Religione universale naturale



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22. E’ ora il momento di mantenere la promessa che vi feci di mostrare che gli Dei hanno trasmesso questa dottrina agli uomini e di rispondere alla domanda che lasciai irrisolta, se cioè questa dottrina è un frutto naturale e necessario dello spirito umano o se, appunto, è stata trasmessa dagli Dei. Ricordatevi che vi ho dimostrato che gli strumenti e i riti dei Misteri erano gli stessi ovunque e che i popoli non se li erano trasmessi l’un l’altro; si rileggano le prime pagine di quest’opera. Vi voglio ora mostrare che le conoscenze particolari che costituiscono questa dottrina non possono essere il risultato dello stimolo generale dello spirito dell’uomo, ma che c’è voluto che gli Dei, per i particolari, trasmettessero essi stessi direttamente, e di bocca in bocca, tali conoscenze agli uomini, verso i quali manifestarono una continua sollecitudine.
E che! L’uomo è la creazione più bella degli Dei, è fatto a loro immagine (venite – è scritto nella Bibbia – facciamo l’uomo a nostra immagine), hanno insufflato in lui un desiderio ardente di consocenza tanto che esso si scaglia contro l’ostacolo che la materia frappone tra lui e la verità, e questi Dei non lo avrebbero mai accontentato? Avrebbero abbandonato gli esseri che sono in comunicazione con lui, i cui diversi rapporti richiedono sempre un culto, e non gli avrebbero insegnato quale dev’essere questo culto relativo alla natura e all’esistenza di tali esseri?
I più grandi segreti della Natura risiedono negli esseri attivi, cioè gli astri, che fanno vivere e che interagiscono nell’esistenza di tutti gli esseri inferiori. I segreti dell’astrologia sono i segreti della religione! Tutti i popoli hanno diviso il cielo in dodici parti anche se potrebbe essere diviso per un altro numero. E questo nonostante il fatto che non si scambiavano tra loro le proprie dottrine; un semplice buon senso basta per indicare che solo popoli molto civili viaggiavano, quelli poco civili non avevano scambi culturali e quei pochi viaggi che facevano non erano viaggi che trasmettessero qualcosa. Tutti i popoli hanno dato a queste dodici suddivisioni gli stessi nomi e attribuito gli stessi effetti. Questi nomi e la dottrina dell’influsso di queste dodici ripartizioni sono presenti anche in popoli che contrastavano la posizione. Tutti hanno tracciato nel mezzo del cielo un cerchio obliquo, chiamato zodiaco, diviso in dodici parti che sono state dette segni73. Questo cerchio è stato poi ulteriormente diviso in quattro parti. La prima va dal segno dell’Ariete a quello del Gambero escluso; la seconda arriva fino alla Bilancia; la terza fino al Capricorno e la quarta fino all’Ariete. Osservando che la luna compiva lungo questo cerchio dodici dei suoi anni o rivoluzioni nello stesso tempo nel quale il sole compiva una sua rivoluzione, si pensò quindi di suddividere la rivoluzione solare in dodici mesi, cosiddetti dal termine meni che, nelle lingue orientali, designa la luna, assegnando poi a ciascun mese un segno zodiacale, in base all’influsso che questo riversava sulla terra74.
E’ così che il primo mese prende nome dal segno dell’Ariete perché quest’ultimo è un animale di temperamento caldo, analogo al principio di ogni generazione, cioè quando il sole comincia a diffondere il suo fuoco sulla terra facendo germogliare ogni cosa. Il secondo mese fu assegnato al segno del Toro perché in quel periodo si manifestano le cose concepite nella terra. Il terzo segno fu chiamato dei Gemelli perché in quel periodo la forza generatrice del sole e del cielo si gemina, si divide e termina di fecondare tutto quel che vi è di agente in una terra pronta a riceverne gli influssi. Il quarto segno è quello del Gambero perché il sole, similmente all’animale, cammina all’indietro e ritorna sui suoi passi verso l’emisfero australe. Il quinto fu chiamato il segno del Leone perché allora il sole ha la forza e la possanza di un leone. Il sesto è quello della Vergine che tiene in mano delle spighe mature, perché è il segno della mietitura. Il settimo è quello della Bilancia perché il sole è come se mettesse in giusto equilibrio sui piatti di una bilancia la durata delle notti e dei giorni ecc.75
Questa progressione in Egitto è del tutto inversa: la mietitura si fa sotto il segno del Toro; tuttavia gli Egiziani hanno consciuto la stessa ripartizione zodiacale degli altri popoli e l’hanno raffigurata nei loro monumenti con gli stessi simboli. Il simbolo dei Gemelli si può vedere ancora nelle Piramidi con gli stessi caratteri degli Etruschi e di quelli istoriati dai Romani nel tempio di Vesta. Son forse stati gli Etruschi a trasmettere agli Egiziani l’ordine e i segni dello zodiaco o è successo l’incontrario76? Non è comunque nel solo Egitto che si segue questa progressione pregressa: più infatti si procede verso la linea equinoziale, più il cerchio di quest’ordine si restringe, gli effetti della generazione arrivano prima, mentre se si procede verso Nord il cerchio si allarga e questi effetti si manifestano più tardi. L’ordine tradizionale dei segni zodiacali è dunque adatto solo ad una latitudine mediana fra Nord e Sud. Si potrebbe dire lo stesso dell’emisfero australe se quella parte del globo non fosse altro che una immensa vastità oceanica priva di terre fertili.
Se ogni popolo si era dato un ordine di segni se l’era dato in base al clima in cui viveva. C’è stato dunque un insegnamento comune che però non ha riguardato i singoli particolari; tutto ciò non può essere il risultato di un’ispirazione o del parto naturale di una mente umana. Questa può creare delle nozioni di carattere universale ma non svilupperà mai i singoli particolari dei simboli e delle analogie.
All’interno di questa divisione in dodici segni c’è una ulteriore ripartizione di 36 costellazioni [decani] che sono sempre le stesse, hanno gli stessi nomi, gli stessi simboli e determinano gli stessi influssi. Ovunque, gli uomini hanno inoltre identificato sette astri erranti; dico sette, perché i presunti nuovi pianeti scoperti da Herschel e altri, e che ci si è affrettati ad includere nel numero dei pianeti gravitanti attorno al sisterma solare al solo scopo di distruggere una dottrina tradizionale, sono semplicemente dei satelliti [sic]. Tutti i popoli hanno riconosciuto solo sette pianeti e gli hanno attribuito una disposizione che non corrisponde a quella dell’evidenza astronomica. Come è stato possibile che queste genti abbiano conferito ai loro pianeti una disposizione in aperto contrasto con quanto risulta dalla semplice osservazione visiva?
Significa che ebbero un insegnamento particolare, che gli disse pressappoco questo: - formerete un ciclo settenario e ogni giorno di tale ciclo lo attribuirete ai sette pianeti ma non secondo la disposizione che hanno nei cieli, bensì in base ad una diversa collocazione, quella che gli Dei hanno dato ad ogni singolo popolo secondo un principio ed una logica particolare. Ma c’è di più: gli Dei hanno indicato direttamente ai popoli il punto a partire dal quale questo ciclo settenario doveva cominciare. Infatti, nel momento in cui scrivo queste righe qui a Parigi è il giorno di Mercurio, ed è mezzogiorno. Se io potessi trasportarmi nel Siam [Thailandia] mi troverei sempre nel giorno di Mercurio ma alle sei del mattino. Se mi spostassi ancor più a Oriente, supponiamo nelle isole Filippine, sarebbero sei ore prima dell’alba del giorno di Mercurio. Se tornassi a Parigi e volassi in un battito di ciglia in Perù e potessi resuscitare gli sfortunati Peruviani77, e gli chiedessi che giorno è, mi direbbero “il giorno di Mercurio”, al tramonto.
Chi ha insegnato a tutti i popoli ad avere lo stesso giorno, a dargli lo stesso significato, e a chiamarlo con lo stesso nome? C’è stato dunque un insegnamento comune conferito dagli Dei a viva voce e che ha insegnato agli uomini la disposizione del cielo, l’astronomia, il modo in cui questa va intesa, differente cioè dal suo senso apparente, le singole attribuzioni, i nomi, le varie suddivisioni, le forze e gli influssi e, infine, i simboli con cui tutte queste cose devono essere trasmesse all’umanità. Significa che gli Dei hanno insegnato agli uomini a leggere nei cieli e che in quella visione gli hanno mostrato i segreti della Natura, dell’uomo, del tempo, del destino e della divinità. Da ciò deriva quel primo dogma della Bibbia, quando dice che Dio ha posto gli astri in cielo perché fossero dei segni e determinassero il tempo, i giorni e gli anni.
Sull’identità dello stesso giorno per tutti i popoli ci si può riferire a quanto scrissero i viaggiatori, che sono unanimi su questo fatto. Ebbene, questa identità non può essere stata data agli uomini che da un’insegnamento diretto e specifico. Un’insegnamento generico o un’ispirazione non avrebbe raggiunto lo scopo. Non può trattarsi di una conquista naturale dello spirito umano, perché avrebbe determinato in ogni popolo delle diversità sostanziali. Da questa identità ne consegue che le longitudini che i nostri astronomi hanno cercato finora con tanta pena – essendo privi della conoscenza degli antichi – non sono poi così difficili da stabilire. Difatti, bisogna cercare il giorno d’inizio, il momento in cui comincia e finisce il precedente, e il punto cardine delle longitudini. Quest’ultimo sta in mezzo all’Oceano Pacifico e separe le Indie Occidentali da quelle Orientali. Sarebbe un grande merito per una monarchia o una repubblica fissare materialmente questo punto. Ne consegue inoltre che gli uomini hanno un punto preciso che la mano del Principe degli Esseri ha dato loro come tangente, i pianeti, dicendo: partite da qui e con l’aiuto delle stelle fisse, che stanno sul punto della creazione del mondo attuale, tracciate il destino. Ecco perchè le diverse cronologie nei vari popoli variano di pochissimo.
Sia dunque stabilito come primo dogma della Religione Universale Naturale che la volta celeste è il Libro della scienza universale e che gli Dei hanno insegnato a viva voce agli uomini a leggervi dentro. Gli astri sono dei simboli di cui gli Dei hanno dato agli uomini la chiave di lettura; hanno insegnato a dividerli in diverse costellazioni e partizioni cui hanno dato nome e gli hanno insegnato a interpretarli. Gli astri non sono altro che il parto dell’Idea, la scrittura del pensiero del Principio e la sua significazione.
Perché gli astri determinano il destino? Ah! Il Principe degli Esseri ha creato tutto con una logica profonda, con uno scopo. Quale? L’ho detto: la rigenerazione dell’uomo. Abbiamo tutti gustato i papaveri di Cerere e la sciagurata melagrana che Proserpina addentò negli Inferi. Sappiamo che Plutone l’aveva rapita mentr’ella coglieva dei fiori, che sua madre percorse la terra alla sua ricerca, che vide la voragine da cui era emerso Plutone, che ne reclamò la restituzione a Giove ma che non potè riaverla perché quella si era attardata sui frutti del posto ed aveva gustato alcuni chicchi di melagrana – frutto mortifero e funereo – ma tuttavia albero fausto, una fronda del quale era messa, non senza un significato, dai Flamini sulla loro tiara.
Tuttavia il destino non influenza le nostre scelte morali; è solo una concatenazione di eventi attraverso cui dobbiamo passare per compiere la nostra rigenerazione e da cui dobbiamo trarre insegnamento; è ciò che recita una bella preghiera insegnata da Gesù ai suoi discepoli e che non è capita da quelli che la recitano oggi: non indurci in tentazione, cioè, che gli accadimenti del destino, attraverso cui dobbiamo passare, non siano troppo pesanti da sopportare e che non ci spingano a peccare; dacci forze sufficienti per vivere, conservarci puri e intatti attraverso gli eventi e le loro contraddizioni, facci comprendere quanto nocivi sono i godimenti materiali per le cose intellettuali e insegnaci la differenza tra l’intellettuale e il sensibile. E’ talmente vero che questa preghiera non è stata capita, che non è stata tradotta come si deve.
Traducono in italiano, così come in tutte le altre lingue moderne: non farci soccombere di fronte alla tentazione; ma non è di questo che si tratta bensì non indurci in tentazione, non metterci di fronte ad una tentazione troppo forte, una serie di fatti con i quali non sapremmo rigenerarci, perché non si può sempre essere in colpa. Qusto tempo è la durata del mondo attuale, scopo e fine di questa rigenerazione, è la riunione dell’uomo col Principio, dal quale si è allontanato. Per quanto perfetta sia questa rigenerazione, l’uomo rimane sempre con la macchia della sua prima sordidezza, e questa riunificazione non si può compiere da sola; così dunque deve giungere sulla terra alla fine dei tempi, quando i tempi concessi all’uomo per questa rigenerazione saranno compiuti, un essere che possa compiere questa riunificazione, che possa farsi carico di quella prima macchia; che si sappia fare carico di questa prima lordura dell’umanità, lui che era senza macchia; infatti se lo fosse stato non avrebbe potuto farsi carico di quelle degli altri.
Questo essere è stato conosciuto da tutti i popoli e ciascuno, per tramandarsi questo dogma ineffabile, ne ha fatto un mito. Ifigenia in Aulide, il giovane Meneceo a Tebe, Isacco tra gli Ebrei, Jehud figlio unico di Saturno e della ninfa Anobreth ecc. ne costituiscono l’emblema. Il sacrificio del giovane Maesa a Moab, e tutti quelli simili ad imitazione di quel grande sacrificio, stravolgono e forzano la natura. I Codro, i Decio a cui il Gran Sacerdote metteva un giavellotto sotto ai piedi facendo pronunciare la formula di consacrazione, ne erano anch’essi dei rappresentanti. I poeti [Orazio] vi hanno fatto allusione talvolta:
Cui dabit partes seclus expiandi

Jupiter? tandum venias precamur

Nube candentes humeros amicus

Augur Apollo. [Orazio]


A chi Giove darà il compito di espiare il nostro delitto? Vieni divino augure Apollo, avvolto d’una. nube brillante.
Cuius in adventu, scrive Virgilio nella sesta ecloga e, entusiasmato dalla prosperità del regno di Augusto e per la pacificazione del mondo, l’aveva già cantato nella sua quarta ecloga. Il padre degli Dei e degli uomini, dice Giove in Esiodo (Scudo di Ercole), aveva però in mente ben altro: meditava di far nascere un uomo che avrebbe fatto cessare la guerra in terra e in cielo. Platone parla in maniera ancor più positiva di questo essere nell’Alcibiade secondo e nel Fedone. In quest’ultimo, nel brano in cui Socrate morente discute se è concesso ad un uomo, cui sarebbe conveniente la morte, suicidarsi, si delibera che non è permesso, dovendo attendere colui che può rendere questa morte utile.
E’ così che negli Inni Orfici, Bacco è figlio di Semele figlia di Cadmo e che i Druidi avevano messo la seguente iscrizione nel loro tempio di Chartres78: Alla Vergine che deve partorire [Virgo Pariturae]. E’ così che l’ottavo piano della torre del tempio di Bel non aveva che un letto per la vergine pura che avrebbe partorito questo essere. E’ un dogma universale per tutti i popoli. E’ così che quando i Missionari europei andarono a predicare il cristianesimo nelle Indie, in Cina, in Giappone, nel Siam… i brahmani, i bonzi e i sacerdoti di quei paesi gli dissero: Voi non ci dite nulla di nuovo e noi sappiamo già tutto quello che ci venite a raccontare; solo che vi sbagliate circa l’epoca in cui situate il Dio che ci annunciate. Nei monumenti della nostra storia e che non sono stati scritti per voi, visto che non vi conosciamo, circa 1206 anni prima del vostro Gesù Cristo, noi sapevamo già tutto quello che pretendete di poterci insegnare, e cioè che un Dio venne per darci l’annuncio; che questo Dio è venuto per salvare il mondo e per riportare sulla retta via coloro che se ne sono allontanati. E a questo Dio che dobbiamo l’espiazione dei peccati e la nuova nascita cui siamo tutti destinati. Questo Dio verrà alla fine dei tempi per distruggere il mondo e giudicare ciascuno per le sue azioni.
Io aggiungo però che tra voi cristiani e quei popoli c’è una differenza: quest’ultimi non si sbagliano sul significato dei nomi che attribuiscono a questo Dio: Confucio, Buddha, Sommoncodom… E’ questo il tenore dei discorsi che i Missionari riferiscono agli ierofanti di quei paesi. Ma c’è chi dice che verso il settimo/ottavo secolo della nostra era, questi popoli possono essere stati convertiti dai Nestoriani. Altri ancora affermano che lo stesso Vangelo vi fu forse predicato al tempo degli Apostoli. Ma, scrive giustamente l’autore della Storia Generale dei Viaggi, come attribuire veridicità a quest’opinione se sembra accertato, dagli storici cinesi, che la religione di Confucio ha preceduto di più di mille anni quella di Gesù Cristo? Il Couplet, il Comte e molti altri missionari – scrive ancora questo autore – non lo contestano affatto. E che potrebbero dire?! E’ un dato storico.
E’ vero – prosegue quest’autore – che il Duhalde, parlando della nascita di Confucio, non cita l’epoca, ma osserva in altri posti, specialmente in una nota sul filosofo Chin, che Confucio visse cinquecento anni prima di Pitagora; conseguentemente più di mille anni prima di Gesù Cristo. Si tratta della stessa osservazione che ha fatto l’abate Prevot nel settimo tomo della sua Storia Generale. Le usanze religiose, egli scrive, dei sacerdoti lamaisti appaiono molto più antiche di quelle cristiane, perché Confucio, fondatore di quella religione79, nacque 1026 anni prima di Gesù Cristo. Bisogna pensare che quel tempo antico fu l’epoca in cui gli uomini, in quel paese, furono salvati dalla vita selvaggia e barbarica in cui erano caduti, e nella quale gli Dei gli trasmisero i Misteri.
Guardiamo la stessa aspettativa sulle sponde del Tevere prima di Gesù Cristo. Guardiamo i versi della Sibilla - dice Cicerone - che voi dite abbia scritto invasa da divino furore e che, facendosi interprete di una falsa diceria, si è detto che abbia declamato in mezzo al Senato, che colui che noi riteniamo essere un vero re, dobbiamo chiamarlo re, se vogliamo salvarci, si salvi esse vellemus. Così essi annunciavano dunque questo re salvatore. Ma c’è di più: il nome di questo salvatore è un numero, e tutti i popoli hanno conosciuto questo numero, e l’hanno espresso con identici caratteri: nelle Indie, questo salvatore si chiama Chris, con la finale nazarda che gli danno i brahmani, lo denominano Chris-en o Chris-na [Krishna], secondo i differenti dialetti. Sulle sponde del Tevere c’è lo stesso nome del salvatore Chris, Gesù Cristo Salvatore Figlio di Dio, che con la terminazione greca fa Christòs e con quella latina Christus. Questo nome è l’acrostico dei primi versi della Sibilla, che è, scrive Cicerone, un modo di scrivere in base al quale le prime lettere di ogni verso compongono una parola intera.
Se queste parole non fossero state veramente l’acrostico dei primi versi della Sibilla, i nuovi cristiani, che inventarono gli oracoli sibillini al tempo dell’imperatore Commodo, li avrebbero sbandierati con tanta audacia ai Quindecemviri, che li avrebbero potuto smentire sul fatto? Dopo c’è anche la parola stauròs, che significa croce, un segno di saluto, e che possono avere aggiunto in previsione del supplizio di Gesù, ma che possono anche non avere aggiunto; questo segno è un segno di forza, di potenza, di giustizia, un segno di vita, mentre il tau greco [Τ] è un segno di morte. Ierofanti e sacrificatori si fregiarono della croce e i geroglifici la rappresentano ovunque; la si trova tra tutti i popoli, anche tra i Cafri che, con la luna nuova, si tracciano una croce rossa sulla fronte. Il suo nome, Ies, è anche un nome numerico e misterico che, con la terminazione greca, fa Iesoùs, con la latina Iesus. Queste due lingue pronunciano la I, ge. Non conoscete ancora la vera pronuncia del latino.
Il Nilo ti adora – scrive Marziano Capella – sotto il nome di Serapide; Menfi ti venera sotto il nome di Osiride; sei ancora Mithra e il bell’Attis. Con nomi diversi ti adora il mondo intero; tre lettere, il cui numero è 608 (numero di giustizia e perfezione), formano il tuo sacro nome (Ies), il tuo soprannome e il presagio del tuo nome.
Lasciamo il mondo antico e portiamoci in un altro emisfero; tra i Peruviani [Incas] c’è una confarreazione simile a quella cristiana e più esplicita. Ogni anno si confezionava una figurina umana commestibile, la si portava in processione e le si rendevano onori divini; la si spezzava in più parti e la si mangiava, comunicandosi in questo modo. I Messicani [Atzechi] invece avevano una comunione spaventosa. Per un anno intero nutrivano nel tempio principale un uomo, lo veneravano come un Dio, poi lo sacrificavano e se lo mangiavano; comunione degna di un popolo che aveva sì ricevuto i Misteri, ma che non era ancora interamente uscito dal suo stato di barbarie e antropofagia.
Lo scopo dei Misteri, almeno in Europa, aveva in vista questa comunione, che simboleggia la riunificazione dell’uomo con il suo Principio. Ho portato il kernos80 – dice un iniziato citato da Firmico Materno -, ho bevuto il ciceone, e mi sono accostato al letto, ad cubile obrepsi. Nelle processioni isiache, descritteci da Clemente alessandrino, si dice che dietro a tutti veniva il profeta o ierofante, che portava stretta sul petto una brocca scoperta ed era seguito dai portatori di pane. Tuttavia se lo scopo dei Misteri e questo simbolo erano universali in tutta la terra prima di Gesù Cristo… chi fu il vero imitatore, lui o coloro che hanno conosciuto e praticato questi riti mille anni prima?
Gesù insegnava al modo antico, che non era vincolato dal tempo o da consuetudini che possono non confacersi a tutti; il suo insegnamento era simile a quello degli antichi filosofi greci, degli ierofanti egizi, dei maghi e degli stessi brahmani contemporanei, e insegnava sempre e dappertutto. I suoi discepoli avevano anche un giardino non lungi da Gerusalemme, dove questi predicava. I discepoli, pieni di quelle idee di cui abbiamo già scritto, e che erano diffuse dappertutto, hanno attribuito quest’ultime al loro maestro, anziché riferirle all’essere ineffabile cui appartengono e che deve arrivare per distruggere e ricostruire il mondo. Ci sono tutte le ragioni per credere che ciò che indusse quegli uomini grossolani a compiere quella identificazione, fu la predizione di Gesù circa l’aspettativa volgare e praticamente diffusa dappertutto circa la fine del mondo. Tuttavia gli autentici ierofanti, uomini istruiti sull’economia dell’universo, non erano preda di simile errore. Mentre Gesù con tutti i suoi discepoli annunciava questa fine, mentre la si annunciava a Roma, mentre Virgilio, entusiasmato dal regno di Augusto e dalla pax romana, preannunciava il Salvatore; mentre Lucano e Seneca facevano altrettanto…gli ambiziosi di Roma, i congiurati di Catilina, i Cornelii e Cesare riferivano a se stessi la profezia della Sibilla circa un re futuro che avrebbe regnato sul mondo intero.
I sacerdoti etruschi al tempo di Silla annunciarono al Senato, che li aveva consultati su alcuni prodigi che si erano verificati, che il mondo stava entrando in una nuova era; la risposta di quest’ultimi fu notevole. Pare che avessero previsto, che avessero letto nell’avvenire gli sciagurati secoli che si sono succeduti fin qui. I presagi annunciavano, così dissero, lo sconvolgimento del mondo ed il passaggio ad una nuova era.
23. Secondo Plutarco la durata del mondo è divisa in otto età che differiscono tra loro per costumi e usanze, ognuna delle quali ha una durata prefissata da Dio. Quando una è compiuta e la successiva comincia appaiono dei segni portentosi in cielo e in terra, in modo che quelli che hanno studiato questa scienza cosmologica intravedono chiaramente l’inizio della nuova epoca perché gli uomini sono totalmente differenti dai precedenti per vita e usanze, più o meno graditi agli Dei di coloro che li hanno preceduti. Oltre ai grandi cambiamenti che intervengono in questi passaggi epocali la scienza di ciò che deve avvenire accresce la sua reputazione e il suo seguito, quando Dio si compiace di inviare segnali più certi e frequenti che permettono di conoscere e predire il futuro. Al contrario, alla fine dell’età precedente la nuova, la scienza astrologica viene disprezzata e tenuta in non cale, poiché questa stessa procede a tentoni e fallisce la maggior parte dei suoi pronostici, per il fatto che si deve avvalere di metodiche oscure senza validi strumenti per conoscere l’avvenire81.
Oggi, noi disponiamo della stessa oscurità nelle previsioni del futuro, ci limitiamo agli oroscopi, perché gli Dei ci hanno abbandonato. Gli stessi oroscopi sono ben poco conosciuti e richiederebbero l’aiuto degli Dei. Eccovi dunque spiegata la dottrina delle otto età, che voi cristiani male interpretate. La si trova peraltro anche nel salmo che ha per titolo pro octava, per l’ottava età. Tutti i viaggiatori hanno riferito dell’unanimità delle stesse idee, dogmi e simboli presso tutti i popoli che hanno incontrato e che sono di molto precedenti il cristianesimo. Tertulliano, nel suo libro sul battesimo, scriveva che i popoli pagani82 quando si facevano iniziare ai Misteri delle varie Iside o Mithra mentivano a se stessi, nel senso che non avevano alcun barlume di spiritualità; nel suo libro sui precetti dice invece che il Diavolo, il cui intento è quello di pervertire e di far smarrire la verità, scimmiotta, nei Misteri pagani, tutti i sacramenti divini.
Ma chi si credono di essere questi scrittori, chi credono di imitare? Dobbiamo credere a quelli che hanno consciuto la cosmologia o a quelli che hanno annunciato una fine del mondo che doveva accadere quasi duemila anni fa? Dobbiamo credere piuttosto a chi annuncia una nuova era e non a chi annuncia la fine delle ere!83
La dottrina cosmologica è così importante che gli Dei, dopo averla trasmessa agli uomini, hanno fatto di tutto per conservarla, temendo che andasse perduta nel corso delle età, dei vizi, della perdita delle scienze e il ripudio delle cose celesti che avrebbe dovuto manifestarsi nell’ultima età del mondo. Così selezionarono, in tutti i popoli, determinate stirpi cui conferirono l’incarico di preservarla, come i Caldei tra gli Assiri, i Magi tra i Persiani, i Profeti tra gli Egizi, i Cureti e i Coribanti tra i Cretesi, i Cabiri tra i Samotraci e i Frigi, gli Eumolpidi tra gli Ateniesi, i discendenti di Nautes fra i Romani, i Semnotei [Druidi] tra i Celti, i Maya e gli Atzechi in America assieme ai Wiochisti [?] del Nord. James Cook, durante i suoi viaggi a Tahiti e nelle Isole della Società – luoghi prima di lui sconosciuti al resto del mondo – vi ha scoperto stirpi simili, incaricate anch’esse di preservare la dottrina cosmologica di quei popoli; quest’ultimi, anche se completamente dediti ad una vita sensuale, ben più materiale della vostra, purtuttavia istruiti nella vera dottrina, sono affratellati con tutti gli altri popoli pagani. Lo stesso San Paolo ammette che non c’è altra dottrina: nessuno vi seduca – scrive nella seconda lettera ai Colossesi – con ragionamenti filosofici, in base alla tradizione degli uomini e alla dottrina degli Elementi.
Questa dottrina è dunque la Filosofia, è la tradizione degli uomini e i primi insegnamenti del mondo che gli Dei hanno tenacemente conservato in mezzo agli uomini selezionando, allo scopo, in tutti i popoli determinate stirpi, cui hanno affidato la custodia. Voi non potete far altro che scegliere fra questa e quella cristiana: scegliete dunque la Dottrina Universale, i primi insegnamenti del mondo, oppure siate gli insulsi seguaci di quei vuoti scrittori. Che nessuno vi seduca con la Threicia (threskeia)84 – direbbe ancor oggi San Paolo! Questa è la dottrina che vi è stata conservata nei Misteri di Samotracia, che Orfeo ha dato all’Europa e che vi viene trasmessa; la cui essenza è nel suo stesso nome: adorare religiosamente gli Dei; l’unico culto che può rendergli onore, che essi pretendono e che hanno dato agli uomini.
Essa si fonda sull’analogia fra tutti gli esseri e da questa analogia deriva. Questo culto è immenso come il grande Pan; i suoi oggetti sono in cielo, in terra, sotto la terra, dappertutto. Non potete fare un passo né muovere la testa da una parte senza trovarveli di fronte. Tutto ciò che è in cielo è anche sulla terra e viceversa; è ciò che spiega molto bene Proclo nel suo libro de sacrificio et magia: le cose terrestri – scrive – stanno in cielo, secondo la loro causa e in un modo celeste mentre le cose celesti stanno in terra con una ratio terrestre. E’ quello che dice in due parole Orfeo nell’Inno a Urano: calice terrestris, o cielo celeste e terrestre; e ancora, nel suo Inno agli Astri, coelica terrestris gens; pertanto l’Inno a Tutti gli Dei comincia così: Magne Iovi, Tellure, Gran Giove e tu Terra!
Infatti, cos’è che voi vedete? In cielo i due più grandi oggetti della natura, il sole e la luna, e come dice ancora molto bene Proclo, abbiamo sì un sole ed una luna terrestri, ma con una ratio celeste; in cielo abbiamo tutte le piante, tutte le pietre, tutti gli animali, ma in base alla natura celeste e con una vita intellettiva. Gli uomini, quando sentivano la forza del vento, quando lo vedevano svellere gli alberi, scuoterli, abbattere gli edifici; quando avvertivano la sua forza incessante, poterono concepire che c’erano degli esseri potenti che non erano in grado di vedere. Quando gli Dei gli rivelarono che il sole era il principio degli esseri sensitivi, poterono concepire, senza ulteriore rivelazione da parte degli Dei, che al di là di questo principio degli esseri sensibili ci fosse un principio degli esseri intellettivi, che è la luce che illumina ogni uomo che viene al mondo: l’intelligenza.
Non c’è dubbio che gli Dei abbiano trasmesso questo dogma agli uomini, ma io credo che se anche ciò non fosse, lo avrebbero intuito loro stessi. Vedendo che la luna prende la sua luce dal sole, avrebbero capito come ogni essere viene generato, e vedendo che questi due principali mezzi di generazione non erano soli nel cielo, ma che c’era una moltitudine di altri esseri a questi simili, avrebbero potuto capire che erano anche loro dei fattori di generazione e che questi mezzi si dividevano tra loro in base al sesso che possedevano. O numina conscia veri, o divinità coscienti della totalità dell’opera che dovete compiere! Se Marte riversasse sulla Terra tutto ciò che vi ha in lui di torrido e di igneo, tutto brucerebbe; se Saturno riversasse tutto ciò che vi ha in lui di freddo, tutto ghiaccerebbe. Non è la distanza dal Sole che conferisce agli astri le loro qualità. Marte è più torrido e igneo di Mercurio e Venere, eppure sono più vicini al Sole. Saturno è molto più vicino ad esso85, a questo cuore del mondo, che l’astro ardente per la canicola [Marte]. Invece, con la temperatura di queste diverse influenze, emesse con intelligenza, si forma un influsso generale che il Cielo ripartisce sulla Terra.
Nel mondo materiale il Cielo è il primo agente degli Dei; eppure se la Terra emettesse degli influssi contrari a quelli che riceve, nulla riuscirebbe a prodursi in Natura. Pertanto il mondo superiore crea continuamente il mondo inferiore e quest’ultimo è l’emblema di quello superiore; non può essere altrimenti. Ogni generazione deve contenere l’impronta del suo generatore: ogni essere dona ciò che ha e da ogni astro ricevono maggiori influssi quegli esseri che sono più adatti a riceverne. Così l’oro che per il suo colore, per il suo splendore e per la sua solidità appartiene al Sole; l’argento per il suo colore tenue, per lo splendore meno eclatante, per la morbidità e duttilità, appartiene alla Luna. I due metalli più belli appartengono dunque ai due luminari maggiori del mondo.
Quand’anche ci fossero degli altri astri più luminosi – come scrive giustamente Tolomeo – questi due resterebbero nondimeno, per il loro influsso e bellezza, i due veri luminari della Terra. Per questa legge d’analogia vediamo che la pianta dell’eliotropio [girasole] viene classificata come solare ed è effettivamente il sole terrestre sulla terra: per il suo aspetto, per il suo disco composto di corpi a quattro lembi, da cui si dipartono dei globuli da cui svettano dei fiori a cinque petali e tutti questi esprimono le diverse generazioni del fuoco e le diverse emanazioni della luce; per le diverse tonalità del suo colore dorato, per le punte della sua corolla che sembrano sfuggire dal disco in fiamme o in piramidi ritorte, tutte forme che sappiamo essere quelle del fuoco; per le sue foglie cuoriformi e per la proprietà che ha questa pianta di volgersi verso il Sole in modo tale che il suo stesso stelo è ritorto; per i suoi numeri quattro e cinque che sono i numeri di ogni generazione nei diversi piani dell’esistenza.
Lo stesso può dirsi per altre piante e alberi. Tra le pietre il giacinto e il berillo appartengono a Giove; tra le erbe il giglio, re delle valli, e il giusquiamo; tra gli alberi la quercia e il pioppo. A Saturno appartengono il piombo e la magnetite e tra le erbe, il taciturno e triste asfodelo. Mercurio ha il mercurio e la cinquefoglie. Venere ha la verbena, la violetta e il polithricon [capelvenere]; e così via. Risaliamo ora di livello e andiamo al regno animale; qui troviamo il gallo, animale solare, come si determina dall’aspetto, dall’andamento fiero che sembra imitare quello del sole, di questo titano dello spazio; inoltre per la cresta rossa che ha in testa, per la proprietà di annunciare col canto i diversi periodi del cammino del sole; per la proprietà che ha la gallina di fare le uova non appena l’astro ritorna dall’emisfero australe, fin dal solstizio d’inverno, a una temperatura molto più fredda di quella in cui aveva cessato di farne all’equinozio d’autunno, perché al solstizio d’inverno, quando fa più freddo, il sole le si avvicina; infatti con l’equinozio d’autunno, rendendo le notti più lunghe dei giorni, rompe l’equilibrio della luce e inizia il periodo del suo allontanamento. Così pure, facendo un uovo al momento preciso di un eclissi di sole, si trova impresso in rilievo sul guscio il fenomeno astronomico.
Altri animali appartengono a Saturno, a Venere e così via. Solo l’uomo, creato ad immagine degli Dei, è l’emblema di tutte le potenze e di tutti gli astri; per questo è stato detto microcosmo, piccolo mondo, mentre il mondo universale è stato detto macrocosmo, grande mondo. Il nostro mondo inferiore non è altro che una allegoria del mondo celeste; questo a sua volta lo è del mondo intellettivo e quest’ultimo di quello archetipale; la natura stessa ce l’avrebbe indicato, se gli Dei non ce l’avessero insegnato dandoci la dottrina dei Misteri, i mezzi e i simboli della rigenerazione umana. Non gli si possono tributare dei culti diversi da quelli significati da tutte queste analogie.
Tuttavia i vari popoli, attingendo a questa luce, hanno avuto dei riti diversi determinati dalla loro situazione geografica e del loro modo di vivere. Così i tempi delle celebrazioni sono certamente stati diversi in base alla collocazione dei popoli a sinistra o a destra della linea dei meridiani. In quei posti, inoltre, dove c’è una gran quantità di acque si sono senz’altro adorate le cause superiori dell’elemento acqueo; coloro invece che avevano nel loro territorio dei laghi malsani, delle cavità mefitiche, dei vulcani, vi hanno adorato Tifone e le divinità infernali; quelli che erano portati per il commercio hanno onorato particolarmente quelle potenze che conoscevano, in virtù della legge di analogia, essere preposte alla loro attività; coloro che abitavano paesi marittimi hanno onorato le potenze del mare; quelli che hanno abitato pianure e valli fertili hanno onorato la grande Dea che tutto produce [Cerere]. Queste diversità indicano ancor più la verità dell’origine generale da cui sono derivate tutte quante.
Gli Dei vi hanno mostrato tutte queste analogie; quello che non vi hanno mostrato, ve l’hanno insegnato la natura e le vostre osservazioni. Tutto si corrisponde nell’universo, tutto è unità universale, voi non potete sottrarvi a questa norma senza commettere un delitto e pensare di rimanere passivi in mezzo al movimento universale del mondo senza spezzare la catena che vi collega alle potenze superiori. Voi che nulla potete ma che vi aspettate di tutto, se almeno seguiste ciò che il velo della Provvidenza ha permesso che vi venisse mostrato e delineato a grandi linee questa dottrina sacra e questa unità! Invece avete strappato con le vostre mani il velo e non sapete più guardarvi dentro e vi siete subito quasi tutti estraniati da ogni idea morale e spirituale; siete come piante sterili sulle quali il cielo ha smesso di diffondere gli influssi. Se seguiste perlomeno ciò che questo velo vi mostra, dato che i vostri occhi sono troppo deboli per scorgere la luce! Invece avete cancellato da soli quelle tenui immagini che vi erano disegnate.
La dottrina dei Misteri e i suoi simboli sono gli strumenti della rigenerazione dell’uomo, questo è lo scopo per cui è stato creato il mondo, per stabilire la differenza tra mortale e immortale, tra sensibile e intelligibile, e Dio l’ha prestato all’uomo per un periodo; questa rigenerazione è la grande opera del mondo, tutte le creature – come dice San Paolo – collaborano a quest’opera, se ne trascurate gli strumenti, dati dagli Dei, non ne godrete i frutti e quando l’Essere ineffabile che deve venire alla fine dei tempi stabiliti per la rigenerazione dell’uomo verrà a compiere questi tempi e voi nulla avrete fatto, se non siete nell’Unità, ne rimarrete fuori e verrete gettati, come dice quel grande Maestro che fu Gesù86, nelle tenebre esteriori, ove sono lacrime e stridor di denti. Prendete cura di voi stessi, il tempo fugge, la figura di questo mondo sta scomparendo, il mondo è vecchio, e noi siamo già da presso a quel terribile avvenimento che sto descrivendo in queste note.
Nelle prime pagine di questo lavoro ho scritto che i simboli dei Misteri sono gli stessi dappertutto, mentre nel prosieguo ho scritto che identici sono anche riti e cerimonie. Tuttavia quelli che sono stati dati a voi europei sono i Misteri di Samotracia, solo questi sono stati preservati87 e debbono, quindi, esservi ritrasmessi oggi che avete lacerato il velo che vi stava di fronte con le sue immagini dipinte.88 Dardano li portò a Troia da Samotracia, dove si era fatto purificare per l’involontario omicidio di suo fratello, portando con sé uno ierofante di quell’isola, Sycas, detto Nautes, nome simbolico di quegli ierofanti, e per impiantarli in quella città assieme al già esistente culto misterico della Gran Madre degli Dei, celebrato dai Cureti o Coribanti. Dopo la caduta di Troia, Enea li trasferì in Italia sotto la custodia e la direzione di un altro Nautes che sovrintendeva anche a tutte le operazioni della flotta. Virgilio descrive Enea che solca i flutti con i Penati di Troia e i Grandi Dei di Samotracia: cum penatibus et magnis Diis.
Chi afferma che Enea non è mai venuto in Italia, vuole solo farsi notare con un’affermazione stravagante, proprio come quell’Erostrato che dette fuoco al tempio di Diana ad Efeso. Quando Ascanio edificò Alba Longa, i discendenti di Nautes vi impiantarono quegli stessi Misteri e quando la città cadde in mano dei Romani, alcuni tra quei sacerdoti li impiantarono a Roma dove si fecero chiamare Nauti, discendenti appunto di quel famoso Nautes. Cicerone li chiamò Eumolpidi romani, per analogia con quelli di Atene. Io discendo da quella stirpe! E la tradizione della mia famiglia e del paese che abito89, e custodisco la dottrina di questi Misteri come fanno anche i Semnoteti, che nelle montagne scozzesi custodiscono la dottrina dei Druidi; come fanno tutti i diversi tipi di brahmani indù che l’hanno ricevuta dai loro antenati; come i filosofi di Damar, che trasmisero qualcosa di questa dottrina ai Rosa-Croce e da cui deriva tutto ciò che ancora vi è in Europa di Tradizionale.
Se la dottrina dei Misteri dovesse andare perduta la stessa esistenza umana sarebbe priva di senso perché mancherebbe ogni finalità; l’uomo non avrebbe più alcun mezzo di rigenerazione, ne perderebbe perfino l’idea, cambierebbe la sua natura e diverrebbe puramente materiale… ma, come giustamente dice il libro Degli errori e della verità nel quale ho trovato con piacere una gran parte della dottrina che vi espongo, questa dottrina non scomparirà mai dalla faccia della terra finchè vi saranno esseri pensanti. Quel velo che solo ve ne offre un’immagine, vi ha preservato dal vedere la vita materiale umana distrutta: rimanete dunque avvolti in questo velo ed abbracciatene l’immagine che vi è raffigurata, oppure strappatelo e guardate la verità90. Questa condizione nella quale l’umanità ha perso ogni spiritualità ha determinato i cataclismi sulla terra. I figli di Dio, scrive la Genesi ebraica, si unirono con le figlie degli uomini, da quell’unione vennero i Giganti, uomini famosi di quei tempi; l’uomo divenne puramente materiale e Dio scatenò il diluvio.
I commentatori che non hanno capito il brano biblico affermano, alcuni, che gli angeli si erano invaghiti delle donne e generarono con esse dei giganti. Penso che facciate fatica ad immaginare come possano degli angeli subire il fascino della bellezza di donne mortali e desiderare di possedere i segni che la bellezza intellettuale diffonde sulla forma esteriore: conoscete poco l’amore! Questo è incompatibile con le idee materiali che hanno la maggior parte di voi. Ancor più, farete fatica ad immaginare come una Dea possa assumere un corpo in carne ed ossa e desiderare di concepire nel suo ventre il simbolo delle forze e delle virtù di un eroe e godere della sua magnificenza o di quella di un saggio vigoroso, che si è reintegrato con la sua rigenerazione, e che regna in tutta la vastità della sua sfera di appartenenza:91 terra malos homines nunc educat atque pusillos; ergo deus quicumque aspicit ridet et odit, aveva già scritto Giovenale ben otto secoli prima. Questo concetto è anche del tutto opposto alla dottrina di quei commentatori. Altri, invece, affermano che questi figli di Dio sono i figli della stirpe santa di Abele, che si unirono, contro il volere divino, alle figlie della stirpe maledetta di Caino. Quest’ultima opinione non è certo giusta ma si avvicina più della precedente alla verità.
I figli di Dio sono le stirpi ierofantiche che si sono unite con le genti comuni e che, in seguito a quelle commistioni, persero e neglessero la loro dottrina. Fino all’epoca dell’impero romano queste diverse stirpi ebbero cura di unirsi solo tra di esse, solo in seguito, come vedremo, gli fu permesso di fare altrimenti, a causa della difficoltà insorte nel ricercare quelle unioni nel caos e nel disordine dovuto al disfacimento dell’impero, alle invasioni barbariche e al fanatismo molesto di una religione falsa e recente. Queste unioni peraltro vigono ancora presso alcuni popoli di remota origine e tra i Brahmani indù.
Vi ho mostrato quali siano i Misteri che dovete seguire e che possono operare la vostra rigenerazione; ora vi indico quali sono i riti che dovete seguire. All’uopo mi richiamerò all’autorità di uno dei vostri, quello che credete un profeta ebreo, ma che in realtà fu il più grande avversario della dottrina giudaica: il profeta Daniele che fu semplicemente un giovinetto ebreo deportato a Babilonia col suo popolo. Costui piacque al re Nabucodonosor per il suo aspetto e lo affidò ai Caldei perché venisse istruito nella loro dottrina. In quest’ultima fece così grandi progressi che diventò il capo dei Magi e dei Caldei. Tra voi c’è un uomo – dice la regina madre a Balthazar, nella raccolta che gli Ebrei hanno fatto delle profezie di Daniele – che cela in sé lo spirito degli Dei santi e che, per saggezza e profondità di dottrina, merita dal padre vostro di venire innalzato alla dignità di capo dei Magi e dei Caldei.
Eh! Credete pure che il sogno che il re fece della statua di cui si narra in quella raccolta gli fu inviato affinchè un profeta ebreo interpretandolo desse lustro al popolo d’Israele. In realtà era un simbolo dei destini del mondo, delle epoche e degli imperi, eretta nel tempio di Bel, lo stesso di cui parla Erodoto in Euterpe92. Se lo avete letto bene, era una statua di Bel, cioè una statua di Giove, secondo il metodo fraudolento [sic] che avevano i Greci di attribuire agli Dei degli altri popoli i nomi dei loro, allorchè vi riscontravano qualche analogia. Questa statua era d’oro e i diversi colori con cui era stata dipinta, rappresentavano i diversi metalli che, a loro volta, designavano le diverse epoche e i vari imperi del mondo. La testa aveva il suo colore naturale d’oro; il petto e le braccia brillavano d’argento, il ventre e le cosce rilucevano di bronzo; le gambe di ferro mentre i piedi erano parte in ferro e parte in argilla. La statua era stata concepita con la più profonda conoscenza di quella dottrina che è ovunque e che avete voi stessi. L’interpretazione offerta dalla profezia è conseguente.
La testa d’oro non raffigurava come si crede Nabucodonosor né un altro uomo ma l’impero assiro, che fu il primo impero formatosi al mondo. Il petto e le braccia d’argento rappresentavano la divisione di quest’impero tra Medi e Babilonesi, e non al tempo di Balthazar, come affermano i commentatori ebrei della profezia, per poterla datare, contro ogni storicità, al tempo di Daniele, ma sotto Sardanapalo, Arbace e Beloco. Il ventre e le cosce di bronzo rappresentavano l’impero ellenistico di Alessandro il Grande. Le gambe di ferro l’impero romano e i piedi le monarchie europee contemporanee, derivate dal precedente: quod de plantario ferri orietur. L’ebraico e la traduzione greca dei Settanta usano gli stessi termini.
Ma cosa significa quello che la profezia annuncia in seguito, secondo cui le dita di ferro e quelle di argilla si uniranno bene assieme senza però confondersi, dato che il ferro non può mischiarsi con l’argilla? Commiscebuntur humano semine, si mischieranno bene con seme umano. Sed sicut ferrum misceri testae non potest, ma come il ferro non può saldarsi con l’argilla, non adhaerebunt sibi, non si uniranno assieme e non si mescoleranno per fare una sola cosa. Da dove deriva una simile separazione tra razze a cui è concesso di unirsi insieme e che devono vivere sotto le stesse monarchie? I commentatori dicono che questa profezia si riferisce a qualche dissidio familiare degli imperatori romani. Che stravaganza! Ma questa separazione dovrebbe verificarsi dopo la caduta dell’impero di Roma, sotto le monarchie che ne sarebbero derivate: quod de plantario ferri orietur.
Avete visto che la Provvidenza, conferendo questi Misteri agli uomini, aveva preso le sue precauzioni perché questi si preservassero. Una fu quella di proibire alle stirpi cui era stato affidato il deposito della Tradizione di unirsi con estranei. La Provvidenza tuttavia, presagendo ciò che sarebbe diventata la religione sotto le monarchie derivate dall’impero romano; il velo che sarebbe stato posto sulla religione; la costrizione e gli ostacoli in cui vivevano quelle stirpi, separate da molteplici monarchie; il non potersi manifestare pubblicamente; le unioni tra di loro che sarebbero diventate sempre più difficili… gli permise di unirsi indifferentemente con tutte le altre genti. Allo stesso tempo, però, la Provvidenza stabilì di non farsi assimilare mai da quelli con cui si univano; cioè custodire sempre puro e intangibile il mandato affidatogli.
La profezia di Daniele, che in realtà risale alle origini dei Caldei in tempi immemorabili, è stata confermata dai cambiamenti degli imperi, anche a quelli stessi che vorrebbero datarla all’epoca dello stesso Daniele. E’ una profezia autentica, altrimenti come avrebbe potuto predire l’impero romano e la sua frammentazione? Da parte mia so bene che doveva essere così. Essa predice ancora che le monarchie susseguite a quell’impero sarebbero state le ultime e che non ce ne sarebbero state altre; che in quei giorni una pietra si sarebbe staccata dalla montagna senza l’intervento umano e avrebbe colpito la statua nei piedi di ferro e argilla facendo rovinare e spezzare così tutto l’insieme soprastante, e quindi le epoche contrassegnate da quei metalli lasceranno il posto ad un regno che non avrà mai fine. Questa predizione sembra già compiersi col fatto che i popoli abbandonati alla barbarie, e coloro che avrebbero potuto salvarli, si combattono l’un con l’altro. Gli imperi cinese ed indiano non son altro che i satelliti di quei primi pianeti e cambiamenti di stato.
Son questi dunque i riti dell’impero romano che voi dovete seguire e del quale siete come le membra sparse: o popoli! Affrettatevi ad abbracciarli; monarchi, dateli ai vostri popoli, e siate in unità con gli Dei attraverso le analogie dell’universo. Quei riti che non possono essere eseguiti da un uomo solo o da una sola famiglia, siano compiuti in analogia con i ricordi storici di quegli stessi riti. Educate il vostro intento e non staccatevi dall’unità, fuor della quale non ci sono, né in questa né nell’altra vita, che le tenebre esteriori. Quanto alla dottrina dei Misteri, che è la dottrina del mondo, non siete obbligati ad averla; Dio non ordina la conoscenza ma la santità,93 tuttavia non potetre assolutamente negligere i riti indispensabili alla vostra rigenerazione senza commettere un delitto. Vi darò i mezzi peer rendere utili e profittevoli le usanze che avete; già possedete gli stessi simbolismi.
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