Author: Marinella, Lucrezia (1571-1653)



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per rimanere, ancora egli gloriosi. Ma che dirò di Domitiano Imperatore, il quale uoleua, che in tutti i testamenti, che si faceuano, essere notato come nome di Dio. Che del superior Africano, che honoraua molto Ennio Poeta non già per bontà, che in lui fosse, ma solamente accioche celebrasse i suoi fatti, & quelli d’altrui si estinguessero; ma udite questa, che fece Sertorio, il quale uoleua acquistar gli animi delle genti, facendosi credere caro a li Dei. Fù un certo plebeo, per nome detto Spano, il quale cacciando uidde una ceruetta tutta bella, & bianca, inuaghito di si fatto animale, li tenner dietro, & la prese, & donolla à Sertorio. Sertorio hauendola riceuuta, subito à poco à poco la cominciò a vezzeggiar, & in processo di tempo la fece tanto domestica, & amoreuole, che egli chiamandola, lo intendeua, e gli andaua dietro senza paura alcuna nello strepito dell’armi, fra le grida de’ soldati, & il suon delle trombe; volendo poi dare a credere, che l’animale hauesse in se diuinintà, a poco a poco cominciò a diuulgare fra quegli huomini barbari, & affettionati alla religione, che Diana gli hauea mandato à donare quella ceryetta, & che l’auisaua di molte cose secrete. Ogni uolta, che intendeua i nemici esser poco lontani, ò per spie, che posto hauesse, ò per altra cosa, subito fingeua, che la ceruetta lo hauesse fatto auisato, & che li hauesse detto in sogno, che l’essercito si douesse tener in arme, & tutto faceua per parere caro à li Dei, & che ne hauessero particolar cura. Et Scipione Africano doppo che hauea presa la toga virile per farsi tener diuino, ogni giorno saliua in Capitolio, & entraua solo nel tempio, accioche gli huomini credessero, come gà molto prima era creduto di Numa Pompilio con la Ninfa Egeria, cosi acnor egli imparasse nel Tempio alcuni secreti, i quali non si potessero sapere da ogn’uno: & con queste cose uoleua ingannare i popoli, accioche l’honorassero. Torquato Tasso mostra, che Boemondo hauesse un tal desiderio, dicendo.

E fondar Boemondo al nouo regno

Suo d’Antiochia, alti principii mira,

E legge imporre, & introdur costume,

Et arte, e culto di verace Nume.
Scorgete voi l’ambitione di costui. Ma ancor, udite la vanagloria di Nerone; che si uantaua delle sue crudeltà, hauendo fatto morire infiniti huomini illustri, diceua, che niuno delli Imperatori stati innanzi lui haueuano conosciuto quanto essi poteuano, eccetto egli. Et dicendo vno cosi per prouerbio commune dapoi, che io sarò morto vada il mondo in ruina, tosto rispose il fiero: Piacciaà Dio, che auanti, che io muoia, questo auuenga. Non uoglio, che Hannone Cartaginese resti fuori di questi uanagloriosi, poiche oper quanto uedere si può, fu il piu cupido, e desideroso di gloria, che forse al mondo fosse. Li uenne in mente un desiderio di sopra auanzar gli altri ne gli honori, et di essere riuerito,
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et adorato per Dio. sopra questo pensaua giorni, et notte; et lascò molti negotii, che importauano, et si affliggeua, perche non trouaua, modo, ò se lo trouaua, era difficile, et spesso si chiamaua huomo di poco ingegno, et di poco cuoro: di poco ingengo; perche non trouaua il modo facile, di poco cuore; perche non ardiua di metter in opera il difficile, temendo di palesarsi; occorendoli in mente l’essempio d’alcuni, che donando denari al sacerdote, si faceuano d’Oracolo chiamar Gioue, et altri figliuoli, et parenti di Bacco. Onde erano poi dalle genti stimati di poco ingegno, et turbati cercaua adunque di ritrouare uia di essere chiamato Dio, ma non da gli huomini, accioche non cadesse in cuore alle genti, che ò per oro, ò per forza, ò per altra cosa con tal nome lo nominassero. Dopo molti giorni, et mesi ritrouò un nuouo modo senza l’interuenimento di persona con tanta sua allegrezza, et giubilo, che huomo mai gustasse. Il modo era questo, cioe di farsi chiamar Dio da gli uccelli, che cantassero, et fossero atti a parlare se ne fece ritrouar molti, et de migliori, ogni giorno poi chiudendosi in una camera lontano dalle genti, fingendo di dormire, ò di fare altra cosa di consideratione, insegnaua con grandissima patienza a quelli uccelli, che dicessero Hamone è Dio, et molte uolte si occupaua tanto in questo, che lasciaua di mangiare i giorni intieri, per non perdere tempo. ò quanti n’uccideua spinto da l’ira, ò lor sterpaua la lingua parendoli, che ò tardi, ò malamente pronunciassero il suo nome. Finalmente dopo molte uigilie, et fatiche imparorno con grandissimo suo contento, sicuro di ottenere il fine tanto da lui desiderato. aperse adunque tutto lieto i luoghi, ouer erano rinchius, accioche usciti che fossero uolando per la città e per altri luoghi dicessero Hamone è Dio, ma sprigionati che furno gli auenturati augelli, non cominciorno a parlare, ma uolando in questa parte, et in quella a godere la cara libertà. Se restasse maleconico, et afflitto Hamone non accadde, ch’io lo conti (pensatelo uoi) uedendosi priuo di quello, che credeua al sicuro di ottenere. Tutti gli uccelli, che dopo questa cosa li uennero in mano, crudelmente uccideua; pestandoli il Becco, et il capo con sassi, uendicandosi in parte della ingiuria da loro riceuuta.


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E LA Vanagloria uno immoderato desiderio di manifestar ad ognuno le proprie operationi ben spesso falsamente narrate con la propria bocca, ouer scritti. Ma di palesarle in modo, che per minime, che sieno parino grandi, & lodeuoli. Però sono sempre ispiegate con grandissima copia di parole, con certi modi dire esclamatorii, & con gesti di tali, che pare che ui uogliano porre inanti fatti merauigliosi non mai per l’adietro accaduti. Anchor che disprezzabili, ouer fittitii. Dissi fittitii, percioche per il più sono attribuiti, & falsi, & però Speusippo cosi la descriue. Est obstentatio affectio, quae sibi uendicat ac bona, quae minime ad sunt. Biasimò questo diffetto Arist. nel lib. 4. dell’Ethica. non essendo cosa sa huomo prudente il lodar se medesimo. sono questi per il più bugiardi, & odiosi alle genti. Onde Cicerone in Ver. dice, Omnis arrogantia odiosa, tum illa ingenii, atque; eloquentiae multo molestissima. Ma non sol partorisce odio, ma disprezzo il usntstore, cosi legge nel lib. I. de gli offitii, Deforme Est de se ipso praedicare falsa praesertim, & cum irrisione audentium imitari militem gloriosum. Di costoro, iquali con false lodi si inalzano, io credo cche si possa dire con Oratio.

Parturient montes, & nascetur ridiculus mus.

Et che ueramente sieno huomini di poco ualore, credere si può, costoro, che magnificano le cose loro. Ma accioche si possi uantare di esser stato il primo fra i uantatori Catone maggiore li si darà il primo luogo che come dice Plutarco spesso spesso si uantaua, & oltre mille altri uanti, che à se daua, diceua, che il Senato ne i tempi pericolosi della republica riuolgeua gli occhi in lui, come fanno i passaggieri al tempo della borasca uerso il nochiero. & diceua, che in alcun conto Catone non era obligato al popolo Romano quanto il popolo Romano era tenuto a Catone. Et Cicerone uedendo, che l’essercicito delle armi era honoratissimo, egli che armi non maneggiaua, uolse deprimere la gloria militare, & alzar le lettere suora lei uolendo mostrare, ch’egli acquistaua maggior fama, disse Cedant ò Ciues, cedant arma togae. Et Domitiano quando fù fatto Imperatore si uantò in Senato, come egli hauea dato à suo Padre, & à suo fratello l’Imperio, laqual cosa era falsissima; cosi fanno gli huomini, che non curano l’honor de’Padri, come Domitiano, che diceua che à lui haueua dato l’imp. costoro se stessi inalzando, si uogliono mostrare amici anzi compagni de gli Dei, & si danno ad intendere, che gli altri non uedano i suoi diffetti achille era un gran uantatore, coem si legge nelle Metamorphosi d’Ouidio che mentre chiede à Cigno il suo nome si uanta onde l’Anguillara dice.

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Non ti sdegnar, che ti sia honore eterno

Che solo il grand’Achille habbia potuto

Donando al corpo tuo perpetuo uerno.

Far l’ombra ignuda tua passare à Pluto.

To sol potrai uantarti entro l’inferno

Ch’al primo scontro mio non sei caduto

Doue farai stupir mille altri forti,

Che son la giù, ch’al primo scontro ho morti.

Ma questo uantarsi, ò gloriarsi è tanto uostro proprio ò fratelli cari, che io non posso alzar carta d’un libro, che io non troui qualche uno di costoro, la qual cosa è molto biasimata. Che ui pare di Guidon seluaggio, il quale essendo domandato da Marfisa il suo nome, cominciò con grandezza di parole à far più grandi l’opere di quello, che erano, come dice l’Ariosto nel canto 20.



L’altro comincia, poi che tocca à lui,

Con puù proemio à darle si se conto,

Dicendo, io credo, che ciascun di vui

Habbia de la mia stirpe il nome in pronto,

Che non pur Francia, Spagna, e i vicin sui,

Ma l’India, l’Etiopia, e il freddo ponto,

Han chiara cognition ci Chiaramonte,

Onde uscì il cauallier ch’vccise Almonte.

Et uà seguitando ancora una stanza, e meza, vantandosi, scoprendo, e magnificando l’opere sue. E di feraù, che dice l’Ariosto? Gloriandosi di essere di maggior ualor d’Orlando. Le cui parole sono:


Il vantator Spagnuol disse già molte

Fiate, e molte ho cosi Orlando astretto,

Che facilmente l’armi gli haurei tolre,

Quante indosso n’hauea, non che l’elmetto,

E s’io no’l feci, occorrono alle volte

Pensier, che prima non s’haueano in petto,

Non hebbi già tal uoglia, hor l’haggio, e spero,

Che mi potrà succeder di leggiero.

Et in mille luoghi sopra il Furioso si potran leggere le parole di questi vantatori, & nell’Eneide non si legge spesso d’Enea, che si gloriaua hora delle opere, hora del lignaggio, & come fù approdato a i lidi Tirii, parlando con sua madre si uantò, dicendo à lei, che richiedeua il suo nome.



Sum pius Aeneas raptos ex hoste penates,

Classe veho mecum fama super ethera notus,

Italiam quaero patriam, & genus ob Ioue fumo.

Omero nell’Odissea nel libro nono, mostra che Vlisse era uno di questi

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uanagloriosetti, mentre risponde al Re Alcinoo, che chiedeua il nome, & l’esser suo. I versi d’Omero tradotti in volgar lingua da Cirolamo Bacelli tali sono:



Io sono Vlisse figlio di Laerte,

Che tra tutti i mortali il primo honore

D’essere astuto porto, e d’alto ingegno,

Tal che la gloria mia giunge a le stelle.

Et Ouidio non loda l’opera sua, & per lei non si promette eterna v*** dicendo nel lib. 15.



Iamque opus exegi, quod nec Iouis ira, nec ignes,

Nec poterit ferrum, nec edax abolere uetustas.

Cum uolet, illa dies, quae nil nisi corporis huius

Ius habet: incerti spatium mihi finiat aeui:

Parte tamen meliore mei super alta perennis

Astra ferar, nomen erit indelebile nostrum.

Che vi pare, che ancor che fosse nobile, & ingegnoso Poeta: nondimeno priuo di questa uanagloria non era. Et il Petrarca nella seconda parte de i suoi Sonetti si fa gloriare per bocca d’Amore nella canzone che incomincia.



Quel antico mio dolce empio signore.

Con queste parole:



Si l’hauea sotto l’ali mie condutto,

Ch’à donne, & cauallier piacea il suo dire:

Et si alto salire

Il feci, che tra caldi ingegni ferue

Il suo nome, e de’ suoi detti conserue,

Si fanno con diletto in alcun loco.

Ma questo gloriarsi è tanto proprio de gli huomini, che io non uoglio più estendermi in raccontarne. Ma Herodiano Principe d’Arcadia non sopporta, che io la lasci à dietro, & onde per è forza, ch’io lo accetti nel numero de’ vantatori, il qual uoleua la palma di nobiltà, come dice il Trissino di lui ragionando;



Il qual di nobiltà uolea la palma,

E dicea, che gli antichi suoi maggior

Nacquero in Grecia, auanti che la Luna.

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De gli homini fieri, ingiusti, & homicidiali.

Cap. X.
SONO chiamati da ogn’uno gli huomini con questo horribili aggiunto, ò epiteto de fieri, quasi che dalle fiere hauessero trouato questo modo di operare; cosa in vero falsa, come ben lasciò scritto Aristotile nel libro secondo delle grandi morali al capitolo settimo: dicendo; Rursum, vt supra mentionem fecimus de feritatis uitio, non est ipsum in fera spectare, sed in homine, feritatis si quidem nomen adeptum estt id uitium ob singularem improbitatem. Sed cur in fera nihil§? nempe, quod improbum in fera principium non sit. Est siquidem ratio principium. Quis uero improbior, flatitiosiorque fuerit, incertumque, Leone, an Dionysius, an Phalaris, an Clearchus, vel horum quispiam insignis cuiusfam immanitatis. Certum autem est malum in his principium illustria facinora coniectasse, & in fera nullum prorsum initium. Non si conuiene adunque alle fiere la crudeltà; percioche non è in quelle alcuna improbità, essendo esse priue di ragione, nella quale l’improbità risiede. Et se alle fiere non conuiene, non è adunque cauato questo epiteto sa loro, ancorche noi, l’huomo ammacchiato di crudeltà, chiamiamo una cruda, & horribile fiera. Non è altro la crudeltà, che uno insatiabile desiderio di offendere altrui. AM quando alle facultà si estende, più tosto si ha da chiamare una tirannica auaritia, & però gli antichi chiamorno la crudeltà con questo aggiunto: Cruentam, cioè sanguinosa. Onde Cicerone dolendosi delle persecutioni disse: Ij, quorum crudelitas nostro sanguine non potest expleri. Et in uero un acerbo, & atroce huomo, ancorche vegga correre i fiumi di sangue, non si sente satio, anzi più s’inaspra, & fino contra morte incrudelisce, & però Cicerone disse; is suam insatiabilem crudelitatem exercuit non solum in uiuo, sed etiam in mortuo. Ma veniamo à gli essempi, & udire parole veramente degne di un animo crudelissimo, le quali furno dette, come scriye Suetonio, & Cornelio Tacito da Aulo Vitellio. Caualcando questo scelerato Imperatore verso Roma, & passando per il luogo, doue i suoi capitani haueuano hauuta una vittoria conrea i soldati di Ottone, trouò i campi pieni d’huomini morti, i quali ancora non erano stati seppelliti, & alcuni sentendo noiaa dal fettore, che da quei corpi usciua, Vitellio lor risponeua, dicendo, che non era il più soaue odore di quello del nemico morto, e molto più del cittasino; parole inhumane, & empie. Costui mai non rimaneua di vsare grandissime crudeltà, & cercaua di vgguagliare Nerone: egli fece uccidere molti à torto, dandoli false accuse, et il simile faceua à quelli, i quali erano stati suoi carissimi amici: & essendo ammalato un suo

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amico, & egli andandolo à uisitare li porse il ueneno di sua mano nell’acqua fredda, che colui hauea dimandata per bere. una altra uolta questo Clemente Imperatore fece uccidere duo fratelli: perche lo pregauano, che perdonasse la morte al Padre: io non credo, che le furie infernali sieno tanto crudeli: perche à i prechi di Orfeo piangeuano, come dice Ouidio, che pregaua per la moglie con queste parole.



Tunc primum lahcrimis uictarum carmine fama est,

Eumenidum maduisse genas.

Da questo si può comprendere, che più pietà si ritroua nell’Inferno, che in questi crudeli. Appresso costui uoglio ponere Andronico Comeno, ilquale cercaua giorno, & notte, come potesse ritrouare noue sorti di immanità & credeua di rimaner morto quel giorno, che non ahuesse fatto morire qual che dotto, & eccellente huomo, ò almeno fatto cauar gli occhi, ò con una faccia diabolica non l’hauesse spauentato: & era molto simile a un Pedante, che tratto, tratto batte i fanciulli co’l flagello. Onde auueniua, che le persone, che erano tutto il suo Impero, uiueuano meste, & scontente, ne dormiuano mai un sonno cheto. MA spesso si risuegliano spauentate, pensando che Andronico fosse lor sopra per ucciderli quando era in una casa marito, & moglie faceua morire il maschio, & la moltiere faceua mettere in prigione, et ad alcuna altra cauar gli occhi. Oltre questo faceua, che patissero fame, sete, & battiture. Alhora i Padri poco apprezzauanp i figliuoli, & figlluoli poco i Padri; percioche l’iniquo Andronico hora uccideua i Padri, hora i figliuoli. Se erano cinque persone in una casa, le due si inimicauano con le tre. molti fuggiuano à uele, & a remi lo sdegno di questo crudele, & scelerato, come il fuoco di sodoma. Costui faceua segar gli huomini per il mezo, & altri abbrusciaua, & faceua altre crudeltà. Questo racconta Nicera Acominato dicendo, che era peggio di un lupo, bestiale, crudo, inessorabile, & fiero. MA che dirò io di Antonio Conte di Monferato, il quale fece abbrusciare un suo ragazzo inuolto il solfo, perche non l’hauea destato all’hora solita, come dice Batista Ful. ò che impietà,ò che rabbia di fiera. Timone Ateniese accarezzaua oltre modo un fanciullo, il quale haueua ad essere gouernator de gli Ateniesi; percioche giudicaua, che’egli hauesse ad essere crudele, & aspro. crudelissimo fù Asdrubale inuentor di mille sorti di tormenti, & di morti, ò che inuentiue scelerate, nemiche à Dio, & à l’humana generatione. Alberto Imperatore mentre si apparecchiaua de andar contra Francesi, fu da suo nepote ucciso, ne hebbe rispetto alla parentella, ne ad alcuna altera cosa. Come narra Batista Fu. Tigrane era crudelissimo, ma fra le altre crudeltà fece questa, caualcando un giorno Tigrane, & essendo caduto da cauallo; perche subito un suo figliuolo, che hauea seco non l’aiutò, subito lo fece crudelmente uccidere. Ma che diremo di Asuncassano che menò in ceppi un suo figliuolo fino alla morte? Che fi Federico Imperatore, che fece con gran miseria morire in prigione



[Page 140]

un suo figliuolo? perche li parea, che inclinasse alla parte di Gregorio Pontefice. Il Re di Bisalcidi nella tracia fece cauar gli occhi a’ suoi figliuoli, pensate un poco, perche lieui cagioni incrudelire fino contra i figliuoli, contra i quali le fere d’incrudelire s’astengono. Io stò dubbiosa, se io ui debba mettere Nerone, le crudeltà del quale sono tanto note che non ui è alcuno per ignorante, che sia, che non sappia, che Nerone fù crudelissimo. Io uoglio lasciar tutte le altre sue crudeltà, & solamente uoglio dire, come uccidesse Seneca famoso, & Lucano Poeta. A Seneca, perche era stato suo maestro, volse fare questo piacere, che si eleggesse qual morte più li piaceua; il misero Seneca pensando, che tutte le morti sono non grate, essendo la morte ultimum terribilium, si smarriua: pure alla fine disse, che li fosse tagliata una uena, & fosse posto in un bagno. Vdite che scelerataggine, gli fece tagliare la uenea, & lo fece mettere in vn bagno auenenato. Si può sentire meglio: fra queste opere nefansiaaime si compiacque di vedere fuochi, & facendo accenderlo ne gli edificii di Roma, niuno ardiua di ammortzarlo per paura di Nerone: egli montaua sopra una alta torre, per rallegrarsi la vista di sì horribile, & spauentoso spettacolo, del quale ne prendeua sommo piacere, & cantaua quei uersi di Omero, che contentauano l’incendio di Troia. E tanto fù il distruggimento, che fece in Roma il fuoco acceso da questo diauolo, che di quattordeci grandissime regioni, le quali erano in Roma, solo quattro rimasero libere dallo incendio, & furono arse (ah miserabil veduta) le case, i tempii, le spoglie delle hauute vittorie, & ricchezze infinite: Tutto questo scriue Suetonio, Eusebio, Eutropio, Paolo Orosio, Isisdoro, & Cornelio Tacito. Ma doue lascio Caligula Imperatore crudelissimo, che fece delle sue crudeltà merauigliare gli scrittori. Condannaua a morte gli huomini a torto, con tormenti non mai più uditi; alcuni faceua mettere uiui fra le fiere, che teneua per cagion delle feste, & alcuni altri faceua sbranare a i suoi carnefici, & uoleua, che fossero presenti i padri, & tutti gli altri parenti; poscia inuitaua loro a mangiar seco, & faceuali ragionar di cose allegre, & piaceuoli. Tutto lo suo ingegno poneua in pensar, come potesse trouar nuoue fonti di tormenti. Onde era tanta la paura, ce molti si uccideuano, prima che fosse data la sentenza, si distruggeua; perche tutto il popolo Romano non haueua un solo collo per poterlo tagliare in un sol colp, & teneua per isfortunati i suoi tempi, & si ramaricaua della loro infelicità; perche non u’erano pestilenze, terremoti, diluuii, fame, incentii, & altre simili disauenture; Hor che vi pare di costui, il quale haueua animo si pietoso, & amoreuole uerso i suoi Cittadini? Né voglio lasciare Alessandro Fereo, il quale era un mostro di crudeltà nell’età sua. Costui non contento di dare à gli huomini le solite morti, faceua sotterrare gli huomini viui, perche diceua, che moriuano troppo presto, altri erano posti in cuoi di cinghiali, & d’orsi, & li faceua sbranare à i cani da caccia, per darsi piacere. Si può

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pensare peggio? certo nò: Vn giorno essendo ragunati insieme gli huomini della città Melibea, & Scotusa, come amici all’huomo scelerato, egli che fece? mandò i suoi sergenti, & li fece tutti uccidere e grandi, & piccoli. Questo afferma Plutarco. Ma à chi non mioue le risa Tiberio Imperatore, che se fosse stato un fanciullino; perche gli era stato tolto un frutto del suo giardino, fece cercar colui, che tolto l’hauea, & lo fece uccidere per dispiacere, che haueua del pomo tolto? ma questo era nulla, per leuissime cagioni condannò a morte i più illustri cittadini romani, & confiscò loro tutti i beni. Per opera di Roberto Re di Sicilia fu dato ad Henrico, (disegnato Imperator da Papa Clemente) il veneno nella Eucaristia, e nel sangue di Giesù Christo, & cosi finì la sua uita, come scriue Egnatio. Si può sentir peggio? io mi merauiglio, come il Cielo non fulminasse questi scelerati. Orcane Re de’ Turchi, figliuolo di Celapino diede se medesimo al zio, confidandosi nella sua fede. il perfido homo lo spogliò del regno, & della uita. Vettor Pontefice, doppo un’anno, che fù assnto alla suprema autorità del Pontificato, mortì non senza sospitione di Enrico, che mentre sacrificaua, li hauesse porto il ueneno nel calice, come racconta il Volaterano. Marullo scriue, che Bilioto Astrologo morì per fonghi aspersi di veneno à simiglianza di Claudio. onde dice:

Dum cauet Astrologus perituris sidera nautis,

Dum boletis sibi non cauet ipse perit.

A diocletiano non giouò il rifiutar l’Imperio, che cosi priuato, li fù dato da i suoi clienti il ueneno, & il medesimo fù fatto à Lodouico Balbo mentre imperaua Crasso suo fratello. O quante forti di veneni usano questi scelerati: auenenano con fonghi, co’l Sacramento, & in mille altrimodi. Ma che diremo noi di Settimio Seuero il quale pien di una rabbiosa crudeltà corse con un furioso cauallo sopra il corpo morto di Albino? O che mostri, vsciti fuora delle più tenebrose cauerne che habbia l’Ircania. Non uoglio già lasciare l’Arciuescouo Rugiero, il quale fece morire di fame il Conte Vgolino, ma voglio lasciar l’istoria, & mettere i uersi del nostro Dante, il quale fa cosi dire al conte Vgolino nel canto 55. dell’Inferno.



Che per l’effetto de’ suoi mal pensieri,

Fidandomi di lui, io fossi preso,

E poscia morto dir, non è mestiere.

E più sotto dice, per non essere troppo lunga, la qual cosa non mi piace.



Già era io desto, e l’hora s’appressaua,

Che’l cibo nedoueua essere addotto,

E per’l suo sogno ciascun dubitaua,

Et io sento chiauar l’vscio di sotto,

A l’horrisbile torre, iodio guardai

Nel viso a i miei figliuol senza far motto,

Io non piangeua, sì dentro impetrai;

Piangeuano elli, & Anselmuccio mio

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