Author: Marinella, Lucrezia (1571-1653)



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Poi li strascina fuor della spelonca

Doue facea grand’ombra un uecchio sorbo;

Orlando con la spada i rami tronca,

Et quelli attcha per uiuanda al Corbo

Anco Brunello era un cosi bello ladroncello, quanto alcun altro, che

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al mondo fosse, come dice l’istesso Ariosto che parlando di Frontino, che rubbò al Re Circasso dice.



Inanzi Albracca gliela hauea Brunello

Tolto di sotto quel medesimo giorno

Ch’ad Angelica anchor tolse l’anello

Al Conte Orlando Balissarda e’l corno

E la spada a Marfisa & c.

E però meritatamente.



Il manegoldo in luogo occulto, & ermo

Pasto di Corui, e d’auoltoi lasciollo.

Vfente cont tutto lo suo stuolo era ladro. Però di lui, e delli suoi compagni dice Vergilio.



Armati terram exercent; semsperque recentes

Ceonuectare iuuat praedas, e uiuere capto

Lequali paroli tirate in lingau uolgare da Anibal Caro, risuonano cosi.



Arar con l’armi indosso, e tutti insieme

Viuer di cacciagioni, & di rapine

Io non so per qual cagioni ui sieno tanti di questi huomini da bene, i quali non uogliono faar niuno essercitio, ma uogliono uiuere della robba alctrui, ne mai si castigano anchor che dinanzi à gli occhi si uedono impiccare un altro, ladro in quel medesimo tempo inuolano i denari à qualche uno, che lor è uicino. Ma che diremo noi di quei buoni compagni di Vlisse, i quali stimando, che nell’otre chiuso, che Eolo hauea dato ad Vlisse, fosse argento, scilsero l’otre, e ne uscirono i uenti, iquali lor diedero quel, che meritaua la loro auidità. Ancho il Sannazaro mostra, che Lacinio era un ualente ladrone in quei uersi, che fa dire à Serrano.



Tacer uorei, ma il gran dolor m’inanima

Ch’io tel pur dica: sai tu quel Lacinio

Ohime ch’a nominarlo il cor si esanima

Quel che la notte ueglia, e’ galicinio

Gliè il primo sonno, e tutti Cacco il chiamano

Però che uiue sol di latronio

E più sotto fa dire ad Opico, uolendo mostrare che quasi tutti gli huomini sono ladri, questi uersi.



O quanti intorno a queste selue numeri

Pastori in uista buon, che tutti furano

Rastri, zappe, sampogne, aratri, e uomeri

Et anchor Torquato Tasso udite quello, che dice di Albiazar.



Le terze guisa Albiazar, ch’è fiero

Homicida, ALdron, non Caualiero.

Et come afferma Plutarco ladri erano i soldati di Bruto, che se quel giorno, che attacò la battaglia Marc’Antonio, non erano occupati ne’ latrocinii degli alloggiamenti, haueua una felicissima uittoria. Ma tanta

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è ne gli huomini l’auidità de l’hauere altrui, che non lascia mai finire una opera bene, & non rioua, che ogni giorno si uegga nelle piazze principali qualche uno di questi uccelli grifagni, che habbi incautamente dato del capo ne lacci, né che sieno posti per nerui à mouere le ali alle galee, non curano honore, & non su ricordano di quello aureo detto di quel Poeta:



L’honore è di più pregio, che la uita.

Et di questa sorte ue ne sono molti; onde ogni giorno si odono latrocinii, à chi uen rubbato il mobil di casa, à chi le mercantie, à chi una cosa, à chi un’altra, fino à Calandrino, quei buoni compagni inuolorno il porco; ma lasciamo costoro; ancorche se io uolessi, ne farei un libro intiero; perche sono fuori di modo in quantità i ladri, & si può dire:



O quanti Cacchi al mondo hoggi si trouano

Ma ueniamo à quella altra sorte di latroni maritimi non manco scelerati de i ladri terrestri. Lucano Poeta nomina i furto di Basilio Pirata, li quali sono senza fine: il medesimo Lucano nomina Sesto Pompeo, per Corsale, dicendo:



Sextus erat magno proles digna parente,

Qui mox scylleis exul grassatur in undis

Polluit equoreos Siculus Pirata triumphos,

Cleomenide scorse il mare vintidoi anni, al tempo di Tolomeo. Clipanda al tempo di Ciro fù famoso ladro maritimo. Milia al tempo di Dioniasio Siracusano, che essendo condotto alla morte, confessò, che hauea fatto morire più di cinquanta mila huomini, à quali haueua ancao tolto la robba. Cleomente al tempo di Alessandro Magno fu gran corsale, & Alcanore al tempo di Giulio Cesare non cedeua a nessun corsale nell’essere un ualente ladrone, & cosi molti altri, che per breuità tralascio; ma forza è, che di nuouo io mi ritragga à riua; percioche ui è un ladro terrestre, che non vuol ch’io ponga fine à questo capitolo senza il suo nome, & questo è giouanni Lago, il quale era capitano della guardia del palazzo dell’Imperatore di Constantinopoli, nominano Alessio Comneno. Costui era il più bel ladrone di quanti sieno mai stati, & deliberò di mettere insieme molti denari per se, & per i suoi con quello ufficio: onde nel tempo di notte sprigionaua tutti i più eccellenti ladri, che fossero in prigione, & lor mandaua à rubbare per le case, & tutto il furto, che faceuano, lo facea portare a casa sua, & à loro porgeua una mercede, come à lui piaceua, nel uederlo nel suo vfficio, pareua il piu liberale, & iusto ministro, che al mondo fosse, & questo manto di lealtà celaua un’animo ladrone, & scelerato; ma udite quello, che dice l’Anguillara nelle Metamorfosi d’Ouidio, parlando di questi ladri, che sono lupi sotto sembianza di pecore,



Và ricco peregrino al suo viaggio,

Ecco un ladro il saluta, il bacia, e ride,

E fingendo amistà, patria, e lignaggio

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L’inuita seco à cena, e poi l’vccide,

Il cittadin piu cortese, che saggio

Albergo con amor persone infide,

Che scannan poi per rubarlo nel letto

Que, che con tanto amor lor diè ricetto.

Vede il genero graue hauere il seno

Della moglier, che sarà tosto madre,

E dando al ricco suocere il veneno,

Toglie alla fida moglie e il caro padre:

Vn’altro, la cui figlia il uentre ha pieno,

Con le sue mani insidiose, e ladre,

Dando al genero ricco occulta morte

Fa piangere alla figlia il suo consorte.
De gli huomini vili, paurosi, & di poco animo.

Cap. XVII.
LA paura è, come dice Speusippo: Concussio animi in expectatione mali. Ouero è un sospetto di un male eminente, come si legge nel libro 3. dell’Etica, il quale con la sua fredda presenza agghiaccia il sangue fino nelle più interne parti del cuore, & però i Latini le aggiungono spesso epiteto di freddo, dicendo: Gelidus timor: perchoche rende gli huomini freddi, essangui, tremanti, & pallidi, & l’Ariosto mostrò questi effetti del timore, & prima dell’agghiacciare, nel Canto 30. mentre combatteua Madricardo con Ruggiero dicendo:

L’aspra percossa agghiacciò il cor nel petto,

Per dubbio di Ruggiero a i circostanti.

Nel Canto vltimo lo mostrò accompagnato dalla pallidezza in questo modo:



Donne, e donzelle con pallida faccia,

ATimide à guisa di colombe stanno.

E grandissimo difetto il timore; percioche colui, che teme la morte poco stima, & pregia la buona fama, o l’honore; & però si legge nell’Etica, che il timore spinge, & sforza l’huomo à commettere cose uergognose. Timidus enim magis mortem fugit, quam dedecus. Et quel che è peggio, tanto alle uolte può questo timore, che il timido non fa alcuna resistenza à colui, che li vuol leuar la vita: la qual cosa osseruò l’Ariosto nel secondo dell’Etica, dicendo: Cunca fugit, & nulli restitit: Così fece

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Gradasso doppo la morte del Re Agramante, come scriue l’Aiosto in questi uersi:



Tremò nel core, e si smarì nel uiso,

A l’arriaure del Cauallier d’Anglante

Presago del suo mal parue conquiso;

Per scherno suo partito alcun non prese

Quando il colpo mortal sopra gli scese.

Fù adunque il timore cagione, ch’egli non fece alcuna resistenza ad Orlando, anchor che i poeti fingano, che i fati molte uolte siano di ciò cagione, sic enim fata volunt, dicono essi, ma appresso di me sono leggierissime scuse. ma ueniamo à gli essempi: racconta Orosio, che Eracliano gouernatore in Africa era timido, & di animo di coniglio, essendo uenuto à Battaglia con Honorio tanto si empi di parua, che pallido, tremante, & quasi agghiacciato nel cuore fuggì al mare senza aspettar, che’l nemico più si auuicinasse, & fuggi in Africa. ma non pote fuggir la morte; perche fù ucciso per la sua timidità. Marco Antonio, come scriue Plutarco, hauendo attaccata la Battaglia con Bruto, si nascose in un acera palude per timore, & ui stesse fino à tanto, che intese, che i suoi soldati erono uincitori, ma haurebbe fatto meglio à nascondersi sotto il letto, luogo più sicuro. L’imperator Honorio anchor egli fù timido, & di poco animo. Cesare Augusto fuggì per timore da i suoi alloggiamenti sotto la bandiera di Antonio, mentre erano nelli campi Filippici. Nerone anchor gli era di uile, & timido animo; perche quando si uide abbandonato dalle guardie, uoleua pigliare il ueneno, ma per timor della morte non sapeua come fare, all’ultimo pigliò duo pugnali, & hor con l’vno, & hor con l’altro si accennaua di amazzare, ma tanto la viltà che non si arischiaua di farlo, & perche haueua duo compagni fedeli, pregaua hor questo, hor quello, che li facesse la strada, ma quando si sentirno gli strepiti de Caualli, che mandaua il Senato per pigliarlo, allhora vno de suoi amici che era seco l’uccise. Turno figliuolo di Dauno fù timido, & di poco cuori, come mostra Vergilio nel lib.12. che quando vide, che contra Enea più non poteua, suplicando li domandò la uita, & cosi dice di Lui.



Ille humilis suplexque oculos, dextramque precantem

Protendens, equidem merui, nec deprecor inquit:

Vtere sorte tua miseri te si qua parentis

Tangere cura potest, oro: fuit & tibi talis

Anchises genitor: Dauni miserere senectae;

Et me, seu corpus spoliatum lumine mauis,

Reffe meis. viscti, & victum tendere palmas

Ausonii videre. tua est Lauinia coniux.

Vlterius ne tende odiis.

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I quali uersi tradotti in uolgare da Annibal Caro tali sono:

Gli occhi, & la destra,

Alzando in atto humilmente admesso,

E supplicante, io (disse) ho meritato

Questa fortuna, e tu segui la tua,

che ne uita, ne venia ti dimando:

Ma se pietà de’padri il cor ti tange,

(Ch’ancor tu padre hauesti, & padre sei)

Del mio uecchio parente, hor ti souegna;

Et se morto mi vuoi; morto chìio sia,

Rendi il mio corpo a’ miei; tu vincitore,

Et io son uinto, e già li Ausonii tutti

Mi ti ueggono a i piè, che supplicando,

Mercè ti chieggio, & già ALuinia è tua.

A che più contra un morto, odio, e tenzone?

Par che non cerchi la uita, & pur la dimanda il timido. Ormondo, ancorche facesse l’animoso, io non credo, che ualesse un bagatino, & lo mostrò quano uoleua à tradimento uccidere Goffredo, come mostra il Tasso, che essendo ferito mortalmente da Goffredo, fu assalito sa subita paura, & non fece diffesa alcuna, & così dice ragionando di lui:


Mortalmente piagollo, e quel fellone

Non fere, non fa schermo, non s’arretra;

Ma, come innanzi à gli occhi habbia il Gorgone,

(E fu cotanto audace) hor gela, e impetra.

Et il vil Martano, il quale uedendo il Signor di Seleucia, che uccise Ombruno, hebbe tanto timore, che non sapeua, che fare; però di lui dice l’Ariosto nel Canto 17.



Veduto ciò AMrtano, hebbe paura,

Che parimente à se non auuenisse:

E ritornando nella sua natura,

A pensar cominciò, come fuggisse,

Grifon, che gli era appresso, e n’hauea cura,

Lo spinse pur, poi che assai fece, e disse,

Contra un gentil guerrier, che s’era mosso,

Come si spinge il can al lupo addosso.

E ne i quattro ultimi uersi della stanza, che segue:



Quiui oue erano i principi presenti,

E tanta gente nobile, e gagliarda,

Fuggì l’incontro il timido Martano,

E torse il freno, e’l capo à destra mano.

Pur la colpa potea darsi al cauallo

Chi di scusarlo hauesse tolto il peso,

[Page 165 / 79R]



Ma con la spada poi fe si gran fallo,

Che non l’hauria Demostene diffeso.

Di carta armato par, non di metallo,

Si teme d’ogni colpo essere offeso,

Fuggesi al fine, e gli ordini disturba,

Ridendo intorno a lui tutta la turba.
De gli bestemmiatori, & sprezzatori di Dio.

Cap. XVIII.


CHE più graue errore può essere commesso dal’huomo, che dir parole, cone le quali cerchi se possibil fosse di offendere la dìuina prouidenza? certo niuno, se non di chiamo quello essere maggiore, come ueramente credo che sia, che lo disprezza, e beffa, come cosa imaginaria, ò che punto non operi in questo mondo inferiore; percioche è cosa credibile, che coloro, che con parole cercano di uituperare o la potenza, o la natura diuina, credano, che ella si ritroui; ma coloro, che lo sprezzano, o non lo admettono, o se l’admettono, otioso, & impotente lo reputano. scelerati, & iniqui che sono, dalle donne sono lontane le bestemmie, & il disprezzo di Dio, & de’Santi, come quelle, che sono religiosissime, & deuotissime: cosa che non ha bisogno di proua; ma il buon maschio poco timoroso della diuina giustitia, & della sua potenza prorompe spesso in bestemmie horrende, & inique ingegnandosi imbestialito di ritruarne alcuna non più detta, che meglio bestemmia; però veniua trattato da un’huomo di poco conto vn gentilhuomo di Bologna, sauio, e discreto, il quale essendo andato alla corte di un Principe, & pratticando con gli altri cortigiani, quando bisognaua, che affermasse alcuna cosa conn giuramento, diceua al corpo della gallina, per la qual cosa da gli altri di corte ueniua reputato un buffone, & un’huomo di poca leuatura, & bisognò alla fine, che ancor egli cominciasse à trouar Christo, & i Santi, per non essere tenuto un’huomo da niente, Selucia, come narra Battista Ful. disprezzaua oggni culto diuino: onde mandò à spogliar il tempio in Gierusalem, ne conosceua altro Dio, che se stesso. Cambise ammazzò il sacro Bue, credendo di far uiolenza à Dio. Giuliano Imperatore disprezzò tanto la diuina bontà, che essendo ferito si empì una man di sangue, & gettollo uerso il Cielo, dicendo, satiati, & deponi la ira. Nicolò falso Eremita, & molti altri compagni suoi, erano grandissimi bestemmiatori, & ancho Niceforo Imperatore, & questo scelerato uoleua, che i primi della militia si seruissero de Vescoui

[Page 166]

come de gli altri Sacernoti di minor dignità, & delle loro entrare con ogni autorità; biasimaua quelli, che faceuano i calici d’oro, & d’argento, & perche erano sacri nonnuolauano adoprarli nelle cose profane; ma eglinon haueua questo rispetto. Sprezzator di Dio fu Dionisio tiranno di Siracusa, che spogliò il tempio di Proserpina, & doppo hebbe una buona nauigatione: onde egli con patole derisorie diceua, quanta bonaccia danno li Diià chi lor togli i suoi ornamenti. Haueua Hierone ornata la statua di Gione con un drappo d’oro, egli la tolse, & intorno li pose una ueste di lana, affermando l’oro essere inutile ad ogni stagione; perche il verno è troppo freddo,la estate è troppo graue: ma fece vn’altra sceleraggine non minore. Formauano gli antichi le statue ad Apollo, di età giouenile, & quelle di Esculapio senili, & barabate: il buon Dionisio leuò la barba ad Esculapio, dicendo, che non era cosa conueniente, che essendo il padre senza barba, il figliuolo si faceua barbato, & tutte queste cose le faceua ridendo delle superne potenze. Mezentio fù crudo tiranno, & gran sprezzatore de gli Dei, come dice Vergilio nell’Eneide:

Primus init bellum Tirrenis asper ab oris,

Comptor Deum Mezentius agminaque armat.

Et Giouano Giorio Trissino scriue come Arnolfo era un pessimo bestemmiatore dicendo di lui così:



Bestemmiatore scelerato, e ladro,

E quasi infamia del paese Goto.

Vn grande sprezzatore delli dei era Capaneo, come dice Statio nella sua Tebaide, mentre combatteua con quel gran serpente, che hauea ucciso, le qual parole tradotte in ottaua rima da Erasmo Valuasone, tali sono:



O se animal natio di queste piante.

O se pur sei sotto tal forma un Dio

Et ò fosti pur Dio, ch’io farei fede,

Se tanto può alcun Dio, quant’huom si crede.

E parlando Ouidio di uno bestemmiatore, il quale era in fauor di Fineo, dice:



Et quae ibi semianimis uerba execrantia lingua

Edidit, & medios animam spriauit in ignes.

Erisitone fu sacrilego, & gran sprezzator delli Dei, come mostra Ouidio nel lib.S.& mentre taglia la sacra Quercia, lo fa dire così:

Non dilecra Deae solum, sed ipsa licebit,

Sit Dea tanget frondente cacumine terram.

Et perche uno li hauea tenuta la bipenne, accioche non commettesse cosi scelerato eccesso, esso l’vccise, & ritornò a percotere la Quercia, dalla quale vscì una voce, che diceua:

Nympha sub hoc ego sum Cereri gratissima ligno,

Quae tibi factorum poenas instare tuorum

Vaticinor moriens.

[Page 167 / 80R]

Ne perciò lo scelerato affrenò la destra, ma aseguì troncando:

Persequitur scelus ille suum.

Da questo si può comprendere, che non giuouano ammonitioni à questi bestemmiatori, & sprezzatori di Dio: l’Ariosto pone Rodomonte per uno di questi tali, dicendo:



Doue nel caso disperato, e rio,

Altrì fan voto, egli bestemmia Dio.

Et quando è sotto Parigi, ancor dice:



Ne uien sprezzando il Ciel, non che quel muro.

Et nelle sue satire, parlando di questi tali huomini giuocatori.



Bestemmian Christo gli huomini ribaldi,

Peggio di quei, che lo chiauaro in Croce.

Si racconta ancora di un certo gentilhuomo buon compagno; ma gran bestemmiatore, il quale si dilettaua del giuoco, & quando perdeuaun soldo ritrouaua tutti i Santi, & le Sante del Paradiso; & essendo questo bestemmiatore ripreso, li rispondeua; Caglia buen ombre de Dios, chi bien riniega, bien creye; cioè, Taci buon huomo di Dio, che chi ben bestemmia, ben crede. Non uoglio che resti à dietro questo altro essempio, essendo di un’huomo scelerato, & bestemmiatore. Fu nella città di Mantoua vno di natione Sardo, chiamato Fuluio de Raspi, huomo assai commodo de beni de fortuna, ma ricchissimo piu di ogni altro di uitii, & fra gli altri era cosi ualente bestemmiatore, che non cedeua al piu iniquo huomo, che natura prodotto hauesse. Costui non si degnaua di vituperar con la sordida bocca un sol santo alla uolta, ma tutti in un sol punto uoleua con empie, & dishoneste parole biasimare: doppo un certo tempo fù accusato al Duca, & preso, & condennato in prigione sei anni. Liberato ch’egli fu di prigione s’imaginò di ritrouare un nuouo modo di bestemmiare, ponendo un nome a ciascun bottone, che hauea nel giuppone, di Dio, de Santi, & della Vergine, & quando li ueniua qualche leggierissima occasione, diceua, ridendo, non uoglio già bestemmiare, sia maledettoil primo bottone, ò il secondo , & come più li pareua; Stupiuano le genti, che l’udiuano, & era ben spesso da molti udito, come hauesse lasciato in tutto quel brutto uitio. Giuocaua benissimo al pallone, & per questa eccellenza era meno odiato dal Duca,di quello, che sarebbe stato; seguitò con questo modo di bestemmia alquanti mesi, né mai per gran cosa, che contraria accaduta li fosse, diceua altro, che de’ bottoni; il Duca, che era sagace, & accorto Principe, pareua impossibile, che sotto questa copera, egli non bestemmiassea, e però a se chiamatolo, li promise sotto la sua persona di non offenderlo in modo alcuno, & egli li dichiarò la uerità; restò il Duca molto merauigliato della pessima natura di costui, & riprendendolo li disse; che lasciasse questo

[Page 168]

se non lo farebbe morire. Fuluio tolto licenza si partì, & uigilando la notte, pensaua fra se medesimo, come potesse trouare nouo modo di bestemmia; ma il diauolo, che non manca di aiutar i suoi seguaci, li mise nell’animo di ritruar una picciola carta, nella quale fosse stampato tutto il Paradiso, et porla in un buco oue si giuocaua al ballone bene occultata, in guisa, che non fosse possibile, che fosse ueduta, & cosi fece: Venuta occasione di giuocare, quando li pareau tempo di sfogar la sua bestialità, percotea fortemente col bracciale sopra il buco, oue nascoso haueua la carta. Staua il Duca spesso à uedere à giuocare, & osseruando questo molte uolte, & specialmente in certe occorrenze, lo fece chiamare, e doppo molte parole; percioche lo scelerato temeua, li confessò la uerità; il Duca tenutolo in prigione certi mesi, & fattoli tagliare una orecchia, lo lasciò liberò: percioche cosi li hauea promesso con questa conditione, che giuocasse, & se piu truaua nouo modo, subito fosse squartato uiuo, & abbrusciato. Se ne stette il galantuomo molti mesi fingendo di essere amalato senza comparere in luogo, oue fossero persone, parendoli impossibile seruar la promessa, al fine imaginossi un bellissimo modo, che non l’hauria trouato il Diauolo, che uoleua parere di laudare, & sotto questo bestemmiare. Adunque cominciò a giuocare, & quando era nel feruor della colera non diceua altro, se non, sia benedetto il primo di d’Agosto, con tante risa selle genti, che nulla più, considerando, che era un de piu allegri giorni dell’anno. Seguitò con questo modo tre, ò quattro anni senza dare sospitione ad alcuno di bestemmiare. Finalmente al giustitia di Dio, che non lascia andare impuniti questi empi, & ribaldi huomini, fece, che da un suo carissimo amico fu scoperto al Duca, come che Fuluio lodandolo lo bestemmiaua: à pena li diede fede il Duca, pur fattolo prendere, & dattoli varii tormenti, confessò, che lodeua il primo di d’Agosto; percioche in tal giorno nacque Giuda, che tradì Christo. il Duca udito questo ordinò, che fosse squartato, & abbruciato questo horribile mostro dell’Inferno. Ma che diremo noi di quello scelerato Alamano? il quale diede col ferro ne gli occhi all’effigie del Redentore del mondo? non doueua egli essere un grande sprezzatore di Dio? Onde contra di lui esclamando Sertorio Casoni, dice:



Ah perfido, che fai? qual cieco affetto

Ti guida à un tanto, e sì nefando errore?

Qual Megera crudel, qual empia Alletto,

Qual peruerso furore,

Così gli occhi t’adombra, che non miri,

Che contra il sommo tuo fattor t’adiri?

O vil Barbara mano,

Crudel ministra di pensier profano,

O pensier mostruoso infame, e rio;

Per allegrezza incrudelire in Dio?

[Page 169 / 81R]

Et più sotto dice; E se de i lumi priui

L’effigie di quel Dio, per cui tu uiui,

Degno è, che la tua uita ogn’hor si stia


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