Le nobiltà et l’eccellenza delle donne: co’ diffetti, et mancamenti de gli huomini



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Fortis, et infelix, et plus quam foemina virgo

Ducitur tumulum: diroq; fit ostia busto.

Qua memor ipsa sui, postquam crudelibus aris

Admota est: senstique; sibi fera sacra parari,

Utque Neoptolemum stantem, ferrumq; tenentem

Utque suo vidit figentem lumina vultu,

Utere iandudum generoso sanguine, dixit.

Nulla mora est: aut tu iugulo vel pectore telum

Conde meo; iugulumque; simul pectusque; retexit,

Scilicet haud ulli servire Polyxena vellem

Haud per tale sacrum numen placabitis vllum.

Mors tantum vellem matrem mea fallere posset;

Mater obset; minuitque; necis mihi gaudia: quamuis

Non mea mors illi, verum sua vita gemenda est,

Vos modo, ne stigios adeam non libera manes,

Este procul; si iusta peto; tactuque; viriles

Virgineo removete manus, acceptior illi,

Quisqui is est, quem cede mea placare paratis,

Liber erit sanguis, si quos tamen ultima nostri

Verba movent oris, Priami vos filia regis

Nunc captina rogat, genetrici corpus inemptum

Reddite, ne ve auro redimat ius triste sepulchri,

Sed lachrimis, tunc cum poterat redimebat, et auro.

Dixerat; at populos lachrimas, quas illa tenebat,

Non tenet, ipse etiam flens, invictusque; facerdos

Prebita coniecto rupit precordia ferro.

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Illa super terram defecto popolite labens,

Pertulit intrepidos ad fata nouis sima vultus;

Tunc quoue cura fuit partes velare tegendas:

Cum caderet; castique decus servare pudoris

Che vi pare di questa fortissima donzella degna veramente d'eterna lode? Et di tante altre ch'io tralascio, la medesima intrepidità, et fortezza di Polissena descrive Euripide nella sua Tragedia detta Ecuba, della quale per brevita solo di due versi ci contenteremo, per far vie piu noto il forte suo animo, i quali ella stessa dice à colui, che la doveva ferire.

En iuvenis, hoc si pectus ense mavoles

Promptum ferire, ferito: sin cervicem, adest

Exprompta ceruix.

Ma pure io sono sforzata di scrivere questo altro narrato da Plutarco delle Donne de' Cimbri, le quali havendo intesa la perdita, et la fuga degli huomini loro si vestirono di bruno, et salirono sopra carrri, et si accamparono poco da lungi dal campo, et secondo che i Cimbri fuggivano da Romani, esse gli amazzavano, et alcune di loro strangolarono i mariti, i padri, et i fratelli; altre i bambini con le proprie mani, et gli gittavano sotto à piedi delle bestie, et sotto le rote delle carrette, et poi il ferro rivolgevano in se stesse, et si uccidevano per fuggir la servitù de'Romani: e dicesi, che una donna essendosi attaccata alla cima di un timone, si legò con un capestro i figliuoli a'suoi taloni, et cosi finì la vita. Havendo Filippo Re di Macedonia fatti morire molti huomini nobili: volle dopo per sicurtà sua imprigionare i figliuoli di coloro, che havea ingiustamente fatti morire, et havendo Poco inanzi fatto uccidere un chiamato Herodiano capo de Tessali, et ancho due suoi generi. Onde le figliuole restarono senza Padre, et vedove, fra queste una si chiamava Teossena, l'altra Arco. Teossena fu richiesta da molti per moglie; ma sempre ricusò. Arco si maritò, et generò molti figliuoli, et poi morì. Teossena dopo pigliò à marito Poride, già di Arco sua sorella, il quale era Padre de figliuoli: perche era tanto l'amore, che à lor portava, che voleva, che s'allevassero per le sue mani, et come s'ella medesima gli havesse partoriti, li nutricava, et ammaestra-

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-va con somma diligenza, ancora ella ne havea generato uno, et era di poca età, quando uscì il bando di Filippo di volere incarcerare tutti i figliuoli, che erano parenti di coloro, che erano stati per suo commandamento amazzati. Teossena, che donna di grande animo era, come intese questo per l'amore, che à lor portava, non voleva à niun modo, ch'andassero sotto la servitù di Filippo: onde diterminò d'ucciderli. Ma Poride havendo in abbominatione si fatta crudeltà, disse di volergli condurre salvi in Atene ad alcuni suoi amici, et la notte, mentre che il silentio delle notturne ombre acchetava i travagliati cuori, montarono sopra una nave co figliuoli Teossena, et Poride. Ma perche la fortuna seguita quasi sempre gli huomini, in tutta notte per grandissima fatica, che si facesse non potè la nave andare innanzi, havendo il vento contrario, et il Sole lasciando il materno seno, portava la luce a'mortali, quando la guardia del porto del Re si accorse, che fuggivano, et però mandarono molti armati dietro alla nave con comandamento, che tornar non dovessero senza quella. Proide attendeva à sollecitare i marinai, et pregava gli Iddii, che loro porgessero aiuto: in quel mezzo tempo la magnanima donna, conoscendo, che fuggire non si poteva, misedavanti à gli occhi de'fanciulli un vaso pieno di veleno, et un pugnale ignudo, et disse loro; Figliuoli miei carissimi, queste sono le vie della vostra liberta, et queste due cose sono le vie della morte; eleggete qual più vi piace per fuggir la servitù, et la superbia, Reale. Horsù, disse ella, voi che siete giovani, pigliate il ferro, et voi che pargoletti siete, pigliate il veleno, se à voi piace morte più lenta. I nemici erano vicini, et ella alcuni col veleno, alcuni altri col ferro havea affrettati al morire, et poi mezzi vivi gli gettò in mare; et ella abbracciando il marito, ne gli affanni suoi fedel compagno si gettò loro dietro e cosi fuggì la servitù questa donna, degna veramente d'eterna memoria, come racconta Tito Livio. Non merita di starsi sotto silenzo l'ardito, e illustre atto d'una greca matrona. Onde dico che, dopo che i Turchi, per forza hebbero pigliata Nicosia, tra le citta dell'Isola di Capri molto famosa, et ricca, furono da nimici sopra tre navi caricate le piu nobile spoglie, et le più pretiose cose di quella infelice città, et tra que vaselli v'era un galeone, sopra il quale haveano messe, come schiave, le donne di maggior conto, per mandarle sicuramente al gran Signore in Costantinopoli. La onde questa valente Cipriotta la servitù de'Barba-



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-ri sdegnando, alla munitione attaccò il fuoco, per lo quale in brieve spatio di tempo tutte le donne, e tutti gli huomini abbruciarono, d'alcuni pochi in fuori, li quali nuotando si salvareno. Niun d'animo non appasionato neghera (che mi creda) che questo fatto non sia d'eterna loda degno, et che mentre il Cielo girera, il nobil grido del suo forte petto non si faccia per tutto udire, come nimico di servitù tirannesca. Onde per questa opera ragionevolmente deono à lei, nell'altra vita, essere obligate tutte quelle altre gentildonne, che abborrivano cosi crudele, et barbara servitù, essendosi servate Christiane, et caste.

Delle Donne prudenti, et nel consigliare esperte.

Cap. IIII.

Fra tutte le virtù dell'anima, par che resplendì piu nobile appresso ogn'uno la prudenza, essendo quella, per mezzo della quale l'huomo determina, et consiglia quel, ch'egli può operare intorno, per lo più, à cose malagevoli, e di momento, eleggendo il meglio: et però disse Aristotile nel lib. 6 dell'Ethica al cap. 6. Prudentis est bene consulere, et in angendo versatur. Et nel 7. à cap. 3. che egli habbia per fine di ritrovare il bene, lo dimostra, dicendo. Prudentis non est sponte agere, quae sunt prava. Et nel lib. 6. c. 9. Quaerunt sibi quod bonum, idque agendun esse existimant. Et veramente nel diterminare, se si habbia ad operare, ò non operare intorno à qualche difficile avvenimento, od accidente, si scuopre la sottigliezza, et la vivacità dello'ngegno: che non sempre consiste la prudenza nell'operare; ma altresi in non voler operare; considerando il prudente se li apporta più utile, od honore il non operare, che l'operare. Il che meglio conosceremo con gli essempi. Prudentissima fù Artemisia reina della Caria, che con molte navi era andata in aiuto di Xerse, et lo consigliava, con vivacissime ragioni, à non combattere con disperati, ma tirare la cosa in lungo, mancando il vivere à nemici, ricordandoli sempre, che questo non diceva per paura, ma per utile, et honore di Xerse; havendo combattuto altre volte

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nelle guerre navali, non volle Xerse pigliare l'aveduto consiglio della Reina, et attaccò la battaglia, et fù perdente, come racconta Trogo. Ma che diremo noi della prudenza di Giovanna fanciulla Loteringia? Che nella guerra operò con tanta prudenza, che recuperò molti luoghi al Re Carlo, et à persuasione della medesima passo in Remi à torvi la corona del Regno, come dice il Tarcagnota. Semiramis fù savia, et prudente, però Nino conoscendo la sua virtù mai non facea cosa senza il suo consiglio. Et Ciro con Asaspia faceva il simile conoscendola tale in mille opere sue, et mentre si servì de'suoi consigli, tutte le cose li succedetero bene, et felicemente. Giulio Cesare racconta, che i Galli non facevano diterminatione alcuna senza l'intervenimento delle donne, et hoggi di anchora cio fanno, conoscendo la molta avedutezza delle donne loro. Augusto si consigliava con la moglie, de i savi, et maturi consigli della quale si servì nelle cose importantissime del regno, et anco lasciò una sua certa severità rusticale, et si rese tutto mansueto, et clemente. Porcia non fù ella prudentissima? Non fù prudente, savia, et eloquente Cornelia madre de' Gracchi? Giustiniano Imperatore sempre si consigliava intorno alle cose di momento del suo Impero con la fida consorte, per li savi consigli della quale sempre hebbero le cose felicissimo successo. Onde Aurelio Vittore dice nella vita di Giuliano Imperatore. Feminarum precepta inuant maritos. Et però essendo i Tedeschi ammoniti da questa sentenza mai non prendeano l'armi, come dice Cornelio Tacito, se non col consiglio delle lor donne; sapendo di quanta virtù elle fossero dotate, et da questo si può conoscere, che la donna sia l'honore, et la gloria del sesso maschile. Ma dove resta Pompeana Plotina? Che augmentò con la sua prudenza la gloria di Traiano. Come dice Paolo diacono nel lib. 13. I Lacedemoni sapienti prendevano i consigli dalle lor mogli, et non operavano cosa alcuna, se à loro non la communicavano. Et gli Anteniesi conoscendo la prudenza delle donne volevano, che in tutte le faccende, et partiti, che si pigliavano in Senato, elle dessero i loro suffragi, come ottimi Senatori. Onde Arist. nel lib. della Politica 2. cap. 7. parlando di loro disse. Multa in Lacaedemoniorum principatu à mulieribus administrabantur. Socrate, benche fosse gran Filosofo confessa havere imparato molte cose da Diotima, donna di sapienza, et prudenza. Plutarco scrittore illustre fa mentio-

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-ne nel libro delle Donne Nobili che gli antichi Francesi, poscia, che con Annibale si furono accordati, et pacificati, fecero un decreto, che conteneva, che se alcuno Cartaginese riceveva qualche ingiuria, ò ingiustitia da uno di loro, le donne Galliche dovessero giudicare simiglianti cause. Placida operò cosi bene col suo sano consiglio, che fece, che Ataulso Re de' Goti non rovinò, come destinato haveva con Barbarico furore, et superbe minaccie, la gran Città di Roma, anzi la restaurò. Et questo avenne per la sua prudenza. Prudentissima fù ancora Caterina Madre del Re di Francia nel consigliare. Loda l'Ariosto Ginerva Malatesta di gran prudenza, et di lei dicfe nel can. 46.

S'à quella etade ella in Arminio era



Quando superbo de la Gallia doma

Cesar fù in dubbio, s'oltre à la riviera

Dovea passando inimicarsi Roma

Crederò, che spiegata ogni bandiera

Escarca da Trofei la ricca soma,

Tolto hauria leggi, e patti à voglia d'essa,

Ne forse mai la libertade oppressa.

Mostrò etiandio grandissima prudenza Madama la Reggente nella Città di Bruselles, che acchettò gli animi di coloro, che si sollevarono, havendo fatto un grosso numero di soldati; à quali nondimeno con una regal clemenza perdonò. Non tralasciero di dire la somma prudenza di Periaconconaù, alla quale essendo morto il fratello Ismaele, tenne la sua morte ascosa, e fatta venire à palazzo sette de' principali del reame con animo, et prudenza inestimabile gli essortò à deporre gli odii, che erano fra loro per conservatione dell'imperio Persiano, ilquale se mai havea havuto bisogno; perche morto era Ismaele, et Cudabende, alquale di ragione perveniva il reame, era lontano. Onde portava pericolo, che divolgatasi la morte del Rè, et essi durando nelle loro nimicitie, il Regno andasse in ruina. Onde essi Sultani sarebbono sforzati per le loro discordie à vivere sudditi de' loro nimici Turchi, et Tartari. Onde per la prudenza di questa gran donna si scordarono delle nimicitie loro, et insieme con lei acchetarono le discordie del regno, come scrive Mam-

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-brin Roseo. Ma dove rimane Semiramis, laquale essendo mandata à chiamare da suo marito Menone, non si tosto giunse nel campo, essendo ella prudentissima, che mostrò, come si potesse pigliare la rocca de' nemici, et cosi per lo suo consiglio la prese. Onde Nino Re de gli Assiri molto si meravilgiò del suo ingegno, come dice il Tarcagnota. Tanaquil con la sua prudenza fù cagione, che Servio Tullo fù accettato Rè dopo la morte di Tarquinio. Ma si scuopre la prudenza tutto il giorno non dirò di alcuna Reina, ò Signora, ma d'ogni vil donniciuola nel reggimento delle case, et delle famiglie loro, conservando la robba, et le facultà da maschi acquistate, et distribuendola seconda i bisogni, et i tempi con sommo antivedere: et infelici gli huomini, et in particolar quelli della Francia, et dell'Alamagna, se le donne lor non governassero le facultà; percioche in brevissimo tempo diverrebbono poveri, et mendichi; Ma si lasciano governare percioche conoscono la lor prudenza; i Francesi non maneggiano si può dire uno danaio, se non lo addimandano alla moglie. Tralascio di raccontare, che ne'medesima paesi le donne attendono à traffichi con tanta diligenza, che non cedono al primo mercante di tutta Italia, segno di grandissimo ingegno.



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Delle donne giuste, et leali. Cap. V.

Chiamò Speusippo la giustitia un’habito, ò virtù1 dell’anima, che distribuisce, et da à ciascuno quel, che è necessario secondo la dignità, et il merito di colui, à chi è dato, et la manifesta dicendo. iustitia est habitus unicuique pro dignitate distribuens, et cosi anco la descriss. Aristotile, et Cicerone, et senza dubbio, se il giusto opera cose giuste, come si legge nel 2. dell’Ethica, al capitolo quarto, è cosa necessaria, che egli dia à ciascuno il suo, sia hauere, od honore, od altro. Et però la giustitia tiene il principato fra tutte le altre virtù morali; essendo ella più utile della temperanza, et della fortezza, come si legge nel terzo dell’Ethica al capitolo terzo: onde considerando la sua eccellenzza Aristotile disse. Iustitia est magis mirabilis Hespero, et Lucifero. Giusta era Isabella di Aragona. et giusta come dice Virgilio fù Didone, come si legge nel libro primo dell’Eneida.

Iura dabat, legesque viris, operumque laborem

Partibus aequabat iustis.

Et questi versi latini traslatati in volgar da Annibal Caro, cosi suonano.

E mentre con dolcezza editti, et leggi

Porge à le genti; e con egual compenso

L’opre distribuisce, e le fatiche;

Giustissima fù Talantia donna Spartana; perche essendo venuti à Sparta alcuni fuorusciti Chii à lamentarsi à gli Epbori di Pedareto lor gouernatore, come hebbe questo inteso Talantia, che Madre del gouernatore era, fece venire à se quelli Chii, et diligentemente udita la querela loro, et conoscendo che à torto non si lamentauano, scrisse una lettera al figliuolo di questo tenore. Di due cose risolueti di farne una, ò di gouernare Chio con giustitia, ò di restare costi perpetuamente, ne mai ritornare à casa; et se pur vuoi ritornare à Sparta,

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sappi certo che poco viuerai. Da questo si può conoscere, quanto le donne sieno amatrici della giustitia, et dell’honesto, già che sprezzano i figliuoli, che amana tanto; accioche il giusto non resti offeso. Ma perfetissimamente si conosce la giustitia del sesso Donnesco nel reggimento di casa; distribuendo à ciascuno con equalità proportionata il conueneuol vitto, et vestito: non comportando che alcuno si lamenti, et dolga della partialità.



Delle donne Magnifiche, et cortesi.

Cap. VI.


La magnificenza è virtù dell’anima, che versa2 intorno à se cose, et attioni, che ricercano grandissima spesa per fine di honore, et à punto cosi la descriue Aristotile nel quarto dell’Ethica. Ne si domanda magnifico colui, che in cose picciole, ò mediocri, secondo la sua dignità, spende, ma più tosto liberale, et ideo magnificentia insumptuosas actiones diffunditur. Deono però spendere i magnifici in cose publiche, come Palagi, Tempi, Sacrifitii, aiuti comuni, giuochi, et simili cose. Si conuengono queste spese specialmente à coloro, che hanno operato alcuna cosa di notabile, ouero che da suoi maggiori almen sia stata fatta. et similmente à notabili, et illustri: deuesi sempre hauer riguardo nelle spese alla grandezza della persona, che spende, et alla cosa intorno a cui si spende; perche chi molto spende intorno à cosa di poco momento, non magnifico, ma sciocco si chiamerebbe. Grande, et marauigliosa veramente fù la magnificenza di Semiramis Reina de gli Assiri, che dopo la morte del marito edificò la gran Città di Babilonia appresso l’Eufrate, di figura quadrata, che giraua più di trentasette miglia. le sue mura erano larghe cinquanta cubiti, et alte più di duecento, come Erodotto racconta. Fù la muraglia di questa Città di mattoni, et hauea ducento è cinquanta torri. ne mattoni crudi erano impresse varie imagini di fiere, et ciascuna era del suo colore, in modo che il circuito faceua una bellissima vista di una cacciagione à riguardanti, et in luogo di calcina, fece adoperar bitume, che molto

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in quelle parti ve ne hauea. Fù fatta con incredibile prestezza lauorandoui più di trecento mila huomini, et in men di un’anno fù finita. Nel mezzo della città edificò Semiramis uno altissimo, et magnifico Tempio, nella cui sommità andauano gli Astrologhi Caldei à notare il nascimento, e’l tramontar delle stelle. Quiui anco dirizzò un Obelisco di cento è cinquanta piedi, che fece ne’ monti d’Armenia tagliare. Molte altre nobili città oltre à quella edificò trà il Tigre, et l’Eufrate: fece un bellissimo, et bene ornato giordano nella media, et poco lungi di là fece intagliare la sua imagine in un monte lungo due miglia con cento donzelle intorno, che con lieto, et amoreuole sembiante la presentauano. Costei spianò i monti altissimi verso la Persia; et altroue fece uguali le disuguali valli, facendoui fare di passo, in passo argini, che furono poi detti gli argini di Semiramis. Nella Citta di Echbatana fece fare un Superbo palazzo con uno acquedoto, che per fabricarlo bisognò tagliare la cima del Monte Oronte: Ma basti di questo à mostrare quanto fosse questa Illustrissima Reina magnifica, et splendidissima, come dal Tarcagnota, et d’altri scrittori c’è stato lasciato scritto. Magnifica anchora fù la Reina Nitocre, laquale cinque4 anni dopo Semiramis resse gli Assiri, et fece un lago, oue l’acque de l’Eufrate si mandauano, laquale cosa era, fra le altre molte, et illustri da lei. operate bellissima. Magnifica fù Artemisia, che dopo che le fù morto il caro marito Mausoleo, li fece un sepolcro, ilquale fù una delle sette merauiglie del mondo. Costei nel farlo adunò insieme quatrocento famosi et eccellenti scultori, et lo fece fare di marmo finissimo. Dal lato di tramontana et di mezzo giorno, era più lungo, che non era da gli altri due. Il giro di questa grand’opra conteneua quattrocento, et undici passi. Era alto venticinque gombiti. Hebbe Scopa famoso scultore la cura di far la parte voltata all’Oriente, Zocare quella, che l’Occidente riguardaua, Briarce quella à Tramontano posta, et Timoteo quella voltata à meriggio, li quali tutti et quattro valenti scultori adoperarono la forza dell’ingegno loro, à farui lauori bellissimi. Un’altro Illustre Scultore vi fece nella cima una carretta tirata da quattro caualli di marmo. Onde quando fù finita cosi marauigliosa opera, Era alta cento, e quaranta piedi Laertio dice, che Anassagora vide quel superbo sepolcro, et che lo chiamò pretioso sepolcro, et un simulacro delle ricchezze; et questo Mausoleo, a cui fece questo sepolcro la fida Artemisia, fù Re

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di Caria. Di animo generoso et magnifico fù la Reina Elisa, che poi per lo suo valore fù chiamata Didone. Costei, come è già palese, fuggendo l’ira, et la crudeltà del fratello, nauigò in Africa. mentre nauigaua, rapì, come dice il Tarcagnota6, ottanta fanciulle Cipriotte, oltre alle quali fanciulle andà volontariamente un sacerdote con la moglie, et co’ figliuoli ad imbarcarsi, et partirsi con lei, laqual per venuta che fù in Africa vi comperò terreno da edificar una Città, Laquale nominò Birsa, et poi chiamarono Cartagine. Che in lingua Punica suona Città nuoua. Questa Città fù magnifica et ornata di colonne, et di altri ornamenti, come dice Virgilio nel primo libro dell’Eneida, facendo mirare le sue gran bellezze, che allhora si faceuano, ad Enea, et ad Achate.

Iamque ascendebant collem, qui plurimus urbi



Imminet, adversasque aspectat desuper arces,

Miratur molem Aeneas Magalia quodam,

Miratur portas, strepitumque, et strata viarum,

Instant ardentes Tyrii, pars ducere muros,

Molirique arcem, et minibus subuoluere saxa,

Pars optare locum tecto, et concludere sulco.

Iura, magistratusque legunt, sanctumque senatum.

Hic effodiunt alii portus: hic alta theatre

Fundamenta locant alii, immanesque columnas

Rupibus excidunt, scenis decora alta futuris.

I quali versi recati in ottaua rima d’Alessandro Guarnelli tali sono.

Quindi la mole Enea, ch’altera sorge,

Oue gia fur pouere case, e ville,

Le ricche porte, e le gran strade scorge,

E i Tirii intenti a l’opra à mille, à mille.

Lo strepito, e’l rumor stupor li porge,

Che maggior sente, che di trombe, o squille.


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