Author: Marinella, Lucrezia (1571-1653)



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Citò ignominia fit superbi gloria.

Io incominciarò da Giulio Cesare, accioche godi la superiorità de gli altri superbi. egli haueua pensieri tanto alti, et eleuati, che non ui era cosa tanto grande, che non li paresse di meritarla; udiste voi la maggior arroganza di questa?

E Plutarco racconta di Camillo, che hauendo hauuta uittoria contra Veii, tanto era in costui grande l’allegrezza, et il fasto, che facendo il trionfo trapassò tutti i riti ordinarii, et sdegnando le solite pompe salì sopra una carretta, la quale era solamente riseruata al Re, et al padre de gli Dei: segno euidente di un’animo gonfio d’una estrema superbia: nè merita già silentio l’arroganza di Catone, per la quale fece meravigliare il Re Tolomeo, il quale volendoli parlare, non li andò incontro, non si mosse di camera, nè pur dal [;] seggio, segno (dice Plutarco) du un’animo rusticale, et superbo. Tito Liuio vitupera l’alterezza grandissima di Annibale, ilquale doppo la vittoria riceuuta di Canne, si alzò in tanto fasto, che venendo i suoi Cittadini, non si degnò ragionar con loro, se non per il mezo d’interpreti. Et Caligula fra gli altri suoi pessimi vitii, fece uedere la sua alterezza, e superbia, della quale era tanto pieno, ch’io mi merauiglio, come non gli scopiasse il cuore, non guardaua alcuno con dritto occhio, sprezzaua le altrui virtù, nè le sue amaua; perche in lui non haueuano albergo. Non lasciarò Domitiano superbo, quanto imaginar si possi, che senza scoprirla, mai non operaua cosa alcuna. Et Roboam figliuolo del sapiente Salamone, essendo succeduto nel regno del padre, venne in Sichen, doue era unito tutto il popole d’Israele, et usò grande alterezza; perche pregandolo il popolo, che allegerisse il giogo, che posto hauea suo padre, sprezzando il consiglio d’ogni uno, rispose queste superbe parole, che’l suo minimo dito era più grosso delle spalle paterne, et che se lui li percosse con la verga, egli li percuoterebbe col bastone. Superbo al possibile fù etiandio

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Nicanore, al quale essendo detto per opprimere la sua alterezza, che’l signore, et padrone del tutto sta nel Cielo, egli rispose, et io sono in terra potentissimo signor della guerra, et dell’armi. Non voglio, che questa compagnia di superbi resti senza Nabuchodonosor, che à me parerebbe di fargli un grandissimo torto; egli fù si altero, che Dio per punirlo gli tolse l’ingegno; Onde andaua per campagna come un bue mangiando il fieno, et di lui ragionando il Petrarca dice,

Che superbia condusse à bestial vita.

Et il superbo Seuitione non voleua se non cose grandi, voleua seruitori grandi, destrieri grandi, et per maggior pazzia essendo egli grende [sic! grande] assai, caminaua in punta di piedi per dimostrarsi più grande. Come dice Apuleio gli Egini sono per natura superbi. Timeo Siculo si pensò di superare nell’istoria Greca il famoso Thucidide, della qual cosa ride Plutarco. Ne voglio tacere l’ardire temerario di Nembroth, che per contrastar col Cielo, edificò l’alta torre di Babele, che come scriue il Petrarca.

Che fù sì di peccati, e d’error carca.

Iuuenale Poeta vitupera la Romana alterezza; oue lasciò Senapo Imperator dell’Ethiopia, che era tanto superbo per la richezza, che come dice l’Ariosto:

Diuenne come Lucifer superbo,

E pensò muouer guerra al suo fattore,

Con la sua gente la uia prese al dritto,

Al monte, ond’esce il gran fiume d’Egitto.

Inteso hauea, che su quel monte alpestre;

Ch’oltre le nubi verso il Ciel si leua,

Era quel paradiso, che terrestre

Si dice, oue habitò già Adamo, et Eua.

Con camelli, elefanti, e con pedestre

Essercito orgoglioso si mouea

Con gran desir, se v’habitaua gente

Di farla à le sue leggi ubbediente.

Et Dio ottimo Massimo per farli in parte deponere la superbia, lo privò del lume de gli occhi, et gli mandò l’arpie alla mensa; ma prima gli hauea fatto uccidere l’essercito dall’Angelo; cosi veramente meritano questi fastosi, insolenti, et superbi huomini, che vogliono pigliare guerra con Dio; ma perche tanta superbia, ò huomini fratelli?

Non v’accorgete voi, che sete vermi, come narra Dante? Rodomonte, come dice l’Ariosto, non cedeua punto à Nembrotte, come mostra in quella stanza, canto 14.

Rodomonte non già men di Nembrotte

Indomito, superbo, e furibondo,

Che d’ire al Ciel non tardarebbe a notte,

Quando la strada si trouasse al mondo.

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Et Torquato Tasso mostra Gernando nel suo Goffreddo, essere un superbo huomo in quei versi, mentre inuidia à gli honori di Rinaldo, dicendo:

Mentre in questo superbo i lumi gira,

Et al suo temerario ardir pon mente.

Et tanta fù la sua superbia, che Rinaldo spinto da giusto sdegno, l’uccise meritamente, et Guelfo parlando a Goffredo, scusando Rinaldo dell’homicidio, dice:

Dunque à ragione al tumido Gernando

Fiaccò le corna del superbo orgoglio.

Menecrate Medico, era tanto superbo, che uoleua esser chiamato Gioue da gli ammalati, nè altro premio lor chiedeua. Essendo un gentilhuomo di Ragusi à Venetia da maritare, di casa Babala, et domandogli un suo amico se pigliarebbe una Cittadina Venetiana, con dote di diece mila ducati, li rispose in colera, ch’egli hauea poco ceruello, et che era poco prattico della nobiltà della sua città; l’amico non li rispose altro: ma soggiunse, pigliaresti una gentildonna Venetiana? egli li rispose; accioche non vi affaticate in propormi nuoui maritaggi, ui dico, che se il Re Filippo volesse darmi una sua figliuola, io ui pensarei à pigliarla. Che ui pare, udiste mai la maggior arroganza di questa? Ma non voglio tacere un’altro atto simile à questo. Era nella istessa città un gentilhuomo, il quale si nomaua Nicolò di Primo. Lasciò costui morendo à una sua figliuola sessanta mila scudi di dote, et perche discerneua il vero dal falso, hauea determinato, che fosse data per moglie à un gentilhuomo Venetiano. Per il qual testamento fu chiamato huomo di poco ingegno; percioche stimauano non ui esser persona degna di lei nelle altre città. Et se con questi nobilissimi Ragugei alcuno ragionasse delle Republiche, et domandasse loro, quali sieno più grandi, et nobili, subito dicono, che quella di Ragusi passa ogni altra, et che è eguale alla Romana. La Venetiana dicono, che alquanto se gli accosta; ma la Genouese le è molto inferiore.

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De gli Otiosi, Negligenti, & Sonnachiosi

Cap. VII.


NON è dubbio alcuno, che couli, il quale desidera di menar uita Politica, e ciuile, ò che di fama sia desideroso, & di viuere secondo la ragione, deue fuggire in tutto, & per tutto l’otio, come pestifero veneno; veneno à punto, che ammazza l’huomo, anche viuo, come si legge in Seneca, che lo chiama Viui hominis sepultura; Percioche l’huomo non si essercitando in operationi honorate, né dell’animo, né del corpo si può dir morto al mondo. Rende l’otio senza dubbio l’huomo priuo d’ogni uirtu, & lode. Onde il Petrarca disse à ragione:

La gola, e’l sonno, e l’otiose piume

Hanno del mondo ogni virtù sbandita.

Et lo pose in compagnia della gola, & del sonno; percioche queste sono due doti, & eccellenze dell’otio goloso, & sonnachioso, & in somma d’ogni incontinenza cagione; Onde Mercurio Trimegisto, quel grande disse, hauendo considerate tutte queste cose, che l’otioso diuiene una bestia imprudentissima, & d’ogni sceleraggine albergo, con il corpo languente, e debole: Aggiungi, che la fama à un tale di può dir morta; percioche chi non si affatica, indarno aspetta di essere per le bocche de gli huomini inalzato fino al Cielo. Et però Oratio considerando questo, lasciò scritte parole tali:



Dii nobis laboribus omnia uendunt,

Qui foelices aliquando esse uolunt laborare debent,

Qui studet optatam cursu contingere metam:

Multa tulit, fecitque puer, sudauit, & alsit.

Et chi è colui, che per il mezo dell’otio si facci immortale, come ben dice Sallustio, & Dante,



Che feggendo in piume.

In fama non si vien, ne sotto coltre.

Certo non si può uedere la maggior infelicità di uno ingegno otioso, il quale non può sentir questo verso di Dante:



Ratto ratto, che’l tempo non si perda.

Et io spinta dalle sue parole, uoglio esser breue circa questi otiosi, i quali non uogliono affaticarsi un’hora, se credessero di uiuere eternamente gloriosi. Torquato Tasso volendo mostrare, che l’otio non è la scala da salire à gli honori, fa dire questa parole a Rinaldo da quel saggio ueccio.



Signor non sotto l’ombra in piaggia molle,

Trà fonti, e fior, tra Ninfe, e trà sirene;

Ma in cima a l’erto, e faticoso colle
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De la uirtù riposto è il nostro bene.

Chi non gela, non suda, e non s’estolle

Da le vie del piacer là non peruiene.

Hor vorraitu, lungi da l’alte cime,

Giacer quasi tra valli augel sublime?

Horuù Voglio venir a gli essempi. In tal vitio famoso il primo sarà Attalo, il quale diede l’imperio ad vn’altro per non fare cosa alcuna, come dice Celio, huomo in vero degno d’ogni lode, ne a lui fù molto dissimile Vativa Seruilio, che tanto li piacque tenere le mani alla cintola, che passò in prouerbio. Come scriue Volate. Vincislao per la sua negligentia fù scacciato dall’Imperio. Plato scriuue, che Scipio fù sonnolento, & si può ben pensare, che compagnia ha il sonno, & chi non lo sa, legga questi quattro versi dell’Ariosto;

In questo albergo il graue sonno giace,

L’otio da vn canto corpulento, e grasso

Da l’altro la pigritia in terra siede,

Che non può andare, e mal si regge in piede.

Tra questa nobile compagnia staua Scipio sicuro, & senza stanchezza veruna, diceua che la guerra vccideua extra tempus & che il sonno, & la placida quiete conseruaua la uita lunga, & corpo grasso. Non accade, ch’io parli de Lucani, et de Massimiliens, che haueano piu in odio gli eserciti, & l’operationi, che il Diauolo infernale. Ma non voglio tacere l’otio di Domitiano imperatore, che lasciando le attioni di consideratione attendeua con gran solicitudine a pigliar mosche, e doppo che erano prese le infilzaua in vn stilletto bene aguzzo, & vno dimandando vn giorno se alcuno era in camera con lo Imperatore li fù risposto, che non vi era pue vna moscha, questo era il pensiero, che si pigliaua del Regno questo sollicito Imperatore. Mon voglio, che resti a dietro Dauid Comneno gouerator di Tessalonica, Città Illustre, laqual essendo assediata da l’essercito Siciliano staua in contuno riposo: i nemici hauendo condotte le machine, & altri istrumenti bellici alle mura, egli era come spettatore. In tutto il tempo di questo assedio non mandò mai soldato alcuno alle mura, ne egli stesso voleua sentir la grauezza delle armature, dicendo che il ferro cinto intorno per una certa sua qualità abbreuiaua la vita. Saliua spesso sopra vna muletta, & andaua solazzando per la Città con gli stiualletti trapunti d’oro, & la veste allacciata di dietro, lo negligente gouernatore, che haueua oiu bisogno della balia, che mai rideua con i suoi amici, mentre i nemici percoteuano le mura, & cadeuano in pezzi, & diceua. sentite il muggire della vecchierella, & questa era una grran machina, che percoteua la Città. Cosi in poco tempo fù presa Tessalonica per la inuitta virtù di questo veloroso gouernatore, come scriue Niceta Acominato da Chone.


[Page 128]

De gli Huomini Tiranni, & vsurpatori de Stati

Cap. VII.

IO non credo, che fra tutti gli huomini pessimi del mondo vi sia il pegiore del Tiranno: non essendo egli da legge alcuna gouernato, come si legge nel libro quarto della Politica al capitolo decimo: anzi si come de gli altri regi l’oggetto, & il fine di operare è l’honesto, & il giusto, cosi del Tiranno è il proprio l’utile, & il commodo, che li serue, come scriue Aristotile nel quinto della Politica per ragione, & per legge vn placet, ciò è la propria volontà, dicendo fit pro lege voluntas, la quale è sempre pessima: percioche procurano con ogni uiolenza di leuare i potenti, & di uccidere le persone saggie, e prudenti. Miseri coloro, che sotto vn Tiranno conuitassero, & praticassero per cagione di scienze, o d’altro, & fanno questo, accioche in tutto si estingua l’amicitia de’ popoli; non mancano huomini scelerati, che uanno spiando quello, che fanno, & dicono i Cittasini. cerca il Principe Tiranno, di eccitare discordie tra i piu potenti, & i plebei con la nobiltà, et alhor gode, percioche tutto il loro hauere a se tirano. Aggiunge, et pone ogni giorno noui triburi per succhiare il sangue a i popoli infelici, et cosi fece Dionisio, che in cinque anni priuò tutti i sudditi del prorpiro hauere: et per concluderla il Tiranno ha questi tre pensieri, come dice Aristo. di render gli animi de’ Cittadini timidi, et uili; il secondo in procurar, che vno non si fidi del’altro; il terzo, che non possino per la pouertà operare alcuna cosa di momento, ne tentarla. Dio buono, che horrido mostro è al mondi il Tiranno? gia che procura tutte queste cose uerso il suo popolo, volendo che la sua volontà sia legge, et piu che legge. Quanto ella sia pessima, ogni giorno si uede con miserabili essempi de popoli: poi che tanti innocenti sono da loror della robba, et della vita priuati, et in somma che si sogna il Tiranno. Sei tenuto a metterlo il giorno in essecutione: percioche Tirannus imperatur ciuitati non secundum honestum, sed secundum propriam sententiam, come dice Speusippo, et però ingiusto, auaro, crudele è sempre il Tiranno, riguarsandolo solo a l’utile, et non a quello de’ sudditi suoi: sempre brama uccisioni, perche semore ha sospetto. Capo de’Tiranni uoglio, che sia Alessandro, ilquale essendo regnato in Giudea sette anni fece morire cinquantacinque milla di quelli già uecchi solamente per hauerlo ripreso delle sue tiranniche crudeltà. Oltre ciò dimandò ad un suo amico, come farebbe a riconciliarsi col suo popolo, egli rispose con la morte, et egli fece appiccare per la gola su la piazza di Ierusalem ottanta huomini maritati, et i figliuoli, et le mogli fece miseramente morire. Da questo si comprende, che il tiranno non opera giustitia, non legge, ma solo un placet. Vdite questo, che scriue Plutarco, tutti gli antenati di


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Antigono, & di Demetrio ammazzauano i figliuoli, i fratelli, & le mogli per timore, che alcuno di loro si impatronisse, volendo soli regnare. però i tiranni sempre auelenano, et vccidono senza ragione alcuna. Ma il Tiranno Niceforo oue rimane eli? non hauerà forsi luogo appresso gli altri par suoi? voglio che habbi luogo honorato, & luogo degno di vn tanto perfido tiranno, che non facendo questo son certa, che se li farebbe grandissimo torto, & potrebbe sospettare di non essere tenuto cosi fiero Tiranno, come era. Sotto l’imperio di questo pessimo huomo molti piangeuano alle sepolture de morti chiamandoli con lagrimose parole felici, & fortunati, poi che non erano sotto la Tirannide del crudel Niceforo, altri si impiccorno da se stessi per vscir fuori delle ribalde mani. tutti i loro haueri furno volti da costui. commandò poi che i poueri fossero scritti nella militia, & che s’armassero poi contra à suoi compatrioti, & fossero tenuti a pagare al fisco diciotto monete isnieme con tutto il suo parentado, per tributo publico. Diede ancjora questa afflittione a gli habitatori delle case di rispetto, de gli orfani, de gli hospitali Serocomii, delle chiese de monesteri, facendo porre i censi per ciascun fuoco. comandò anchora, che tutte le cose migliori fossero portate alla corte Imperiale. Fece una altra tirannia, comandano a i gouernatori, che guardassero quelli, che erano creati Senatori, tutto che fossero in grandissima pouertà. Voleua, che sa essi si scotessero denari, come se fossero stati ricchissimi, & trouatori de thesori. Oltre questo voleua, che tutti coloro, che passuano venti anni, a’ quali fossero stati trouati dogli, ouero altri uasi fossero priuati di tutti i loro denari. Constringeua poi i marinari, che habitauano alla marina a comprare le cose, che ricoglieua dalla terra per quel pretio, che a lui pareua. Oltre questo fece che i marinari famosi di Costantinopoli dessero quattro misure di moneta a vsura, & che pagasseo dodici libre d’oro l’anno. Voglio scriuere questo atto fra tanti di auaritia di questo crudel Tiranno. Era in diazza un certo Cerolatio, che viueua delle sue fatiche, & non haueua bisogno di cosa alcuna, il fece chiamare questo diuoratore dell’hauere altrui, & li disse, metti la tua mano sopra la mia testa, & giurami quanti denari hai, ricusaua il misero parendoli cosa indegna; nondimeno lo constrinse a giurare, & dirli come haueua cento libre d’oro: subito il pessimo Imperatore fece portarsi quel oro, dicendo che bisogno hai tu di quest’oro? pigliane diece libre, & uattene contento. Oltre questo sempre mandaua spie, a uede come si faceua, & uiueua nelle case, & mandaua secretamente alcuni serui maligni per far danno a’ padroni. Dubbitaua nel principio di tutte le cose, che li erano dette, & dapo affermaua le false accuse. Ma sono tante, & tali le crudeli, & scelerate Tirannie di Niceforo, che io sarei troppo lunga,se io ne uolesse raccontare la minima parte, & offenderei le orechcie altrui; queste scriue Niceta Acominato. Ma che diremo
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noi di Seleuco? a cui essendo morto il Padre, per regnar solo uccise il fratello. che di Aristobolo Re della Giudea? il quale priuò di vita il fratello Antigono. antonio Caracalla Imperatore Tiranno crudele uccise in braccio alla madre Geta suo fratello; perche dubitaua, che crescendo non li leuasse l’Imperio. Onde a ragione Torquato Tasso chiama i Tirani purpurei; perche sono aspersi del sangue de gli inocenti. Tito Liuio racconta di Heronimo Tirnno. Costui disprezzaua, & faceuasi beffe d’ognuno. Era inuentore di noue crudeltà, & tormenti. Onde era nato uno spauento tra popoli, che molti huomini con la morte uolontaria, ò con la fuga schiuauano il pericolo de gli aspri tormenti, ne si fidaua di alcuno, che questo è proprio sospetto del Tiranno. Ma fuggiua ogn’uno, come faceua Dionisio, il quale per grandissimo sospetto si faceua tosare alle proprie figliuole, mentre erano fanciullette; ma come furno grandi, si abbrucciaua la barba, & i capelli con scorze di noci per non si lasicar approsimare alcuno. Isaccio Comneno anchor egli fù un poco amoreoole Tiranno, et oltre le altre cose da lui fatte malamente uoglio scriuere questa. Hauendo hauuto una uittoria contra Brana, che nella guerra fù ucciso, essendo giunta l’hora del mangiare fece il Tiranno aprir tutte le porte; perche potesse come uincitore esser ueduto da ogn’uno, et essendo già per dar delle mani nelle uiuande, ordinò, che fosse portato la testa di Brana uiuanda in uero poco conueneuole, et facendosene scherno sgarbatamente, la fece gettare in terra con le labra, e gli occhi ciusi, et le daua de’ piedi, et alcuno altro per piacere al Tiranno le gettaua delle pietre, poi la fece appresentare alla moglie la quale staua dolente rinchiusa nel palazzo, et domandolle s’ella conosceua la testa di chi fosse. La ualorosa donna girando gli occhi a quel compassioneuole, et non aspettato spettacolo, sì rispose, et sono infelicissima, et tacque, ne altro disse, et per la sua tanta uirtù, con la quale sapeua sofferire patientemente le percosse di fortuna, ueniua chiamata honore delle matrone, et ornamento della propria famiglia.

Io potrei addurre molti essempi de gli huomini Tiranni; Ma percioche sotto li crudeli gli ho posti, non mi affaticarò intorno a questo molto; solamente io dirò, che Phidone fù Tiranno de gli Agri, Phalaride di Iona, Panetio de Leontini, Cippsello di Corinto, Pisistrato di Atene, Periandro di Ambraccia, Archelao, Gelone, et infiniti altri de Lacedemoni, e de Siracusani, i quali tutti hebbero, et a ragione un tristo fine, come racconta Aristoti. nel libro quinto della Politica. Barnaba, come scriue il Gioio, tiraneggiaua stranamente i sudditi suoi; hauendo sette figliuoli maschi cominciò a pensare, come potesse fare ad aggrandire l’Impero, pensò di priuare di uita Glaeazzo figliuolo di un suo fratello, ilquale era stimato un huomo d’ingegno addormentato, et contra l’ordinario della giouinezza non si pigliaua alcun piacere. Onde accordatosi con i figliuoli, cercaua commodità di mettere in essecutione una cosi scelerata, et ingiusta opra. Ma Dio che
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talhora non vuol, che i suoi deuoti patiscono, che uno di questi si potea dire Galeazzo; essendosi nella età giouinetta dato alla religione, dece che alcune spie l’auisorno della malignità de’ parenti: tosto che questo intese, finse di uolere andare per sua deuotione à visitare la Chiesa di Santa Maria Vergine, la qual è in montagna: come fu in uia, gli vscì incontra Barnaba suo zio, & Galeazzo con un squadrone d’huomini armati lo prese, & enteando nella città diede al popolo la casa del zio, accioche la spogliasse, & in unpunto ruinò il principato, & tante sue ricchezze si annullorno: ne ui fù alcuno, che essendo rpeso, ardisse di soccorrerlo. Pochi giorni dapoi lo cacciò in prigione, oue finì la sua uita. Et Francesco MAndredi, quasi merauigliando, che nella sua uecchiezza hauesse tanto desiderio d’Imperio, dice:



Qual di mosse furor Barnaba allhora,

Ch’eri nel colmo della tua uecchiezza?

Qual d’Imperio amarissima dolcezza

De l’honesto sentier ti trasse fuora?

Ciò spiacque al mondo, & à Dio spiacque ancora,

Che l’opre triste in su’l principio spezza;

Però cadesti tu da tanta altezza

In cosi basso stato in poco d’hora.
De gli ambitiosi, & Cupidi di gloria.

Cap. VIII.



BEnche l’ambitione sia tra le vitiose passioni: nondimeno quando ella sia alquanto rimessa, & accompagnata da piaceuolezza, & modestia, si rende laudabile: come insegna Arist. nel 4. dell’Etica al c.2. ma quando ella stia nella sua propria natura, non è forsi la piu cruda, et horrida fiera al mondo di lei; percioche essendo ella un ardentissimo desiderio d’honore, come si legge nel lib.2. dell’Etica, c.2. spesse uolte per uolerlo conseguire induce gl’huomini à far mille iniquità, & sceleraggini. Laqual cosa osseruando Cicernoe a’ suoi tempi nel desiderio de’ magistrati, & delle dignirà, disse nel lib. ii. de gli Offic. Facilissime ad res ingiustas impellitur, vt quisque est altissimo animo, & gloriae cupido, hinc enim iustitiae obliuio, & inimicitiae. Et percioche, come dice Speusippo, l’ambitioso diuien prodigo per ottener li bramati honori: Spernit enim sumtus honoris gratia: Et mancandoli spesso i danari è spinto à farsi uno iniquo, & scelerato tiranno. Aggiungiamo à tutte queste cose, che per il piu l’ambitioso desidera quelle dignità, che a lui non si conuengono, ò in tempo, ò in luogo poco conueniente. Onde si fa odioso appresso ogni uno, & riputato imprudente, & sfacciato. Voglio porre alcuni essempi di huomini illustri. Il primo sarà Caligula; perche so, che egli he haura sommo
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vedendosi tenere il Principato sopra gli ambitiosi, si come quegli, che li parerà d’hauer conseguito quel che desideraua, cioè di seprarare ciascun huomo, ma non solo gli huomini, ma li Dei come raconta Plinio. In quel tempo usauano i romani tenere le statue de Dei co i capi postici; perche seruissero a diuersi Dei; egli fece leuargli le teste, & metterne delle altre, che haueuano la sua sembianza. Oltre ciò fece fabricare un tempio, & consecrarlo al suo nome, & porre in questo una statua con la sua imagine naturale, ordinando à Sacerdoti, che in quello amministrassero; & faceua la ciascun giorno uestire come uestiua egli faceua anco, che nel suo tempio si sacrificassero pauoni, fagiani, papagalli, & altri uccelli, come si faceua à i Dei: ma udite questa altra ambitiosa inuentione, che farebbe mouer le risa à un corspo estito: andaua etiandio Caligula alcuna uolta nel tempio di Gioue, & fermandosi appresso alla sua statua, fingeua di ragionar seco, hora accostando la sua bocca à l’orecchia di gioue, hora ponendo la sua orecchia alla bocca di Gioue, come se fauellassero insieme, alcuna uolta mostraua, che il longo ragionamento l’hauesse infastidito, & lo minacciaua che lo farebbe portar ein Grecia: fingeua poi di placarsi, & di esser contento, che rimanesse iui appresso di se. Dio immortale, potreste uoi udir cosa più ridiculosa di questa? Alessandro etiandio ambiua tanto gli honori, che si sdegnaua esser chiamato figliuolo di Filippo: ma godeuain sentirsi chiamar figliuolo di Gioue; & come dice Plutarco fidandosi molto nell’essere figliuolo di Dio, era molto insolente uerso i Barbari: & quando quel Sacerdote nel tempio di Gioue Hammone uolendolo chiamar figliuolino in lingua Greca, ma perche era Barbaro, fallando nell’ultima lettera, lo chiamò figliuolo di Gioue, egli ne prese sommo contento. Oltre ciò uoleua dominare tutto il mondo, & hauendo inteso, che ui erano più mondi, si chiamaua misero, & infelice. da wuesto si può comprendere, che gli huomini sono sono satiabili, perche se anco hauessero tutto il mondo, vorrebbono poi il Cielo, né ancora à loro parrebbe forsi assai. Pausania fu desideroso di glorioa in modo tale, che non sapeua, come operare per farsi immortale, & domandò ad Hermode, come egli farebbe per farsi nominare; egli rispose, che vccidesse vn’huomo illusre, & egli udita questa parola corse, & uccise Filippo. O quanto può questo appetito di gloria ne i cuori de gli huomini. Ma che ui pare di colui, che abbrusciò il tempio di Diana Efesa? Né voglio lasciar fuori Nerone, come quello, che desideraua, gli honori, non solo delle cose grandi, ma delle picciole, ancora, come nelle cose del cantare, uoleua sempre hauere i primi honori, fece leuare tutte le statue della città, facendosi porre lui solo, accioche si conseruasse la memoria di lui, & mancasse quella di tutti gli altri. Et Lisandro Lacedmone spinto da desiderio di gloria, haueua sempre Cherilo Poeta, accioche egli celebrasse i suoi fatti, come dice Battista Fulg. Empedocle spinto da gloria, inuidiando un altro, si gettò nel fuoco,

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