Author: Marinella, Lucrezia (1571-1653)



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Disse, che guardi si padre, che hai?

Però non lagrimai, ne rispos’io

Tutto quel giorno, ne lanotte appresso,

Infin che l’altro Sol nel mondo vscio:

Come un poco di raggio si fù messo

Nel doloroso carcere, & io scorsi

Per quattro uisi il mio aspetto istesso,

Ambe la mani per dolor mi morsi,

E quai pensando, ch’io’l fessi per uoglia

Di manicar, di subito leuorsi,

E disser, padre, assai ci fia men doglia

Se tu mangi di noi, tu ne uestisti

Queste misere carni, e tu le spoglia.

Quietaimi allhor, per non farli più tristi

Quel d, e l’altro stemo tutti muti;

Ahi dura terra; perche non t’apristi?

Poscia che fummo al quarto dì venuti,

Gaddo mi si gettò disteso a i piedi,

Dicendo, padre mio, che non m’aiuti?

Quiui morì, e come tu mi uedi

Viddi io cascar li tre ad uno ad uno,

Fra il quinto dì, e’l sesto, ond’io mi diedi

Già cieco à brancolar soura ciascuno,

E tre dì li chiamai, poi che fur morti,

Poscia più, che’l dolor potè il digiuno.

E sotto escamando Dante, mosso a misericordia di tanta impietà, dice:



O Pisa, vituperio delle genti,

Che se’l Conte Vgolin hauea tal uoce,

D’hauer tradito te delle castella,

Non douei tu i figliuoli porre à tal croce.

Et il crudelissimo huomo lasciò morire ilmisero Conte con quattro figliuolini innocenti. Io non uoglio lasciar Baciano, il quale fece uccidere Alessandra sua moglia fidelissima, & castissima; perche era uenuta alla fede di Christo, per le sante parole di Beato Gregorio. Ne Mezzentio, chefece crudelmente decaputare Faustina sua moglie per l’istessa cagione. Attila, che per lasua crudeltà, fu chiamato flagello di dio, come scriue Paolo Orosio, fu huomo auidissimo d’Imperio, & sitibondo oltremodo di sangue humano, Acquileia con ferro, e fuoco ruinò, disfece, & saccheggiò molte illustri Cittadi, assediò Firenze, né potendola per forza hauere, si uoltò a gli inganni, & con molte false persuasioni indusse i Cittadini à riceuerlo nella Città, et egli sotto specie di honore fece conuocare à se i principali Cittadini, & mentre passauano da una camera all’altra, facena lor crudelmente

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uccidere, e gettare in una gora deriuata dall’Arno. Inteso il popolo la fiera, & spietata uccisione, & uedendo l’acque della Gora sanguigne, tumultuò; onde Attila mandò i soldati per la terra, & fece, che uccidessero tutti, grandi, piccioli, huomini, & donne: né alcuno si saluò, se non quelli, che fuggirono. E ben mostraua nel feroce, e terribile aspetto la immanità, & impietà dell’animo scelerato: come dice il Tasso in quei uersi al Canto decimosettimo.



Che con gli occhi di drago, par che guati,

E la faccia di cane, & à uederlo,

Dirai, che ringhi, e vdir credi i latrati.

Et Phalari, il quale fu Re di Agrigento, per la sua grandissima crueltà proponeua premio non di poca stima à chi hauesse trouato nuouo tormento contra gli huomini, Era Perillo in quei tempi famosissimo artefice, et di grande ingegno. Costui di sottilissime piastre formò un Toro di bronzo, nel qual uoleua, che entro lui si mettesse, chi hauesse ad essere ucciso, & se li accendesse intorno un fuoco grande; onde quando per souerchi ardore l’huomo gridasse, vscisse una horribil uoce, che paresse muggito di Toro. Per tale opera Phalari li rendè degno premio; percioche uolse, che fosse il primo, che prouasse, se il tormento era conuenientemente grande, & fù cosa giusta, che l’inuentione di tanta crudeltà, quella medesima patisse: & benissimo espresse questo Ouidio:



Non est lex equior ulla: quam necis artificem fraude perire sua.

Et Propertio dice di Perillo.



Et gemere in tauro saeue Perille tuo.

Silla in essere crudo, e spietato non cedeua ad alcuno, et uenendo un giorno à Preneste, & quiui facendo i giudicii priuati, puniua i Cittadini à uno per uno; ma quasi, ch’egli non hauesse tempo di ucciderli uno per uno, fece ragunarli tutti in piazza, & comandò, che fossero tagliati à pezzi dodici mila huomini. Et solamente donò la uita à colui, che in casa l’alloggiaua. Ma colui contentandosi di morire con gli altri Cittadini, domandò di esser leuato di uita; & egli lo fece vccidere. Oltre questo fece uccidere seimila nemici nel tempio di Bellona. Furono amazzati per lieui cagioni assaissimi huomini di gran conto: essendoli domandato da un certo Metello, quali huomini uoleua lasciar viui: rispose Silla, che ancora si era ben risolto, quali che uoleua saluare. Subito Metello soggiunse, dacci ad intendere almeno, quali deuono essere puntiti, senza dimora la crudele bestia prescrisse ottanta persone senza communicare il suo pensiero con alcun senatore, & hauendo ciò tutti per male, postoui uno giorno in mezo, ve ne aggiungse altri dugento, & uenti. La terza uolta ne aggiunse altri tanti, & ragionando egli in publico sopra di questa cosa, disse, che prosciuea tutti coloro, di cui si ricordaua, & che un’altra uolat haurebbe proscritto coloro, che all’hora non gli ueniuano in mente. Era pena di morte,

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se alcuno per humanita perdonaua la morte à quei, che erano proscritti: à colui, che quelli ammazzaua, daua duo talenti, ancorche il seruo hauesse amazzato il padrone, ò il figliuolo il padre. Ma quel che parue ingiustissima cosa, priuò d ogni honore, & i fligliuoli, & i nepoti de i proscritti. Né solamente in Roma, ma in tutte le città d’Italia si faceuano le proscrittioni; tal che né le habitiationi paterne, né le case delli amici, né i tempii de i Dei erano sicuri dagli homicidii. I mariti erano amazzati in seno alle misere mogli, i figliuoli in braccio alle madri. Furono morti molti per colera, molti per inimicitia, ma molti più per danari; perche gli huomini fea tanti uitii che hanno in se stessi; nell’auaritia quasi auanzano ogni altro; ma notate questa crudeltà. Vi fu un certo huomo dato all’otio, il quale non si credendo di correre pericolo di queste sciagure, uenne in piazza mosso da compassione di quelli infelici, & quiui si mise à leggere le proscrittioni, fra i quali trouò se medesimo, & andando un poco innanzi fù morto da i persecutori. Se io uolessi scriuere le crudeli attioni di questo pessimo huomo son certa, che mi mancarebbe il tempo, & forsi la carta, et l’inchiostro; ma basti questo poco, appresso almolto, che io tralascio. Dionisio Siracurano Signore di Sicilia, fu crudele, aspro, ingiusto, & i sudditi suoi uiueuano in miseria grandissima, altro di lui dir non uoglio; perche sono troppo lunghue le sue crudeltà, & sceleraggini; ma ueniamo ad Azzolino da Romano, castello di Treuigi; benche Musato Padouano lo finga in una sua Tragedia figliuolo del Diauolo; Costui crudelmente signoreggiò Padoua, Vicenza, verona, Brescia, & per la sua rabbiosa uoglia di continua uccisione fece uccidere molti huomini, & alcuni altri mandò in esilio; ma dapoi che i Padouani si furono ribellati, rinchiuse nel prato di PAdoua dodeci milla, & più huomini, & tutti li fece ardere, & hauendo preso sospetto d’un suo cancelliere, & hauendo determinato farlo morire, li domandò se sapeua, che erano rinchiusi nel pala cato, rispondendo il misero Cancelliere, che , che li hauea notati tutti, ho determinato, disse Azzolino, di volere presentare le anime di costoro al Diauolo per molti beneficii, che io ho riceuuto da lui: però, che andasse à l’Inferno co’l quaderno, insieme con loro, & da sua parte glielo appresentasse, & cosi lo fece ardere con gli altri. Ma questo, che di lui ho scritto, è un giuoco appresso le altre scelerataggini, & le altre crudeltà. L’Ariosto tiene, che costui habbi auanzato tutti i crudeli: dicendo di lui questo:



Che pietosi appo lui stati saranno,

Silla, Mario, Neron, Gaio, & Antonio.

Creonte fu crudelissimo infino uerso i corpi morti, come dice Stati nella sua Tebaide, la quale tradotta in uolgare lingua da Erasmo Valuasone, cosi dice di lui parlando:



Vuole il crudele, ch’à le pruine, e al Sole

Marciscan le reliquie della terra,

Et ch’errin d’ogni stanza escluse, e sole

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L’ombre, i cui busti alcun marmo non serra,

Fatta la legge in scritto, & in parole,

A circondar và l’occupata terra.

Et Medoro nel Furioso dell’Ariosto, cosi dice a Zerbino di lui.



Et se pur pascer uuoi i fere, & augelli,

Che in te il furor sia del Teban Creonte.

Et Mario il giouine, figliuolo di Mario il uecchio, come scriue Plutarco, fù oltre modo crudelissimo, fece tagliare à pezzi i più nobili cittadini di Roma. Teodosio Imperatore fece una horrenda, & nefanda crudeltà in Tessalonica, facaenco vccidere sette milas poueri, & innocenti cittadini senza alcun ordine di giustitia, ma solamente mosso da passione. Mezentio fu uno de Prencipi crudelissimi di Toscana, biasimato di nuoua, & inusitata crudeltà contra gli huomini: legaua i corpi uiui, con quelli de’ morti sanguinosi, & uccideua i miseri sudditi con questa sorte di tormenti; oltre ad altre sorti: però dice di lui ragionando Vergilio nel libro ottauo:



Quid memorem infandas cedes, quid facta tiranni

Effera? Dijs capiti ipsius, generique reseruent,

Componens manibusque manus, atque oribus ora

Tormenti genus, & sanie, taboque fluentes,

Complexu in misero longa sic morte necabat.

I quali versi tradotti in uolgare tali sono: & voglio mettere la traduttione di Annibal Caro, e lasciar quella d’altri:



A che di lui contar le sceleranze,

A che la ferità, Dio le riserui

Per suo castigo, & de’ seguaci suoi,

Questo crudele insino i corpi morti

Mescolaua co i uiui (odi tormento)

Che giunte mani à mani, e bocca a bocca

In così miserando abbracciamento,

Gli faceua di putredine, e di lezzo,

Viui di lunga morte al fin morire.

O quante sorti di tormenti trouano questi scelerati petti, la morte per se stessa non è tanto horribile, quanto la fanno parere questi pessimi atroci huomini; però dice il Petrarca nel cap.2. della Morte.



Silla, Mario, Neron, Gaio e Mezentio,

Fianchi, stomachi, e febri ardenti fanno

Parer la morte amara più che assentio.

Diomede Re di Tracia (vdite crudeltà) pasceua i caualli di corpi humani; però Ouidio nel lib. 9. fa così dire dilui ad Ercole, mentre era diuorato dal veneno di quella camiscia infettata dal sangue dell’Idra.



Quid? Cum Tracis equos humano sanguine pingues,

Plenaque corporibus laceris praesepia vidi?

[Page 146]



Visaque deieci? dominum, ipsosque peremi?

Che tradotti in volgare da Fabio Maretti tali sono.



Vid’io pur d’human sangue i corsier graffi

In Tracia, e pieni i lor presepi spesso

Di corpi in pezzi, e fei di uita cassi,

Ciò uisto quelli, & il padrone istesso.

Ma doue lascio Busiride crudelissimo Re de gli Egittii, il quale sacrificaua tutti i forestieri a Gioue, che finalmente fu vcciso da Ercole, il quale dice nel lib.9. di Ouidio:



Ergo ego faedantem peregrino templa cruore,

Busirim domui?

Fu etiandio crudelissimo Cambise: costui solamente, perche in sogno gli parue di uedere il fratello, che sedesse nel solio regio di Persia, li fece torre la uita, & a una sua sorella, che ripreso di tanta crudeltà l’haueua, diede tante percosse, che la vccise. Scriuono i Greci, che Cambise hauea fatto mettere, come in isteccato un Leoncino, & un Cagnolino, & perche il Leoncino uinceua, cordse un altro Cagnolino in soccorso del fratello, & ambedui uinsero l’auuersario Leone: onde lagrimando Meroe sorella di Cambise, il marito le domandò perche piangesse, rispose: io mi ricordo di Smerbia: ma questo cagnolino perdendo hebbe questo altro cagnoletto suo fratello, che uolentieri li ha dato aiuto. Questo intendendo lo scelerato tiranno Cambise, subito la fece crudelmente morire: ma vdite questa altra crudeltà: Domandò un giorno Cambise a un suo fauorito, & caro amico chiamato Presaspe in che riputatione fosse appresso i Persiani, esso rispose, che in suprema riputatione era, & che saria stato in maggiore, se non hauesse talora mostrato di bere con troppo auidità il uino: si sdegnò Cambise, ama dissimulando, disse, che li uoleua far uedere, che doppo che beuuto haueua, era sano di mente: percicohe voleua con una saetta accertare a punto nel cuore del suo figliuolo, & subito fece menarsi il fanciullo, & disse, se io non lo ferirò giustamente nel cuore, io sarò con ragione riputato ebbro. Detto che questa parole hebbe, si fece portare molto da bere, & beué copiosamente: trassen poi, come in un berzaglio, al fanciullo nel petto, essendo presente il padre del misero fanciullo, & poi lo fece aprire, & mostrare, come egli giustamente nel cuore percosso l’haueua. Ogni uno può pensare quanto fosse il dolore, che il misero padre sentir douesse, veggendo il caro, & innocente figliuolo senza cagione essere ucciso: nondimeno mostraua lieta, & serena faccioa, stringendo le lagrime, & i sospiri nel petto. Pochi giorni doppo questa atroce crudeltà, fece sotterrare viui col capo in giù molti nobili Persiani: oltre di questo fece scorticare vn giudice, & della sua pelle, uolse che si coprisse il seggio, oue hauea giudicato, & nell’istesso seggio fece sedere il figliuolo del giudice morti. In questo capo non credo che faccia bisogno di far comparationi tra le donne crudeli

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& gli huomini: percioche è di numero, & di qualità i maschi passaro, & eccedono senza comparatione le donne, le quali di natura sono vniuersalmente mansuete, & pietose, come tutti gli huomini dicono.


Degli huomini fraudolenti, & ingannatori, perfidi, & spergiuri.

Cap XI.
ANCORCHE alcuni facciano non poca differenza tra fraudolente, ingannatore, & perfido; nondimeno ho posti tutti quelli sotto un medesimo capo, come nomi, che non uariano la natura della cosa, ma più, o meno dimostrano, ouero nelle circostanze. Sono tra loro diuersi, credo però, che il nome ingannatore sia communissimo ad ogni sorte d’insidia fatta in qualunque modo. La fraude è fatta con l’adulatione, & fintione, o di bontà, o di amicitia; ilo perfido allo inganno, aggiunge la fede simulata, & finta; lo spergiuro ui aggiunge i giuramenti falsi, & i testimoni de gli Dei da lui inuocati, atti tutti uitiosi, & enormi; percioche peggio non si può dire, che non un piaceuole uolto, & sotto una finta, & simulata pietà, ingannare altrui, ouer sotto la fede data , che dourebbe essere inuiolabile, ouero con giuramenti chiamando gli Dei per testimonio farti credere il falso di quello, che ti uien detto. O quanto è meglio esser sforzato a dare il tuo, che darlo con inganno, & fraude; ondeCicerone ciò conoscendo, disse. Aut vi, aut fraude fit ingiuria, fraus quasi vulpeculae, vis Leonis videtur, vtrumque altissimum ab homine, sed fraus odio digna maior. O quanti sono stati uccisi sotto una simulata, & fraudolente pace, & quanti sotto specie di amicitia, o finta bontà sono priui, o delle facultà, o dell’honore, o della uita; De’ fraudolenti, i quali continuamente fingono di amarti, & di essere fra buoni, & leali buonissimi, sono piene le misere corti, come ben scriue il Cauallier Guarini nel suo PAstor fido, introducendo à parlar Carino:



Gente di nome, e di parlar cortese,

Ma d’opre scarsa, e di pietà nemica,

Gente placida in uista, & mansueta,

Ma più del cupo mar tumida, e fera:

Gente sol d’apparenza, in cui se miri

Viso di carità, mente d’inuidia

Poi troui, e in diritto sguardo animo bieco,

E minor fede allhor, che più lusinga:

L’ingannare, il mentir, la frode, il furto,

E la rapina di pietà vestita,

Crescer co’l danno, e precipitio altrui,

[Page 148]



E far à fe de l’altrui biasmo honore

Son le uirtù di quella gente infida.

Cose raccontate etiandio da Torquato Tasso nell’Aminta. Et però molte uolte hai l’inimico in casa sotto specie d’amico, & questo accadde;

percioche sotto finto uolto stanno occulti i maluaggi, & pessimi pensieri, le cui effiggie leggiadramente ci appresentò l’Ariosto sotto nome della fraude nel canto 14. dicendo:
Hauea piaceuol uiso, habito honesto,

Vn humil volger d’occhi, vn andar graue,

Vn parlar sì benigno, e sì modesto,

Che parea Gabriel, che dicesse Aue:

Era brutta, e deforme in tutto il resto,

Ma nascondea queste fattezze praue,

Con lungo habito, e largo, e sotto quello

Attossicato hauea sempre il coltello.
Et Dante la desriue in questo modo hauendola ueduta nello Inferno;
Et quella sozza imagine di froda

Se’n venne, & al riuo la testa, e’l busto;

Ma’n su la riua non trasse la coda.

La faccia sua era faccia d’huom giusto,

Tanto benigna hauea di fuor la pelle;

Et d’vn serpente l’uno, e l’altro fusto.

Due branche hauea pilose, infin l’aselle,

Lo dosso, il petto, & ambedue le coste

Dipinte hauea di nodi, e di rotelle.

Con più color sommesse, e sopra poste,

Non fer ma’in drappo Tartari, ne Turchi,

Ne fur tai par Aragne imposte.

MA basti fin qui di hauer narrato quello, che tiene in se, & fuori di se la fraude, & ueniamo à gli essempi. al primo sarà Tolomeo, il quale tradì Pompeo, che hauea fatti grandissimi beneficii al padre di lui; il traditore senza hauer riguardo alle gratie riceuute, le fece uccidere à tradimento in questo modo. Essendo Pompeo uinto in Pharsalia da Cesare, ne sapendo tra gli amci regni oue ricorrere douesse, confidatosi ne i beneficii fatti al padre di Tolomeo, si indrizzò uerso Egitto, & subito mandò un suo messo al Re Tolomeo à fargli intendere, come era uenuto à ritrouarki; egli come questo intese si consigliò con i suoi consiglieri, uno d’ quali era Achilla Egittio, l’altro Teodoro da Chio, & tutti insieme conchiusero d’amazzar sotto uelame d’amicitia Pompeo. Andorno adunque molti à ritrouarlo, un de quali fu Settimio, l’altro Achilla, & Saluio; Settimio, tosto che lo vide



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con lusinghe lo chiamò Imperatore. Achilla lo inuitò a montare in su la scafa, & egli ui montò ma come fu uicino al lido, Settimio lo piagò mortalmente, doppo costui lo ferì Saluio, & Achilla; & così il misero Pompeo Magno fini la uita per l0inganno del traditore Tolomeo; onde il Petradi dice il traditor di Egitto, parlando di lui. Ma che ui pare di Bruto? il quale era intituito secondo herede da Cesare nel suo testamento, in cui haue agrand fiducia; & essendo uenuto il giorno di andare in Senato Giulio Cesare non ui uoleua andare, parte spinto dalle parole de gli indouini, parte dal sogno di Calfurnia sua moglie, come Plutarco racconta; ma il traditore Bruto sapendo quello, che uoleua fare, lo persuase ad andare in Senato, & pigliandolo per mano lo menò fuori di casa, & in Senato; come fu posto d sedere, parte de i compagni di Bruto si fermorno dietro il seggio di lui, & parte li stauano all’incontro. Tullio diede il segno di cominciare, ferillo Casia, che fu il primo, dopo lui Bruto li diede una ferita nella gola, dopo Bruto Cassio, & gli altri congiurati, cosi à tradimento vccisero iln buon Giulio Cesare. O che fiere scelerate,m già che uccideuano, chi lor portaua amore; ma che diremo noi del tradimento fatto da Lorenzo de’ Medici al Duca Alessandro de’Medici? che tanto si confidaua in lui, & li portaua tanto amore, che se fosse accaduto, che se egli fosse andato fuori di Firenze in suo luogo non haurebbe lasciato altri, che Lorenzo; & Lorenzo per acquistarsi quella fede appresso del Duca, che li pareua, non curaua di uenire in odio à gli amici, a i parenti, & pe fino alla madre istessa, non curaua di essere tenuto portatore di nouelle, ingannatore de gli amici, & un uero, e continuo spione del Duca contra tutto il mondo; & tutto questo faceua per tradirlo; & spesso diceua al Duca, che quando l’haueua seco, facesse conto di non l’hauere inquanto al uenire alle mani per diffenderlo; perche la natura non li hauea dato cuore da armi, & che cercaua ben di farsi immortale; ma per uia delle compositioni: & haueua composto una bella Comedia, & diceua che componea la più bella Tragedia, che forse sia stata ueduta da gli scrittori già molti anni, & cosi andaua il traditore facendosi amicissimo al Duca: A i quattro di Gennaro andò Lorenzo a leuar il Duca, & menollo à casa sua, la quale era molto uicina à quella del Duca, & gli entrato in ucna camera si pose sopra un letto; Lorenzo si partì, & andò nella stanza di sotto, & trouò uno sgherro chiamato Scoronconcolo, & lo menò alla camera, oue l’incauto Duca giaceua, & intrato andò al letto, & li disse; signor, dormite voi? & subito li tirò una stoccata alla schiena; il misero si gettò fuori del letto gridando. Ah Lorenzo, io non aspettaua questo da te, & il traditore rispondendo disse: Anzi troppo l’hauete aspettato; perche staua molto à uenire, & in poco tempo, con l’aiuto di Scoroncolo uccise colui, che lo amaua, come se medesimo; ma chi sarà colui, che si fidi di huomini, poiche tutti sono tanto ingannatori, perfidi, & simulati amici? Onde ben dice il Tasso, che non è fede in huomo, e dice il uero, ma ueniamo ad un altro

[Page 150]

essempio di un altro traditore: essendo andato Camillo per assediar la Città di Falerio, la quale Cittade era molto munita di tutte le cose necessarie alla guerra; Camillo considerando la città essere forte, & fornita di tutte le cose, li parue difficile da perdere; però non la faceua battere, ma faceua ogni giorno essercitare li soldati, accioche stando in otio non diuentassero tumidi, 6 uili; & dentro i Falerii simauano poco l’assedio & pochi faceuano le guardie alle mura, & tutti andauano disarmati per la città. Et cime esser suole usanza de Greci, teneuano un maestro salariato dal commune, volendo che i figliuoli si alleuassero, & s’ammaestrassero insieme; il maestro di scuola pensò di fare un tradimento a’ Falerii con il mezo delli lor fanciulli: & cosi cominciolli à menar à spasso intorno alle mura, & tal uolta fuori, & quando li hauea essercitati, li rimenaua dentro.

Finalmente hauendoli tutti con esso lui, li menò alle guardie de’ Romani, & volle presentarsi con essi à Camillo, & facendoseli innanti melanconico, & pieno di grauità, disse, come era il maestro di quei fanciulli, & che per il mezo loro hauea disegnato per acquistarsi la gratia di lui, di darli la città di Falerio nelle mani. Parue à Camillo quel atto molto uituperoso, & fece stracciare tutti i panni, che haueua intorno al traditore, & legarli le mani di dietro alle spalle, & dar in mano a i fanciulli alcune sferze, accioche battendo il traditor lor maestro, il conducessero nella città. vhe ui pare? questo fu egli un tratto da un uero traditore, ò nò? mi souuiene ancora di Sinon Greco, il quale mostrando di fuggire i Greci, da i quali haueua riceuute molte ingiurie, come egli fingeua, & diede ad intendere a i Troiani con finte paeole, che i Greci haueuano edificato quel cauallo, & consacratolo à Minerua, & l’haueano fatto tanto alto, accioche i Troiano lo guastassero, & non lo potessero mettere intiero in Troia; perche i Fati uoleuano, che se lo guastauano, Troia hauesse à cadere; ma se fosse intiero condotto dentro la terra i Geci hauessero ad essere uinti da i Troiani. Era traditore, & spergiuro, perche giuraua, & chiamaua in testimonio li Dei, come dice Virgilio nel libro secondo dell’Eneide:


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