Author: Marinella, Lucrezia (1571-1653)



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Del giuoco adunque ragionare intendo,



Scelerato inuentor di tutti i mali,

Nato da l’otio, et d’auaritia humana,

Sol per furare altrui, la robba, e’l tempo,

Di cui tesor non u’e piu caro al mondo,

Onde è seguito sol da scioperati,

Da gente uana, e da color, che spesso,

Per non saper che far, la uita istessa

Hanno in fastidio: tal che dall’Accidia

Vinti, o giuocare, o dormir son costretti.

Con lui nacquer gl’inganni, e i tradimenti,

Le malitie, le insidie, et le rapine,

Le bestemmie, il dispreggio de li Santi,

La menzogna, il liuor, le risse, e l’odio.

Chi potria numerar gli errori enormi,

I scandali, i delitti, e l’opre triste,

Causate sol da questo empio tiranno?

E gli ha già a tal furor le cieche menti

De gli huomini condotto, che trouati

Si sono alcuni di pietà si priui,

Si crudeli a se stessi, che i capelli,

La barba, e i denti s’han fatto cauare,

Sol per giuocarli, nè qui s’è fermata

La rabbia lor; ma il proprio sangue han sparso,

Ne restandoli al fin, se non la uita,

L’han posta in seruitù, uenduti gli anni.

Da questo si può conoscere quanto nociuo, pessimo, et dannoso sia il giuoco, ma ueniamo a gli essempi. Gran giuocatore era Antonio, che talhora giuocaua giorno, et notte; onde contra lui parlando Cicerone, disse. O hominem nequam, qui non dubitaret, uel in foro alea ludere. Et Licinio fu condennato à restituire al perditore le cose uinte; come scriue l’istesso Cicerone. Fu un grande ingannatore nel giuoco Caligula; percioche confermaua, per uincere, la bugia col giurare; et si occupaua gran parte del tempo in quello. Ma che diremo di Claudio, il quale non solamente perdeua il tempo nel giuocare: ma nello scriuere anco del giuoco de i dadi, cosa indegna di un Prencipe, come dice Agostino da Sessa. Nerone consumaua tutto il tempo, che auanzaua alle altre sue dishonestà, in giuochi; perche molto li piaceuano. Domitiano etiandio spendeua una gran parte del giorno in questo. Galba faceua il simile, et anco peggio. Nerua, quando staua un giorno senza giuocare, li pareua essere morto. Che diremo noi di questi buoni giuocatori del nostro tempo? i quali spinti da l’auaritia, non pensano ad altro, sempre si uanno ingegnando, come potrebbono fare per ingannare il compagno, et si scor-

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danno fino il mangiare, et il beuere. Onde piu uolte si sono ueduti uecchi decrepiti, paralitici, con gli occhi scarpellini, che non haurebbono ueduto uno Elefante in uno campo di neue con dua para di occhiali al naso, mettere al punto, poiche non poteuano altrimenti giuocare. altri pur uecchi, et infermi; perche non possono muouere le mani, fanno, che alcuno altro giuochi per loro, et spesso bestemmiano, dicendo, se noi potessimo, assai meglio giuocaressimo. et qualche uno di loro dice, quando era giouane, in tutta la mia città non u’era alcuno altro per ualente giuocatore, che fosse, che giuocasse meglio di me: malediscono quelle infirmitadi, che hanno; perche non possono gettar i dadi, et maneggiar le carte, come faceuano per il tempo passato, et cosi uanno giuocando fino alla morte. Cabilone Lacedemonio essendo mandato ambasciatore a Corinto per far lega, trouò i principali, et i più uecchi di Corinto, che giuocauano à dadi, et se ne partì scandalizato, dicendo, che non uoleua macchiare la gloria de’ Spartani con questa infamia, cioè di hauer fatto lega con giuocatori; et ueramente chi dice giuocatore, tanto fa, che dica un’ingannatore, et un peggio che ladro, come dice Flauio Ferrarese, ragionando de’ giuocatori:



Non sappiam noi, che molti per giuocare

Hanno ardito con le scelesti mani,

Senza timore, o riuerenza alcuna,

Del grande Iddio rubbar le cose sacre,

Et profanar la santità de’ Tempii,

Quando poi, che giuocato hanno i danari,

Si son posti alla strada, masnadieri

Son diuenuti, assassinando altrui,

Infin che la giustitia in su le forche,

Gli ha poi mandati à dar de i calci al vento.

Et per dire il uero è tanto cattiuo, et scelerato, ch’io non credo, che alcuno per eloquente che fosse, bastasse à descriuere la minima parte della vituperosa arte del giuoco, degna solamente di huomini, che non sieno buoni da cosa alcuna. Dante fa mentione di quel barattiere nato in Nauarra, nel Canto 22. dello Inferno, il quale risponde à Vergilio, dicendo:

Io fù del Regno di Nauarra nato,

Poi fu famiglia del buon Re Tebaldo,

Quiui mi misi à far baratteria,

Di che rendo ragione in questo calde.

Et altroue dice di Gomita gran barattiere, tai parole:

Denar si tolse, et lasciolli di piano.

Si come è, dice, e ne gli altri uffici anche

Barattier fu non picciol, ma sourano.

Et l’Ariosto fa mentione de alcuni giuocatori, che Cloridano uccise, dicendo nel Canto 18.

E presso à Grillo un Greco, et un Tedesco,

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Spegne in doi colpi, Andropono, e Corrado,

Che de la notte hauean goduto al fresco,

Gran parte, hor con la tazza, hora co’l dado.

Horsù, io uoglio dar fine à questa mia fatica, scusandomi però con gli Istorici, i quali, son sicurissima, che mi biasimaranno, essendo io stata mancheuole, et pouera nella copia de gli essempi, ch’io haurei potuto addurre in biasmo de gli huomini, ma il poco tempo ne è stato cagione: Oltre à questo essendo io donna, la cui natura è benigna, cortese, et affabile, ho fuggito, et schiffato di scoprire i copiosi diffetti de gli huomini, cosa che non fanno gli scortesi maschi uerso le donne.



Il fine della presente opera.

1 Σός means “your.” The Greek word for fire is πῦρ.

2 Aristotele

3

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