Author: Marinella, Lucrezia (1571-1653)



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Nella sua pazza cecità natia.

Leone Imperatore fu crudelissimo, & sprezzatore di Dio. costui abbrusciò tutte le imagini de i Santi, ch’erano in Oriente, & mandò à dire al Papa, ch’ei facesse il simile in Roma; ma il Papamolto si merauigliò di un’huomo tanto scelerato, & empio.


De gli huomini Incantatori, Magi, & Indouini. Cap. XIX.
CHE i primi inuentori dell’arte Magica, & delle tacite inuocationi de’Demonii, ò con la sordida bocca espresse, siano stati gli huomini, è cosa appresso ad ogn’uno notissima, ne già si ritroua (leggansi tutte le istorie) che le donne simili arti inuentassero, & etiandio pochissime, che dopo, che furno da’maschi ritrouate, à quelle attendessero. fù inuentor dell’arte Magica Zoroastro, come si legge in titti gli ottimi Istorici, la qual cosa hauendo osseruato il Petrarca buonissimo Istorico disse: -- e doue Zoroastro

Che fu dell’arte magica inuentore.

Et l’Ariosto disse, parlando dell’inuentor dell’arte Maga.



Ne quanta esperienza d’arte Maga,

Fece mai l’inuentor Zoroastro.

Scriue Giustino nel principio del suo Epitome, che Zoroastro fù re de’Battriani nella Persia, & inuentor dell’arte Magica: arte, come narra Plinio nel libro trentesimo apportatrice d’ogni sorte d’inganno, & però è maluagia, & pessima. Scrisse primo fra gli altri, come si legge nel detto Plinio, Hostane, & cercorno uarii paesi per impararla Pitagora, Democrito, Empedocle, & Platone; ma Democrito illustrandola, diuenne appresso alle genti di chiaro nome. L’augumento etiandio Simon Mago nella Città di Roma, la quale li eresse una statua in segno di honore; & tanto fù stimato da quelle sciocche genti per le sue merauigliose operationi, che fu detto di lui: Haec est virtus Dei, quae uocantur magna. Operò cose merauigliose Apollonio Tianeo, come racconta Filostrato, nella vita del detto, & nel lib.3. al cap.3. racconta, che Apollonio uidde nell’India doi vasi, ouero amphore, una, seruata per generar le pioggie, l’altra per eccitar, & generar i uenti; Onde se accadea, che l’India hauesse bisogno di humore per il troppo secco dell’aere, apriuano la bocca à quella destinata alle pioggie, & subito salitea le nubi pioueuano: & quando le pioggie troppo copiose erano, la chiudeuano. Similmente se il Sole col suo ardore troppo riscaldaua i corpi, aperto il secondo uaso, & uscendo i uenti refrigerauano lo aere dell’India. Fù tanto il ualore

[Page 170]

Ismeno, per quello che ne dice Torquato Tasso, era un gran mago, udite i versi:



Mentre il tiranno si apparecchia à l’armi,

Soletto Ismeno un dì se li appresenta,

Ismen, che trar di sotto à chiusi marmi

Può corpo estinto, e far, che spiri, e senta.

Insmen, ch’al suon di mormoranti carmi

Fin nella reggia sua Pluton spauenta,

E i suoi demon ne gli empi uffici impiega,

Pur come serui, e li discioglie, e lega.

Et piu sotto uolendo mostrare la peruersa natura di quegli maghi, che non hanno fede in Dio uero, ne anco in Macone interamente, dice nel Canto secondo:



Questi macone adore, e fu Christiano,

Ma i primi riti anco lasciar non puote,

Anzi souente in vso empio, e profano,

Confonde le due leggi à se mal note.

E più sotto mostrando, come sono empi, e scelerati, doppo che fece rapire ad Aladino nella Chiesa de’ Christiani il sacro simulacro, dice.



E portollo à quel Tempio, oue souente

S’irrita il Ciel co’l folle culto, e rio,

Nel profan loco, e fu la sacra imago,

Susurrò poi le sue bestemmie il mago.

Merlino fù si gran mago, & incantatore, che predicea fin doppo morte le cose, che haueuano a uenire, essendo con l’anima, & co’l corpo nella sepoltura, come dice l’Ariosto,



E la condusse à quella sepoltura,

Che chiudea di Merlin l’anima, e l’ossa,

Et poco innanzi dice ragionando di lui.



Che le passate, e le future cose,

A chi li domandò sempre rispose.

Atlante era grandissimo Mago, Negromante, & Incantatore; benche non preuedesse, che Bradamante lo douesse prendere, & farlo fare, come fece, cioè disfare il suo proprio palazzo, come si legge nel quarto Canto.



Di su la solia Atlante un sasso tolle,

Di caratteri, e strani segni sculto,

Sotto vasi ui son, che chiamano olle,

Che fuman sempre, e denti o han foco occulto.

Vdite quante cose fanno questi huomini peruersi per ingannar le genti, dando l’anima, & il corpo al Diauolo per potersi seruire di lui ne i loro piaceri, etiandio Malagigi era Negromante per quel che ne dice l’Ariosto.



Malagigi, che sa d’ogni malia,

Quanto che sappia alcun mago eccellente.

[page 171]

Et Procopio per quanto mostra il Trissino era eccellentissimo in queste arti dicendo nel primo lib. della sua Italia liberata,

Procopio era uno Astrologo eccellente,

Cui per gratia del Cielo eran palesi

L’incogniti uiaggi delle stelle.

E le sagaci note de gli augelli

Onde sapea predir di tempo in tempo

Tutte le cose, che douean uenire.

Numera Hidraotte fra magi Torquato Tasso dicendo nel 4. lib.



Reggea Damasco, e le citta uicine

Hidraotte famoso, e nobil mago,

Che fin da i suoi primi anni à l’indouine.

Arti si diede, e ne fù ogn’hor piu uago:

Ma che giouar se non potè del fine

Di quella incerta guerra asser presago.

Ne d’aspetto di stelle erranti, e fisse,

Ne risposta d’inferno il uer predisse.

Che ualente stregone era costui non predicendo la uerità di alcuna cosa. Ne à costui cede Alfeo, che come dice l’Ariosto era pien d’Astrologia, et etiandio mago.



Medico mago, e pien dAstrologia,

Ma pocco à questa uolta li souenne.

Anzi egli disse in tutto la bugia,

Predetto egli s’hauea, che d’anni pieno,

Douea morire à la sua moglie in seno.

Et piu sotto



E pur li ha messo il cauto Saracino

La punta della spada nella gola.

Ancho Ombrone era buono incantatore, et strigone, et Sacerdote, et Capitano, uenne in fauor di Turno nella guerra contra Enea, come dice Verg. nel lib. 7. dell’Eneide.



Quin, e Marrubia uenit de gente Sacerdos

Fronde super Galeam, et felici comptus oliua,

Archippi Regis missu, fortissimus Vmbro

Vipreo generi, et graviter spirantibus hydris

Spargere qui somnos cantuque manuque solebat,

Mulcebatque iras, et morsus arte leuabat.

Sed non Dardaniae medicari cuspidis ictum.

Eualuit:

Giacobo Sanazaro introduce nella sua Arcadia à parlar Serrano di quei maghi, ò stregoni, poiche li fù inuolato da loro parte del gregge dicendo.



Bel furto si vantò, poi c’hebbe hauutolo.

[page 172]



Che sputando tre volte fù inuisibile

A gli occhi nostri, ond’io saggio reputolo.

Che se’l vedea di certo era impossibile

Vscir viuo da cani irati, e calidi

Oue non val, che l’huom richiami, ò sibile.

Herbe, e pietro mostrose, e succhi palidi,

Ossa di morti, e di sepolchri poluere

Magici versi assai possenti, e validi

Portaua in dosso, che’l facea risoluere

In vento, in acqua, in picciol rubo, ò selice

Tanto si può con arte il mondo inuoluere.

Narra Giouanni Botero, che gli huomini di Biarmia, et i Laponi viuono à un medesimo modo, et che questi popoli attendono alla Magia, et con i loro incantesmi offuscano l’aere, eccitano tempeste, rendono gli huomini immobili, vendono il vento à nocchieri, et si seruono de Demonii à prezzo, dicono cose auuenute in lontani paesi. (Dio buono) quanta inuidia douono portare a costoro certi stregoni delle nostre parti, che non vagliono un Bagatino. Tiresia Thebano fù indouino, come dice Ouidio ragionando di lui nel lib. 3. delle Metamor.

Ille per Aonias fama celeberrimus vrbes

Irrepraehensa dabat populo responsa petenti:

Euripilo fù etiandio Augure nel campo de Greci, Calcente ancor egli fù douino come dice Vergilio nel lib. 2.

Hic Ithacus vatem magno Calchanta tumultu

Protrahit in medios;

Etiandio Melampo fù grande indouino. Et Amphiaro, come scriue Statio nella sua Thebaide. Come mostra Lucano, Aronte era Augure della Città di Lucca, non manco famoso di quanti altri prima di lui haueuano fatto professione di questa arte. Asdente Parmegiano calzolaio huomo grosso, et idiota, si diede all’arte dell’indouinare, et però Dante lo pone nell’inferno, et dice.

-io vidi Asdente

C’haver arteso al cuoio, et à lo spago

Hora vorrebbe, ma tardi si pente.

Leone Imperatore, come scriue Niceta Acominato infino dalla sua prima fanciulezza godeua, et si dilettaua oltre modo delle inuocationi de demoni, et attese in tutta la sua vita à Magiche incantationi, facendo sanguinosi sacrifitii, et mille altre scelerate cose per far incantesmi. doue lascio io Philodemo incantatore famoso come dimostra il Trissino di lui ragionando?

Prima si chiuse in un secreto loco,

E poscia fece un cerchio su’l terreno,

E v’entrò dentro co’l libretto in mano,

[page 173]

Poi messaui una Pentola nel mezzo,

Con certe ossa di morto, e certi segni

Di sangue humano, e di Ciuette e Gufi,

E mentre che leggea sopra il quaderno,

L’apparue un spiritel lungo una spanna

Su l’orlo de la pentola à sedere,

Poi crebbe in forma spauentosa, e fiera.

Horsu questi bastino; Percioche infiniti sono stati gli stregoni, i Negromanti, et coloro, che hanno dato fede ad ogni sorte de augurii, come si può leggere in tutte l’historie, et in particolare attesero à tutte queste arti i Persiani, ma più i superstitiosi Greci; ma ancor più de Greci i Romani, i quali non mangiauano una cipolla ò non beueuano, se non domandauano prima il consiglio all’oracolo, ò se non osseruauano il volo de gli ucelli, ò il lor garrire, credo, che à nostri tempi nella Magia, et Negromantia sia un grande huomo il Passi; percioche dottissimamente ne suoi scritti ne ragiona.

De gli huomini bugiardi, et mendaci.

Cap. XX.


Poco mi affaticarò intorno à i bugiardi, et mendaci; percioche costoro per il più sono nella compagnia de perfidi, et spergiuri, fraudolenti, et ingrati, i quali tutti sono veri alberghi delle bugie, dirò solamente, che il volere far credere ad altrui una falsità per una verità sia cosa da huomo scelerato, iniquo, et poco buono, per se enim mendacium prauum, et vituperatione dignum, et mentientes vituperio afficiendi sunt. Cosi insegna Aristotele nel 4. dell’Ethica al cap. 7. et perche la bugia è detta da alcuno solamente per diletto, ouero per desiderio di guadagno, ò di gloria, come nel medesimo luogo si legge, tanto il bugiardo, et mendace sarà stimato più cattiuo, quanto il fine sarà ad altrui più dannoso: ma veniamo à gli essempi, et non di una persona sola, ma di infinite insieme. Africa tutta è bugiarda, et vana, et pero l’Ariosto, ragionando di Rodomonte, che piùtosto, che dire una verità sarebbe morto, dice.

Et nel mancar di fede



Tutta à lui la bugiarda Africa cede.

I mercanti quasi mai non dicono una parola vera, De’ sartori non accade dirne, perche Mercurio diede a loro a beuere tutto il vaso pieno di bugie. i marinari poi sono, come dice il Boccaccio tutti bugiardi. Et Argrilupo, come narra il Trissino nella sua Italia liberta, era un gran bugiardo.

Simulator, bugiardo, e fraudolente

Persecutor del Padre, et de Fratelli

[page 174]

Et il Tasso parlando de’ Greci dice.

La fede Greca à chi non è palese?



Tu da un sol tradimento ogn’altro impara:

Anzi da mille: perche mille ha tese

Insidie à voi la gente infida, auara.

De gli huomini gelosi. Cap. XXI

E LA gelosia una interna passione di animo nata per sospitione, che alcun’altro non godi la persona amata, descrittione di Cicerone nel lib. 4. delle Tusculane con queste parole. Obtrectatio est ea, quam intelligi zeloty piam volo, aegritudo ex eo, quod alter quoque potiatur eo. quod ille ipse concupiuerit. Laqual apporta tanta afflittione, et ramarico all’huomo, che lo rende ben spesso disperato, et di se stesso fuori, et percioche ella causa tante perturbationi d’animo, l’Ariosto la chiamò con questi cinque nomi tutti denotanti passione in quella stanza.

Quasi dolce più, qual più giocondo stato.

Cioè, Sospetto, Timore, Martiro, Frenesia, et Rabbia, inducendo ella ne gli huomini tutti questi noiosi, et spiaceuoli effetti: alle quali cose hauendo riguardo Torquato Tasso la chiamò d’amor ministra in dar tormenti à i cuori, et da lei fa dir queste parole.



Questa c’ho nella destra è di pungenti,

Spine, onde sferzo de gli amanti il seno,

Ben ho la sferza ancor d’empi serpenti

Fatta, e infetta di gelido veneno;

Ma su le disleali alme nocenti

L’adopro, quai fur già Teseo, e Bireno.

L’inuidia la mi diè compagna fera

Mia, non d’amor, la diede à lei Megera.

Di pianto ancor mi cibo, e di pensiero

E per dubbio m’auanzo, e per disegno,

E mi noia egualmente il falso, e’l vero,

E quel, ch’apprendo in sen, fiso ritegno:

Ne sì, ne nò, nel cor mi sona intiero,

E varie larue à me stessa disegno;

Disegnate le guasto, e le riformo,

E’n tal lauor mai non riposo, ò dormo.

Et segue:

Sempre erro, e ouunque vado i dubbii sono.

Et la descrisse etiandio Bernardino Tomitano in questo Sonetto.

[175]

O maligna, ò crudele, ò di dolore,

E di tristi pensieri antico albergo,

O duro spron, che mi percuoti à tergom

Per far l’empio mio stratio ogn’hor maggiore.

O sferza di martir, nido d’errore,

Oue quanto io più mi rileuo, et ergo

In più profonda parte mi sommergo

Stimulo auezzo à tormentarmi il core.

O Gelosia crudele, ò mortal piaga,

Cui quanto procacciar salute io penso,

In più nobile parte all’hor t’interni.

Maligna Circe, e dolorosa Maga,

Che priui altrui del suo più chiaro senso,

Perche si crudelmente hor mi gouerni.

Et ancora Luigi Tansillo in questo modo parlò di lei.



O d’inuidia, e d’amor figlia si ria,

Che le gioie del padre volgi in pene,

Cauto Argo al male, e cieca Talpa al bene,

Ministra di tormento gelosia.

Tesifone infernal, fetida Arpia,

Che d’altrui dolce rapi, et auelene,

Austro crudel, per cui languir conuiene

Il più bel fior della speranza mia.

Fiera da te medesima disamata,

Augel di duol, non d’altro mai presago,

Tema, ch’entri nel cor per mille porte.

Se si potesse à te chiuder l’entrata,

Tanto il regno d’amor saria più vago,

Quanto il mondo senza odio, e senza morte.

Et Giovanni della Casa fece un Sonetto sopra questa fiera, che incomincia:

Cura, che di timor ti nutri, e pasci.

Il quale commentò Benedetto Varchi. Sicuramente, et à ragione sono tormentati più gli huomini da questa furia infernale, che non sono le donne; percioche le donne sono più belle de gli huomini; adunque et più amabili, et care, et se piu care, et amabili sono, senza dubbio saranno sempre con timore possedute, et guardate: accioche della medesima beltà non ne venisse alcun’altro amante, et vagheggiatore, et di qui auuiene, che non si ritruoua huomo, che non sia geloso; ma chi più, e chi meno, conoscendo la nobiltà, et eccellenza della donna: et però schiuano, et fuggono spesso di parlare, ò di scriuere della beltà della cosa amata, non dirò di lasciarla vedere, dubitando di una tanta perdita, et uno di costoro era Francesco Maria Molza, come egli stesso dice.

[176]

Io son del mio bel sol tanto geloso,

Ch’io temo di chiunque fiso il mira,

Però, ciò che di quello amor m’inspira

Quanto più posso, vo tenendo ascoso,

Nè di scoprirlo in Rime altrui son’oso,

Che troppo di leggier’ in pianto, e in ira,

Poria tornarmi, e doue ne sospira,

Sol meco l’alma, starsi altri pensoso:

Cosi ne’ lacci posto da me stesso,

Miser cadrei, e’n perigli da guerra,

Che incontra à me medesmo hauessi ordita

Non è poco il tacer, che m’è concesso,

Anzi la gioia, ch’el mio petto serra,

Quanto è celata più, tanto m’aita.

Questa scelerata rabbia fù cagione, che Giustina Nobilissima Romana fosse dal suo Consorte pochi giorni dopo le nozze uccisa; perché ella sciogliendosi un calzare, egli mirolle il collo, alquale non sò, se la neue, ò il latte fosse buon paragone, essendo ella più d’ogni altra bellissima, et solamente mirando quella candidezza, si lasciò ingombrare il petto da una crudelissima Gelosia, et senza pensar più oltre troncolle il capo. Onde si legge questo Epigrama sopra il suo sepolcro.

Immitis, ferro secuit mihi colla maritus,

Dum propero niuei soluere vincla pedis,

Si può sentire la più siocca, e bestiale Gelosia di questa? Memmio Romano era tanto ingelosito di una Giouine in Terracina, che ritrouando un suo riuale chiamato Largio, et non hauendo armi assaltandolo coi denti e li morsicò un braccio. Onde nacque un prouerbio. Lacerat Lacertum Largii mordax Memmius, ò quante sono uccise à torto donne, benche pudiche per cagion di questa infernale Arpia. Alessio Comneno, come raconta Niceta Acominato, era Geloso della Moglie Eufrosina, et hauendone hauuto sospetto la priuò di tutti gli ornamenti, et titoli Imperiali, et la mandò uilmente in un Monesterio di Monache. Al fine hauendo ritrouata la uerità la ritolse, et li diede i primi ornamenti, et titoli di prima. Però l’huomo Geloso non fa bene à se medesimo, et manco à gli altri, et Clodione come scriue l’Ariosto era molto Geloso dicendo.

Ma Clodion, che molto amaua, e molto,

Era Geloso in somma si consiglia,

Che forestir, sia chi si voglia, mentre,

Ci stia la bella Donna qui non entre,

Et parlando di Rodomonte anchor egli geloso, dice:

A questo annuntio entro la gelosia,

Fredda come Apse, et abbracciò costui.

Et Eustatio come dice Torquato Tasso, era geloso, et à pena dir si

[page 177]

può, che hauesse veduto Armida, che temeua la bellezza, et virtù di Rinaldo, come si legge nel canto. 5. à stanza 8.



No’l vorrebbe compagno, e a’l cor l’inspira,

Cauti pensier l’astuta gelosia.

Et Nel canto istesso, dopo che furno usciti à sorte Artemidoro, Serardo, et Vincilao, che dice de gli altri.

D’incerto cor, di gelosia dan segni,

Gli altri, i cui nomi auien, che l’urna asconda,

E da la bocca pendon di colui,

Che spiega i breui, e legge i nomi altrui.

Ma come fù uscito à sorte il numero eletto da partirsi con Armida, et che gli altri restorno tanti bei Alocchi [?], si legge:



D’ira, di Gelosia, d’inuidia ardenti,

Chiaman gli altri fortuna ingiusta, e ria,

E te accusano amor, che le consenti,

Che ne l’Imperio suo giudice sia.

Et Propertio era tanto tormentato dalla Gelosia, che dice:



Riualem possum non ego ferre Iouem.

Et etiandio il Petrarca fù molto trauagliato da questa cruda Gelosia, come egli stesso dice.

Amore, e Gelosia m’hanno il cor tolto.

Et altroue.



Subito in allegrezza si conuerse,

La Gelosia.

Et à Zerbino, quando vide Isabella col Conte, entrò nel petto tanta Gelosia, che haueua più affanno à vederla d’altrui, che se fosse come credeua morta. Come dice l’Ariosto.

Che vederla d’altrui, peggio sopporta,

Che non fè, quando udì, ch’ella era morta.

Hauendo Dario come scriue Giouanni Tarcagnota inteso da un suo Eunuco la morte di Statira sua moglie, laquale era stata presa da Alessandro, et come in medesimo Alessandro hauea pianto per lei, et l’hauea honorata, et sepelita con grandissima pompa, fù preso da uno affanno grande di Gelosia; et però menando l’Eunuco da parte lo cominciò a minacciare, che confesasse il uero: ma tanto l’Eunuco lì giurò, et affermò. come Alessandro non hauea mai veduta la Regina, se non il primo giorno che la prese, onde li die fede, et la pianse. Senapo Rè dell’Etiopia era gelosissimo, della moglie, come dice il Tasso.



N’arde il marito, et de l’amore al foco,

Ben de la gelosia s’agguaglia il gelo,

E và in guisa auanzando, à poco, à poco,

Nel tormentato petto il folle zelo,

Che da ogn’huomo l’asconde in chiuso loco,

[page 178]

Vorria celarla à tanti occhi del Cielo.

Fra tutti i gelosi credo, che tengano il principato gli huomini di Cattaro; percioche non lasciano le donne andare à messa se non inanzi giorno, accioche non sieno vedute, et il giorno di Natale a mezza notte. quando si confessano, sono sempre presenti, ma alquanto discosti dal Sacerdote, et vanno osseruando i moti, et stanno attenti, et immobili prouando se udir potessero le riprensioni. Cosa iniqua, e se si confessano per qualche infermitade stanno nella medesima camera ritirati in qualche parte, ma non molto discosti. alle feste le donne non danzano, ma gli huomini. quando sono amalate, fanno gran cosa à chiamar medico, ma quando vedono la infirmità essere graue, lo chiamano. le donne stanno in letto chiuse fra certe cortine, et porgono il braccio, et à pena lasciano à loro toccar il polso, ne meno interogarle de disordini, ò d’altro, perche dicono à Medici. Horsu hauete inteso il tutto, andiamo. à finestre non si approssimano, anzi alcuni fanno certi spiragli uolti verso il Cielo, da quali pigliano il Lume del Sole, per asciugare loro il capo. Se vanno ad alcuno ricreatione, ò nozze, sempre sono lor dietro, ò auanti à far la discoperta, et molti non si partono di casa ne giorno, ne notte, ne anco della camera, oue è la moglie. i lor sonni sono pieni di spauento, et di timori, temendo che alcuno l’ami, però si suegliano con tremori, et palpitatione di cuore. pensate per vostra fè, che pazzia è questa di quei pouerelli, et che patienza è quella delle donne: ma se le hauessero più belle di quelle, che hanno, impazzirebbono: ma la lor buona sorte conoscendo la sciochezza di questi huomeni, fà che assai brutte le possedono. Scriue Antonio da Salonichi, che un certo Francesco de Scloui hauendo letto le Metamorphosi d’Ouidio non uoleua, che il Sole entrasse in Casa, temendo che della moglie non s’inamorasse, che vi pare? ò che Gelosi perfetti sono questi, et di mente priui.


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