non gli lasciasse mancare l’esca,

[page 118]

et il vino, et non si può dire, che non fossero deuoti hauendo fatto opera tale. Era tanto giotto Hiperide, che auanti giorno correua fuori di casa, perche non fosse da qualche uno altro tolti i megliori bocconi, ne mai haueua tanto sonno la mattina, che la gola non lo potesse destare. Aristippo era tanto mangiatore, e goloso, che quando uedeua quelle parole di Platone, le quali sono queste. Quod in die aut semel, comedatur parcè, aut bis parcissime. Subito con tanta colera stracciaua quella carta, oue erano scritte, et l’abbrusciaua, che nulla più. Era una golosità astuta quella, che Crobulo Comico racconta di colui, che per timore, che gl’altri non mangiassero, diceua:

Ad haec ego certè nimis colentia,

Nunc frigidas habeo manus.

Io non voglio, che il silentio mandi in obliuione la nobile memoria d’un gentil Cortigiano, il quale non si dilettaua ne di pompa, ne di delicie, come sogliono fare molti gentilhuomini di simil sorte: in casa non hauea ne specchio, ne pettini, se non quelli, che teneua in [bocca], co i quali a tauola pettinaua come un paladino, nè adoperaua forchetta, ma con le dita, le quali con tanta prestezza, et celerità adoperaua, che alcun suonatore di liuto. Se mangiaua come un paladino; beueua come un gigante: Sempre voleua il vino Giudeo; perche diceua, che l’acqua era fatta per i pesci, et per le bestie, non per i galant’huomini pari suoi. Costui beuea bene, et tanto deuotamente, che ogni volta li veniuano le lagrime da gli occhi, et benche si hauesse posto un secchio di vino alla bocca, quando spiccaua il uaso da i labri, erano tanto asciuti, quanto se fosse stato di mezzo giorno al Sole, quando egli è in Cancro, ò in Leone. Se dormiua, dormiua commodamente bene; perche fra giorno, et notte non si riposaua meno di sedici hore, et questa era la sobrietà, la gentilezza di questo gentilhuomo. Margutte è tanto noto, che non accade, ch’io di lui scriua; ma in vece sua scriuerò di Erisitone, che mangiò tutte le sue facoltà, et vendè la figlia, come dice Ovidio nel lib. 8.

--tandem demisso in uiscera censu

Filia restabat, non illo digna parente

Hanc quoque vendit inops.

E così Eristone vendè la figlia più volte et, à l’ultimo mangiò se stesso; onde Ouidio disse:

Ipse suos artus lacero diuellere morsu,

Caepit, et infelix minuendo corpus alebat

I quali versi tradotti in ottaua rima dal Maretti suonano:

Le stesse membra incominciò col dente

Ad ammorsar la carne sua ingogiata,

Il nutrimento il misero porgendo

Al corpo, il corpo stesso sminuendo.

Questi sono gli essempi de gli huomini incontinenti, con i quali se si habbi da comparare il sesso donnesco ditelo, et consideratelo uoi; perciò che io credo,

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che commettessero più atti d’incontinenza Eliogabalo, et Nerone soli, che tutte le donne insieme: ancorche fossero tutte le morte, le uiue, et uenture unite. Io tralascio di raccontar, che l’osterie siano sempre piene di questi continenti maschi, et cosi tutti i luoghi, oue si uende uino, essendo queste cose à tutti notissimo, si come anco è chiarissimo, che donne non si ritruouano in simili ridutti, et luoghi.

De gl’iracondi, bizzari, et bestiali.

Cap. IIII.

E tanto detestabile, et uituperato il uitio della fiera, et precipitosa iracondia, da ogn’uno, che sempre senza dubbio merita riprensione, et spesso castigo, nè meno ella oscura il lume della ragione di quello, che facci l’incontinenza, ancorche alcuni l’ira, incontinenza chiamassero. O di quanti homicidii ella è cagione; percioche essendo l’ira, come dice Speusippo: Prouocatio irascibilis animae partis ad ulciscendum. Spinge souente gl’huomini adirati à commettere simili eccessi per vendicarsi, et ben spesso per leggierissimo oltraggio vien leuata la cara vita al altrui, et questo accadde; percioche l’ira il più delle volte accieca affatto la ragione, come si legge nel lib. 5. della Politica, al capitolo decimo; et ch’ella offuschi l’ingegno, è cosa certa; percioche si uede non rare volte un carissimo amico, un’obbediente figliuolo in un subito lasciarsi trasportar tanto dalla colera, che offende ò l’amico, ò il caro padre, et dipoi auuenendosi piange il commesso errore, la qual cosa osseruando l’Ariosto disse nel Canto trigesimo, stanza prima.

Quando vincer da l’impeto, e da l’ira

Si lascia la ragion, ne si diffende,

E che’l cieco furor si innanzi tira,

O mano, ò lingua, che gli amici offende,

Se ben dapoi si piange, e si sospira,

Non è per questo, che l’error si emende;

Lasso io mi dolgo, e affliggo in van di quanto

Dissi per ira al fin dell’altro canto.

Per il più s’adirano gl’iracondi con quelli, co i quali meno si dourebbono adirare, o di cose lieui, e sprezzabili, et molto piu di quello, che deurebbono, cosa certo indegna, et con bestemmie, et con gridi horribili assordano il mondo; onde si può dire con Ouidio:

Crimina dicuntur, resonat clamoribus ether,

Inuocat iratos est sibi quisque deos:

Pertinet ad faciem, rabidos compescere mores:

Candida pax homines, trux decet ira feras:

[page 120]

Ora tument ira, nigrescunt sanguine uenae;

Lumina Gorgonio seuius angue micant.

Ad Alessandro Re di Macedonia io darò il primo honore accioche non auuampasse d’ira. Era tanto estremamente agitato da questa furia infernale, che non sapeua frenare la sua natura. Però fece molti atti indegni, come uccider Clito, et altri Illustrissimi huomini di grandissima auttorità, come Plutarco racconta; et però dice il Petrarca.

Vincitor Alessandro l’ira vinse.

Ma che dirò io di Valentiano Imperator di Roma, Ungaro di natione? il quale si adirò tanto fieramente contra certe legioni, che li si ruppe una vena nel petto per lo gridare, et poi versando l’anima, e’l sange si morì pieno d’ira. Che di Catone? che entraua in tanta rabbia, che non si po[t/r]ca ne con preghi, ne con altra cosa placare. Ma di più crudele, et fervente ira fù pieno Perso Re di Persia, che uccise dui, i quali amicheuolmente lo consolauano. Si può uedere il più brutto essempio di costui? poi che priua di vita, chi con dolci parole cercaua di mettere allegrezza nell’animo melanconico di lui. Ma doue lascio Cambise, ancor esso Re di Persia? che non potendo hauere la figliuola del Re d’Egitto viua, fece tirarla fuori della sepoltura, et fece col ferro piagarla, et batterla, et dipoi abbrusciare, come dice Battista Ful. ben rabbia veramente irrationale, incrudelire contra un corpo essanimato. Herode Re de’ Giudei, figliuolo d’Antipatro, essendoli detto, che la moglie li voleua dare il veneno amatorio, senza cercar più oltre, preso da una feruente ira la fece ingiustamente uccidere. Ma dopo essendosi scoperta la verità, et raffredato quello acceso furore irrationale piangendo la chiamaua. Onde parlando di lui il Petrarca dice;

Vedi com’arde prima, e poi si rode,

Tardi pentito di sua feritate

Mariane chiamando, che non l’ode.

Ezzelino, che per l’ira commise tante crudeltà, non lasciaremo già a dietro? però lasciarò à dietro quello, che per ira fece verso gli altri, et solamente voglio descriuer quello, che fece verso se stesso: essendo ferito fù preso in battaglia, et fù medicato, et consolato assai, ne in lui mai si potè spegnere l’ira; et non hauendo armi, con che ferirsi tenendo sempre gli occhi fissi in terra pieno d’una ostinata iracondia si slegò la ferita, et la stracciò, cosi finì la vita, come scriue il Sabellico, et di lui dice l’Ariosto;

Ezzelino immanissimo Tiranno,

Che fia creduto figlio del demonio.

Valerio Pubblicola per colera renunciò tutti i gradi honorati. I Francesi, come dice Tito Liuio sono di natura iracondi. Ira grandissima fù quel-

[page 121 folio 57]

la di Tideo come narra Statio nella sua Thebaide, ilquale hauendo fatto amicitia con Polinice andò con gli altri regi contra Thebani, et essendo in battaglia s’incontrò in Menalippo, ilquale era in aiuto de Thebani, et da lui fù grauemente ferito, et Tideo pieno di grande ira l’uccise, et dapoi vedendo che la sua ferita era mortale, si fece portar la testa di Menalippo, et con grandissima ira rodendola si morì. onde il Petrarca ragionando dell’ira dice;

L’ira Tideo a tal rabbia sospinse,

Che morendo ei si rose Menalippo.

Solimano fù anchor egli pieno di una cholera irrationale come dice Torquato Tasso; perche dopo che hebbe ucciso Argillano, fece oltraggio al morto corpo.

Nè di ciò ben contento: al corpo morto

Smontato dal destriero, ancho fa guerra;

Quasi Mastin, che’l sasso; onde a lui porto

Fù duro colpo, infellonito, afferra.

Et Marganor arrabbiato d’ira contra Drusilla, come l’Ariosto dice.

Tal Marganor d’ogni mastin, d’ogni angue

Via piu crudel fa contra il corpo essangue.

E Granponio fù molto cholerico, per quel che dice l’Ariosto;

Si che senza poter replicar verbo

Volta il destrier con colera, e con stizza.

Aiace figliuolo di Telamone, quando che i Greci giudicorno degno Ulisse dell’armi d’Achille, et priuorno lui, n’hebbe tanta ira, e dispetto, che diuentò matto, et furioso; et finalmente s’uccise; però udite quello, che dice Ouidio di lui.

Hectora qui solus, qui ferrum, ignesque iouemque

Sustinuit toties, unam non sustinet iram:

Inuictumque virum vicit dolor. arripit ensem,

Et meus hic certè est: an et hunc sibi poscit Ulisses?

Hoc ait utendum est in me mihi: quique cruore

Saepe Phrigium meduit: domini nunc cede madebit

Ne quisquam Aiacem possit superare, nisi Aiax

Dixit: et in pectus tum demum Vulnera passum

Qua patuit ferro, lethalem condidit ensem.

Hor pensate voi, se questa doueua essere ira da giuoco. Ma di Achille, che diremo noi? che quando Agamenone dice di torli la figliuola di Briseo, tanta è l’ira, et il furore, che auampa come dice Homero nel primo libro dell’Odissea, che tradutto in ottaua rima da Luigi Grotto cosi suona;

Qui tace, e siede il Re. Ma un furor folle

Tanto il figlio di Theti in questo auampa

Che’l sangue intorno al cor, s’accende, e bolle

[page 122]

E un fortissimo duol nel sen s’accampa.

Et più sotto, quando si era alquanto placato, hauendo veduto Minerua; però non mancando di usare parole oltraggiose ad Agamennone, le quali son queste:

Achille, che de l’ira anco riserua

Nel cor qualche reliquia al Re proteruo,

Conuerso grida in uoce acra, et acerba:

O de Greci signor del vino servo,

Di mente puerissima, e superba

Re, ch’ai faccia di cane, e cor di ceruo,

Come per guida sua questo bel campo,

Elesse un’huomo più timido, che un tampo.

Considerate un poco, se l’ira in costui era gagliarda non hauendo rispetto più al Re Agamennone, che hauesse hauuto à un suo minimo seruo. Ma che diremo di Gìa? che come si vidde Cloante vicino nel giuoco delle naui, arse di tanta colera, che senza hauer rispetto al suo decoro, prese Minete nocchiero, e guida della sua naue, e l’auuentò nel mare: come dice Verg. nel lib. 5. dell’Eneide:

Tum verò exarsit iuueni dolor ossibus ingens,

Nec lachrymis caruere genae, segnemque Menatem,

Oblitus, decorisque sui sociumque salutis,

In mare praecipitem puppi deturbat ab alta:

Ipse gubernaculo rector subit: ipse magister.

Questi versi tradotti in lingua volgare dal Caro, tali sono:

Grand’ira, gran dolor, et gran vergogna

Ne sentì il fiero giouine: et piangendo

Di stizza non mirando il suo decoro;

Nè che Menete del suo legno seco

Fosse guida, e salute; in mezzo il prese,

Et da la poppa in mar lungo auuentollo,

Poscia ei nocchiero, e capitano insieme,

Diè di piglio al timone.

L’ira è uno distruggimento di tutto le virtù, come dice il Trissino;

Ma se tu lasci dominarti à l’ira,

Quale eccellenze haurai, che non ti guasti?

[page 123 folio 58]

De’ Superbi, et Arroganti.

Cap. V.

Lo stimarsi, et il giudicarsi più degno, et più nobile de gli altri senza dubbio è atto di superbia: non essendo la superbia altro, che una falsa estimatione di se medesimo, per la quale si crede di hauere una libera superiorità, et imperio sopra ogni persona, ancorche magnifica, et grande; et l’huomo alleuato da questo pensiero ne diuiene arrogante , insolente, sprezzatore di Dio, et de gli huomini, vantatore, ostinato, ambitioso, et ingrato nelle sue attioni, et per concluderla è una radice, et origine di grauissimi errori, come lasciò scritto il sauio Salomone nell’Ecclesiastico al capitolo decimo. Furono molti gli huomini superbi, ai quali, come dice Pub.

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