Author: Marinella, Lucrezia (1571-1653)



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[179]

De gli huomini ornati, politi, bellettati, et biondati.



Cap. XXII.

Che all’huomo nato politico, et ciuile stia bene l’andar fino ad un certo segno ornato, et polito è cosa ad ogn’un notissima, come dimostra il Casa, et il Cortigiano ne’ suoi ragionamenti: et se all’huomo è conueniente, maggiormente si dee credere, che alla donna conuenga; percioche risplende più la beltà fra ricche, et pompose uesti, che tra pouere, et rozze, come mostra il Tasso nel suo Torrismondo, facendo ragionar la Regina à Rosmonda, dicendo:

Perche non orni tue leggiadre membra

Di pretiosa veste? e non accresci

Con habito gentil quella bellezza,

Che’l Ciel à te donò cortese, e largo?

Bellezza inculta, e chiusa in humil gonna,

E quasi rozza, e mal polita gemma,

Che’n piombo vile ancor poco riluce.

Et essendo la bellezza proprio dono della donna datole dalla suprema mano, non deue ella con ogni diligenza cercar di custodirla? Et quando ne sia poco di tale eccellenza ornata, di augumentarla con ogni modo possibile, ma non già vitupereuole? io certo credo, che cosi sia: percioche se fosse proprio all’huomo, dirò per essempio, la fortezza del corpo, et il fare il gladiatore, ò il brauo, per ragionar secondo l’uso comune? non cercarebbe egli di conseruarsi tale? se nato fosse brauo; non tentarebbe di augumentare quel suo natio ardire con l’arte del schermire: ma se nato poco ardito di animo fosse, si essercitarebbe nell’arte del combattere, et si coprirebbe di piastra, et maglia, et cercarebbe di essere menato, oue si facessero duelli, et combattimenti; et tutte queste cose sarebbe per dimostrarsi brauo, et non come veramente fosse timido, et codardo. Io ho dato questo essempio; percioche non si ritroua huomo, che non facci il rompicollo, et il brauazzo; ma se vi è alcuno, che non facci questa professione, lo chiamano d’animo feminile, e per questa ragione gl’huomini sempre si uedono con l’armi alla cintola, con vestimenti, che hanno del soldato, et con le barbe accommodate in guisa, che paiono, che minacciano, et caminano con certi passi, che credono di porger altrui spauento, et con guanti di maglia, et spesso spesso fanno in modo, che il ferro lor risuoni intorno; accioche le genti si accorgino, che attendono al ferro, cioè alle spade, alle battaglie, et habbino di loro timore: che sono tutte queste cose, se non belletti, et orpellature? et sotto queste coperte d’ardito, et di valoroso, celano un vilissimo animo di coniglio, ò di fuggitiua lepre. Et anco il medesimo intrauiene nell’altre professioni. Se adunque cosi è,



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perche non potranno le donne, che dalla natura sono generate men belle delle altre, coprir le sue poco belle parti, et augumentar la poca beltà con qualche arte, ma non però stomacheuole? et che peccato sarebbe, se una donna nata per la beltà riguardeuole, si lauasse il delicato viso con Succo di Limoni, et acqua di fiori di faua, et di ligustri per leuar via macchie causate dal sole, et per tenersi la carne polita, et morbida? ò se con un colombino, et pane bianchissimo con succo di Limoni, et perle, facesse altro humore da tenersi terso, et morbido il uolto? Picciolo a giudicio mio, et se nel candor de gigli del suo uiso non fiammeggiassero le rose, non potrebbe ella con qualche arte renderlo alquanto simile à l’ostro? Certo si senza punto di riprensione, percioche si deue la beltà hauuta conseruare, et la mancheuole render quanto possibile sia perfetta, leuando ogni impedimento, che prohibisce lo splendore, et la gratia di quella: et se i capelli sono lodati da scrittori, et da Poeti cosi antichi, come moderni di colore simile all’oro augumentando la beltà: perche non deue la donna ciuile, non dirò santa, renderli biondi? et per maggior ornamento innanellati, et crespi? Diremo dunque in questo modo, che alle donne, come creature belle si conuiene conseruar la beltà et la mancheuole perfettionare in modo però, che non diuengano mascheroni con l’impiastricciarsi il uiso: perche è cosa indegna, et stomacheuole lo hauere quattro dita di biancho, et di rosso sù il uiso, non biasmorno in tutto i Santi Padri l’adornarsi, et il lisciarsi nelle donne, ma vituperorno l’eccesso di quello. Come scriue il dotto Augustino nella Epistola 73. ad Poss. onde permettono alle donne maritate l’adornarsi, et il rendersi polite con proposito però di piacer solamente à i lor consorti. Conuiene adunque alle donne L’adornarsi, et è da Padri Dottori permesso per conseruar la propria beltà, ò per parer più belle di quello, che sono. Ma che diremo noi de gli huomini? à i quali la beltà non è propria, et pur continuamente si sforzano di parer belli, et leggiadri non solamente con uarii uestimenti fregiati di seta, e d’oro, in guisa che molti si trouano, che spendono tutto il loro hauere intorno à un uestimento, ma con collari à merauiglia lauorati. Che diremo de medaglioni che portano nelle birette, de bottoni d’oro? et de i gioielli di perle? de Pennoni, et Pennini, che chiamano Argironi, ò Aeroni, et delle tante liuree, Con le quali mandano le case in ruina? vanno con i capelli inondati, lucidi, et profumati. quanti ne sono? che paiono hauere una Bottega di profumiere con esso loro, ò quanti uanno alle barbarie ogni quattro giorni per mostrarsi rubicondi, tersi, et giouinetti, anchor che uecchi? quanti si tingono le barbe quando cominciano per l’horrido uerno della vecchiezza à biancheggiare? quanti con pettini di piombo si pettinano, per tingere le canitie? quanti si cauano i peli canuti per parere anchora in età fiorita? tralascio de pendenti all’orecchie, che portano i Francesi, et altri oltramontani, et de manili pur de Galli inuentione, come si

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legge in Titio Liuio. ò quanti se ne stanno tre, et quattro hore ogni giorno à pettinarsi, et à lauarsi adoprando quante Balle di Sapone che vendono i Ciaratani in piazza? del profumarsi, et del porsi le scarpe non accade parlarne, che bestemmiano tutti i Santi; perche sono strette, et i piedi grandi, et vogliono, che i piedi grandi stieno nelle scarpe picciole, cosa ridiculosa. Ma bisogna, che io adduca alcuno essempio accioche non paia, ch’io habbia detto la falsità. Ortensio Oratore famosissimo tutto il giorno staua à uagheggiarsi nello specchio, et à comodarsi le falde delle vesta. Non merita silentio Demostene gloria della greca eloquenza, il quale quando doueua orare in publico, si componeua la faccia allo specchio, cosa degna di biasmo, che in cambio di essere occupato nella grauità delle sentenze, gettasse il tempo in vanità sciocche. Ma doue resta Lisocrate, che spendeua tutto il giorno in biondeggiarsi per parere bello? Doue Aristagora? che tanto si imbellettaua, et lisciaua, che fù chiamato Maddonna Aristagora? Doue Mecenate? che di odoriferi unguenti, di belletti, di Margherite, et di ogni sorte di ornamento auanzaua la più lasciua femina, che al mondo fosse. Sardanapalo Rè de gli Assiri doue rimane, il quale metteua carestia ne belletti, et nell’altre uanità? Et i popoli Massiliensi si imbellettauano, et biondeggiauano; et etiandio i Valentiani, i quali solamente uiuono con delitie, lasciuie, et piaceri, et però l’Ariosto paragono Ruggiero ornato con mille uanità à costoro dicendo.

Tutto ne gesti era amoroso come,



Fosse in Valenza a seruir donne auezzo.
Et come dice il Bottero gli Spagnuoli per natura si dilettanodi uaghezza, di attilatura, et di apparenza come poi stieno nelle altre cose non pensano. Non merita d’essere lasciato à dietro Commodo Imperatore, ilquale benche fosse crudo, et scelerato, era nondimeno uano, lasciuo, et molle. Il suo maggiore studio era intorno al biondeggiarsi, et dispensaua il tempo in bagni, et altri piaceri, et benche fosse maluagio non si uergognò però di prendere il nome di huomini inimicissimi de vitii, come fece pigliando il nome di Ercole, doue che in uece di Commodo Antonino figliuolo di Marco Aurelio Antonio si faceua chiamare Ercole figliuolo di Gioue, et quello, che più faceua mouer le risa, era, che intorno si mise una pelle di Leone, et prese una mazza in mano, et andaua notte, et giorno dando fiere mazzate uolendo imitar Ercole. Et alcuna uolta si lasciaua uedere tutto uestito alla usanza di una Amazone; ma ornato di perle, e d’oro. Cosi questo valoroso Imperatore spendeua il tempo in queste sciocchezze: ma che diremo noi degli Agrigentini? i quali tanto si dilettauano di pompa, et di uestimenti fregiati, che spendeuano quasi tutto il loro hauere? Che di Lucullo, che uiuea tanto lasciuamente, che fù cagion di questo prouerbio, Viuit vt Luculus. Et Eliogabalo era più di ogni altro uano, scioccho, et lasciuo, costui, come scriuono gli Historici, imponeri

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con le sue uanitadi, et sciocchezze, l’Impero Romano, anchor che ricchissimo fosse. Portaua i manili di perle, collane, et anella di grandissimo pretio, uestimenti di seta, e d’oro tempestati di perle, et di altre pretiose gemme. fino sopra le scarpe haueua pietre di ualuta immensa: ma lasciamo costui, percioche è tutto vanità, e ritrouiamo Ercole, ilquale come dice Ouidio nella Epistola, che li manda Deianira era uano, molle, et gran lisciatore, i versi del quale tradutti in uolgare da Remigio Fiorentino tali sono.

Vidi i monili à quello Erculeo collo,



A cui picciola già fù soma il Cielo;

Non ti parue vergogna hauer d’intorno,

Le perle, e l’oro à le gagliarde braccia,

Ardisti anchor d’ornar l’hirsute chiome,

Di nastri, e frange.

E veramente sono inumerabili gli huomini, che attendon alle vanità, et à rendersi con arte lucidi, et tersi. Ma non voglio, che il tempo inuoli la memoria di un legiadro giouinetto di età più verso à gli ottanta, che à i settanta anni, gentilhuomo di Lombardia Illustre, et nobile, et de beni di fortuna ricco. Costui s’inamorò di una gentildonna bellissima della sua propria Città; il Fanciullo, che di poca leuatura era si diede à credere, che la gentildonna lo riamasse, et per lei faceua le maggiori pazzie, che mai si udissero nominare: rare erano le notti, che il buon giouinetto col suo dolce liuto in braccio sonando, et cantando non facesse secondo quel tempo le serenate, et matinate sotto la finestra della camera, doue la gentildonna dormiua, et cantaua assai, reputandosi di cantare benissimo, e di hauere una soauissima voce: ma faceua ridere le brigate, hauendo una voce di ranocchio, et spesso, spesso mentre racontaua le sue amorose passioni faceua il tremulo, con ilquale il canto più gratioso rendeua. Costui per celar le Chiome, che già per l’età erano uenute d’argento, ogni mese le tingeua, la barba nò; percioche alhora non si usaua, ma bene ogni dui giorni ordinariamente si radeua. Certo, ch’egli era un gratioso spettacolo, uedere sotto quelle zazzera di giouine lucida, pettinata, et fatta à onde col ferro caldo, una fronte crespa, rugata, et negra, et duo occhi scarpellati, et riuersi, il naso gocciolante, le guancie ritirate in dentro, La bocca isdentata, le labbra liuide, smorte, et tremanti, et per non andar più oltre pareua un uiso di angelo da far fuggir il gran Diauolo dell’inferno. Quando era in casa, staua sempre allo specchio, et mirandosi andaua nelle maggiori chollere del mondo, et diceua, ch’egli era un traditore, et un bugiardo, che non mostraua la uera natura, et che se mentiua per la gola, et pieno, di sdegno li faceua far la penitenza gettandolo in terra, et pestandoli sopra con piedi. Del vestire, che diro io? percioche seco hauria perduto la

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più gran fiera di Crema portaua un birettino rosato tutto tagliato con cordoni, et cordelle d’oro, et d’argento gli uestimenti tutti fregiati, et ricamati con le maggiori bizzarie, che ueder si potessero, certo disconuenienti ad un buffone. Del ballare poi che diremo noi? la prima danza in tutte le feste della Città era la sua, anchor che à pena si reggesse in piedi, era più giotto di giuocare alla palla da uento, che l’Orso del mele, et doue ritrouaua giouani giuocatori, spogliauasi in farsetto, et alcuna uolta in camiscia per mostrar meglio la bella disposition del corpo, in niuna parte contraria alla bellezza del uolto: ma non rimanea di seguitare l’amata donna più pertinace da un cane in seguitar la fiera. Il Carneuale ogni giorno si trauestiua mutando ogn’hora abiti, et foggie. Lungi da lui stauano i salterii, et l’orationi, sempre parlaua di cose amorose, et liete. qusto [questo] Babione fù pazzo in uita, et dopo morte; percioche morendo fece questo testamento, cioè che sopra la sua sepoltura fusse incisa per man di famoso mastro l’Historia di Piramo, et di Thisbe, tauola [fauola?] amorosa; et anchora un cupido alato, il quale con l’arco teso saettaua un core. Si può sentir meglio? certo nò. A frigi, che dice Numano nel libro 9. dell’Eneide di Virgilio, che si adornauano, et lisciauano?

Voi con l’ostro, et co fregi, et co le giubbe,

Immanicate, et coi fiochetti in testa,

A che valete? à gir cosi dipinti,

Et cosi neghittosi? à far balletti.

Et il Tasso ragionando della gente Egittia dice nel Canto. 17.

La turba Egittia hauea sol archi, e spade,

Nè sosterria d’elmo, ò corrazza il pondo,

D’habito è riccha: ond’altrui vien, che porte

Desio di preda, e non timor di morte.

Nerone era oltre modo lasciuo, pomposo, et ornato, et mai non si metteua vesti intorno, che non valessero gran quantità d’oro, et stando nello specchio lodaua le chiome; perche pareuano d’oro, et etiandio gli occhi; perche li haueua lucidissimi. Ne voglio che resti à dietro Alessio Comneno Imperatore, il quale, come racconta Niceta Acominato, sempre si mostraua con bellissimi vestimenti d’oro, con lauori di perle di grandissima importanza, et come dice Plutarco Aristotile di dilettaua di star pulito, et attilato oltre modo; portando vestimenti bellissimi, et tutte le dita piene di anella. Non uoglio, che’l tempo inuoli la memoria di un Cortigiano Ferrarese, il quale hauea quanti saponetti, profumi, acque odorifere, et uanità, che erano in Italia: costui spendeua tutta la mattina in pettinarsi, pulirsi, et scopettarsi, et spesso bestemmiaua, che non li pare-

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ua di essere giunto al segno, che desideraua. Non v’era ne in Spagna, ne in Italia, chi meglio di lui calzasse bolzacchini, et era tanto amatore della nettezza, che in uenti anni mai fu visto mangiare insalata senza guanti, che ui pare? credete che trouar si potesse il piu gentile di costui? ma non cede a lui Galieno Imperatore, il quale portaua sempre uesti pretiosissime piene tutte di gemme: Era tanto sciocco il miserello, che si spargeua li capelli di limature d’oro; accioche rilucessero; si lauaua il uiso con uarie acque per diuenire bello, nè si lasciaua uedere, se prima non era stato un’hora con lo specchio, à consigliarsi, mangiaua, sopra mantili d’oro, et con tutti i uasi d’oro con grossissime perle, nella primauera si faceua fare le camere, et i letti di rose, nell’Autunno i Castelli di pomi. Nel più bel dell’Inuerno haueua i melloni in tauola, insegnò come tutto l’anno si potesse hauere mosto [molto?].

De gli huomini Heretici, et inuentori di nuoue sette.

Cap. XXIII.

Stupisco fra me stessa, come alcuni Scrittori ardiscono di affermare, che le donne habbino inuentate nuoue sette, et ritrouate nuoue heresie; percioche se noi parliamo innanzi la uenuta di Christo, non ritrouaremo donne, che fossero inuentrici dell’Idolatrie, ne meno, che hauessero in quelle false religioni opinione alcuna strauagante. Della Idolatria fu inuentore Belo, et però il Petrarca dice:

Belo, doue riman colmo d’errore.

Et Nabucodonosoro, non fece una statua d’oro, et uolse, che fosse adorata? Gli huomini di Babilonia non posero il giusto Daniele nel lago de’ leoni? perche haueua loro ucciso il drago, et destrutto il loro Idolo Bel? et mille altri, ch’io tralascio, come coloro, che haueuano poca fede ne’ Dei: se delle heresie ritrouate doppo la uenuta di Christo ragioniamo, gli inuentori furono infiniti, et tutti huomini, et Santo Agostino nel libro delle heresie fa mentione di nonanta famosi inuentori di quelle, i seguaci de i quali seruano il nome loro; come Simoniani da Simon Mago, Cerinthiani da Cerintho, Cerdoniani da Cerdone, Origeniani da Origene, Manichei da Manin Persiano, Arriani da Arrio, Floriniani da Florino, Tertullianisti da Tertulliano, Pellagiani da Pellagio Monacho, Nestoriani da Nestorio, et cosi da molti altri, che per breuità tralascio; ma quanti doppo Santo Agostino ne sono stati, et hora sono, come Caluino, Ugo, Martin Luthero, et tanti altri, che hanno hauuti per seguaci i Regi, et i Prencipi, et

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poi le prouincie intiere, et i regni, et se si ritrouano donne, che sieno heretice: non è, perche sieno state inuentrici di heresie, ma perche da gli huomini hanno imparato, et anco sforzate furno, et sono da quelli à seguitarle contra la propria uolontà.

De gli huomini lagrimosi, et teneri al pianto.

Cap. XXIIII.

Il pianto, io credo, che non sia uitupereuole, quando è fatto per la morte de’ carissimi genitori, ò per altra causa honesta, et degna, ma poco laudabile egli è, quando è sparso per lieui, et sciocche cagioni; ma vitupereuole, et biasimeuole è, quando per ingannare altrui si sparga, come fanno tutti gli huomini amanti, i quali l’Ariosto uolendo mostrare, che sono lagrimosi ingannatori, dice:



Siate a i preghi, et a i pianti, che ui fanno,

Per questo essempio à credere piu scarse.

Sono molti, che dicono, che le donne facilmente piangono, et però voglio, che uediamo, se ritrouiamo huomini ancor noi lagrimosi: Vno di questi, io credo che fu Silla Imperatore, il quale era tanto piegheuole, che li veniuano le lagrime da gli occhi per ogni picciolissima causa, et un giorno essendoli raccontata la guerra delle rane, et de’ topi piangeua, che pareua, che hauesse il padre dinanzi à gli occhi morto, parendoli che una rana fosse stata la pouerina troppo malamente trattata. Alessandro, come scriue Plutarco, pianse copiosamente la morte del suo cauallo Bucefalo, et per consolarsi in parte fece una città, et la chiamò Bucefalia. Pianse ancora Clito, ma con assai manco dolore, che egli stesso ucciso hauea. Achille nel primo Canto dell’Iliade d’Omero piange alla mamma, che pare un fanciullino; per li fù tolta la figliuola di Briseo premio delle sue fatiche, et lamentandosi, piange, come dice Omero in quei uersi, i quali tradotti in lingua volgare da Luigi Grotto d’Adria, tali sono:



Hor altro non riman, che perder questa

Vita, e perduto haurò ciò, che mi resta,

Così dice egli, e d’uno humor secondo

Gli occhi li colma il suo dolore intanto.

Ma che dirò io del Petrarca? che sempre piangeua per amore di Laura, come egli stesso dice in questo, et in tutti gli altri Sonetti?



Tutto il dì piango, et poi la notte quando

Prendon riposo i miseri mortali,

Trouomi in pianto, et raddoppiarsi i mali:

Cosi spendo il mio tempo lagrimando,

In tristo humor vò gli occhi consumando.

[186]


Et altroue:

Piuonmi amare lagrime dal uiso.

Et in quello altro Sonetto.



Fiume, che spesso dal mio pianger cresci.

Et in molti altri luoghi, et etiandio Lodouico Martelli si lamenta, et piange per la sua donna, che li pare, che sia piu de l’usato seuera: dicendo in una sua Canzone:

Sì ch’io taccio, e piangendo,

Ogni martiro attende.

Erano i pianti miei

Cari compagni fidi

Ad impetrar mercede, e darmi aita.

Corsamonte, come dice il Trissino, piangeua, et assai, mentre che Burgenzo li raccontaua di Elpidia:



Così dicea Burgenzo, e Corsamonte,

Per la pietà de la sua cara donna,

Piangea, come se fosse una fontana

Copiosa d’acque, che con larga vena

Sparga i liquori suoi fuori d’un sasso.

Tancredi pur gran guerriero, et capitano, et benche sapesse, che Clorinda era in luogo di pace per opera sua, come ella medesima in sogno li disse, nondimeno piangeua, come dice il Tasso di lui:

Al fin sgorgando un lagrimoso riuo,

In un languido ohimè proruppe, e disse:

Et Rinaldo, come mostra il medesimo Autore nel Canto 17. piangeua;

E’l pianto amaro

Ne gli occhi al tuo nemico, hor che non miri?

Ma che diremo di Orlando, che piangeua, et lagrimaua tanto, come dice l’Ariosto nel Canto 23.

Di pianger mai, mai di gridar non resta,

Nè la notte, nè il dì si dà mai pace.

Et Orlando stupefatto del suo largo pianto, dice:

Queste non son più lagrime, che fuore



Stillo da gli occhi con sì larga vena,

Non suppliron le lagrime al dolore

Finir, che mezzo era il dolore à pena;

Dal foco spinto, hor hà il uitale humore

Fugge per quella uia, ch’a gli occhi mena.

Mi souiene etiandio di Vlisse, il quale essendo dalla Dea Calipso, piangeua come un fantolino, per amore, che non uedeua il padre, et la moglie, come dice Omero nel lib. 7. il quale tradotto in uolgare da Girolamo Bacelli, così suona:



Quiui io dolente per sette anni intieri

[page 187]

Stetti, che sempre hauea bagnate, et molli

Di lagrime le uesti, che Calipso

Diuine m’hauea date, et immortali.

Tutti i poueri Poeti sono sempre lagrimosi, non accade, che si spremano ne gli occhi succhi di cipolla per lagrimare, che sempre piangono. Fu già non molto tempo in Padoa un gran Signore Francese nominato Enrico, il quale era tanto tenero al pianto, che nulla più, alcuna uolta si faceua leggere il Morgante, et quando sentiua la morte di Orlando, il cuore li si liquefaceua in lagrime, et tanto piangeua, che moueua alle lagrime ogn’altro, che fosse stato presente considerando la sciocca tenerezza di quel signore; ma quando udiua il venerdì Santo à predicare la passione di Christo hauea gli occhi asciuti, come un carbone di quercia; Sacripante doue resta? il quale piangeua tanto per Angelica, come dice l’Ariosto di lui, che gli occhi suoi pareuano doi fonti:

Sospirando piangea, tal che un ruscello

Parean le guancie, e’l petto Mongibello.

De gli huomini giuocatori. Cap. XXV.

FV ritrouato il giuoco da gli antichi, non solamente per ricreare gli animi da diuerse passioni trauagliati, ma etiandio per essercitar la mente, ò il corpo, per renderlo più robusto. Si essercita nel giuoco della palla da vento, nella lotta, et nell’armeggiare, et per allontanarsi da certi pensieri noiosi, alcuni giuocauano à scacchi, al sbaraglino, et à dadi, et ancora à carte; ma il tutto per ricreatione, et senza auidità di guadagno; ma non mi pare, che ne’ nostri tempi il fine del giuoco sia il diletto, ma il guadagno solamente, et una semplice cupidità di spogliar il compagno del proprio hauere. Onde Aristotile numerò i giuocatori fra gli auari, et il giuoco fra i dishonesti guadagni; et è peggiore il giuocatore del ladro; percioche egli ui mette l’honore, et la uita; ma il giuocatore cerca di guadagnar con gli amici al sicuro. O di quanti mali è cagione: restando molti per il giuoco nudi delle proprie facoltà, come dice Oratio. Quem damnosa venus, quem praeceps alea nadat. O quanti sono priui della uita per causa dì [di] questo; percioche gli scelerati giuocatori uinti dalla rabbia fanno, come dice Flauio Alberto, Lelio Ferrarese:

Quanti da stizza, e da dolor compunti,



D’hauer perduto il suo, col crudo ferro,

Hanno ammazzato i suoi più cari amici,

E toltogli i denar, etc.

Ma più diffusamente ne i uersi superiori dimostra, che il giuoco è cagione di tutti i mali, dicendo:


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