Author: Marinella, Lucrezia (1571-1653)



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Vedendo a Sparta Pallade la bella

Venere armata a guisa di guerriera,

Hor, disse, è tempo da terminar quella

Lite, ch’andar ti fa cotanto altera,

E siane pur giudice Pari: & ella

Rispose, ah temeraria, dunque spera

L’animo tuo di vincer’hor me armata,

Che nuda già ti vinsi, e disarmata?

Questo Epigramma benche non cosi a proposito alla cosa: nondimeno l’ho voluto porre per diletto. Marfisa, che era coi forte, oue resta? laquale in mille guerre sempre si mostrò valorosa, & diede altrui merauiglia del suo potere. Come quando andò con Ruggiero contra Maganzesi, ilquale si merauigliaua, & miraua il suo valore, come dice l’Ariosto nel Canto 27. in questa stanza.



Cosi parea di giaccio ogni guerriero

Contra Marfisa, & ella ardente face

E non men di Ruggier gli occhi, a se trasse

Ch’ella di lui l’alto valor mirasse.

E s’ella lui Marte stimato hauea,

Stimata egli l’hauria forsi Bellona

Se per donna cosi la conoscea

Come parea contraria la persona.

Et di grand’anima e possanza fù Bradamante nelle guerre contra saracini, & molto valorosa ne’ duelli, come quando combattè con Ruggiero credendo lo Leone, come finge l’Ariosto dicendo.



Quando di taglio la donzella, quando

Mena di punta, e tutta intenta mira

Oue cacciar tra ferro, e ferro il brando,

Si che si sfoghi, e disacerbi l’ira.

Hor da vn lato, hor da l’altro il va tentando

Quando di qua, quando di là s’aggira.

Et in mille luoghi mostra il valor di costei. & Gildippe non era vna fortissima guerriera? che andò contra Altamoro, che non u’era piu alcuno, che gli volesse andare incontro, perche era troppo fiero, come disse il Tasso nel canto Canto vintesimo:



Non è chi con quel fiero hormai s’affronte:

Ne chi pur lunge d’assalirlo accenne.

Sol riuolse Gildippe in lui la fronte,

Ne da quel dubbio paragon s’astenne.

Nulla Amazone mai su’l Termodonte

O imbracciò scudo, ò maneggiò bipenne

Audace sì, com’ella audace in verso

Al furor và del formidabil Perso.

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Ferillo, oue splendea d’oro, e di smalto

Barbarico Diadema in sù l’elmetto,

E’l ruppe, e’l sparse; e quel superbo, & alto

Suo capo a forza egli è chinar costretto.

Et in altri luoghi mostra il suo valore sempre degno di memoria eterna.


Della sofferenza, & toleranza delle donne. Cap. VIII

Est tolerantia potestas perferendae molestiae honesti gratia. Ciò è la sofferenza, ò constantia, è vna virtù di poter sopportar le cose moleste per fine dell’honore. Cosi dice Speusippo. è la toleranza in vn certo modo vna spetie di fortezza, come si può vedere in Aristotile, oue egli tratta di quelle cinque spetie di fortezza non reali, sotto una delle quali ella si può a giudicio mio porre. Sofferente, & tollerante fù Cornelia figliuola di Scipione Africano, che uinse Annibale, laquale sopportò con somma patienza l’infinite sciagure, che le hauea recate la fortuna; & dopo che i suoi ualorosi figliuoli furno uccisi, raccontaua i gesti, & imprese loro senza lagrima, ò sospiro; ma come hauesse ragionato de’fatti d’huomini antichi, & grandemente godeua a ricordarsi i fatti di Scipione Africano. Questo dice Plutarco quasi merauigliandosi della sua costanza. Però il popolo Romano l’haueua in somma veneratione. Grande fù la tolleranza di Epicarmi, laquale essendo nella congiura contra Nerone, & essendo stata accusata da un certo Proculo, costantemente negò, ne si sarebbe scoperta la congiura, se non fosse stato accusata da altri huomini, i quali essendo menati al tormento confessorno il tutto. Alcuni altri stettero saldi un pezzo senza confessar nulla, pur alla fine sé stessi, & gli altri nominorno. Ma merauigliosa come dice il Tarcangota fù la costantia di Epicarmi, che per gran tormento, che dato le fosse, mai confessò cosa alcuna; anzi essendo per soffrir il giorno seguente noui tormenti, & essendo portata sopra un seggio; perche caminar non potea per gli aspri tormenti hauuti, fattosi un laccio di una fascetta di tela, che si cauò di seno, se’l riuolse al collo, hauendolo prima al legno del seggio legato, & si lasciò andar di peso con tutto il corpo & spinse dal tormentato corpo lo trauagliato spirto. Che ui pare non fù questa una grandissima costanza? Ma doue rimane Isabella d’Aragona? laqual rimasa uedoua del Duca Giouan Galeazzo Sforza fù segno della fortuna, la cui fortezza di mente non fù mai uinta dalle ingiurie dell’auuersa fortuna; fù oppressa inanzi la morte del marito dall’insidie di Ludouico Sforza, & fù da lui spogliata contra ogni ragione dello stato, & poi la

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morte tolse l’auolo suo re Ferdinando di questa uita, della qual cosa hebbe gran dolore. Ma con animo patientissimo soffrì questi acerbi colpi di fortuna. Et il Re Alfonso suo padre uide dal Regno scacciato, & uituperosamente fuoruscito in Sicilia. Ma mentre in questi dolori, & sciagure staua, intese che’l Re Ferigo suo zio era stato spogliato del Rengo per la crudel congiura de’Re stranieri: allhora la sua chiarissima casa fù affatto ruinata da quella gran machina, che la percosse, & in un medesimo tempo hebbe nuoua, che suo figliuolo Francesco era morto in Borgogna alla caccia: essendoli caduto il cauallo sotto, ne mai l’inuitto & costante animo di questa gran donna si perdé, ò smarrì punto; ma con fortezza inusitata tollerò tutte le percosse della nemica fortuna. Questo racconta Mons. Paolo Giouio, & Gian Antonio Volpe mostra la sua gran sofferenza in questi uersi fatti in sua lode.

- ella fù tanto



In odio al Ciel, che vide a un tempo morto

L’auolo di dolore, il Padre, e’l zio

Cacciati fuor del regno, il pio fratello

Spento a l’entrar col pie nel seggio anticho:

Che dirò del carissimo marito

Del regno, e de la vita a torto priuo?

Et de la morte de l’amato figlio?

Chi potrebbe vdir ciò con gli occhi asciutti?

Ella non versò già pianti, ò lamenti

Ma vinse con virtù l’alto dolore.

Et ueramente questo fù un chiarissimo specchio di costanza, & di fermezza d’animo. Costantissima ancho diremo noi esser stata Elena Cantacusina moglie di Dauid Dauignano Imperator di Trapezunda, che si uide morire dinanzi a gli occhi il caro marito, & sei figlioulini & duo menarne a far Turchi, & queste cose tollerò con animo costantissimo, & haueua solamente dolore di quei duo figliuoli, che erono stati fatti Turchi; perche era Christianissima. Sofferenza grande fù quella senza dubbio di Penelope, laquale oltre l’absenza del marito haueua in casa quei scelerati Proci, che consumauano il suo hauere, & molti anni lor sopportò, come dice Homero nell’Odissea. Grande piu di quello, che credere si possi, fù la sofferenza di Psiche in cercar amore. Fù scacciata da Cerere, & da Giunone, & al fin da Venere fu tormentata, & afflitta con commandarle cose difficilissime da mettersi in essecutione, come il portar l’oro da quella horrenda selua cinta dall’onde spumose. Il portar l’urna piena dell’onde stigie tolte nella sommità di vno altissimo monte, & finalmente le commandò, che scendesse all’Inferno come scriue Ercole Udine Segretario dell’Altezza Serenissima di Mantoa nella sua Psiche in questo modo.

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Odi quel, ch’io commando. scendi hor hora

Giù nel’inferno, e la Reina troua,

E dille che d’hauer grato mi fora

Quel suo liquor, che la beltà rinoua.

Et ella superando ogni difficoltà scese all’Inferno, & andò alla presenza della Reina, come si vede in questi versi.



Giunge al fin doue in soglio alto risiede

De l’infernal signor la cara sposa;

Oue a lei riuerente china il piede

E’l suo messaggio spiega vergognosa;

Proserpina le dà cio, ch’ella chiede

In nome della Dea,

E cosi vincendo tutti i preghi, portò il pregiato liquore a Venere, & però Gioue la fece Dea, & fù vera moglie d’Amore. Costantissima fù Leona cortigiana, la quale essendo fatta crudelmente tormentare da Ippia Tiranno d’Atene accioche confessasse quali huomini erano in vna congiura fatta contra lui, piu tosto si lasciò con infiniti flagelli lacerare tutta, & priuare di vita, che nominare alcuno de congiurati. Onde gli Ateniesi per honorarla della sua virtù drizzorno una Leona di bronzo senza lingua, perche si conoscesse la sua taciturnità.

Delle donne del corpo forti, & della delicatezza sprezzatrici. Cap. VIIII.
Rende più l’essercitio il corpo valido, & robusto, che non fa ben spesso l’istessa natura, quando lo produce, & genera; percioche il moto consumando il superfluo, & eccitando il calore fa, che le parti si rendono più agili, & piu robuste, come ben racconta Plutarco. essercitano le donne il corpo, ancor che delicato, in mille essercitii & cosi vigorosamente, & lungamente sopportano le fatiche, come gli huomini fanno, & se noi guardiamo fra le genti plebee, se ne vederà chiarissimo segno; percioche le villanele si adoprano ne gli essercitii rusticali, & in tutte quelle fatiche, che anco gli huomini fanno. Nelle Cittadi quante opere laboriose sono fatte da loro? infinite certo, & veggiamo notte, & giorno con grandissima patienza, & gran faticha, & se alcune si vedono poco atte alle fatiche, questo auiene perche assuefate non sono, come si vedono anco molti huomini, che se si affaticano un’hora, ò due, in caminare, ò in oltro, dicono, che sono lassi, & però vogliono riposare il giorno seguente, & bere l’oua fresche. sono adunque le donne etiandio robuste; cosa merauigliosa, che vn corpo cosi delicato come è quello della donna, sopporti tante e tante fatiche, & diueghi per modo di dire rozzo, & incallito; sprezzando la delicatezza, & morbidezza.

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Ma veniamo a gli essempi. Zenobia sprezzò, come dice il Tarcagnota le delicatezze di questa uita, & spese tutti i suoi primi anni nelle caccie di Leoni, de gli Orsi, di Pardi, & d’altri feroci animali, & si assuefece alle pioggie, al sole, al freddo, al caldo, & a tutti i disagi, che si possono sentire in vna trauagliata, & misera vita. Sprezzò etiandio gli agi Elena Cantauicina, alla quale essendo stati uccisi il marito, & i figliuoli ella con le sue delicate mani cauaua la terra con vna zappa, & andaua sotterrando il marito, & i figliuoli, benche fosse un commandamento di Maumete, che sotto pena della uita alcuno non sepelisse quei corpi. Andaua uestita di cilicio, & non mangiaua carne, & dormiua sotto vn poco di tugurio di paglia. queste erano le delicatezze di questa saggia, et sobria imperatrice. Et Camilla Regina de Volsci non apprezzò punto le delicatezze, et la mollitie di questa uita. Costei nella sua prima età fù inuolta in grossi, & rozzi panni, non fù da morbide nutrici nudrita, ma da Metabo suo Padre fra le selue di ferino latte. fatta poi piu grande non si essercitò nel filare, ò fra lasciue damigelle, ma fra le fere con arco, & saette senza ornamenti, ò lasciuie, come mostra Annibal Caro nell’Eneide di Vergilio da lui tradutta in lingua uolgare.

Ne pria tenne de’pie salde le piante

Che d’arco, di pharetra, & di nodosi

Dardi le mani, e gli homeri grauolle.

Non d’or le chiome, ò di monile il collo

Ne men di lunga, ò di pregiata gonna

La ricouerse, ma di tigre vn cuoio

Le facea veste intorno, & cuffia in capo.

Il fanciullesco suo primo diletto,

E’l primo studio fù lanciar il palo,

E trar d’arco, e di fromba;

Et mostrando ch’ella a feminil lauoro non inchinò la mano. dice Vergilio.



Non illa colo, calathis vemineruae

Femineas assueta manus, sed praelia virgo

Dura pati, cursumque pedum preuertere ventos.

Illa uel intactae segatis per summa volaret

Gramina, nec teneras cursu lesisset aristas:

Vel mare per medium, fluctu suspensa tumenti

Ferret iter, celeres nec angeret aequore plantas.

Ne meno di questa gran donna si affaticò Maria da Pozzuolo, laquale al tempo di Francesco Petrarca, illustre, & gloriosa diuenne come egli nelle sue epistole dice. Costei si astenne dal uino, era parca di cibo, & di parole. Lasciò lunghi da se la lana, i fusi, & gli altri essercitii di simil sorte; godeua sommamente nel trar d’arco, nel lanciar il palo, spesso tutta la notte staua armata, & non dormiua. Ma quando dormir uoleua, appoggiaua il capo

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sopra lo scudo, & sempre conuersava fra caualieri armati, ne niuna cosa tanto hebbe cara, quanto la sua pura verginità, laqual conseruò fino alla morte, & cosi sprezzando ogni culto del corpo, l’anima, & la sua fama di chiari, & incorruttibili fregi rese adorna. Ma che dice il Tasso di Clorinda in questi uersi che tanto si affaticò nelle selue, & nel campo fra caualieri?



Costei gl’ingegni femmenili, e gli vsi

Tutti sprezzò sin da l’età più acerba:

A i lauori d’Aragne, a l’ago, à i fusi

Inchinar non / degnò la man superba;

Fuggì gli habiti molli, e i luoghi chiusi:

Che ne’ campi honestate anco si serba;

Armò d’orgoglio il volto; e si compiacque

Rigido farlo; e pur rigido piacque.

Tenera anchor con pargoletta destra

Strinse, e lentò d’un corridore il morso;

Trattò l’arco, e la spada; & in palestra

Indurò i membri, & allenolli al corso;

Poscia, ò per via montana, ò per siluestra

L’orme seguì di fier leone, e d’orso;

Seguì le fere, e in esse, e frà le seue,

Fera a gli huomini parue; huomo a le belue.

Et Marfisa, da questo si può conoscere, se alle delicatezze, & alla quiete si diede, poi che essendo di diciotto anni prese sette regni, come dice l’Ariosto nel canto trentesimo ottauo.



Che diciotto anni d’uno, ò di duo mesi

Io non passai, che sette Regni presi

Et di lei ragionando nel Canto decimo ottauo dice.



Fece piu volte al gran Signor di Braua

Sudar la fronte, e a quel di Mont’Albano

E’l dì, e la notte armata sempre andaua

Di qua, di là cercando monte, e piano.

Ne stimaua fatica per farsi immortale, come si uede in cento luoghi. Ne delicatezze mi pare, che apprezzasse in questo luogo Erminia, come dice il Tasso.



La fanciulla regal di rozze spoglie

S’ammanta, e cinge il crin ruuido velo.

Et altroue.



Col durissimo acciar preme, & offende

Il delicato collo, e l’aurea chioma.

Et cosi faceuano tutte le Amazoni, lequale sempre armate andauano, & fanciulline si auezzauano a l’arti militari, & alle caccie di animali feroci. Et come scriue Solino, oltre modo indefese, & gagliarde sono le donne de popoli Tribali, che fanno, & trattano tutti i negotii, & sono

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molte di loro ornate di virtù militare; ma gli huomini stando in casa si mantengono molli, et delicati, amano l’otio, et si guardano dalla fatica più che possono.


Dell’amor delle Donne verso i Padri, Mariti, Fratelli, & Figliuoli. Cap. X.
QVello è sincero, & vero amore, che non ha per oggetto il piacere, o l’vtile: anzi per la cosa amata si contenta l’amante, & gode di patir anco vna cruda, & acerba morte, non aspettandone diletto, ò vtilità alcuna. Come sarebbe, se la madre vedendo morire il figliuolo, si contentasse di morire in luogo di lui; percioche in vn tal caso non v’è alcuno, che à ciò la spinga, se non il desiderio di saluar la uita al figliuolo, & causa n’è quello intenso amore, che à lui porta senza fine alcuno o di utilità, o di diletto. a questo modo amano le madri i figliuoli, ancorche da loro amate non fossero, & nell’amarli si rallegrano. Onde dice Aristotile nell’ottauo dell’Etica. Argumento sunt matres, quae amando gaudent reamari non curant, sed satis ipsis uidetur, si liberos suos bene agentes inspiciant, amantque ipsos. Et questo è un uero amare, & un sincero, & perfetto amore, et però disse Propertio:

Verus amor nullum nouit habere modum.

Et di questo amore le donne sono piene, come si vederà ne gli essempi. Essendo l’Imperator Corrado sopra la Città di Vespergia: in modo tale l’assediò, come racconta il Tarcagnota, che gli assediati tentando molte vie d’accordi, non poterno altro ottenere, se non che le donne se ne vscissero della città cariche di quello, che piu à lor piaceua. Ma le pietose, & amoreuoli donne non curandosi ne de l’oro, ne delle altre cose piu pretiose, ciascuna (o verace amore) portorno in spalla, a loro caro, peso, & più pretioso, che le gioie non sono, il marito, o il padre, o il fratello, o il figliuolo. Che vi pare di questo pietoso amore? Artesimia amò con tanto ardore, & fede il suo caro marito Mausoleo, che venendo à morte l’honorò di un sepolcro, il quale è posto fra le sette merauiglie del mondo, & a guisa di sconsolata tortorella piangeua la morte del marito: & benche fosse domandata per moglie da molti Principi grandi, ella però non volse passare alle seconde nozze. Et essendo stato abbrusciato il corpo di Mausoleo, ella sempre lo portaua seco, & raccogliendo il suo pianto, che era abbondeuole, dentro li metteua un poco di quelle amate ceneri, & tanto perseuerò nel tenerle miste con le lagrime sue, che il pianto, la uita, & le ceneri in un medesimo tempo finiro. Né meno fu grande l’amore di Giulia figliuola di Cesare



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verso il gran Pompeo suo marito, che essendole recata la ueste di lui tutta macchiata di sangue, ella tosto ricordandosi delle ciuili discordie, credendo che fosse stato morto da suoi nemici, prese cosi acerbo dolore, che tramortì, & poi morì subito, non senza lagrime di tutta Roma, essendo ella colei, che manteneua amicitia fra Cesare e Pompeo. Ma doue rimane Laodamia figliuola di Acusto Tessalo, che portò al marito Protesilao cosi ardente amore, che egli essendo andato alla guerra Troiana visse in continue lagrime, & dolori, sempre chiamandolo, fin che ultimamente le fù portato il corpo di lui, che fù ucciso da Ettore, & vinta da crudel cordoglio sopra di lui se ne morì. Hiphisicratea, come scriue Valerio Massimo amò con ferma fede, & amore Mitridate suo marito, che per andarli sempre dietro, & esserli compagna, & aiutarlo in mille suoi trauagli si tagliò i capelli, & si armò come soldato seguitandolo ouunque andaua, & à lui fù di molto contento. Cornelia amò ardentemente Pompeo suo consorte, & sempre seguitollo in pace, & in guerra, et dopo che fù vucciso da Tolomeo a tradimento lo pianse, & sempre si lamentò fino alla morte. Ma che dirò io della gran pietà, & amore della moglie di Alessio? il quale essendo vergognosamente stato cacciato in vn monasterio à farsi monaco da Manuelo Comneno, fingendo che Alessio hauesse voluto con incanti torli la vita, ella andò a gettarsi dinanzi a i piedi di Manuelo, che era suo zio, & molto lo pregò, & mostrò con molti giuramenti, che a torto il marito soffriua quella villania, & uergogna, & facea fede con molti testimoni della innocenza sua. Ma il crudo Imperator, anzi tiranno, non guardando se affliggeua l’innocente, o nò; ma volendo fare a suo modo, et come li piaceua, non uolse mouersi punto à misericordia ne per la uerità, che gli mostraua, ne per sue affettuose lagrime, ne per l’habito, in che ella era. Onde la pietosa donna non potendo in modo alcuno soccorrere il marito, passò a miglior vita consumata dal dolore, & dalle lagrime. Questo racconta Niceta Acominato. Porcia portò tanto uero amore al suo sposo, che essendole morto, & per il dolore uolendosi vccidere, & non hauendo cosa alcuna da poter far questo, inghiottì carboni accesi, & cosi finì la sua uita. Ne minor di quel di Porcia fu quello di Fille verso Demofonte suo caro sposo, il quale hauendo tolto licenza dalla moglie d’andare a uedere il suo impero, & ritornar fra un mese, ma ne passorno quattro, che non hebbe nouella di lui. Onde ella dubitando della sua morte, per dolore s’impiccò. Hipermnestra portò un uero, & sincero amore a Lino suo consorte. Hauendo Nerone fatto che Seneca si eleggesse qual morte piu li piaceua, Seneca si hauea eletto di uoler morire col lasciar la uita, & il sangue in un bagno, Pauolina sua moglie mossa da fido amore s’era deliberata di uoler morir seco (benche egli non uolesse) perche, come erano stati compagni in uita, uoleua anco nella morte, che il medesimo fosse, & cosi fù posta con Seneca nel bagno. Ma come questo intese Nerone, subito mandò molte persone à farle fermar il sangue, & ritenerla in uita, &

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essendogliene uscito molto, sempre poi fù pallida, & sempre ritenne in uolto il segno del suo casto amore. Ma doue rimane Tiraria, laquale spinta da maritale amore seguì il marito L.Vitellio nella guerra ciuile, che i Vitelliani fecero contra Vespasiano? Et in quella notte, che il marito vscì di Terracina co’ soldati, ella compagna fidissima lo seguì, & fece opera più che di valoroso caualiere. Durando la legge de Triumuiri, nella quale incorreuano in vna medesima pena co i proscritti quelli, che non li manifestauano, per paura dellaquale molti haueuano tradito i figliuoli, i fratelli, & i padri, Ligario fù vno de’ proscritti, ilquale dalla moglie fù lungo tempo tenuto secreto in Roma, ma vna serua, che haueuano, l’accusò. Venuti i ministri lo guidauano al luogo destinato per farlo morire, ella andaua dietro al marito pregando i ministri che l’uccidessero, dicendo che secondo la legge meritaua la morte, hauendo tenuto in casa il marito proscritto. Ma non u’essendo alcuno, che la volesse ascoltare, tornò a casa, s’astenne di mangiare, & con gran trauaglio fra la fame, & le lagrime finì la sua vita. Mostrò similmente grand’amore verso il marito Arria, percioche essendo nominato nella congiura Scriboniana, fù preso in Schiauonia, & menato a Roma. ella fece ogni sforzo per esser menata con lui, il che hauendo tentato indarno, li andò dietro con vna barchetta fino a Roma, & alla presenza di lui si passò il petto con vn pugnale, & non meno piena d’amore, che forte d’animo si cauò del petto il pugnale, & lo porse al marito accioche ancor egli si vccidesse auanti che andasse nelle mani de’ manegoldi, dicendo per fargli animo, che la ferita non le doleua punto. Ma che vi pare di quelle donne Spartane? allequali essendo stati imprigionati i martiri da Lacedemonii ogni giorno andauano alla prigione, & doppo molti preghi ottennero di fauellare a’ mariti, lequali entrate dentro persuasero i mariti, che si vestissero da donna con le lor vesti, & vscissero di prigione col capo coperto, come andauano esse, & cosi le pietose donne rimasero in prigione, per dar libertà a’ mariti, a soffrir ogni tormento, & gli homini vscendo ingannorno le guardie; & subito presero Taigeta, & cosi i Lacedemonii li diedero poi le lor mogli, & si partirno di Sparta. Grande veramente è la beneuolenza delle donne verso i fratelli, & vdite questo essempio. Haueua il Re Dario condennato a morte Itapherne con i figliuoli, & con tutto il parentado: la moglie d’Itapherne andò al palazzo, & riempì ogni cosa di pianti, & di lamenti. Onde Dario mosso a misericordia, le fece dire, che domandasse qual piu le piaceua di quelli condannati, & essa domandò il fratello, ch’era nel numero de’ dannati. Merauigliossi Dario, ch’ella hauesse preposto al marito & a’ figliuoli il fratello. Ella rispose, che se perdeua questo fratello, non ne era piu per hauere un altro, ma se perdeua i figliuoli, & il marito, poteua hauerne de gli altri, & vn altro marito. Da questo si può conoscere, che uerso mariti, et fratelli sempre le donne sono amoreuoli. Grande, & veramente degno fù l’amore di Hisiphile verso il suo carissimo Padre Thoante. costei essendo

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