Etimologia e linguistica. Nove studi



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Cristina Vallini 
 
 
 
Etimologia e linguistica. 
Nove studi 
 
 
 
 
   
Introduzione e cura di 
Valeria Caruso 
 
 
 
 
 
 
Università degli studi di Napoli 
“L’Orientale” 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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Cristina Vallini 
 
 
 
 
Etimologia e linguistica. 
Nove studi 
 
 
 
 
Introduzione e cura di 
Valeria Caruso 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Napoli 
2010
 

 
 
 
 
 
 
 
INDICE 
 
 
 
 
 
 
Introduzione 
p. 5 
Mondi etimologici 
p. 15 
Ades e le etimologie platoniche 
p.  45 
Autorità e prestigio nel discorso etimologico 
p. 51 
Etimologia come fantasia 
p. 63 
Etimologia come descrizione 
p. 83 
Speculazioni e modelli nell’etimologia della grammatica 
p. 103 
La cerva e il cervo: una questione di corna 
p. 166 
Elefas: storia di un’etimologia 
p. 194 
Genius/Ingenium 
p. 259 
Bibliografia 
p. 281 
 
 

INTRODUZIONE 
 
 
 
 
 
L’intento non celato, ed anzi, volutamente manifesto di questa raccolta 
è sostanzialmente duplice: tracciare percorsi storiografici e, ricostruendo 
alcune pratiche etimologiche, far emergere i modelli a loro sottesi. A 
posteriori il valore delle etimologie presentate lascia il posto ad un ordine 
completamente diverso di temi e problemi, ed i percorsi tracciati si 
dimostrano accattivanti più per le loro argomentazioni ed impliciti 
ideologici, che per il valore intrinseco delle ricostruzioni a cui pervengono. 
Ma la ricognizione proposta, un racconto oscillante tra pratiche ingenue e 
argute costruzioni formali, non indulge mai al compiacimento intellettuale, 
perché lo scopo dell’operazione è, in definitiva, pratico: una microstoria che, 
partendo delle concrete attività di ricerca, ci consegni un’istantanea a colori 
di alcune fasi significative della linguistica moderna, cercando di rendere 
autoevidenti i suoi impliciti teorici e di limitare le riflessioni ad osservazioni 
contingenti. 
 
I «mondi etimologici» che ci vengono offerti coincidono quindi con le 
Sprachanschauungen dei singoli autori, dal momento che, nella pratica 
glottogonica, «un modello delle “origini” opera in tutti». Il ‘pansanscritismo’ 
del primo Ottocento segna ad esempio l’esegesi relativa alla parola greca 
ἐλέφας (elefante), per la quale il tedesco Benary, collaboratore della 
Zeitschrift fur vergleichende Sprachforschung, propone un accostamento 
con il sanscrito ibha-  (elefante) e, soprattutto, con il latino ebur  (avorio), 
segnando una linea ricostruttiva che, affiancando due parole esclusivamente 
sulla base di un campo referenziale comune, è riuscita a viziare le ricerche 
successive. Come ricorda Laroche «[c]’est seulement au prix d’une analyse 
arbitraire en el-eph-ant qu’on peut isoler un élément de comparaison, le 
“noyau” eph-/eb-». Un secolo più tardi, invece, s’impone per la stessa parola 
una linea interpretativa semitica, inaugurata già nel Seicento da Bochart, e 
culminata in una glossa del dizionario di Lokotsch (1927), che ricostruisce 
per ἐλέφας, attraverso una contorta linea di filiazione egiziana, una radice 
camitica  elu, dalla quale deriverebbe anche l’arabo fīl. Accanto ad elu
ἐλέφας presenterebbe anche traccia dell’articolo egiziano p. Si fa strada in 

questo modo l’idea alquanto paradossale di una fusione tra prestiti diversi, 
ma a dispetto della sua eccentricità, questa interpretazione ha tenuto banco 
tra le opere lessicografiche per oltre un quarantennio (da Walde-Hofmann 
fino a Battisti-Alessio). Guardando criticamente a questa proposta, è 
possibile riconoscere come il modello della «ricostruzione “globale”, 
linguistica e culturale» rimanga, in definitiva, la più grande delle seduzioni 
tra i  comparatisti, intimamente predisposti non tanto alla ricerca delle origini 
delle parole o delle lingue storiche, quanto piuttosto alle origini del 
linguaggio e, in definitiva, dell’uomo.  
 
ἐλέφας torna peraltro tra le pagine del volume (La cerva e il cervo: una 
questione di corna) per mostrarci come, accanto all’egemonia del prestigio 
di una lingua, i formalismi logico-induttivi e l’amore per le geometrie 
speculative possano soppiantare qualsiasi visione di un mondo (anche 
linguistico) originario. Nell’ottica della scuola neogrammatica, le 
ricostruzioni hanno valore in quanto possibilità di riemersione di un sistema 
di rapporti formali: le modalità con cui le parole sono costruite interessano di 
più delle immagini che esse riescono a riportare alla luce. Le designazioni di 
base sono in quest’ottica assunte come «valor[i] di lingua», non come stati di 
cose, ne è prova l’argomentazione filologica che tre diversi studiosi, Osthoff, 
Charpentier e Lidèn, vanno costruendo attorno alla classe degli ‘animali 
cornuti’. Accanto ad una radice ben identificabile relativa al ‘corno’ (ie. 
*k’er), ne vengono individuate altre, pertinenti alla stessa area semantica ma 
con specificità designative più ristrette, i cui valori vengono 
progressivamente definiti sulla base di opposizioni che risultano produttive 
in diverse lingue documentate (Osthoff prende in esame l’antico prussiano, 
Lidèn il sanscrito e il lituano). *el, sarebbe la radice per le specie provviste di 
corna, e *k’em per la sottoclasse di quei rappresentanti del gruppo che non le 
esibiscono: le femmine. Sono elementi determinanti per la ricostruzione 
della serie, il citato ἐλέφας, per la radice *el relativa agli animali provvisti di 
corna, e κεμάς (‘cerva’), per la radice *k’em degli hornlos. Stupisce il ruolo, 
in queste agnizioni, della funzione attribuita alle classi semasiologiche, che 
finiscono per guidare la raccolta dei dati linguistici, raccordati con 
superficialità o in maniera strumentale. Seguendo questa strada è stato 
possibile accrescere un edificio argomentativo formalmente perfetto, ma, 
inesorabilmente, il metodo ha finito col sostituirsi al topic della ricerca. 
Particolarmente anti-intuitiva risulta peraltro la pratica di sezionare campi di 
sapere generici ed evanescenti, cornuto/senza corna/animale, e di derivare da 
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questi le referenze, elefante/cerva/cervo/agnello/alce, applicando alla ricerca 
filologenetica un metodo di derivazione logico-retorico (dal referente ad una 
sua caratteristica e dalla caratteristica ad un possibile referente) irrispettoso di 
un assunto essenziale: pur «afferra[ndo] un senso non si può dedurre con 
certezza una denotazione» (Frege). 
 
 La ricostruzione lessicale non dovrebbe disconoscere questa norma 
basilare, scegliendo come proprio campo euristico quello della 
«comprensione di doxai individuali o di più vasti modelli cognitivi» in cui, 
tuttavia, è molto difficile che si possano apprezzare simmetria e rigore. 
Proprio le associazioni più facili, come quelle validate da corrispondenze ad 
un tempo foniche e semantiche, si rivelano peraltro le più tendenziose, ed il 
loro discredito esige non solo elementi probanti, ma anche l’utilizzo di una 
argomentazione tanto efficace quanto la suggestione che dev’essere 
demolita. Al riguardo si può ricordare che, per la confutazione di una 
confluenza tra le forme latine mātrimōnium-patrimōnium, Benveniste era 
dovuto ricorrere non soltanto ad argomentazioni linguistiche, quanto ad un 
principio di autorità esterno (una citazione aristotelica) che screditasse 
l’ipotesi di un calco intralinguistico di mātrimōnium su patrimōnium 
(Autorità e prestigio nel discorso etimologico).  
 
«Ciò che rende un’etimologia vera o falsa è […] il fatto che qualcuno 
accetti o non accetti di accordarsi su una certa configurazione del mondo», 
l’etimologo, simile in questo al retore, deve negoziare con i propri lettori le 
verità che le sue proposte intendono istituire. Il suo discorso potrà ad un 
tempo dar credito o richiederlo per sé, a seconda che l’etimologia sia 
l’argomento corroborante di una trattazione o che, invece, richieda essa 
stessa di essere argomentata. Artificio retorico e genere discorsivo sono 
pertanto i poli entro cui è possibile indagare l’etimologia, una precisazione 
tanto fondante da non essere mai stata presa seriamente in considerazione. 
Come la lettera rubata nascosta nel punto di massima visibilità, i confini 
epistemologici di questa pratica si sono confusi con le pieghe delle etichette 
per denominare le correnti scientifiche: linguistica storica, comparativismo, 
indoeuropeistica, scuola neogrammatica, Wörter und Sachen… Ma per 
tentare qualsiasi retrospettiva linguistica, ci si deve necessariamente 
appellare se non proprio ad un modello, almeno ad una ipotesi di partenza. 
Tutte le ricostruzioni linguistiche contengono  pertanto i presupposti che le 
hanno ispirate, e istituiscono delle verità che coincidono con il “mondo 
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possibile” da  esse creato: «ogni […] identificazione etimologica apre ad una 
virtualità, diventa nucleo generatore di uno scenario complesso». La 
suggestione leibnitziana del “mondo possibile”, passata alle scienze umane 
attraverso la logica modale, implica visioni complete, autosufficienti e 
mutuamente esclusive; all’etimologo spetta il compito di delineare un 
quadro congruente, dal momento che, per definizione, una etimologia deve 
essere vera e, quindi, convincere della veridicità ricostruttiva in essa 
contenuta. Gli orientamenti disciplinari o quelli individuali ci hanno 
consegnato scenari del passato indoeuropeo profondamente differenti. 
Mondi edenici riprodotti quasi visivamente da Adolphe Pictet, percorsi 
storico-geografici richiamati dalle radici della Ursprache di Devoto, 
definizioni linguistiche che Benveniste usa per evocare non uno spazio ma 
un senso originario, e i «pochi miti laici» ancorati ad una cultura materiale 
primitiva che Schrader si sente di tracciare accumulando dati e rifuggendo le 
speculazioni. Questi mondi sono abitati dalle lingue che si addicono loro: 
quelle poetiche di Pictet, dove ‘mare’ e ‘morte’, mare e mori, vanno insieme 
per una giustezza di suoni che evoca conguagli semantici; o quelle che 
raccontano una cultura materiale deperibile, di cui spesso solo la lingua, 
secondo Schrader, ha conservato il ricordo.  
 
Le visioni e le ideologie ci sono sempre, anche quando l’etimo è 
spiegato in sincronia ed il mondo a cui si guarda è il sistema della langue 
maternelle. L’agnizione linguistica, o più propriamente metalinguistica, non 
serve in questo caso come petizione di autorità, ma come termine 
autoprobante di un ragionamento. L’etimologia sarà allora più propriamente 
un gioco di parole, in cui un testo opportunamente costruito permette 
l’attivazione di due livelli semantici, svelando il significato nascosto della 
parola: 
Ἅιδης, […], πολλοῦ δεῖ ἀπὸ τοῦ ἀιδοῦς 
ἐπωνομάσθαι, ἀλλὰ πολὺ μᾶλλον ἀπὸ τοῦ πάντα 
τὰ καλὰ εἰδέναι […] 
Cratilo, 404b 
Ades, […] 
è 
ben lungi dall’esser stato denominato a partire 
dall’invisibile 
(
ἀειδές
), ma piuttosto 
a partire dal conoscere 
(εἰδέναι) 
tutto ciò che 
è 
bello… 
 
8

Platone sta di fatto rinegoziando l’identificazione della radice del nome 
di Ades: la orienta verso 
εἶδον
 e, per questa strada, verso il polo semantico 
del ‘sapere’ (
οἶδα
) contenuto nel paradigma del verbo. Non c’è quindi 
bisogno di spiegare quello che l’interlocutore spontaneamente riconosce, e 
non si deve argomentare perché l’agnizione è epifanica. Essa corrobora, 
rispecchiandolo, il pensiero di chi l’ha prodotta: le anime seguono Ades 
perché cercano di raggiungere la conoscenza.  
 
Diametralmente inversa è la modalità di procedere delle etimologie 
diacroniche, dedotte in maniera descrittiva-argomentativa: le parole vengono 
esplicitamente segmentate e i loro valori opportunamente commentati. Al 
riguardo si può richiamare in causa un termine della latinità, discriptio, e 
risemantizzarlo con entrambi i valori che più si adattano al lavoro 
dell’etimologo. Discrizione potrà quindi fondere tra loro la ‘descrizione’ e la 
‘dissezione’ necessarie a ripercorrere la storia delle parole (Etimologia come 
descrizione). Questi due momenti sono alla base del metodo comparativo di 
Franz Bopp che, oltre ad applicare una tecnica di segmentazione 
(Zergliederung) ereditata dai grammatici indiani, aveva descritto e definito il 
valore metalinguistico delle unità risultanti dalle scomposizioni (le radici 
verbali e pronominali). Il suo metodo ha segnato tutta la linguistica 
ottocentesca e, fino al Novecento, è stato usato anche in ambito lessicale.  
Ma è proprio in merito ai valori e ai tipi di unità della grammatica che si 
distinguono maggiormente le operazioni comparative ottocentesche, anche 
in questo caso segnate da modelli speculativi differenti, che orienteranno le 
ricerche verso altrettanti filoni e indirizzi (Speculazioni e modelli 
nell’etimologia della grammatica). Bopp stesso è animato da un rigore 
razionalista che lo porta su posizioni diametralmente opposte a quelle di 
Friedrich Schlegel, e gli fa scrivere la sua prima opera (Über das 
Conjugationssystem) proprio per affermare una posizione antitetica rispetto 
alla presunta irrilevanza degli elementi flessionali, dei quali intende indagare 
forme e funzioni.  
Più che da paradigmi programmatici di riferimento, l’Ottocento, è 
tuttavia segnato da un pullulare di speculazioni e visioni talvolta contrastanti, 
talaltra espressione di diverse gradazioni degli stessi assunti. Si pensi alle 
numerose proposte fatte in merito alle possibili fasi dell’evoluzione delle 
lingue: nel volume vengono indicati modelli a due (es. creazione 

decadenza di Schleicher), tre (l’evoluzione tipologica delle lingue attraverso 
i tipi isolante, agglutinante e flessivo) e più stadi, accanto ad altri paradigmi 
9

basati su assunti più prettamente morfo-grammaticali (come la cronologia di 
Curtius o i cinque periodi della formazione verbale di Friedrich Max 
Müller).  
Decisamente più subdoli e striscianti sono gli impliciti relativi 
all’operatività e alle funzioni di diversi  meccanismi simbolici, sui quali sono 
state elaborate, durante il corso dell’Ottocento, teorie orientate sia in senso 
universalistico che razzistico. Accanto ad alcuni valori fonosimbolici 
produttivi nella grammatica dell’indoeuropeo –Humboldt identifica nel 
pronome di terza persona elementi che esprimono ciò che è «vivente» e altri 
che marcano il «neutro», Pott ritiene che i suoni chiari veicolino il concetto 
della vicinanza, quelli scuri la lontananza–, si è variamente speculato sui 
significati associabili alla tipologia linguistica: la ricchezza formale delle 
lingue flessive è capace per Schlegel di veicolare pensieri complessi, al 
contrario la rigidità del trisillabismo semitico tende ad un sincretismo 
simbolico più consono al misticismo che alla descrizione scientifica. 
Qualche voce controcorrente (Westphal) si leva poi ad indicare nel 
vocalismo delle lingue semitiche addirittura un «procedimento semiologico 
di portata generale».  
E se il valore degli incrementi fonici che funzionano da «segnali» 
(Steigerung, raddoppiamento, variazioni accentuali) non ha di che 
scandalizzare gli studiosi, il portato semantico di alcuni fenomeni fonologici 
crea divisioni tanto insanabili quanto le posizioni ideologiche ad essi sottese. 
Così Grimm, riconoscendo nelle apofonie indoeuropee (Ablaut) un 
meccanismo sostanzialmente dinamico e in tutto simile a quello operativo 
nelle lingue semitiche, istituiva uno scabroso parallelo che la gran parte degli 
studiosi (tra cui Bopp) non erano disposti ad accettare; a riprova di come, 
anche nelle speculazioni che dovrebbero riguardare gli aspetti meno marcati 
dal punto di vista culturale, le lingue finiscano per vivere della luce riflessa 
di chi le analizza. Non è da escludere che il motivo dell’affermazione del 
paradigma boppiano possa essere cercato anche tra le pieghe di questa 
silenziosa polemica extralinguistica.  
Il modello meccanico dell’agglutinazione ha peraltro assunto 
connotazioni differenti ma, con le dovute rivisitazioni, continua ad essere 
operativo in indoeuropeistica anche ai giorni nostri. Da un lato ne è stata  
rivalutata la tipologia dei costituenti, dall’altro il rapporto che intercorre tra 
gli elementi agglutinati è stato oggetto di riflessioni specifiche. Per Haudry 
(1982), ad esempio, nella composizione, il valore originario dei costituenti 
può andare perso, mentre le forme già flesse possono diventate la base di 
10

nuove flessioni, chiamate in questo caso ipostasi. Un’altra rivisitazione, 
particolarmente acuta, della teoria boppiana delle radici originarie (verbale e 
pronominale) è rappresentata dal suo «sconfinamento sintattico» nella teoria 
di Lehmann (1958), che distingue due tipologie di relazioni (“modificativa” 
ed “exocentrica”) intercorrenti tra le radici verbali e quelle pronominali, a 
seconda della loro collocazione in sintagmi nominali o verbali.  
 
Fin qui l’Ottocento e i suoi sconfinamenti contemporanei attraverso la 
pratica fortemente ideologizzata della descrizione-discrizione. Quella che 
segue, in quanto etimologia-histoire des mots, ci insegna, attraverso le  
pagine di Genius-ingenium, che spesso di una parola è più facile intuire il 
senso, piuttosto che descrivere gli accidentati percorsi delle sue 
manifestazioni. 
 
 
Valeria Caruso 
 
 
 
 
 
 
 
11

 
 
 

 
 
 
 
Prime pubblicazioni 
 
 
 
M
ONDI ETIMOLOGICI

in  La semantica in prospettiva sincronica e 
diacronica (Atti del convegno SIG, Macerata 1992), a cura di M. 
Negri e D. Poli, Pisa: Giardini (1994), pp. 97-125. 
A
DES E LE ETIMOLOGIE PLATONICHE
, in Miscellanea di studi in onore di 
Walter Belardi, a cura di P. Cipriano, P. Di Giovine, M. Mancini, vol. 
II, Roma: Il Calamo (1994), pp. 1077-82. 
A
UTORITÀ E PRESTIGIO NEL DISCORSO ETIMOLOGICO
, in Studi in onore di 
Riccardo Ambrosini, a cura di R. Lazzeroni, G. Marotta, M. Napoli,  
«STUDI E SAGGI LINGUISTICI» voll. XLIII-XLIV (2007), pp. 
309-319. 
E
TIMOLOGIA COME FANTASIA
, in Etimologia. Pratiche e invenzioni,  
«Fabrica. Quaderni di retorica e di euristica letteraria» 1 (1983), 
Napoli: I.U.O. pp. 221-244. 
E
TIMOLOGIA COME DESCRIZIONE
, in Il paradosso descrittivo, «AION- 
Studi nederlandesi-studi nordici» vol. XXIII (1980), pp. 201-221. 
S
PECULAZIONI E MODELLI NELL

ETIMOLOGIA DELLA GRAMMATICA
, in 
«ΑΙΩΝ » 9 (1987), pp. 15-81.  
L
A CERVA E IL CERVO
:
 UNA QUESTIONE DI CORNA
,
 
in «ΑΙΩΝ » 5 (1983), 
pp.1-30. 
E
LEFAS
:
 STORIA DI UN

ETIMOLOGIA
, in «ΑΙΩΝ» 1 (1979), pp. 123-186. 
G
ENIUS
/I
NGENIUM
,
 
in Ingenium propria hominis natura, a cura di 
S.Gensini e A. Martone, Napoli: Liguori (2002), pp. 7-27. 
 
13

 
 
 

 
MONDI ETIMOLOGICI 
 
 
Questa riflessione è dedicata alle etimologie, a ogni possibile etimo-
logia, anche, e soprattutto, alle etimologie “false”, quelle che non 
dovrebbero esistere, per la contraddizion che nol consente, essendo 
“etimologia” uno dei nomi della verità. Il mio scopo è interrogarmi 
sul posto dell’etimologia nella linguistica. Ho infatti l’impressione 
che questo “posto” sia problematico (anche se il linguista è nella 
communis opinio soprattutto un etimologo), come è problematico 
conciliare le realtà della letteratura con le regole semantiche della 
logica formale.  
Far posto all’etimologia per una linguistica che– in ogni suo ambi-
to– si impone continue prove di verità (o di falsificazione) può, 
d’altra parte, rappresentare un momento di contraddizione importan-
te (ma oportet ut scandala eveniant) e, infine, un atto d’amore. 
C.V. 
 
Perfetto sofista, Ades è capace di incantare coi suoi discorsi perfino 
le Sirene; e le anime si legano a lui per il desiderio di sentirsi migliori, poi-
ché, come dice il suo nome, egli conosce tutto quanto c’è di bello
1

In questa argomentazione di Socrate l’etimo del nome è introdotto da 
¢pÒ, quasi a simboleggiare la ‘discendenza’ diretta del dio da una sapienza 
originaria. Altre volte è piuttosto di£ che dischiude la verità celata: come nel 
caso della straordinaria interpretazione di Persefone, il cui vero nome Ferš-
pafa svela la consonanza profonda della coppia infera, nel possesso di una 
sapienza comune anche se diversamente connotata (l’etimo di Ades, 
e„dšnai, rimanda alla ‘vista’, quello di Ferepafa/Persefone al ‘tatto’, ¢f»)
2

 
1
 


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