Author: Marinella, Lucrezia (1571-1653)



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Sustulit exustas uinclis ad sydera palmas

Vos aeterni ignes, & non uiolabile uestrum

Testor numen (ait) vos are enfesque nefandi,

Quos fugi, vitteque Deum quas hostia gessi,

Et altroue parlando di lui a Didone dice:



Accipe nunc Danaum insiedias, & crimine ab vno

Disce omnes.

Volendo mostrare, che tutti i greci sono fraudolenti, & ingannatori.

Gano di Maganza oue rimane egli? il quale fu traditor di Carlo, & de’ suoi Paladini, fu tanto ingannatore, che l’Ariosto il chiama padre de tradimenti, dicendo

[Page 151 / 71R?]



Tutto seguì, ciò che haue a ordito Gano,

Chera d’insidie, e tradimenti il padre.

Infedelissimo fù Bireno, che haueua riceuuti tanti beni da Olimpia, & in guiderdone la lasciò su il nudo scoglio, come dice l’Ariosto, che uolendo narrare la sua infedeltà, dice quasi merauigliandosi:


Io ui vò dire, e far di merauiglia

Stringer le labra, & inarcar le ciglia.
Et fra mille tradimenti, che racconta il Gouio; raccontarò solamente quello, che fecero i capitani de’ Suizzeri fingendo occasione, che’l dì destinato al pagamento non si numerauano i denari: il Duca di Milano correndo al tumulto con parole benignissime, che generauano non poca compassione; poi donò a loro tutti li suoi argenti; ma i Capitani infedeli temendo di non mettere in essecutione il tradimento disegnato, operorno, che l’essercito Francese si accostasse à Nouarra per torre al Doca, & à gli altri la uia di fuggirsi verso Milano, hauendo fatto il Duca vscire le squadre, i Capitani Suizzeri diceuano, che senza licenza de i lor Signori non uoleuano uenir alle mani con parenti, & con i proprii fratelli, & con gli altri della loro natione, & mescolandosi con l’essercito nemico, come se fosse stato un solo essercito, finsero di uolere andare alle lor case; il Duca non poté, ne con preghi, né con lagrime, né con infinite promesse piegare la loro perfidia: Si raccomandò à loro, che almeno lo menassero in luogo sicuro: ma perche erano d’accordo con i Capitani Francesi di partirsi, & non menarlo seco, negorno di concederli la dimanda, ma consentirno, che mescolato fra loro in habito di fante venisse, la qual cosa fu accettata da lui per vltime necessità, ma questo non fù sufficiente alla sua salute: perche caminando per mezo l’essercito Francese fù insegnato da i Suizzeri à coloro, che haueuano la cura di prenderlo; cosi fu sybitamente tenuto in prigione. Spettacolo si miserabile, che commosse le lagrime infino à i nemici, & questo non fù egli vn gran tradimento? Cleomente hauendo affidati gli Argiui li assaltò di notte, & parte ne amazzò, & parte fece prigioni. Calicute uccise sotto colore di amicitia Dione Siracusano. Annibale il uecchio, chiamato figliuolo di Asdrubale, inuitato da Cornelio Asira, sotto pegno di pace, fù vcciso. Francesco, & lodouico Gonzaga ammorno il fratello Vgolino, inuitandolo sotto bhona fede, & amoreuolezza à disnar con loro. Cesare ancor egli fu traditore, perche in tempo di tregue guerreggiò co i Germani, & fece tagliare à pezzi trecento mila persone. Et Alessandro Magno tradì vna terra, con la quale hauea fatto una conuentieone: ma subito, come l’hebbe nelle mani tagliò a pezzi quasi tutti gli habitatori. Onde si può ben dire co’l Tasso:

O cielo, ò Dei, perche soffrir questi empi.

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Et sedechia Medico Ebreo pessimo traditore, diede il veneno à Carlo Caluo Imperator de Galli, ancorche da lui non hauesse riceuuto altro che cortesia, & cosi se ne morì il misero Imperatore per l’ingano del perfido huomo.
De gli Ostinati, & Pertinaci

Cap. XII.


NON è l’ostinatione altro, che una ferma perseueranza nella medesima opinione, ancor che falsa, & irragioneuole, & però dice Cicerone nel 4. A cad, Plerique errare malunt, eamque sententiam, quam adamauerunt pugnacissime difendere, quam sine pertinacia, quae constantissime dicatur, exquirere. Segno sicuramente di mente poco sana: percioche, che cosa si può pensare più stolta, che haueare le cose incerte per certe, le false per uere, & le non conosciute per conosciute, & notissime? & questi sono a punto i lodeuoli effetti dell’ostinatione. Pertinacissimo, & ostinatissimo fù Saul nello oltraggiare, & offendere David; benche da lui udisse dlcissime parole, & riceuesse segnalati fauori, i quali riceuuti non haurebbenon dico da uno amico, ma ne anco dal fratello. Ostinato, pazzo, & ritroso fù Filippo figliuolo di Filippo Imperatore, come scriue Sesto Aurelio, dicendo: che era di sì rigida, & ostinata natura, che non fu mai alcuno, che per grande astutia, che facesse, l’inducesse a ridere. Duro, e pertinace quanto imaginar si può fù Faraone, che per la sua peruersa, & ritrosa natura si simmerse nel mar rosso con tutto lo essercito suo per uolere della diuina giustitia. Ma che dirò io di Giustiniano Imperatore? al quale essendo tolto l’Imperio, & dapoi essendoli detto, che facilmente lo ricuperarebbe, montò in naue, & essendo scorso sopra Necropola henne una tempesta maritima, fiera, & pericolosa; onde Maice familiare di Giustiniano, disse: Ecco signore, che noi siamo uicini alla morte, fa qualhe uoto a Dio per la salute tua, & questo sia il tuo uoto, che se tu ricuperi l’Imperio, non farai uendetta di alcun tuo nemico. Rispose allhora Giustiniano con gran furore. Se io perdono ad alcuno di loro, che Dio mi faccia hora hora affogare. Tanto era ostinato nel uoler far uendetta, che ancor che fosse stato sicuro di sommergersi, più tosto uoleua con la sua ostinata opinione annegarsi, che saluarsi, & perdonare à uno solo de suoi nemici. Ma doue rimaneAntioco ostinatissimo contra il popolo di Giuda? che mai si tenne di oltraggiarlo, fin che di tanta ostinatione non ne prese uendetta l’eterna bontà, mentre egli andaua a dritto nella ruina di Gierosolima.

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De gli huomini ingrati e discortesi.

Cap. XIII.


A [corrected as è] L’ingratitudine una obliuiona, ò dimenticanza ben spesso simulata di non render gratie, ò altra cosa, per il beneficio riceuuto, & però Aristo. nel lib. 9. dell’Ethica al cap. 9. lasciò scritto, che è cosa propria dell’ingrato il riceuere il beneficio, ma non già il renderlo. Ingratus est, qui suspicere appetit, & non benefacere. Cosa inhumena, fiera, & cruda: come ben disse cicerone pro Planco. O quanti ne sono, che hanno riceuuti non solamente aiuti con le facultà altrui, ma con la uita, & con li honori, & venendooccasione nonuolgiono render alcun fauore a chi loro ha beneficiato, & negano di hauer riceuuto alcun beneficio, o fingono di non hauerlo hauuto, ò se li scordano. Però Plauto parlando de’ suoi Cittadini, disse:

Ita sonto isti nostri Ciues,

Si quid benefacias, Laeuior pluma gratia est,

Si quid peccatum est, plumbeas iras gerunt.

Parlano pur de gli huomini, & non delle donne, come apertamente si uede, come lor proprio uitio, il quale è pur cagione di infiniti mali, dicendo il Trissino nella sua Italia liberata:



E l’empia ingratitudine, ch’è sola

Causa, e radice d’infiniti mali.

Et questa sentenza si confermarà con gli essempi. Ingratissimo furno gli Ateniesi, come scriue il Sabelico, i quali diedero à l’innocente Socrate il veneno. Ingratissimi furono i Siracusani uerso Dione, il quale lor liberò la patria, & essi in premio di questo beneficio lo sbandirno, come scriue lo istesso Autore, & dapoi lo chiamorno, & lo fecero morire: questa non fu ella una grandissima ingratitudine? I Thebani non furno ingrati uerso Epaminonda, & Pelopida? gli Ateniesi non furno sconoscenti, & ingrati verso Solone? he a loro diede le leggi, & fu cagione egli solo, che la patria restasse libera della Tirannide di Pisistrato, & dapoi lo sbandirno, come dice Valerio Massimo. Gli Ateniesi, scriye il medesimo Autore, messero in carcere Milicade vincitor de’Persi, & non uolsero, che doppo morte fosse sepelito, se prima non haueuano in prigione Cimone suo figliuolo. Ma che diremo di Temistocle? che di Demetrio Re, che fu tanto afflitto da gli istessi Ateniesi? I Romani non furnoingratissimi a cacciare Camillo in essilio? che haueua fatto tanto, e tanto bene per il popolo Romano, come racconta il medesimo. Caligula era di cosi peruersa natura, che odiaua a morte chi li uolea bene. Ma che dirò io de’ Spartani? i quali lapidorno molte uolte Licurgo, il quale haueua dato tante leggi, & hebbe

[Page 154]

tanto amore uerso la patria, & essi finalmente li cauorno gli occhi, & lo cacciorno della Città. O che sconoscenti, ò che ingrati; Mi souuiene di Scipione Africano, che liberò si può dir Roma, uinse Cartagine, & à l’ultimo gl’ingrati Romani lo sbandirno; ond’egli spinto da giusto sdegno fu sforzato a dire: Ingrata patria non habebis ossa mea. Ingrato fù Giustiniano imperatore verso Bellissario, cheera stato così giudicioso capitano, lo priuò d’ogni suo hauere. Ingratissimo, & sconoscente quanto imaginar si può fu Filippo di Arabia contra Gordiano Misetto Prefetto, & Capitano suo elesse Filippo in luogo di Misetio, il quale era pouero, et di stirpe dishonorata, & uile: Tosto che l’ingrato si uidde assiso a tanto grado, subito cominciò à pensare, come potesse runnar l’Imperio à Gordiano. Fece prima nascere nell’essercito mancamento di uettouaglia, & non lasciaua correre le paghe al suo tempo à i soldati, i quali si sdegnauano, & egli diceua, che tutto procedeua da poca cura, & prouedimento dello Imperatore, et tanto fece, che eguale à Gordiano nell’Imperio diuenne; come se li uide uguale, cominciò à disprezzarlo apertamente, & ordinaua ogni cosa come se stato fosse solo Imperatore: il misero Gordiano uedenedo che non potea nulla nell’Imperio, pregò Filippo, che almeno lo hauesse in luogo di Cesare, il che non ottennendo chiese di essere suo Prefetto, ne questo impetrò, à l’ultimo pregò di potere essere uno de suoi Capitani, questo li concesse. Ma come pensò, che Gordiano era amato, lo fece uccidere miseramente, ò che ingrato, non meritaua egli, che il Cielo lo fulminasse, ò che la terra uiuo nelle sue interne parti l’accogliesse? Ma che diremo noi della ingratitudine di Teseo? alquale la cortese Arianna insegnò il modo di uscire fuori dell’intricate strade del cieco Laberinto, che in premio di tanta cortesia l’abbandonò, & lasciò sola su il diserto lido, come dice Ouidio nel lib.ottauo parlando dell’ingrato Teseo.



Vtque ope virginea nullus iterata priorum,

Ianua difficilis filo est inuenta relicto:

PRotinus Aegydes rapta Minoide Diam.

Vela dedit: comitemque suam crudelis in illo

Littore destituit.

I quali uersi tradotti in volgare dal Maretti tali sono.



Ma poi, che per verginea aiata data

Trouò la porta, e la difficil via

Mai da nissun fino a quel dì trouatam

Lasciando il filo, subito s’inuia

Theseo, e rapita a Min la figlia amata,

Diè le vele ver l’Isola di Dia,

Doue il crudel nel lido a la campagna

Abbandonò la fida sua compagna.

Ingrato fù Enea uerso la cortese Didone, che tanto amoreuolmente l’hauea

[Page 155 / 74R]

riceuuto nelle proprie case, & egli la lasciò non curando ne le lagrime sue, ne preghi, & scordatosi affatto della miseria, nella quale era quando Didone l’accolse, come egli stesso disse alla presenza sua.



O sola infandios Troiae miserata labores,

Quae nos reliquias Danaum, terreque, marisque

Omnibus exaustos iam casibus, omnium egenos

Vrbe, domo socias grates persoluere dignas

Non opis est nostrae Dido, nec quicquid vbique est

Gentis Dardaniae, magnumque sparsa per orbem.

Et uno sbandito, vn vagabondo non si astenne di mostrare la sua ingrata natura alla cortese Elisa, laquale rimprouerando la sua ingratitudine disse;



Nec tibi diua parens, generis nec Dardanus auctor

Perfide, sed duris genui te cautibus horrens

Caucasus; Hircaneque admorunt vbera tigres.
De gli Huomini incostanti, & volubili
E’ Segno certissimo l’inconstanza di vna mente poco saggia, & auueduta; percioche s’ella s’impiega, senza dubbio non andarebbe ella vagando intorno a diuerse cose, non risoluendosi di appigliarsi ad alcuna di loro, & se pure ad alcuna si accosta per lo piu alla peggior dà di piglio; essendo ella sorella carissima dell’ignoranza, & però con grandissima prudenza disse Cicerone, che niuna cosa è più degna di biasmo dell’incostanza, mobilità, & leggierezza di animo, che ancho leggerezza chiamò, nome denotante una spetie di pazzia. Incostante, & oltre modo volubile fù Caligula Imperatore, alquale hora piaceua la compagnia, hora la fuggiua, come veneno. Faceua alle volte le cose con tanta prestezza, che pareua il piu accorto huomo del mondo. Altre volre con tanta lentezza, & trascuragine, che mostraua di essere tutto il contrario. a molti, i quali haueano commesso grandissimi misfatt, non daua castigo alcuno. Et molti altri faceua amazzare senza colpa alcuna. Hoggi lodaua una cosa, domani chi ne diceua bene voleua taglaire a pezzi, & finalmente era tanta l’inconstanza, & il mutamento di costui, che non sapeuano i sudditi, ne che fare, ne che dire, & era il medesimo ne’ vestimenti, & in tutti gli altri fatti suoi. Sergio Galba fù anchor egli instabile, & senzo fermezza. Faceua tutte le sue cose vna contraria a l’altra, hora si mostraua aspro, hora mansueto, & piaceuole, hora condannaua le genti senza cagione, alla morte. Hora quei che al meritauano, lasciaua assolti. Questovitio in ogni persona è brutto,

[Page 156]

& biasimeuole. Ma in un principe non si può imaginar peggio. Et amore fù inconstantissimo, hora era preso d’amore, hora da orio, come dice il Petrarca di lui parlando.

Vedi quel che in vn tempo ama, e disama.

Et Aladino Tiranno, per l’imagine tolta, come dice Torquato Tasso era tanto pieno di rabbia, come mostra in questi versi contra i Christiani.



Tutto in lor d’odio infellonissi; ed arse

D’ira, e di rabbia immoderata, e immensa.

Ogni rispetto oblia: vuol vendicarsi

(Segua che puote) e sfogar l’alma accensa.

Morrà (dicea), non andrà l’ira a vuoto

Ne la strage commune il ladro ignoto.

Vdite, che instabilità, & inconstanza solamente per quella honesta bellezza di Soffronia, che a pena si può dire, che veduta hauesse:



A l’honesta baldanza, a l’improuiso

Folgorar di bellezze altere, e sante:

Quasi confuso il Re, quasi conquiso:

Frenò lo sdegno, e placò il fier sembiante.

S’egli era d’alma, ò se costei di viso

Seuera manco diueniane amante;

Rodomonte era instabile, & uolubile come foglia: che hauea fisso nella mente di odiar tutte le donne, & a pena vedde Isabella, che subito si muta di proponimento, come dice l’Ariosto di lui nel Canto. 28.



Tosto, che il saracin vide la bella

Donna apparir, mise il pensiero a fondo,

C’haua di biasmar sempre, e d’odiar quella

Schiera gentil, che pur adorna il mondo:

E ben li par dignissima Isabella

In cui locar debbia il suo amor secondo,

E spegner totalmente il primo in modo

Che da l’asse si trahe chiodo con chiodo.

Onde considerando l’Ariosto la maschile incostanza esclamò dicendo;



O de gli huomini inferma, e instabilmente,

Come sian presti à variar disegno:

Tutti i pensier mutiamo facilmente,

Più quei, che nascon d’amoroso sdegno,

Io uiddi dianzi il Saracin sì ardente

Contra le donne, e passar tanto il segno

Che non che spegner l’odio, ma pensai,

Che non douesse intepidirlo mai.

Et i Greci tutti sono insabili, vdite quello, che ne dice Iamblico nel lib. de misteriis. Graeci namque natura rerum nouarum studiosi sunt,

[Page 157 / 75R]

ac praecipites usquaequaquae; feruntur instar nauis saburra carentis nullam habbentes stabilitatem, neque conseruant, quod ab aliis aceperunt sed & citò diminunt, & omnia propter instabilitatem, nouaeque inuentionis elocutionem transformare solent. Et che diremo noi di quei buoni campioni di Christo, che à pena haueuano ueduto Armida, che si lasciauano raggirar à i lor uani appetiti, & però dice il Tasso, che

Goffredo spesso hor di uergogna, hor d’ira

Al uaneggiar de Caualier s’accende.

Ma che si dirà di Vincilao già uecchio instabile, come mostra il medesimo poeta



Vincilao, che graue, e saggio inante

Canuto pargoleggia, e uecchio amante.

Io non credo che fosse punto dissimile da quelle Girandole, che ad ogni poco di uento si mouono.


De gli huomini maligni, & che portano odio. Cap. XV.
AFFERMANO tutti gli ottimi scrittori l’Odio essere una inuecchiata, & raffreddata ira, la quale difficilmente si può cancellare, & solamente la morte di far questo è un ottimo, & eccellente rimedio, & però si dice odio tenace, lungo, & mortale, & è più uituperato dell’ira; eprcioche ella è un subito, & repentino moto dell’anima irragioneuole. Ma l’odio è un cattiuo effetto, & passione della ragione, & quelli tengono il primo luogo fra questi tali, che non lasciano l’odio ne per preghiere, ne per utile, ne per la lunghezza di tempo si mitigano, lequali tre cose sogliono mitigare, & annullare questa passione, come lasciò scritto Cicerone dicendo. Odium uel precibus mitigari potest, uel utilitate deponi, uel uetustate sedari. Ma lasciamo di ragionare della natura di questo pessimo uitio, & ueniamo à gli essempi. Annibale portaua cosi graue odio à Romani, che giurò di esserli sempre crudel nemico. Sergio terzo Ponteficie hebbe tanto odio à formoso Pontefice, che lo fece cauar fuori della sepoltura, & tagliarli la testa, & dapoi gettarlo nel Teuere. da questo conoscere si può, he non solamente contra uiui uiue l’odio, ma contranmorti anchora. grande fu l’odio, che hauea Cambise Re di Persia contro il fratello, & spinto da questa passione lo fece uccidere. Ma grandissimo fù quello, che hebbero i Genouesi contra i Pisani, percioche hauendo i Genouesi pigliate due galee di Pisani, impiccorno i Padroni, & uenderno tutti gli altri à una cipolla l’uno, come dice Batista Ful. Al tempo di Scipione Africano essendo morto il padre à duo fratelli, fra loro si odiauano tanto, che non si poteuano uedere, & si indussero à combattere insieme, & il più pertinace fu ucciso. Et Catalina uedendo che bisognaua prolungar le nozze di aurelia un giorno solo

[Page 158]

solo per cagion di un suo figliuolo, li prese tanto odio, che lo fece auenenare. questo narra Batista Ful. mi souiene di Amilcare, il quale essendo uenuto in Roma; percioche il popolo Romano inuitato l’hauea, et uedendo quattro figliuoli, disse questi fanciulli sarebbono buoni per alcuni miei Leoncini. Vi pare, che l’odio in costui fosse grandissimo?
De gli huomini ladri assassini, corsari & rapaci. Cap XVI.

E IL ladrocinio un possesso della robba altrui senza il consenso del proprio padrone nascostamente inuolata. Ma quando con vuolenza si toglie aspettando gli huomini alle strade assasinamento si chiama. Et finalmente se per mare alcuno se ne sta rubbando Corsale da ogn’uno uien chiamato. il furto quanto sua da ogn’uno biasmato, & uituperato non accade, che io lo racconti: percioche è cosa inumana il uolere posserdere l’altrui senza alcuna fatica, & quel che è peggio con la morte di colui, à cui è stato rubbato. Ne licurgo quel gran ligislatore instituì il furto à i giouinetti; perche godessero l’altrui hauere. Ma bene accioche si essercitassero & si facessero uigilanti, agguzzando l’ingegno nel rubbare, & nel conseruar la cosa rubbata. Onde non solamente si faceua accorto il ladro, ma anchora colui, a cui era la robba inuolata; & cosi pochi furti si faceuano, & tanto piu che era tanto la pena grande posta da Licurgo, & la uergogna di essere scoperto, che più tosto i ladri uoleuano morire, che essere conosciuti come tali, come intrauenne à un fanciullo, che rubbò un Volpacino. MA passati gli anni quattordici non poteuano più in modo alcuno rubbare. fù inuentore del furare, scondo che scriue Giustino, Nino Re dell’Egitto. gran ladro fu Arpalo, come scriue Cicerone nel lib. de natura Deorum il quale beffaua ogni giorno li Dei, dicendo che lo lasciauano pur uiuo, anchor che rubbasse ogni giorno. fu etiandio grande Caio Verre. non minor di lui Flacco Censore, come narra Tito Liuio, il quale tolse un tetto di marmo à Giunone Licinia per coprir la sua casa. fù etiandio ladro Arsace Re de persi, il quale nella giouentù apertamente rubbaua, e finalmente fu fatto Re de ladri. Ladro fu Dionisio di cose sacre, & similmente Nerone. Che diremo noi de gli Argiui che nasceuano ladri? onde naque un prouerbio. Argiui fures. Che di Ghino di Tacco, ilquale rubbò con suo Zio un Castello alla Republica senese detto Radicofani in maremma, costui essercitaua molto il ladrocinio, come dice il Bocca. di lui ragionando Ghino di Tacco per la sua fierezza & per le sue rubbarie huomo assai famoso era, essendo cacciato da Senesi, & dimorando in Radicofani à ciascuno che per le circostanti uie passaua, rubbar faceua à suoi masnadieri. Et pochi sono, iquali non sappino quanto gran ladro, & rubbator famoso, fù Cacco figliuolo di Vulcano, costui fù il primo ladrone

[Page 159 / 76R]

habitaua sotto il colle Auentino di roma. Ma Ercole foppo lunghe prede fatte (perche anchor egli douea essere cosi ualente ladro quanto ogn’altro) uenne di Spagna in Italia, & seco guidaua le uacche tolte al Re Girione, & prese alloggiamento poco lontano da Cacco. Ma Cacco, che era sempre auido di noua preda s’inuolò quattro uacche, & tirolle per la coda nell’antro suo: accioche per il segno delle pedate non si potesse imaginar oue fossero. Ercoole dolente della perdita, cercolle & ricercolle, & mai non potè ritrouare inditio, ò segno delle pedate, & finalmente si partiua hauendo perduta la speranza di ritrouarle; alhora sentì il muggio, & subito si accorse, oue erano, & leuando il sasso, che copriua la spelonca di Cacco saltouui dentro, & l’uccise, onde Vergilio nell’Eneide cosi dice di lui.

Cacus auentine scelus atque infamia siluae

Et Dante lo uide nello inferno. Onde dice nel can.25.



Lo mio maeastro disse quegli è Caco

Che sotto il sasso di colle Auentino

Di sangue fece molte uolete laco

Onde cessar le sue opre biece

Sotto la mazza d’Ercole, che forse

Gli ne die cento, e non sentì le diece.

Vanni Fucci, come dice l’istesso Dante era ladro, & ladro di cose sacre, come egli di se stesso dice nel can. 24.



Vita bestial mi piacque, e non humana

Si come à Mul, ch’io fui; son uanni Fucci

Bestia, e Pistoia mi fù degna tana.

E più sotto dice parlando pur di se medesimo il ladrone



Io non posso negar quel, che tu chiedi

In giù son messo tanto; perche fui

Ladro à la Sagrestia de belli arredi.

Et gran ladro, & capo de ladri assassini era colui, che teneua Isabella nella spelonca, come dice l’Ariosto, ilquale con i compagni fù da Orlando ucciso. come mostra con questi uersi.



Nella spelonca una gran mensa siede

Grossa duo palmi, e spatiosa in quadro

Che sopra un mal polito, e grosso piede

Cape con tutta la famiglia il ladro

Questa mensa gettò Orlando fra loro, & parte ne stroppiò, parte ne uccise affatto: di quelli che restorno uiui, udite quel che Orlando fece.


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