Le nobiltà et l’eccellenza delle donne: co’ diffetti, et mancamenti de gli huomini



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La bella, è pura luce che in voi splende

Quasi imagin di Dio nel sen mi desta.

Onde come buon Platonico domandò la bellezza imagine di Dio: ma piu chiaramente dimostra Claudio Tolomei, ch’ella sia una gran parte della bellezza di Dio con queste parole.

De la beltà, che Dio larga possiede

Si vivo raggio in voi donna riluce

Che chi degno di quel vi guarda, vede

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Il vero fonte deleterna luce.

E fa manifesto, come ben disse Dioniso Areopagita, che la somma bellezza si scuopre nelle creature, che ne sono degne, come le donne sono. Questo anchor conferma Francesco Maria Molza dicendo.

Donna nel cui splendor chiaro, e divino

Di piacere a se stesso Dio propose,

Alhor che gli Emisperi ambi dispose

E quanto hanno dornato, e pellegrino.

Fu ancho di questa openione Cielo Magno Segretario della Ser. Signora di Vinegia in un suo sonetto.

Non creò Dio bellezza, accioche spento

Sia’l fuoco in noi, che per lei desta amore

Et in una Canzone lodando le bellezze dell’amata donna, et in particolar de gli occhi dice.

Son gli altri vostri honori

Miracol di natura

Questo par che da Dio proprio discenda.

Cosi etiandio disse Remigio Fiorentino ne i suoi sonetti in questo modo.

Donna l’imagin son di quel sereno,

Di quel bel, di quel vago, e quel divino,

Che sol sinfonde in noi per sua bontade.

Questo dimostra ancor Bernardo Rota dicendo.

Se dellocchio del Ciel l’alma gran luce

Qual al rio, tale al buon giova, e risplende,

Donna gentil, sin voi sola riluce

Tutto il bel, che in se Dio vede, e possiede.

Et il Guarino nel suo Pastor fido dice.

O donna, ò don del Cielo,

Anzi pur di colui

Che’l tuo leggiadro velo

Fe d’ambo creator piu bel di lui.

In somma non è scrittor Platonico, ò Poeta, che non affermi, che da Dio dipendi la beltà, cosa che mostra il Patrar. nella canzone, che incomincia. Poi che per mio destino, con queste parole.

Poi che Dio, e natura, et amor volse

Locar compitamente ogni virtute

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In qui bei lumi, ond’io gioioso vivo.

E adunque primiera, et prinicpal cagione la bellezza divina della belià donnesca, dopo la quale ci concorrono le stelle, il Cielo la nature, Amore et gli Elementi, come ben disse il Petrarca parlando di madonna Laura.

Le stelle, il Cielo, e gli Elementi à prova

Tutte lor arti, et ogni estrema cura

Poser nel vivo lume, in cui natura

Si specchia, el sol chaltrove par non trova.

Oltre à ciò che’l Cielo questa bellezza produca, in mille luoghi lo dimostra: et similmente il Bembo dicendo.

Mostrommi entro à la spatio d’un bel volto,

E sotto un ragionar cortese umile

Per farmi ogn’altro caro essere à vile

Amor quanto può darne il Ciel raccolto.

Che le stelle di ciò sieno cagione, lasciò scritto il Petrarca in una sua Canzone.

Il dì che costei nacque eran le stelle,

Che producon fra noi felici effetti,

In luochi alti, et eletti.

L’una ver l’altra con amor converse.

Et il Tansillo in una sua canzone, che incomincia. Amor che alberghi, e vivi entro al mio petto, scopre il medesimo dicendo.

Ma quando mi conduce

La mente à penetrar l’alta virtude,

Che la bella alma chiude:

Parmi allor, che la bocca, e gl’occhi, e’l riso

E i membri in Paradiso

Fatti per man de gl’angeli, e di Dio

Sien la minor cagion dellardor mio.

Chi potria mai narrar l’alte infinite

Gratie del ciel, ch’à larga man vi denno

Alma real tutti i miglior pianeti?

Venere la beltà, Mercurio il senno,

E le parole, ch’à l’inferno udite

Quei chan pena maggior farien piu lieti.

Che la Natura ci concorra lo dimostra il Petrarca in questo sonetto.

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In qual parte del Cielo in qual Idea



Era l’essempio, onde Natura tolse

Quel bel viso leggiadro, in chella volse

Mostrar qua giù quanto la sù potea.

Et finalmente, che Amore sia origine, et principio della bellezza, lo manifesta l’istesso autore in questo sonetto.

Onde tolse Amor loro, e di qual vena

Per far due treccie bionde; e’n quali spine

Colse le rose, en qual piaggia le brine

Tenere, e fresche; e diè lor polso, e lena?

Onde le perle, in ch’ei frange, et affrena

Dolci parole honeste, et pellegrine?

Onde tante bellezze, e si divine

Di quella fronte più, che’l Ciel serena?

Da quali Angeli mosse, e da quali spera

Quel celeste cantar, che mi disface

Si che mavanza homai da disfar poco?

Di qual sol nacque l’alma luce, altera

Di quebelli occhi, ondio ho guerra, e pace,

Che mi cuocono il core in giaccio, en foco?

A cagionare adunque questo riccho thesoro, et pregio della bellezza si ricercano tutte le parti del mondo piu eccellenti, et nobili, come Dio, Stelle, Natura, Elementi, et Amore, che è un ministro, che piglia da i corpi misti, et da gli altri ogni sorte di perfettione, et eccelleaza. Onde il Tasso ne’suoi sonetti conclude, che nella bellezza vi sia tutto il ben del mondo con tai parole.

Bella Signora nel tuo vago volto

Si vede lo splendor del Paradiso,

Si che qualhora il mio pensier vaffiso

Parmi vedere il ben tutto raccolto.

Se le donne adunque sono piu belle de gli huomini, che per il piu sono rozzi, et mal composti si vedono, chi negherà giamai, che quelle non sieno piu singolari de’maschi? Niuno à giudicio mio. Onde si può dire, che la bellezza nella donna sia un meraviglioso spettacolo, et un miracolo riguardevole, che mai non sia à pieno honorato, et inchinato da gli huomini. Ma voglio che passiamo piu inanzi, et che mostriamo, che gli huomini sono obligati, et sforzati di amar le donne, et che le donne non sono tenute à riamarli,

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se non per semplice cortesia: et oltre à questo voglio, che dimostriamo, che la beltà delle donne sia cagione, che gli huomini, ch temperati sono, s’inalzino per mezzo di quella, e delle altre creature nella cognitione, et alla contemplatione della divina essenza. Da queste cose tutte saranno pur vinti, et superati gli ostinati Tiranni delle donne, iquali ogni giorno piu insolentemente calpestano le dignità loro; che la piacevolezza, et la leggiadria de’ delicati volti sforzi et costringa à lor dispetto ad amarle, è cosa chiarissima, et però questo à me sara leggierissima impresa; percioche se il bello è di sua natura amabile ò ver degno di essere amato, come racconta Marsilio Ficino nl convivio di Platone con tai parole. Pulchritudo est quidam splendor humanus ad se rapiens animam, et amabilis sua natura. Sarà necessitato l’huomo ad amar le cose belle: ma che più belle cose ornano il mondo delle donne? niuna in vero, niuna, come ben dicono tutti questo nostri contrarii, che affermano lampeggiar ne lor leggiadri volti in gratia, e lo splendor del paradiso, et da questa beltà sono sforzati ad amar quelle: ma non già elle sono tenute ad amar gli huomini: perche il men bello, ò il brutto, non è per sua natura degno di essere amato. Ma brutti sono tutti gli huomini à comparatione dico delle donne. Non sono adunque quelli degni di essere riamati da loro. Se non per la sua cortese, et benigna natura; alle quali talhora par discortesia à non amar qualche poco l’huomo amante. Cessino adunque le querele, i lamenti, i sospiri, et le esclamationi de gli huomini, che vogliono al dispetto del mondo essere riamati della donne, chiamandole crudeli, ingrate, et empie: cosa da mover le risa, delle quali cose si veggono pieni tutti i libri Poetici. Che la beltà delle donne guidi alla congitione di Dio, et alle superne intelligenze, et dimostri la via di andare al Cielo, lo manifesta il Petrarca dicendo, che nel moto de gli occhi di madonna Laura vedeva un lume, che lì mostrava la via del Cielo, et più soggiunge.



E per lungo costume

Dentro la dove sol con amor seggio

Quasi visibilmente il cor traluce,

Questa è la vista, chal ben far m’induce

E che mi scorge a glorioso fine:

Questa sola dal volgo mallontana.

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Et piu sotto.

Io penso se la suso



Onde il motore eterno delle stelle

Degnò mostrar del suo favoro in terra

Son laltre opre si belle,

Aprasi la prigione, ovio son chiuso.

Dalle quali parole si comprende che diceva il Petrarca tra se, in questo modo. Se questa unica bellezza, ch’io scopro ne sfavillanti, et gratiosi lumi di madonna Laura è tanto degna, et riguardevole, che deve poi essere quella, che è in Cielo? Onde ciò considerando, egli desiava la morte. Et in uno suo sonetto ringratia la fortuna, ò Dio, che lo ha fatto degno di veder Laura, per mezzo della quale egli s’inviava al sommo bene dicendo.

Da lei ci vien lamoroso pensiero,

Che mentre il segui al sommo ben t’invia,

Poco prezzando quel, chogn’huom desia.

Da lei vien l’animosa leggiadria,

Che’al Ciel si scorge per destro sentiero.

Et in un altro.

Lei ne ringratio, el suo alto consiglio,

Che col bel viso, e cosoavi sdegni

Fecemi ardendo pensar mia salute.

Et poco dopo dice.

Quel sol, che mi mostrava il camin destro

Di gite al Ciel con gloriosi passi.

Et Dante in una sua ballata dice, che guardando il viso a Madonna diverrà guisa d’angelo.

Poi che satiar non posso gli occhi miei

Di guardare a Madonna il suo bel viso

Mirerol tanto fiso,

Ch’io diverrò beato lei guardando

A guisa d’angel, che di sua natura

Stando su in altura

Divien beato sol vedendo Dio:

Cosi essendo humana creatura

Guardando la figura

Di questa donna, che tene il cor mio

Potria beato divenir qui io.

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Et il Caro parlando con Amore in una sua canzone dice.

Chi ne guida qua giù, chi nerge al Cielo?



Poi chambi i nostri poli

Atra nebbia cinvoli

Con queste scorte Amor di zelo, in zelo.

D’una in altra chiarezza

Ne conduce à mirar l’eterno sole;

Cosi mortal bellezza

Che da lui viene, à lui par che ci deste:

Cosi lume celeste

Che di la sù deriva, qui sì cole

Hor chi s’inalza, e chi d’alto ci scorge

Se’l nostro amato sol lume non porge.

Et in un sonetto suo si legge.

Ben veggio come spira, e come luce

Che con la rimembranza, e col desio

De suoi begli occhi, e del suo dolce riso

Il mio pensier tanto alto si conduce,

Che le sappressa, e scorge nel bel viso

La chiarezza de gli Angeli, e di Dio.

Et Bernardo Tasso fa una canzone intiera dimostrando, che la bellezza è una scala da gire al Cielo, et poi soggiunge.

O nobil Donna, ò mio lucente sole,

Scala da gir al Ciel falda, e sicura,

Sol de la vita mia dolce sostegno:

Per altro non vi diè l’alma natura

Rare virtù, bellezze uniche, e sole

Se non per arricchire il mondo indegno

E mostrarne un disegno

De la bellezza angelica, e divina.

Et il Molza ne suoi sonetti mostra il simile. Et il Guidiccioni in un suo bellissimo sonetto dice l’istesso. Ma io ve ne porcerò solamente tre rime.

E’l fa perche la mente oltre passando

D’una in altra sembianza à Dio s’unisca

Non gia per van desio comaltri crede.

Et qual è quello, cosi rozzo Poeta, che non facci apertissimo, che la beltà sia una via, et una strada, che vi guida à diritto camino à

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contemplar la divina Sapienza? (anchor che il Passi scrivendo alla cieca, ardisca di affermare, che la beltà sia cagione d’infiniti mali) se però sarà guardata, come bisogna, con dritto occhio lontano da pensieri lascivi, et vani, come lasciò scritto il Petrarca.



Da volar sopra il Ciel gli havea dat’ali

Per le cose mortali

Che son scala al Fattor, chi ben l’estima

Io non solamente la chiamarei scala: ma io credo, ch’ella sia l’aurea catena d’Homero, laqual può sempre alzar le menti à Dio, et ella per niuna cagione può essere tirata in terra; percioche la bellezza, non essendo cosa terrena, ma divina, et celeste, sempre alza à Dio, da cui deriva; onde sono a nostro proposito questi versi del Petrarca.

D’una in laltra bellezza

M’alzo mirando la cagion primiera.

Che cosi vuol dire. Io ascendo di bellezza, in bellezza, cioè di anello in anello, et mi fermo nella cagione primiera. Il primo anelo di questa nostra dorata catena, che scendendo dal Cielo, rapisce dolcemente le anime nostre, sarà la corporal bellezza, laquale mirata, et considerata con la mente per lo mezzo de gli occhi esteriori, gode, et in lei mediocremente si diletta. Ma poi vinta da somma dolcezza salisce al secondo anello, et mira, et vagheggia con gli occhi interni l’anima, che adorna di celesti eccellenze informa il bel corpo. Ma non si fermando in questa seconda bellezza, ò anello, avida, et desiderosa di più viva beltà, quasi amorosa fiamma salisce al terzo anello, facendo una comparatione tra le terrene bellezze, et celesti, et s’inalza al Cielo, et quivi contempla gli angelici spiriti et all’ultimo questa mente contemplante si affisa al gran Sole de gli Angeli, et del mondo; come à quello, che sostiene la catena; onde l’anima in lui godendo si fa felice, et beata. Per hora non voglio dire altro di questa catena; ma forsi col tempo farò più lungo discorso. Con queste ragioni io credo di havere chiaramente mostrato, che la beltà d’un leggiadro volto, accompagnato da gratiosi sembianti guida ogni huomo alla cognitione del suo

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fattore: ò che dono, ò che doti, ò che Maggioranze sono queste delle donne: pio che con la lor bellezza puo alzare le menti de gli huomini a Dio. Chi potrà mai a pieno lodarti ricchissimo thesoro del mondo tutto? Io confesso, che s’io havesse tante lingue, quante foglie vestono gli arbori nella ridente primavera, overo quanta arena è nella sterile, et infeconda Libia, io non potrei incominciar a dar principio alle tue lodi; percioche non solamente la beltà inalza a Dio le fredde menti; ma rende il più ostinato, et crudo cuore humile, et mansueto. Che piu? Ò meraviglia, il rozzo orna di piacevoli costumi, il sciocco rende prudente, et saggio, et in somma tutti i Poeti hanno poetato mossi dalla beltà donnesca: onde il Petrarca nella Canzone, che incomincia. Quell’antico mio dolce empio Signore, dimostra ch’ella fù cagione di ogni sua virtù dicendo.



Salito in qualche fama

Solo per me chel suo inteletto alzai

Ov’alzato per se non fora mai.

Percioche per lodar le divine bellezze di madonna Laura compose il suo poema tanto dal mondo stinato, che se ella non l’havesse con la sua bellezza spinto a tanto honore, sarebbe stato, come dice Amore nell’istesa Canzone.


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