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Ugo Gabriele Becciani

Breve panoramica sulla


legislazione sanitaria

dal ’500 al ’900

Il destinatario di una circolare sanitaria, con disposizioni per l’epidemia del colera,

vistata dall’autorità competente (1832).



Presentazione


Quest’ultimo lavoro di ricerca di Ugo Gabriele Becciani offre forse più di quanto non faccia supporre il titolo di “Breve panoramica sulla legislazione sanitaria dal ’500 al ’900”.

In effetti, il materiale che l’autore mette a disposizione degli studiosi è sempre presentato, nelle formulazioni normative per alcuni documenti (leggi) e nei principi ispiratori per altri testi (farmacopee), nella sua completezza originaria: e ciò dispone ad una possibile analisi comparativa del lavoro sia degli estensori di “Ordini, provisioni, capitoli, statuti ed addizioni” che dei metodi scientifici di riferimento per la compilazione di farmacopee succedutisi nel periodo storico esaminato.

I primi documenti sono della seconda metà del ’500 e si riferiscono “All’arte degli speziali di tutto il felicissimo dominio fiorentino, per benefizio della vita umana”: le indicazioni sono specifiche per dispense, conservazione di medicinali, nonché delle pene per i trasgressori. Speciali ‘provisioni e capitoli’ sono destinati in un documento a ‘spedali, conventi, monasterj, lisci, matricole e medici’. Altri documenti riguardano pure territori fuori Firenze.

A proposito di farmacopee, Becciani offre la lettura della premessa che il dottor Antonio Campana – professore di chimica farmacologica e botanica dell’Università di Ferrara – pone al suo lavoro edito in Milano nel 1832, e che rappresenta un importante tentativo di dare ordine ad un marasma di denominazioni di sostanze semplici, pesi e misure, che esisteva non solo nei paesi europei, ma anche nelle regioni o stati dell’Italia: un punto di riferimento importante – afferma Becciani – che sarà premessa per la prima farmacopea del Regno d’Italia.

In tema di disposizioni normative, Becciani riporta importanti documenti predisposti e diffusi dallo Stato Pontificio e dalla Repubblica Romana, dal 1832 al 1854, per la prevenzione del colera.

Particolare attenzione viene poi assegnata alla “Legge sanitaria” del 1888, che lo studioso ritiene ‘un bel esempio di normativa, ancor oggi attuale’.

Sono da rilevare infine, in questo interessante percorso legislativo, sia il puntuale ed esaustivo intervento esplicativo delle note, che l’esauriente bibliografia.


prof. Antonio Frintino



Introduzione


S.G. Blaxland Stubbs nel suo lavoro: “Dalla magia alla medicina moderna” riporta che, già 3000 anni A. C., i Sumeri riconoscevano la professione del medico mediante un sigillo, che veniva rilasciato al sanitario, onde consentirne l’esercizio dell’arte. Del solito periodo sono i reperti delle città di Kish e di Ur (in Caldea), che mostrano come misure d’igiene pubblica fossero dettate per la costruzione delle fogne e dei bagni.

Appartiene al 2000 A. C. circa il codice di Hammurabi, legislatore babilonese, nel quale egli si vanta di aver dato al suo popolo la salute e norme igienico-sanitarie concernenti la professione del medico.

Se un medico opera con una lancetta di bronzo un uomo ferito e gli salva la vita; o se gli apre un ascesso nell’occhio e glielo salva, egli dovrà ricevere 10 sicli d’argento1… Se si tratta di uno schiavo il padrone darà 2 sicli d’argento al medico… Se il medico riaggiusterà un osso o curerà i visceri di un uomo ammalato, questi darà al medico 5 sicli. Se sarà un uomo libero, dovrà dare 3 sicli”.

Pesanti sanzioni erano previste in caso d’insuccesso: se, durante un’operazione, il paziente moriva, oppure perdeva la vista, al medico dovevano essere mozzate le mani. Ma, se il paziente era uno schiavo, il medico doveva pagare un’ammenda, pari al valore dello schiavo deceduto2.

Varie norme rituali d’igiene sono dettate dal Levitico e dal Talmud, a dimostrazione che anche gli antichi Ebrei avevano una, se pur minima, legislazione sanitaria.

Le norme di salute pubblica degli Egizi, nell’antico e medio impero, prevedevano l’istituzione di un “Collegio di scienza medica”, mentre nel nuovo impero si assiste al ritorno ad una pseudo-medicina di tipo magico.

Le civiltà minoica, troiana e micenea non ci hanno lasciato alcun documento che attesti lo stato giuridico della sanità, ma, anche in questo periodo, i reperti archeologici fanno pensare che questi popoli avessero concetti evoluti in campo igienico.

I Greci, svincolati da ogni tipo di dogma religioso, guardarono con molta attenzione alle nuove accezioni mediche: è del sesto secolo A. C. la comparsa dei primi luoghi pubblici di cura, come bagni e veri e propri ospedali, di natura del tutto laica.

Solo un secolo dopo Empedocle codificò un metodo per prosciugare le paludi e fumigare gli ambienti chiusi, al fine di combattere la malaria3.

Con Ippocrate la medicina greca si affrancò dai riti magico-religiosi e dalle imposture, entrando a pieno titolo nella legalità. N’è una dimostrazione il suo famoso “giuramento”, un articolato codice deontologico per il medico dell’epoca.

Giuro per Apollo medico, per Igea, per Panacea4 e per tutti gli dei e le dee, prendendoli a testimoni, che manterrò con tutto il mio potere, e secondo le mie cognizioni, questo giuramento così com’è scritto.



Terrò in conto di padre colui che mi ha insegnato la medicina; lo aiuterò a vivere, e gli darò tutto ciò di cui avrà bisogno. Considererò i suoi figli come miei fratelli. Se vorranno imparare questa professione, la insegnerò loro senza compenso in denaro, né obbligazione scritta; farò loro conoscere i suoi principi, darò loro estese spiegazioni; comunicherò loro tutta la dottrina: ad essi ed ai discepoli che saranno stati immatricolati e che avranno prestato giuramento, secondo l’uso della medicina, ma non ad altri.

Ordinerò ai malati il regime conveniente secondo i miei lumi e il mio sapere. Li difenderò contro ogni cosa nociva e ingiusta.

Non consiglierò mai a nessuno di ricorrere al veleno, e lo rifiuterò a coloro che me lo chiederanno. Non darò ad alcuna donna rimedi per farla partorire prima del termine. Non opererò le persone che hanno la pietra: lascio questa operazione a coloro che ne fanno professione5.

Conserverò la mia vita pura e santa, così come la mia arte.

Quando entrerò in una casa sarà sempre per assistere i malati e mi manterrò puro da ogni ingiustizia e da ogni concupiscenza verso gli uomini, i fanciulli e le donne, schiavi o liberi.

Tutto ciò che vedrò e sentirò nei miei rapporti cogli uomini al di fuori o nelle funzioni del mio ministero, non dovrà essere riferito e lo terrò segreto, considerandolo cosa sacra.

Possa così io vivere a lungo, riuscire nella mia arte e divenire celebre in tutti i secoli, come terrò questo giuramento, senza violarne alcun articolo. Se dovessi mancarvi e divenire spergiuro, che mi capiti il contrario6”.

Il sistema religioso romano arrivò, invece, a proibire, di fatto, ogni pratica di medicina scientifica, riportando alle pratiche di magia ed al fiorire di medicastri e ciarlatani.

Seguirà un millennio di buio che terminerà solo con Bacone e Alberto Magno.

Il Medioevo, pur sempre lontano da una medicina vera e propria, fu caratterizzato dal fiorire di statuti che cercarono di regolamentarne l’applicazione.



è del periodo dei liberi comuni l’istituzione della corporazione degli speziali, cuffiai e correggiai, che fu unita poi a quella dei medici, assumendo così lo status d’arte maggiore. Le nomine degli ufficiali dell’arte si facevano all’inizio dell’anno e le riforme degli statuti necessitavano della maggioranza di due terzi dei presenti alle assemblee. La stessa maggioranza era richiesta per l‘immatricolazione nell’arte, se cittadini del comune, e dei cinque sesti se forestieri. Sanzioni pecuniarie erano previste per gli assenti ingiustificati alle adunanze. Erano poi regolamentate le aperture delle spezierie, i rapporti con i dipendenti che vi lavoravano, i prezzi di vendita dei medicinali, ecc.. Lo speziale remunerava il medico associato alla sua bottega, con un compenso che nel secolo decimo-quinto era all’incirca di sessanta lire l’anno. Nella bottega il medico eseguiva l’ispezione delle orine.

Una commissione istituita dal Comune ispezionava periodicamente le spezierie. Gli ospedali e i servizi mortuari erano, in genere, affidate ad opere a carattere religioso. La chirurgia, ancora nel ´500 era mansione dei barbieri (di fatto semplici flebotomi o poco più).

Lo stesso Paracelso, definito meritatamente il Lutero della medicina, per i suoi instancabili attacchi ai metodi di cura del passato, era contemporaneamente filosofo, mistico, astrologo e alchimista.

I milioni di vittime che mieté la peste, resero urgente l’esigenza di una legislazione organica: nel 1618 il Collegio dei Medici di Londra pubblicò la prima farmacopea, e, alla fine dello stesso secolo, il governo inglese si rivolse al medico R. Mead, affinché trovasse un metodo per prevenire le epidemie. Il suo “Breve discorso sul contagio della peste” (1720) raccomanda per la prima volta la quarantena e altri metodi di profilassi, come l’aerazione degli ambienti e la raccolta dei rifiuti.

E’ del solito periodo il “Trattato sulle malattie dei lavoratori” di B. Ramazzini7.

Di un semplice parroco, S. Hales, la “Descrizione del ventilatore”, un semplice ‘mantice fatto a scatola per estrarre l’aria impura’, ben presto adottato dalle carceri e dalla marina.

Non si può evitare di citare, come esempio di legislazione farmaceutica avanzata, il Ricettario Fiorentino, o altri consimili, come quello ‘Sanese’, stampato in diverse edizioni dal 1498 al 1789, fra le quali quella di G. Donzelli, dedicata a Cosimo Medici, Granduca di Toscana, ‘Unico Signore Nostro’, dove, in appendice, si riporta una copiosa raccolta di leggi sanitarie, che andremo ad esaminare nel cap. I.

Seguiranno un cenno alla famosa farmacopea di A. Campana (1832), ad alcune circolari, disposizioni e norme dello Stato Pontificio e della Repubblica Romana, per finire con la legge sanitaria del Regno d’Italia.



Capitolo Primo

Il Ricettario Fiorentino a cura di G. Donzelli, edito nella Stamperia di Sua Altezza Serenissima Cosimo III de’ Medici, per mano di Vincenzio Vangelisti e Pietro Martini, nel 1670, riporta in appendice un copioso numero di provvisioni attinenti l’arte sanitaria di medici e speziali.

L’ordine non è cronologico, e così noi le riporteremo.

La prima disposizione (del 1556) riguarda la produzione della cera, ed in particolare di vari tipi di torce, ceri, candele, di grande importanza nel Medioevo nell’economia della società, per gli usi molteplici nelle funzioni religiose, e per l’illuminazione.

La preoccupazione era quella che la cera potesse essere sofisticata con grassi di vario tipo, meno costosi, o con stoppini di bambagia riciclata, i quali bruciano producendo odore e fumo sgradevoli, a scapito anche della resa della luce prodotta.

Riportiamo dal Donzelli la descrizione della cera:

La cera gialla è notissima. La migliore di tutte, è quella, che mediocremente rosseggia, non troppo grassa, pura, odorifera, con alquanto di odore di miele. Tiene il secondo luogo quella che biancheggia, e di sua natura è grassa. Lodavano gli antichi quella di Ponto, e di Candia, ed oggi si loda la nostrale di Toscana, la quale si usi, come quella, che manca di sospetto di essere mescolata con altra cosa. Della cera bianca fatta così per arte, la migliore è quella, che è più bianca, più lucida, più dura, e più soda”.

Già gli statuti di Pistoia del 1417 (Lib. IV. Rub. CVIII) e del 1435 (Lib. IV. Rub. CV) conservati presso la locale Biblioteca Forteguerriana (Provv. Reg. L) riportano una nutrita normativa che A. Chiappelli annota nel suo: “Curiosità della vita pistoiese dell’età passate” (1924).

Si stabiliva ed ordinava difatti, che gli speziali, e coloro i quali facevano ceri, doppieri, torticci, candele e altri lavori in cera dovevano farli di una sola e medesima cera, senza alcuna mistura di altra cera, sotto pena di cento soldi per ogni infrazione. Dovevano costoro adoperare nei torchi, e ceri da processioni, stoppini cotti di bambagia nuova, nella proporzione di una oncia per libra, ed una proporzione minore di questi per i ceri forati e per le candele attorcigliate. Era loro lecito di fiorire i ceri, e di mettere in essi qualche poco di trementina nel tempo pasquale. I lavoratori di cera dovevano avere presso di loro un sigillo proprio, e con quello erano obbligati a suggellare la cera da loro lavorata, onde poterla riconoscere, in ogni possibile contestazione. Il Podestà, i loro giudici e notai, volendo, come era loro obbligo, visitare la cera lavorata, potevano anche struggerla nelle botteghe, quando avessero avuto sospetto di frode. Gli operai di S. Iacopo inoltre, a Gennaio e a Luglio di ogni anno, eleggevano due delegati dell’arte per verificare la fattura delle cere, e costoro dovevano riferire agli ufficiali del Podestà il resultato delle loro indagini.

La cera ebbe, nei secoli a seguire, anche un importante impiego nella prepara­zione farmaceutica di cerotti, unguenti, ecc..

Ecco una serie di saggi di purezza, prescritti al fine d’evidenziare sofisticazioni, adulterazioni o frodi, tratti da “Medicamenta, VI ed. Vol. III)”.

1) Non deve emanare odore di sego o di rancido, né masticata, aderire ai denti (sego).



2) La superficie di frattura non deve presentare goccioline acquose. Essiccata, entro stufa, non deve diminuire notevolmente di peso (acqua).

3) Una p. di cera scaldata all’ebollizione con 10 p. d’acqua e tre parti di carbonato di sodio, dopo raffreddamento e riposo, deve ritornare completamente alla superficie del liquido (cere vegetali, grassi resine).

4) Gettata sui carboni ardenti non deve esalare odore nauseante (grassi).

5) Due p. di cera si trattino con 70-80 di acido solforico fumante di Nordhausen; si scaldi…cautamente fino a… decomposizione completa della cera, si lasci raffreddare e si aggiunga… ugual volume d’acqua… e mezzo volume di etere di petrolio… La soluzione eterea, decantata ed evaporata, non deve lasciare che un tenuissimo residuo (paraffina).

6) Una p. di cera, sciolta a caldo in 12 p. di cloroformio, non deve lasciare alcun residuo (sostanze minerali).

7) Una p. di cera, sciolta in 12 p. di essenza di trementina, non deve formare deposito bianco (amido, fecola, farina).

8) Un g. si faccia bollire… con 20 g. di alcool. Dopo un’ora si filtri. Il filtrato deve, con l’aggiunta d’acqua, dare leggera opalescenza (forte intorbidamento = resine); non deve avere reazione acida (acido stearico) e deve essere quasi incolore (sostanze coloranti).

9) Un g. di cera raspata ed agitata con ammoniaca… non deve colorarsi in rosso-bruno (curcuma).

10) …Si mescolino tre p. di alcool con cinque di acqua, e nel liquido s’immergano le perle (di cera); diluendo ancora con acqua le perle devono rimanere sospese… Le perle cadranno al fondo del liquido se la cera è sofisticata con cera carnauba o con cera giapponese, galleggeranno se sofisticata con sego o paraffina.
La provvisione del settembre 1561 riguarda l’istituzione della figura d’ispettore per le spezierie (il veditore), le sue competenze e compiti, le dispensazioni di medicinali che dovevano essere fatte in sua presenza, il controllo sui farmaci. Ed infine stabilisce i termini per una sua eventuale sostituzione, il salario dovuto e le pene per i trasgressori.
Segue la provvisione del gennaio 1561, con i relativi regolamenti d’applicazione (capitoli) concernente l’istituzione della “tara”.

Per tara s’intendeva, di fatto, l’inventario, con relativo bilancio, della spezieria, sui quali erano applicate le tasse.


L’ordine dell’Arte degli Speziali del 5.10.1560 elenca i medicamenti semplici o composti dispensabili o meno dai farmacisti senza l’obbligo (o con l’imposizione) di essere sottoposti al controllo o alla dispensazione alla presenza dei veditori.

In pratica, a grandi linee, s’introduce il concetto di farmaco da banco o sottoposto a ricetta medica e/o a particolari disposizioni e vincoli.


Di grande importanza la provvisione successiva del 21.4.1562 “sopra li spedali, conventi, monasteri, lisci, matricole”, che regolamenta le farmacie ospedaliere e monastiche, l’iscrizione all’arte sanitaria e relative tasse, le competenze specifiche d’ospedali, medici, chirurghi, e apprendisti, con norme di preparazione, note specifiche sui laboratori d’allestimento del medicinale, rapporti fra medico e farmacista, modalità di prescrizione.
Chiude un compendio delle legislazioni sopra citate.
Al fine di far comprendere il livello della medicina del ´600 si riportano, dopo le leggi, le descrizioni di un semplice (la mummia) e di una preparazione complessa come la triaca di Andromaco vecchio, secondo Galeno.


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