Le nobiltà et l’eccellenza delle donne: co’ diffetti, et mancamenti de gli huomini



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Occupat obsesso sudor mihi frigidus artus:

Cerulee quae cadunt toto de corpore guttae,

Quaque pedem movi, manat locus: aeque capillis

Ros cadit: et citius, quam nunc tibi fata renarro

In latices mutor.

I quali versi tradotti in volgar lingua da Fabio Maretti tali sono.

P. 51

Un gelido sudore in ogni parte

Mie membra assediate intorno oppresse

E par, che'l corpo mio tutto si stille

E'n terra caggian le cerulee stille:

E dove mossi il piè'l sito ho bagnato

E rugiada cadea dal crine sciolto

E ratto piu ch'io non ti narro il fatto

In acque tutta mi disfaccio, e volto.

Oltre à queste mi soviene della Ninfa Siringa famosa fra l'Amadriadi, laquale per amore della tanto da lei amata honestà, et virginità sprezzò i Satiri, et quanti Dei, che habitavano nelle selve. Accade che Pan Dio un giorno la vide, et la desiderò haver per moglie: ella sprezzandolo fuggì, et pregò le caste sorelle, che la cangiassero in qualche nuova forma per fuggire il Dio, et mutossi in canne Palustri, come dice Ovidio nel lib. 1.

Panaque, cum prensam sibi iam Siringa putaret:

Corpore pro Nymphe calamos tenuisse, pallustres.

Daphne imitatrice di Diana sempre visse casta, et godeva delle caccie, et domandò al padre gratia di conservar perpetua virginità, come dice il medesimo.

Da mihi perpetua genitor carissime dixit,

Virginitate frui: dedit hoc pater ante Dianae.

Et Appollo essendosi inamorato di lei, la seguì, et fuggiva ella, laqual dopo molto correr giunse al fiume Peneo, et lo pregò a torle quella bellezza, et si trasformò in un Lauro, che sempre si mantiene verde, come dice l'istesso,

Vix prece finita torpor gravis occupat artus,

Mollia cinguntur tenui precordia libro

In frondem crines, in ramos brachia cresunt,

Pes modo tam velox pigris radicibus haeret

Ora cacumen habent, remanet nitorunus in illa.

P. 52

Ma che diremo noi delle donzelle Lacedemonie? Delle Spartane? Delle Milesie, et delle Thebane? Che apprezzarono piu il fregio della santa pudicitia, che i regni, et la propria vita che delle Tedesche? Le quali disformando le faccie con le brutture, et co' coltelli, et molte annegandosi conservarono le loro persone caste, et senza macchia. Ma dove rimane Hersilia, et le altre Sabine? Questa essendo stata con le altre compagne rubata da' Romani visse castissima, si come tutte le altre co lor mariti, fedelissime, come scrivono tutti gli scrittori delle Romane Historie; però il Petrarca le pone nel trionfo della castità dicendo.

Poi vidi Ersilia con le sue Sabine

Schiera, che del suo nome empie ogni libro.

Non voglio, che rimagna à dietro Claudia Vergine Vestale, della quale molti dubitavano, ch'ella non fosse, come era, casta; perche andava ornata; ma udite, come si scoprì la sua incorrotta castità. Essendo menata di Frigia à Roma la gran Madre Terra, come fù la nave nella foce del Tebro, ove era andata quasi tutta Roma ad incontrarla, si fermò ne fù possibile moverla di quel luogo, benche molti si sforzassero tirarla sù per il fiume: all'hora Claudia prostrata su la riva del fiume, e stendendo le mani giunte verso la Dea. Tu sai, disse, alma Dea, che io son tenuta poco pudica dalla mia Città Roma, so cosi è, ti prego, mostrane segno, che condannata da te, che sai l'intimo del cor mio, mi confesserò degna della morte; ma se altramente sono, tu che casta sei, et pura, dando à questo popolo fede de l'integrità mia, segui la mia pudica mano: et ciò detto diede di piglio ad una picciola fune, e tirò la nave à suo piacere, mostrando la Dea di seguirla volontieri, con gran meraviglia di chi la vide: segno certissimo della sua pudicitia. Ma non cede à questa quell'altra Vergine vestale, laquale, mentre nel tempio i giudici disputavano di lei, essendo stata accusata falsamente, se ne venne al tempio con un Crivello pieno di acqua del Tebro, senza caderne fuori pure una picciola goccia: tutto questo racconta Tito Livio, et cosi cavò dalle menti de' Giudici ogni sospetto. Et però dice il Petrarca nel trionfo della castità di lei queste parole.

P. 53

Fra l'altre la Vestal vergine pia

Che baldanzosamente corse al Tibro

Et per purgarsi d'ogni colpa ria.

Portò dal fiume al tempio acqua col cribro.

O quanto cara fù la verginità à Mica Eliense, che essendo venuta alle mani di Lucio soldato d'Aristone, non volle mai nè per minaccie fare il suo piacere; benche il Padre proprio la pregasse molto, che compiacer li dovesse: ella ferma nella sua casta volontà ingenocchiata à suoi piedi lo pregava à non le lasciar far quello oltraggio, ma il giovine sfernato la battè crudelmente nelle braccia paterne et poi le troncò il capo. Laura come dice il Petrarca era donna castissima, et oltre che in tutto: il suo libro la celebra per tale, la pone anchora nel Trionfo della castità dicendo.

Passo qui cose gloriose, e magne

Ch'io vidi, et dir non oso, à la mia donna

Vengo, et à l'altre sue minor compagne.

Ell'havea in dosso il dì candida gonna,

Lo scudo in man, che mal vide Medusa

D'un bel Diaspro era ivi una Colonna

A la qual d'una in mezo Lethe infusa

Catena di Diamanti, et di Topatio

Che al mondo fra le donne hoggi non s'usa

Legare il vidi, et farne quello stratio

Che bestò bene à mille altre vendette,

Et io per me ne fui contento, e satio.

Et la scrive vestita di bianco per mostrare la sua pura honestà. Era etiandio Fiodiligi casta, et fedele moglie di Brandimarte, la quale, dopò che le fu ucciso il marito Brandimarte, fece farsi una cella nel sepolcro di lui, et sempre visse pudicamente, come dice l'Ariosto nel canto. 43. in questo modo.

Evedendo le lagrime indefesse,

Et ostinati uscir sempre i sospiri:

Ne per far sempre dire offici, e messe

P. 54

Mai satisfar potendo à i suoi desiri;

Di non partirsi quindi in cor si messe

Fin che dal corpo l'anima non spiri,

E nel sepolcro se far una cella

E vi si chiuse, e fe sua vita in quella.

Et benche fosse pregata da Orlando, mai non fù possibile levarla di quel luogo. Ma dove rimane Rosmonda, creduta figliuola del Re de Gothi? La reina de quali la pregava d'ornarsi; accioche il Re Germondo si Svetia la pilgiasse per moglie, mostrandole quanta gran cosa sia l'esser reina di genti magnanime; et ella disprezzando le grandezze di questa vita, et solamente amando la castità, cosi le risponde, come dice il Tasso nel suo Torrismondo.

Madre io no'l vò negar, ne l'alta mente

Questo pensiero è gia risposto, e fiso

Di viver vita solitaria, e sciolta

In casta libertade, e'l caro pregio

Di mia verginità serbarmi integro

Piu stimo, che acquistar corone, e scettri.

Non voglio già che Enone Ninfa casta, et pudica resti fuori di questa honorata compagnia. Essendo ella stata tolta per moglie da Paride figliuolo di Priamo, et poi lasciata da lui, sempre visse pudica. Verginia figliuola di Aulo patricio, moglie di Lucio Volunnio Console, huomo Plebeo eresse un tempio alla pudicitia, ilqual tempio era fatto delle case, ove essa habitava, et invitando le matrone le confortava, che la medesima gara, che fra gli huomini è della virtù, fosse fra le matrone di castità, et pudicitia; et questa Verginia fù honesta quanto imaginar si possa, come dice Tito Livio.

Delle Donne forti, et intrepide.

Cap. III.

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E la fortezza una costanza di animo, che si oppone à tutte quelle cose, che sogliono apportare spavento di morte per un fin lodevole, et honesta, ò di virtù. Cosi la descrisse Speusippo dicendo. Est fortitudo animi constatia ad versus ea, quae terrere solent virtutis gratia. Questa diffinitione diede anchora Arist. nel lib. 3. dell' Ethica al cap. 6. non teme adunque il forte le cose più terribili, et horribili, che ritrovar si possano, come è la morte della quale niuna cosa al mondo è più spaventevole: ma però non la desidera. Mors enim maximè omnium terribilis est rerum. Come nel medesimo luogo si legge. Havendo però sempre per proprio fine l'honore. Onde disse Arist. Que Mors in pulcherrimis rebus contingit, cuinsmodi sunt, que in bello oppertuntur in maximo silicet et pulcherrimo periculo, his consentiunt etiam honores, qui et à ciuitatibus, et à regibus instituti sunt. Elegge adunque il forte di prosi al pericolo della morte, percioche la cosa ha fine honorevole, et non facendo questo in vergogna, et in biasimo li ritornerebbe. Onde soggiunge. Et ea de causa quia honestum est eligit, et sustinet; vel quia id non facere turpe est. Magis enim timet turpitudinem vir fortis, quam in ortem. Et però si può con ragione dire, che l'huomo forte non può essere misero, come dice Seneca.

Quemcun quae fortem videris miserum neges.

Hora veniamo à gli essempi di quelle donne, che disprezzando la propria vita, hanno operate cose grandi, et maravigliose con non poca invidia de gli huomini, et con non poca vergogna loro, et come dice Aristotile hanno eletto di mettersi ad ogni pericolo, percioche il fine era honesto, et buono. Saranno le prime fra le altre honorate donne quelle di Curzola, essempio recente, et nuovo, le

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quali disprezzando la propria vita si opposero alla formidabile armata di Selim Imperatore de Turchi, che voleva prendere Curzola. Queste essendosi vestite tutte di ferro con gli elmi in testa, con picche dando fuoco alle arteglierie, et invitando quelle, che venute non erano al combattere con suon di Tamburi, et di trombe, fecero so, che Vluzali Capitan de Turchi, lasciò con poco suo honore la tentata impresa. Che dite di queste fortissime, et intrepide Donne? Che ad onta del Capitano, de soldati, et de gli huomini, iquali erano fuggiti, salvarono la patria. A queste gloriose donne non cede Matria Bronchia, che armatasi con le armi del marito, il quale pien di paura se ne era fuggito, combattendo alle mura di Pisa, et passando tra nemici tanto potè, che liberò la patria. Onde il popolo liberato le fece una statua in segno di honore. Porremo anchora fra questa intrepida Schiera di ben nate donne la madre d'Ircano, la quale essendo stata pigliata da' nimici, et tormentata alla presenza del figliuolo di Tolomeo; accioche Ircano levasse l'assedio, essa benche fosse vecchia, sopportava i tormenti, et con voce altissima pregava il figliuolo à combattere, et non lasciar l'impresa, segno veramente di animo forte. Non lasciaremo sotto silentio la madre di Cleomene Re degli Spartani, la quale essendo data à Tolomeo in ostaggio, per segnale di volere mantenar la fede con esso lui, cioè di non far pace co nimici senza il suo consentimento, et perche havea inteso la Madre di Cleomene, che i nemici li offerivano la pace con honorate conventioni, gli scrisse, che à patto veruno non volesse lasciar d'accettare quella pace, per salvare il corpo di una vecchia; essendo quella honesta, et utile alla patria sua. Non si può adunque dire, che costei non fosse di invincibile, et forte animo, che per la salute della sua patria sprezzava la propria vita. Grandi, et meravigliose furono le opere delle Donne Argive sotto la scorta di Telessilide, contra Cleomene Re di Sparta. Havendo costui fatto morire (Notate) una gran quantità d'Argivi, andò con l'essercito sopra Argo per pigliar la Città, ma le Donne havendo deliberato di difenderla, fatta lor capo Felessilide, si presentarono con le armi sopra le mura, della quale cosa molto si maravigliò il nimico, il quale havendo dato più volte l'assalto in vano con gran perdita de' suoi, fù in ultimo costretto à ritornare in dietro. Le stesse Donne cacciarono fuori Demarato Re il quale

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havea occupata una parte di Argo, chiamata Pamphilia, et cosi fù per valor delle donne conservata la Città d'Argo nella sua libertà. Bastino queste, le quali mettendo à rischio la propria vita, salvarono la patria; percioche lungamente ne tratterò nel capo dell'amor delle Donne verso la patria, et veniamo hormai à gli essempi di quelle prode Donne, le quali per fuggir la servitù de' nimici si sono volontariamente uccise; percioche se cosi non havessero fatto, sarebbe stato loro grave infamia, come dice Aristotile. Quai id non facere turpe est; magis enim timet turpitudinem vir fortis quàm mortem. La prima sarà Monima Milesia, moglie di Mitridate, la quale havendo intesa la perdita, dell' Essercito, et la fuga di Mitridate suo marito, elesse di uccidersi, et levandosi la corona della fronte se la cinse al collo, et s'impiccò: ma quel capestro non potendo, per la sua debolezza, sostenere la gravezza del corpo, si ruppe, et ella disse. Ò maledetto Diadema in cosi tristo uffitio non mi hai anco servita, et sputovvi sopra disprezzandolo, et subito chiamò Bacchide ennucho, et si fece amazzare come dice Plutarco et ciò pone il Passi nel suo libro, per atto di disperatione, la qual cosa non dice Plutarco, sapendosi che. Magis timet turpitudinem vir fortis, quàm mortem. Et questa era la servitù, et la potenza reale che le soprastava. Rossana, et Statira sorelle del predetto Mitridate pigliarono il veleno, et lodarono sommamente il fratello, che loro havea fatto sapere il pericolo, et cosi morirono per fuggir la servitù del nimico. Non merita silentio Zenobia Reina d'Armenia, laquale fuggendo col marito gli Armeni, et non potendo sofferire il travaglio del correre: perche era gravida, pregò caldamente il marito Radamasio, che l'ammazarsse per non restar cattiva, ilquale dopò molte lagrime le diede col ferro nella gola, et gittola nel fiume Arasse. Et Cleopatra, figliuola di Tolomeo Pitone Re dell'Egitto, molto più temette la vergogna, che non amò la vita; perche essendo certa di essere menata in trionfo da Cesare Augusto, et essendole tolta ogni opportunità di potersi uccidere, fece portarsi de' fichi con molte foglie, fra le quali era un Aspide, tolto i fichi, porse lietamente, per fuggir l'imperio altrui, il suo candidissimo petto à morsi velenosi del freddo Aspide, et cosi in poche hore la vita, finì, et privò di una grandissima allegrezza Cesare Au-

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-gusto, che credeva di condurla seco à Roma in trionfo. Chiarissimo essempio di fortezza fù la moglie di Stratone prencipe di Sidonia, il quale essendo assediato, et vicino ad essere pigliato da nimici, essa non potendo soffrir tanta vergogna, et indegnità l'amazzò, et con l'istesso ferro passò à se stessa il petto, albergo di eterno valore. Mi soviene etiandio della nobilissima Donna nominata Dugna, la quale per fuggir la servitù, et non venire alle mani de soldati di Attila Re de gl'Unni, si annegò. Ma considerate, di gratia, la generosa fortezza delle donne Phocesi, le quali si contentavano di morire arse nel fuoco, se Diaphano perdeva l'essercito; et havevano apparecchiate le legna per non cadere nelle mani del nimico. Ne vo lasciare l'essempio illustre della moglie di Phanto. Tolomeo dopo che hebbe fatto scorticare il corpo morto di Cleomene suo nimico, volle che Cretesiclea madre di Cleomene, et i figliuoli s'uccidessero, et insieme la moglie di Phanto, la quale era Donna bellissima, et di animo forte, et valoroso. Costei havea seguitato il marito nell'esilio et costantemente sostenendo la fortuna nimica, et le fatiche, mentre gli altri venivano menati alla morte, ella confortava con dolci, et amorevoli parole la madre di Cleomene, la qual lietamente v'andava per fuggir la servitù; ma come furono giunti al luogo, ove sogliono far morire i malfattori, prima uccisero dinanzi à gli occhi delle ardite Donne i miseri bambini, figliuoli di Cleomene, dopò i fanciulli, Cretesiclea fecero morire, et mentre moriva, la moglie di Phanto le acconciava i panni intorno, sempre confortandola; rimase sola la moglie di Phanto, et essendo di petto forte, et intrepido senza trar sospiro, ò lagrima si accomodava, come voleva morire, ne comportò la castissima donna, che alcuno se le accostasse, fuor che colui, che la dovea uccidere, et fece una morte degna di una tanta donna, non senza stupore, et meraviglia del crudel Tiranno. Non merita silentio la moglie di Asdrubale, che havendo inteso la grave perdita del marito, et per timor di servitù si gettò in un ardentissimo fuoco con tre fanciullini. Ma che dirò io di Sophonisba? Figliuola di Asdrubale, et moglie di Siface, la quale havendo udito, che il marito era prigione et il campo rotto, determinò piu tosto volere morire libera, che vivere in servitù, come il Trissino nella sua tragedia fa dire. In questo modo.

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Sarà, ch'io lasci la regale stanza,

E lo nativo mio dolce terreno:

E ch'io trapassi il mare,

E mi convegna stare

In servitù sotto il superbo freno,

Di gente aspra, e proterva,

Nemica natural del mio paese.

Non sien di me, non sien tai cose intese;

Piu tosto vo morir, che viver serva.

Notate queste bellissime parole, che ella dice poco piu sotto, degne senza dubbio di un animo generoso, et forte.



La vita nostra è come un bel thesoro,

Che spender non si deve in cosa vile

Ne risparmiar ne l'honorate imprese,

Perche una bella, et gloriosa morte

Illustra tutta la passata vita,

E come la valente donna hebbe veduto Masinissa, Re de Massuli li andò incontra, et la gratia, che à lui domandò, fù, che non la lasciasse andare in servitù de' Romani dicendo.

E se ciascuna via pur vi sia chiusa

Da tormi da l'arbitrio di costoro,

Toglietemi dal cor con darmi morte.

Questa per gratia estrema vi domando.

Et quando Masinissa le mandò il veleno, non havendola potuto difendere, l'accettò volentieri, et lo prese senza pianto, ò sospiro, et senza mutarsi di colore, come lo stesso Autore fa dire ad una serva.

Ove senza tardar prese il veneno,

E tutto lo bevè sicuramente

Infino al fondo del lucente vaso,

Ma quel che piu mi par meraviglioso,

E, ch'ella fece tutte queste cose

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Senza gittarne lagrima, ò sospiro;

E senza pur mutarsi dicolore.

Donna certamente degna di ogni lode, et finalmente se ne morì in vita, et gloriosa. Ma che dirò di Sofronia? La quale, mentre il soldano Aladino voleva abbruciare, et uccidere i miseri Christiani, pensò di volere con la sua morte difendere l'altrui vita, come dice il Tasso nel lib. 2. stan. 13.

A lei, ch'è generosa, quanto è honesta,

Venne in pensier come salvar costoro.

Move fortezza il gran pensier; l'arresta

Poi la vergogna, e'l virginal decoro;

Vince fortezza; anzi s'accorda, e face

S'è vergognosa, e la vergogua audace.

Et il Tasso qual meravigliandosi di tanta fortezza dice mentre s'era appresentata al Tiranno Aladine, et havea scoperta se medesima involatrice della imagine.



Cosi al publico fato il capo altero

Offerse, e'l volse in se stessa raccorre:

Magnanima menzogna, hor quand'è il vero

Si bello, che si possa à te preporre?

E quando ella vide il misero Olindo venire ad offerirsi alle medesime pene per slegar lei.

Non son'io adunque senza te possente

A sostener ciò, che d'un huom può l'ira?

Ho pettn anch'io, ch'ad una morte crede

Di bastrar solo, e compagnia non chiede.

E Clorinda sopragiungendo, e vedendo costoro si fa loro vicino et gli mira: ma vede Olindo gemere, et tacere Sofronia.

Cedon le turbe, e i duo legati insieme

Ella si ferma à riguardar da presso;

P. 61


Mira, che l'una tace, e l'altro geme;

E piu vigor mostra il men forte sesso.

Ma se mostrava piu vigor, non era men forte ma si piu forte, come apertamente, si puo conoscere per tanti essempi scritti da gli Historici, et da Poeti. Non vo che resti à dietro Polissena figliuola del Re Priamo fortissima nelle miserie, et nella morte, la quale essendo ancora fanciulla fù condotta alla tomba di Achille, et ricordandosi della sua reale stirpe volentieri si lasciò uccidere più tosto, che gir serva de gli Argivi: la cui morte, et il cui modo di morire descrive Ovidio nel lib. 3. Dicendo.


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