Religione universale naturale



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24. Tutte le nazioni hanno avuto due annate, l’anno civile e l’anno sacro. Gli Egizi cominciavano l’anno civile con il periodo della Canicola; gli Ateniesi al solstizio d’estate; gli Arabi e poi i Francesi da sempre l’hanno cominciato con l’equinozio di primavera, gli Ebrei con la luna nuova dell’equinozio di autunno; i Romani con la luna nuova dell’equinozio di primavera, poi al solstizio d’inverno e infine con la luna piena dell’equinozio d’autunno, giorno in cui il Console infiggeva un chiodo nel muro del tempio sul Campidoglio a fianco all’ala di Minerva che presiede ai numeri, e da quel giorno cominciavano a conteggiare gli anni; ma tutte le nazioni hanno cominciato il loro anno sacro con l’equinozio di primavera, e a ragione, perché è il tempo in cui tutto sembra rinascere, tutto germina, tutto cresce; e principiando da questo punto, tutti i riti, tutte le feste devono seguire lo stato e i mutamenti del cielo, se è vero che la religione è l’espressione delle analogie dell’universo.
Si è creduto che tra le antiche nazioni questa corrispondenza e questa successione di festività fossero state impostate male, perché avrebbero regolato male il loro anno sacro e non avrebbero avuto che una concezione approssimativa del tempo. Si citano a riguardo autorevoli testimonianze, Macrobio, Censorino, Svetonio, Plinio, Solino: ma questa approssimazione non ci potè essere che nel loro anno civile; infatti il modo in cui si è formato l’anno sacro è molto semplice tanto che è impossibile sbagliare; se ciò succedeva, c’era un “regolatore” che si mostrava una volta al mese e riconduceva al punto in cui si era sbagliato, rendendo facile la correzione. Non accadeva lo stesso con l’anno civile: in un popolo ingenuo, di recente costituzione e senza grandi attività, un errore nella misura di quest’anno non presenta grossi inconvenienti; ma ne ha di molto grossi in un popolo continuamente obbligato dalle contingenze, sempre affaccendato e stimolato dalle necessità; ed un errore in quest’anno non si può correggere facilmente, dal momento che non ha giorni intercalari. L’anno dev’essere la corrispondenza perfetta di una rivoluzione solare; questa rivoluzione è stata conosciuta molto tardi in Europa, e non lo è ancora del tutto.
Tuttavia questa corrispondenza è facile da determinare: un bastone piantato nel terreno, esaminato per diversi anni, segnando ogni anno il giorno in cui indicava l’ombra più corta, avrebbe dato la misura giusta della rivoluzione solare. Questa la si può ricavare ancora dai cambiamenti di direzione delle foglie ai solstizi. La si poteva leggere nel cielo stabilendo dei punti di osservazione in terra; si potevano conoscere in tal modo anche gli equinozi. Quando gli uomini abbandoneranno le loro vane formule e si libereranno dalle bende di religioni senza dottrina e leggeranno nel libro dell’universo, scopriranno molte cose e si risparmieranno un sacco di difficoltà. Gli Egizi per conservare questo metro di misura avevano escogitato un mezzo molto semplice; avevano scavato a Syene un pozzo in cui il sole al momento del solstizio non gettava ombra, essendo perpendicolare al pozzo stesso. Chi abitava ai tropici aveva un altro mezzo di stabilire la misura e questa gli si offriva direttamente, senza bisogno di cercarla, perché, quando il sole li aveva superati, la loro ombra si delineava a sud del lato opposto. Malgrado tutte queste facilitazioni è certo che tra tutti i popoli europei fino ad Augusto, ed anche fino alla correzione gregoriana del calendario, l’anno civile è stato estremamente sconnesso.
Macrobio, l’erudito Varrone e molti altri, dicono che Romolo dette ai Romani un anno di dieci mesi; ma Plutarco contesta, io credo a ragione, questa affermazione; infatti, come può creare un anno di dieci mesi un uomo che vuol creare un anno, e che per formarlo contempla il cielo, e scorge che vi sono dodici rivoluzioni lunari all’interno di una rivoluzione solare? Dicono inoltre che Numa gli dette un anno di dodici rivoluzioni lunari che, aggiungendo il tempo che occorre dopo ogni rivoluzione, affinchè la luna si riallinei col sole, fa un anno di 354 giorni, che si eguaglia a un anno solare con dei giorni intercalari; ma che volendo aggiungere un giorno in più a questi 354 per fare sei mesi dispari, eccetto l’ultimo - che essendo sacro agli Dèi Mani dev’essere di numero pari -, quest’aggiunta comportò in seguito una confusione così grande nel suo anno, che al tempo di Cesare l’equinozio vernale94 cadeva al solstizio d’inverno!
Ciò mi sembra inverosimile, perché con il sistema dei giorni intercalari si poteva correggere l’anno; ed i Romani conoscevano abbastanza bene la misura della rivoluzione solare, come si può notare dalla statua di Giano che aveva le dita delle mani conformate in modo tale che quelle della destra indicavano il numero trecento, e quelle della sinistra il sessantacinque: statua che si riteneva fosse stata eretta da Numa, se non molto prima di lui. I contemporanei non avrebbero perso un’occasione per colpire Cesare, denotando l’urgenza di una correzione nella riforma da lui apportata al calendario. Comunque sia, Cesare adunò i più famosi matematici del secolo, alla cui testa c’era il più illustre di loro, Sosigene di Alessandria. Questi grandi personaggi fecero un lavoro assolutamente inadeguato, ostacolati evidentemente dalle direttive di Cesare di creare un anno lunisolare; così tentarono una cosa impossibile, accordare cioè la rivoluzione lunare con quella solare, combinazione impossibile tra ciò che è attivo e ciò che è passivo, tra ciò che riluce di luce propria e ciò che da altrui la riceve, che se vi si fosse riusciti si sarebbe scritta una delle pagine più preziose del libro del cielo; ma gli umani lavoreranno sempre a vuoto a quest’impresa, che si realizzerà da se stessa quando verrà l’ora.
Essi avrebbero dovuto limitarsi a redigere un calendario solare ma vollero realizzarne uno lunisolare: fallirono in entrambe le imprese. Il tempo della rivoluzione è di 365 giorni, 5 ore e 49 minuti. Realizzarono un anno di 365 giorni differendo le restanti 5 ore e 49 minuti in un giorno supplementare da intercalare ogni quattro anni. Divisero il loro anno in dodici sezioni, in base alle dodici rivoluzioni lunari che hanno luogo nel corso di una rivoluzione solare. Ne posizionarono l’inizio alla prima luna nuova succedente il solstizio d’inverno che quell’anno cadeva l’ottavo giorno dopo quel solstizio; grazie ad un proponimento ben poco meditato e sbalorditivo in uomini così assennati, sempre che non si trattò dell’opera e del risultato degli ordini di Cesare, essi vollero, per determinare nel prosieguo il corso dell’anno, che esso cominciasse sempre quello stesso giorno in cui si era verificata la prima lunazione, dopo il solstizio. In tal modo il loro anno non fu né solare né lunare e unica ragion d’essere fu la volontà di coloro che l’avevano imposto; le conseguenze di quell’errore permangono tuttora; l’intercalazione si faceva male, perché ci si era privati di quel regolatore di cui ho detto, che una volta al mese avrebbe potuto ricondurli al punto da cui si era sviluppato l’errore.
Quella formulazione calendariale cadde fin dalla nascita in un tale disordine che trentasei anni dopo, sotto Augusto, si dovette rivederla e, in seguito, pur effettuandosi correttamente l’intercalazione, si errava nel ciclo di quattro anni, perché le 5 ore e 49 minuti messe da parte ogni anno non facevano ancora un quarto di giorno. Nel quarto secolo dopo Cristo si dovette ritoccarlo ancora e la cosa si ripetè nel tempo tanto che senza la correzione gregoriana, l’Europa starebbe cercando ancora l’approssimazione giusta con l’anno solare!
Un altro anno, del quale gli autori classici ci parlano solo indirettamente, è quello che principiava con la luna piena dell’equinozio autunnale e che io ho detto essere stato il vero anno civile dei Romani, giorno in cui si vedeva il primo Console infiggere il chiodo sacro nel muro del tempio sul Campidoglio; la successione di questi chiodi serviva a contare il numero degli anni. Io presumo che quell’anno fosse opera dei Pontefici, quantunque anno civile, che l’avevano fatto cominciare all’equinozio d’autunno per lo stesso motivo per cui gli antichi Galli si dicevano figli di Plutone: perché la notte precede sempre il giorno; perché ogni giorno religioso comincia sempre di sera, così come avviene nella Genesi degli Ebrei, in cui il giorno si compone di una sera e di una mattina.
Si noti bene che gli autori classici sono concordi nell’affermare che tutti questi diversi anni non erano che anni civili; che l’anno di Cesare era anch’esso un anno civile; e che, se egli avesse voluto riformare il calendario sacro, con l’anno che non seguiva più il corso del cielo, avrebbe scardinato tutto l’ordine delle festività; la religione non sarebbe stata più l’espressione delle analogie dell’universo, i riti sarebbero stati inutili, la terra non si sarebbe più raccordata al cielo, e quel gran pontefice avrebbe portato alla rovina la religione privando il popolo dei massimi insegnamenti, cosa di cui forse quel gran sacerdote si sarebbe curato poco, ma su cui aveva interesse a far mostra di curarsene. La prova di ciò, indipendentemente dagli autori, si può ancora avere da un vecchio calendario che esiste inciso su una tavola di marmo nella casa dei Maffei a Roma, dove non vi è traccia di alcuna festa religiosa, ma solo qualche gioco e rito civile; ma nella massima esattezza, vi sono tutti i giorni fasti, nefasti e comiziali, con le lettere nundinali per l’annuncio dei mercati.
In seguito Ovidio, per adulare Augusto che non riusciva ad impietosire, scrisse dal suo esilio i Fasti, in cui associava le feste religiose al calendario di Cesare – cosa che il principe forse non approvò, perché era religioso o voleva dar mostra di esserlo – e la prova che la sua opera non ebbe alcuna specie di utilizzo, fu che andò perduta [in parte], mentre le sue altre opere, che non erano per nulla legate alla pubblica utilità, come le Metamorfosi e gli altri libri erotici, si sono tutti conservati. Oppure, se proprio si vuole, malgrado queste prove, che le feste religiose venissero associate al calendario di Cesare, si sarebbe dovuto fare in modo che i Pontefici avessero qualche mezzo per ricondurre le feste dell’anno di Cesare al loro anno sacro e reinviare ad altri giorni gli usi civili che l’avrebbero contrariato. Diversamente, il popolo più religioso della terra si sarebbe trovato senza religione. Ciò gli sarebbe stato molto più facile se si fossero adeguati alle intercalazioni ed avessero avuto un giorno prefissato ogni mese, per istruire il popolo sui riti e le feste che si sarebbero dovute celebrare nel corso del mese.
L’anno sacro non è però così difficile da determinare: la rivoluzione solare, come si è visto, è di 365 giorni 5 ore 49 minuti. Ci sono invece due rivoluzioni lunari: una in rapporto alla luna in se stessa, che è quella del tempo che impiega a ritornare nello stesso punto del cielo da cui è partita e che si compie in 27 giorni e 48 minuti; l’altra, in rapporto a se stessa e al sole, è quella del tempo che impiega a ricongiungersi col sole e che è di 29 giorni 12 ore e 44 minuti, in cui il sole la precede nello zodiaco di 27 gradi. 12 di quest’ultime rivoluzioni lunari danno un anno di 354 giorni, più corto dell’anno solare di 11 giorni 5 ore e 49 minuti. L’anno sacro non si fa problemi di questa differenza temporale e ricomincia con l’apparizione della prima luna nuova. Questo secondo anno è ancora più corto dell’anno solare di 11 giorni 5 ore e 49 minuti che, con gli 11 giorni dell’anno precedente dà 22 giorni; il terzo anno sacro ricomincia dal punto dove la prima luna nuova era apparsa. Questo terzo anno è più corto di ulteriori 11 giorni 5 ore 49 minuti che, con i 22 giorni arretrati dei due anni precedenti danno 33 giorni. Questo terzo anno ha un terzo mese embolistico di 28 giorni; restano così ancora 5 giorni dei precedenti 33 che differenziano quest’anno da quello solare. E’ allora che si celebrano le Trieterìe o Piccole Dionisiache, mentre il quarto anno ricomincia con la prima luna nuova.
Quest’ultimo è più corto di 11 giorni 5 ore 49 minuti che, sommati ai 5 giorni dell’anno precedente, fanno 16 giorni. Il quinto anni li lascia da parte e ricomincia con la prima luna nuova: questa è più corta dell’anno solare di 11 giorni 5 ore 49 minuti, i quali ultimi con i 16 dell’anno precedente, fanno 27 giorni; allora si riprendono le 5 ore 49 minuti lasciate degli anni precedenti e si forma un giorno di 24 ore: rimangono 5 ore, che vengono intercalate nascostamente grazie al regolatore di cui ho detto prima nei cinque anni trascorsi. Il giorno aggiunto ai 27 forma il mese embolistico del quinto anno. E’ a questo punto che la luna si ricongiunge col sole e i due luminari si ritrovano nello stesso punto siderale da cui si erano allontanati; le feste ne sintetizzano il valore analogico: in Egitto, Osiride entra nella Luna; a Roma si celebrano le Grandi Dionisiache; ad Atene le Grandi Panatenee. Il cielo ne da il segnale d’avvio. A Roma si celebra il lustro, si purifica la città e l’esercito. Ognuno si purifica e rigenera con la nuova congiunzione, preparandosi così alla celebrazione delle Grandi Dionisiache.
25. Pertanto l’Anno Sacro è composto di 12 rivoluzioni lunari, dette mesi, dal termine meni che, in etrusco e nella maggior parte delle lingue orientali, sta a significare la luna, e di un tredicesimo mese aggiunto al terzo e al quinto anno del lustro. Se in questi anni si riscontra qualche anomalia cronologica, ecco in che facile modo si procede alla correzione: i Romani e con loro tutti i popoli antichi celebrano la nuova luna quand’essa è visibile. Il secondo pontefice dei Romani è quello incaricato di scorgerla. Nel momento in cui ciò avviene ne è avvertito anche il rex sacrorum e assieme celebrano un sacrificio, proclamando il giorno seguente essere il primo della nuova luna. Quando non erano in grado di scorgerla, si basavano sulle effemeridi. I moderni hanno rimproverato agli antichi di celebrare la nuova lunazione solo quando la scorgevano nel cielo, affermando che quando la luna veniva scorta essa non era più nel suo primo giorno ma nel secondo se non addirittura nel terzo. E’ vero, in quanto è dapprima nascosta dalla luce solare, ma proprio per questo essa è come straniera per la terra e non esercita alcun influsso. In termini astrologici è “combusta”. Pertanto il primo giorno che la si scorge è davvero il primo giorno di luna e i moderni non si sono avveduti che la saggia ordinanza di celebrare la luna solo quando la si è vista, costituisce proprio quel regolatore di cui ho detto, che se si mostrasse ogni mese, potrebbe segnalare l’errore in cui si potrebbe incorrere, dando l’opportunità di regolare cioè quello che si è sregolato nel mese, tanto che con un simile regolatore non si sarebbe potuto sbagliare al di là di un mese!95
L’Anno Sacro è formato di mesi alternativamente di 29 e 30 giorni e di uno di 28 ogni tanto, come si è visto. Il primo giorno di ogni divisione porta un nome proprio e particolare. Il primo giorno della prima divisione è detto “kalenda”, dalla parola etrusca “kalare”, che significa chiamare, convocare, poiché è in questo primo giorno che i re o i capi del senato lo annunciavano e lo convocavano. Da questo giorno i pontefici calcolavano 7 giorni pieni, essendo il settimo giorno il primo della seconda divisione, che a sua volta veniva detto “la nona”, dalla parola latina novus, nuovo: era un giorno di rinnovamento. In questo giorno i pontefici, gli ierofanti e tutti i sacrificatori si radunavano nei templi per discutere di cose celesti e misteri divini; ne istruirono anche il popolo, annunciandogli i riti e le feste che avrebbero dovuto celebrare per il periodo restante. Tale giorno, non meno di quello della kalenda, non era festivo in senso proprio ma vi venivano compiute in ogni caso delle celebrazioni. Quel giorno, il popolo, che doveva apprendere circa le funzioni da compiere, non doveva venire distratto da questo fine da nessun’altra cosa. Non si doveva né vendere o comprare, né discutere in tribunale o fare qualsivoglia affare. Si aveva cura che le nundine o mercatali e le giudiziarie o faste non cadessero in questo determinato giorno.
Da questo giorno di none i Pontefici conteggiavano ancora sette giorni, e l’ottavo era il primo giorno della terza divisione che venivano dette le idi dalla parola etrusca iduare, che significa sacrificare, perché, in base alle disposizioni dell’Anno Sacro, in quel giorno ricorreva la maggiore di tutte le solennità; ciò a ragion veduta, perché in quel giorno la luce si è sparsa sulla terra, per sempre, nel senso che quando uno dei due luminari tramonta l’altro si leva all’orizzonte. Tuttavia questo giorno non è festivo.
Il mese di 30 giorni aveva un intervallo di 7 giorni tra le calende e le none; quelli di 29 e 28 l’avevano solo di 5; in entrambi i casi, nell’anno civile e in quello sacro, non si nominava mai il giorno successivo alle calende come il secondo giorno del mese, ma nel mese di 30 giorni si nominavano i 5 che precedevano le none; in quelli di 28 e 29 i tre precedenti le none: del pari il giorno dopo le none si diceva il settimo prima delle idi, e il giorno successivo alle idi il quattordici o il quindici precedente le calende del mese a venire.
Era un modo di contare in apparenza bizzarro e certamente difficile, perché si dovevano tenere a mente due elementi: il punto di partenza e quello di arrivo. Ma se è vero che la religione è espressione di verità, significa che noi dobbiamo imparare che la nostra non è che una vita di attesa, che questo mondo è stato prestato all’uomo per la sua rigenerazione. Provate ad elevarvi dal mondo sensibile a quello intelligibile! Ah, razza di pecore! Come un uomo che, dal fondo dell’acqua, colpendo la terra col piede, si sente innalzato in superficie, così colpite anche voi la terra col piede ed elevatevi al mondo invisibile, al quaternario intellettuale solo nel quale potrete trovare requie; ma, se mancaste delle forze necessarie, proprio come il peso del corpo risospinge verso il fondo dell’acqua, così voi sprofondereste nel baratro della generazione, dove non trovereste che orrore e disgusto. Tuttavia l’intellettualità non smette di rifulgere ai vostri occhi; essa non smette di mostrare il suo splendore e la sua bellezza. Ah! Il cane che mostra la sua fedeltà al padrone; il cavallo coraggioso, che trotta con fiera andatura e testa alta contro un nemico che non è certo il suo, l’elefante grande e sensibile, il leone fiero e valente, stanno tutti al proprio posto; ma l’uomo che ha perso il sentimento religioso è inferiore a questi animali.
Il primo mese dell’Anno Sacro96 dev’essere quello in cui la natura si rinnova; purtuttavia esso è sacro a Marte, dio terribile e violento, segnato dal sigillo della duplice ragione che ha generato questo mondo: insensato, furioso - secondo le definizioni che Orfeo dà di Marte -, amante solo del sangue e della carneficina, perché in questo sventurato mondo in cui l’esistenza dipende dalla distruzione, tutte le specie si divorano a vicenda. E’ anche il mese di Giano clavigero, del dio che apre e chiude e che presiede a tutti gli inizi e a tutte le imprese; ed è anche dio della guerra. Infatti tra gli antichi abitanti del Lazio il suo tempio veniva aperto solo in tempo di guerra e tenuto chiuso in quello di pace. E’ grazie a Giano che tutto si opera in natura: grazie alla sua mano vigorosa il mondo gira sui cardini. Regnava sul Lazio allorchè vi giunse Saturno; quest’ultimo insegnò agli uomini le arti, le leggi, i costumi, il governo delle città, e regnò con Giano. Sotto il suo regno gli uomini vissero felici, senza affanni e inquietudini, senza padroni e servi. La terra gli forniva il nutrimento, il miele colava dal tronco delle quercie e ruscelli di vino si univano nei campi a ruscelli di latte. Dèi e uomini conversavano amabilmente insieme: è la vostra indegnità che vi impedisce di crederci!
Vesta sta con Giano. Essa è il principio e l’inizio di tutte le cose: presiede alle porte, agli ingressi delle case. Ecco perché i Romani vi posero il suo sacello, proprio come Greci e Celti facevano con quello di Mercurio. Vesta produce ogni cosa, vivifica tutto, si unisce alle cose terrene ma senza restarne infangata; si conserva sempre pura, sempre casta. Il sacro fuoco tenuto acceso sul suo altare ed i focolari domestici sono i simboli della sua maestà e potenza. Accanto le stanno Lari e Penati con gli Dei tutelari della famiglia e dell’impero, ed il Palladio, di cui vi posso assicurare che ogni popolo che lo possiederà sapendolo conservare, durerà quanto il mondo.
Il nome Lazio, dato all’Ausonia, ha lo stesso significato che tra i Celti, i quali dicevano essere figli di Ade e della Notte. Gli uomini, tuttavia, non seppero conservarsi nelle condizioni in cui stavano al tempo di Saturno. Questi venne relegato ai confini del mondo, ed ebbe così inizio il regno di Giove cui succedettero ancora altri regni. Giove è il padre degli Dei e il re degli uomini, signore dell’Olimpo; regge il primo anello della catena che si prolunga fino all’atomo più infimo. Se voi toccate un solo anello di questa catena, la fate vibrate tutta quanta: essa è la conoscenza dell’universo. Giove per primo volle che si dissodassero i campi; tolse il miele dalle foglie degli alberi, prosciugò i ruscelli di vino e latte che scorrevano in pianura. Per primo lavorò la terra con perizia; non volle che gli uomini si abbandonassero ad un sonno inerte: riempì i cuori di stimoli sempre nuovi; non permise che sotto il suo regno languissero in un fiacco torpore: così Cerere insegnò l’arte di stimolare la terra a fornire quel nutrimento che non avrebbe mai reso spontaneamente. Giove è figlio di Saturno; Giunone sua sorella nacque da lui stesso ed è anche la sua sposa.
Ci si deve difendere da Marte con il suo stesso scudo che è di forma circolare. Bisogna farlo discendere dal cielo in terra, nel Ciclo della Generazione. Numa, di illustre e santa memoria, lo fece ed ecco in che modo: aveva scorto gli Dei Pico e Fauno battersi a duello sulle falde dell’Aventino, vicino a delle fonti ben ombreggiate. Egli pose del vino sul bordo di queste sorgenti; gli Dei ne bevvero e, non conoscendone gli effetti, si ubriacarono cadendo addormentati. Numa li legò. Quand’essi si risvegliarono lo pregarono di slegarli e di lasciarli andare ma Numa rispose che non l’avrebbe fatto se essi non gli avessero detto come fare per far scendere Giove dai cieli sulla terra. Che potevano fare Pico e Fauno? Numa li teneva legati; dovettero acconsentire. Ed infatti gli insegnarono a far scendere Giove Elicio sulla terra. Numa lo fece, Giove apparve e chiese a Numa dei sacrifici espiatorii; il dio aggrottando le sopracciglia, scosse la testa folta di capelli e ordinò di portare delle teste umane. A questa richiesta Numa fremette ma aggirò l’ostacolo ottenendo di confezionare dei simulacri. Fece anche cadere dal cielo lo scudo di Marte: per timore che questo venisse rubato ne fece fare altri undici falsi ma in tutto identici cosicchè se qualcuno l’avesse voluto sottrarre non si sarebbe raccapezzato, dovendo affidarsi al caso o rubarli tutti. L’artefice che li realizzò chiese come ricompensa che il collegio dei Salii, quand’essi avrebbero portato questi scudi danzando la pirrica insegnatagli da Minerva, cantassero il suo nome. Costui si chiamava Veturio Mamurio o Memorio. I Salii fecero quanto gli venne richiesto ed ecco perché il nome di Veturio Mamurio torna ad ogni strofa di quei canti.
I Salii portarono gli scudi per quattordici giorni: questi quattordici giorni costituiscono un tempo di preparazione, di lutto, di digiuno, di espiazione. Ogni cosa deve apparire tetra e lugubre. Il flamine diale e la flaminica non devono avere rapporti, non si debbono celebrare matrimoni, perché siccome è l’interno che genera l’esterno - così come si vede nelle passioni e nella meditazione -, lo sperma uscendo da un corpo conformato da tali tristi e lugubri riti, non potrebbe che generare delle anime sventurate e materiali che una fatale attrazione avesse potuto conformare un supporto così disposto, grazie a questi lugubri riti e al modo di vivere abituale che conferiscono.
Tuttavia voglio scendere dalle nubi della filosofia contemporanea rispondendo alla domanda: perché una religione triste? Perché noi viviamo in un mondo triste, un mondo di esilio e di affanni, dove le specie si divorano l’un l’altra, dove cento dolori ci affliggono per ogni piacere che proviamo. Quando abiteremo un mondo pieno di delizie e di gioie continue, questa domanda potrebbe non avere più valore.
Questo mese, per un motivo che spiegherò più avanti, è consacrato in special modo a Minerva. Il primo giorno si rinnova il fuoco del tempio di Vesta e i lauri dei Flamini; le donne romane invocano il terribile Marte e lo scongiurano di non essere ostile alla loro fecondità; celebrano in suo onore - così come fanno gli uomini in altri giorni nei confronti di Saturno -, le feste matronali in cui rievocano l’uguaglianza dei tempi primitivi tra padroni e servi, servendoli financo a tavola: è un giorno festivo.
La vigilia delle none si sacrifica a Vesta, ma la vera festa del mese è il giorno delle idi, quando si celebra Anna Perenna. Questa era una anziana cortigiana che lasciò i propri beni in eredità al popolo romano con la riserva di poterne usufruire solo al momento della sua morte. La festa si celebra sulle sponde del Tevere sotto dei ripari di frasche, come avviene per la festa dei Tabernacoli degli Ebrei, quella di Tentyra tra gli Egiziani e le Oscoforìe tra gli Ateniesi. Rechiamoci anche noi sulle rive del Tevere, a festeggiare con le nostre famiglie, sotto ripari di foglie, dei festini non licenziosi, come non sempre avvenne; manifestiamo il desiderio di un anno senza fine, e volgiamo i nostri sguardi al di là della natura che abbiamo di fronte: la verità si offre a tutte le coscienze ma coloro che non sono così eccelsi da sapersi trasportare oltre questa stessa natura, ringrazino gli Dei per averla rinnovata e impreziosita e ne adorino la divina presenza in quest’oceano di bellezza, celebrandone i meriti.
Il 13 delle calende di Aprile, cioè il 17 Marzo, si festeggia Libero. E’ lui che ha insegnato agli uomini il culto e le leggi; tutto l’universo riecheggia delle sue imprese; è stato lui il primo ad offrire al Padre le primizie dei campi e del bestiame, insegnando agli uomini come fare. Da lui trae nome quel dolce sacro, il libum, e le libazioni. E’ stato lui a scoprire il miele e ad offrirlo agli uomini: nulla è dolce come il miele. Libero è dappertutto e la sua forza generativa si diffonde ovunque nell’universo. Quando è armato di tirso nulla può resistergli; anche ad ognuno di noi ha donato un tirso, ma pochi sanno servirsene, perchè, come disse Platone che lo apprese in Egitto, molti sono i portatori di tirso ma pochi sono invasi dal nume. Libero venne fatto a pezzi dai Giganti; Pallade trovò il suo cuore che ancora palpitava e lo portò a Giove; Cerere, alla ricerca di sua figlia, ne riunì assieme i brandelli tranne il membro virile che sostituì con uno finto che donò ai Cabiri. Nel giorno di Libero i giovani Romani vestono la toga virile, si recano nel foro ed iniziano qui la loro vita di uomini adulti.
Due giorni dopo gli undici delle calende c’è la festa di Minerva, che deve durare cinque giorni, per un motivo ormai chiaro. Per via di questo cinque la festa è detta quinquatria o quinquatries. Il suo primo giorno non si possono fare sacrifici di sangue, essendo il giorno natalizio di Minerva, i giorni seguenti invece è consentito. Tutte le corporazioni di mestiere le recano omaggio, essendone la patrona. Il quinto giorno si sacrificano i flauti dei sacrifici; il primo e il quinto giorno soltanto sono festivi. Il settimo precedente le calende è la festa delle Hilaria, motivo di gioia, dedicata alla Gran Madre degli Dei, i cui favori risaltano ovunque nella natura che sta compiendo il suo rinnovamento. E’ il momento in cui la luce prevale sulle tenebre, le giornate superano le notti ed il cielo dà alla terra il segnale di questa gioia: il giorno è festivo.
Il mese di Aprile è sacro a Venere.
“O bella Venere, tu che reggi i lacci della simpatia di tutti gli esseri, tu che domini sulla terra, nel mare da cui sei nata e in cielo, Bella Venere, nulla resiste al tuo potere. Il desiderio, che ti è figlio, si diletta con gli uomini e con gli Dei. O bella Urania, conduci i miei sentimenti verso le beltà celesti e toglimi dal cuore quelli terreni, che bruciano e avvampano senza dare vita!”97
Il giorno delle calende si sacrifica a Venere e la si blandisce quale Venere Verticordia, affinche storni dal cuore degli uomini gli amori illegittimi. Le donne compiono le loro abluzioni coronate di mirto. Il giorno è festivo. La vigilia delle none si celebrano i Ludi Megalensi, cerimonie consacrate alla Gran Madre degli Dei. Risuona ovunque un gran strepito di flauti, di cembali e di tamburi; Cureti e Coribanti danzano la pirrica, a ricordo di quando Saturno voleva divorare Giove neonato e loro lo impedirono col chiasso dei loro strumenti a copertura dei vagiti del bimbo. Ecco perché questi giorni, anche se in un mese in cui la natura si veste dei suoi più bei colori, sono tetri e mesti: è un giorno festivo [sacro].
Le idi si celebrano dei giochi simili anche in onore di Cerere, e dei sacrifici a Giove Vittorioso, perché sfuggito alla crudeltà di Saturno. Il giorno è festivo. L’indomani, diciassette delle calende di maggio, si sacrifica a Cerere e alla Terra con vacche pregne; quel giorno la Vestale suprema brucia in olocausto un vitello rosso, puro, assieme a sangue di cavallo e frasche di fava, onde ottenere un profumo con cui il popolo si purificherà al momento delle feste delle Palilie. Il giorno è festivo. Il tredicesimo giorno delle calende di Maggio le donne romane, in abito bianco, celebrano le feste Cereali. L’undici è invece il giorno delle Palilie; il popolo si reca dalla vestale suprema per avere il profumo già preparato. I contadini invece, dopo essersi purificati, purificano le stalle ed il bestiame.
E’ dunque tutto così impuro, tutto così sordido a questo mondo? Certo, dal momento che tutto è sorto da fonti impure98. Il settimo giorno prima delle calende i Romani sacrificavano agli Dei, affinchè questi allontanassero l’infestante ruggine dalle loro messi; il quinto giorno ne facevano a Venere e a tutti gli Dei affinchè agevolassero la fioritura del mondo vegetale: erano le feste Floreali. L’ultimo del mese si sacrificava a Vesta.
A maggio ogni cosa è fecondata, tutto si manifesta e la natura mostra in pieno le sue forze; tuttavia è un mese tetro e lugubre: le calende sono dedicate ai Lari, Dei tutelari delle famiglie e degli imperi che sovrintendono alla generazione. Gli si tributano sacrifici espiatori per blandirli e propiziarseli. In tal giorno le donne romane celebrano nella casa del Pontefice Massimo la festa di Bona Dea, a cui non può partecipare alcun maschio, neanche di genere animale. Si coprono anche tutte le immagini maschili e lo stesso Pontefice deve uscire di casa!
O Natura, chi sei tu dunque? Natura mortale e peritura, perché si vuole, in questa festa, cancellare del tutto ogni sorta di germe. Il giorno dopo, il quinto delle none, si celebra ancora la festa dei Lari negli incroci stradali, da cui il nome di Compitalia. Gli si offrono assieme a Mania loro madre delle “teste” di papavero; così si riscatta la propria testa. Il settimo giorno delle idi ci sono le feste lemurali, feste di ombre e fantasmi che si celebrano fino alle idi per tre notti. Si tiene sempre un giorno di intervallo. Si portano offerte alle tombe dei morti e li si evoca con forti richiami; dopo essersi purificate le mani con acqua di sorgente si sosta in raccoglimento e ci si ricrea al ricordo di quegli uomini virtuosi che hanno sconfitto questa natura caduca. Per timore che qualche anima, ancora impura per la macchia di qualche suo crimine, si accosti alle offerte e contamini gli astanti o che anime malvage commettano qualche azione nefasta, si gettano tutt’intorno delle fave, esclamando per nove volte: “con queste fave io riscatto la mia anima” e ci si purifica di nuovo con l’acqua. Gli si gettano fave perché il fiore di questa pianta raffigura la bocca dell’inferno99 e queste anime le gradiscono per la propensione che ancora hanno verso la generazione e le cose di questo mondo, ed amano anche il numero 9, numero della generazione, dalla quale non si può sfuggire percorrendo la circonferenza ma tracciando una linea retta: infatti se moltiplicate 9x9, avrete sempre 9100; 9 e 9 fanno 18; 1 e 8 fanno 9; tre volte 9 fa 27; 2 e 7 fanno 9; quattro volte 9 fanno 36; 3 e 6 fanno 9 ecc. ecc. Centomila volte 9 farà sempre 9. Questo numero è il numero della Materia e ciò sia d’esempio, perchè i numeri non hanno mai delle qualità arbitrarie.
Il quarto giorno delle idi si sacrifica a Marte, cui spetta un posto anche in questo mese. Alle idi si va agli Argei e le vestali ed i pontefici gettano nel Tevere dal ponte Sublicio dei fantocci di vimine a forma umana detti scirpei. Questo ponte è tutto di legno e neanche i chiodi sono di metallo, così come succedeva per la costruzione di molti templi antichi. Alcuni hanno pensato che i pontefici derivassero il loro nome proprio dalla parola ponte, della cui manutenzione erano davvero incaricati, per un mistico motivo; ma si sono sbagliati. Il loro nome viene da potes faciundi, potenti nell’agire, perché infatti i pontefici devono avere questa potenza che deve essere il loro unico impegno.
Il giorno in cui ci si reca agli Argei, Roma assume un’aria ancor più tetra e lugubre del mese stesso. Le vestali, i flamini, i pontefici non curano la propria acconciatura; tutto ha un’aria trasandata e oscura, né si celebrano matrimoni nei giorni in cui con teste finte si riscatta la propria testa consacrata al lutto del cielo. Questa festa pare sia identica a quella del capro espiatorio degli Egizi e degli Ebrei, degli antichi Celti, dei Marsigliesi101, dei Messicani [Atzechi]e di molti altri popoli che sgozzavano veramente degli uomini dopo avergli rivolto ogni genere di accuse e imprecazioni rituali. A Roma si diceva che Saturno esigeva delle vere teste umane ma che quell’Ercole che giunse di passaggio a Roma, al cui nome è dedicato il più grande altare della città, l’ara maxima et maxima semper, dopo aver liberato il paese dal gigante Caco, aveva cambiato il rito sottraendo gli abitanti a quella crudeltà. O Natura! Chi sei tu dunque che hai bisogno per mondarti di un’impurità di commetterne un’altra! Questo giorno è festivo. Il 12 si celebrano le feste agonali, espressione dell’azione di tutti i sacrifici. Il 10 si purificavano le trombe sacre. Questo mese è dedicato al genio della terra.
I primi giorni di Giugno erano anch’essi tristi e lugubri. Il mese è dedicato a Mercurio. Il primo giorno si sacrificava a Marte e a Carnea, che presiede agli organi vitali del corpo. Si mangiava come gli Egiziani, con lardo e fave, che simboleggiano le qualità della natura102; ma solo il popolo mangiava, non i sacrificatori o gli ierofanti, né in Egitto mangiavano i profeti. Alla vigilia delle none o il quarto giorno del mese si sacrificava a Bellona a cui i sacerdoti libavano col proprio sangue estratto da un braccio. Il giorno delle none si sacrificava a Fidio che è lo stesso che dire Semo Sanctus ovvero la lancia di Quirino, adorata da tutti i popoli antichi; ma non c’è molto da aggiungere sulla natura di questa divinità.
Il cinque delle idi si celebravano le feste di Vesta; in tal giorno il suo santuario rimaneva aperto. Ogni famiglia allestiva un banchetto davanti al focolare riponendo nella sacra patena cibi della propria tavola per libare nel santuario della Dea; le vestali pregavano per tale famiglia. Non presiedere a tale cerimonia era considerata una grave mancanza. In tal giorno, per un mistico motivo, gli animali che macinavano il grano, adorni di fiori, venivano portati per le strade, si adornavano di fiori e ghirlande anche le macine e le vestali entravano nel tempio a piedi nudi. Il giorno era festivo.
Il terzo giorno delle idi c’erano le Matralia, celebrate unicamente dalle donne in onore di Matuta o Leucotea, dea del mare. Tutto è mistero, tutto è scienza, tutto è apprendimento nei riti degli antichi! Alle idi si rinnovavano le quinquatrie, feste del solstizio, dedicate in particolare a Pallade Tritonia. Il giorno era festivo. Il 17 delle calende di questo quinto mese si purificava il tempio di Vesta e si portavano via le immondizie in un luogo puro appositamente designato. Questo mese stava sotto la tutela di Giove. Il giorno delle none si celebravano le none caprotine in cui le donne di Roma sacrificavano assieme alle schiave sotto un caprifico103, simbolo di generazione.
Il settimo mese è dedicato a Cerere. Alla vigilia delle idi si sacrificava ad Ercole, il gran custode di Roma, mentre il giorno delle idi si sacrificava a Diana. In questo giorno le donne di Roma, in abiti bianchi, portando delle fiaccole accese, si recavano dalla città fin nella foresta di Ariccia, dove Diana era particolarmente adorata. Il 17 delle calende di Luglio c’era la festa di Portunno mentre il 12 delle calende quella di Conso. Il 10, invece, quella di Vulcano in cui il popolo, dopo sacrifici animali, ne gettava i resti nel fuoco per riscattare se stessi. L’otto delle calende c’era la festa di Opi Consivia ma solo le vestali potevano entrare nel suo santuario. Il giorno era festivo.
L’ottavo mese era dedicato a Vulcano. Alle sue idi il primo console piantava il chiodo sacro nelle mura del tempio sul Campidoglio, a fianco dell’ala di Minerva che presiede ai numeri. E’ anche dedicato a Marte furioso: si cerca, con dei sacrifici, di stornarne la collera. Il 3 delle idi si coronano di fiori i pozzi e le fonti per un motivo che vi dev’essere ormai chiaro e che ben si addice a Marte104. Il giorno è festivo. Alle idi, per lo stesso motivo, gli si sacrifica un cavallo. Il 14 delle calende si purificano tutti i cittadini in servizio militare: è l’armilustrio. Si fanno anche sacrifici a Libero.
Il nono mese è posto sotto la protezione di Diana, vincitrice dei Giganti. Il giorno delle idi si celebra il lettisternio, ovvero una tavola imbandita a Giove e a tutti gli Dei; chi è degno vi si siede. Il giorno è festivo.
Il decimo mese è posto sotto la protezione di Vesta ed è il mese del solstizio inferiore105. Il giorno delle none è la festa di Fauno, Dio del quale si teme la presenza. Il terzo delle idi si celebrano le Agonali mentre al dodici delle calende di Gennaio si celebrano i Saturnali. Tali feste durano sette giorni poiché si tratta di una serie di feste differenti celebrate ovunque sotto il nome di Sacchee, Ermee ecc. In quei giorni gli amici si scambiano gli auguri e si fanno dei regali chiamati strenne, gli schiavi godono di una totale parità rispetto ai loro padroni. La prima di queste feste cade il dodici delle calende di Gennaio, e son dette feste di Opi in cui oltre a questa dea si celebrano Rhea e Cibele moglie di Saturno. In tale occasione i Romani si siedono per terra, la toccano e chiedono a Opi e Saturno di renderla fruttifera. Il nove cadono le Sigillarie in cui gli amici si scambiano dei ceri accesi e altri si pongono sugli altari di Saturno unitamente a delle figurine di terracotta che si mettono nella cappella di Plutone, per riscattare la propria testa. L’otto è la festa di Angerona, Dea del silenzio, raffigurata con un dito sulle labbra, a significare che dobbiamo imitarne il silenzio; non possiamo però aggiungere altro sulla natura di queste feste né su quelle di Saturno. Io non posso – scrive infatti Macrobio – rivelare ciò che è in rapporto con la natura segreta della divinità ma solo narrare dell’origine di queste feste e di ciò che si dice nei miti o che è riferito dai naturalisti. Della dottrina segreta, quella che promana dalla pura fonte della verità, così come dei sacrifici e dei Misteri non è permesso dire; ma se qualcuno la intuisce è obbligato ad osservare il silenzio e di tenere questa conoscenza per sé. Il 7 c’è la festa dei Lari e della loro madre Mania a cui si sacrificano “teste” di papavero per riscattare la propria. L’indomani si fa un sacrificio agli Dei Mani. In questo mese, nel giorno del sosltizio, si celebra la nascita di Iacco, di Mitra, di Osiride, di Adone ecc.
Il mese di Gennaio è sacro a Giano. Cesare diede inizio al suo anno facendolo cominciare dal mese di Gennaio e stabilì per questo mese gli stessi auguri e doni stabiliti per i Saturnali. Il giorno delle calende si faceva un sacrificio a Giano. Il 5 delle idi si effettuavano le Agonali. Il 3 le donne di Roma celebravano le feste di Carmenta, pregando per la salute dei loro figli. La festa poteva venir celebrata solo da persone caste. Infatti, le adultere avrebbero potuto pregare per dei figli che le avrebbero fatte arrossire, essendo il frutto dei loro delitti?
Febbraio, il cui nome significa mese delle purificazioni, è consacrato a Nettuno, ma non perché sia visto come il Dio dell’acqua bensì come il Dio della generazione. Il giorno delle calende, si faceva un sacrificio nel santuario di Vesta, sul Campidoglio, e nel tempio di Giove Tonante. Il giorno era festivo. Alle idi c’era la festa di Fauno, dio di cui si aveva paura. Il giorno era festivo. Il 15 dalle calende di Marzo si celebravano i Lupercali. Questa festa diffusa in tutta l’Ausonia proveniva dalle montagne dell’Arcadia ed era dedicata a Fauno o Pan.
Gli si sacrificavano capre o cagne, animali che hanno lo stesso simbolismo e lo stesso significato. Si facevano assistere al sacrificio due giovani scelti tra le migliori famiglie romane e gli si ungeva la fronte col coltello sanguinante del sacrificio. Allora essi attraversavano tutta la città, colpivano chi gli capitava a tiro con le pelli delle vittime, tagliate a strisce, diffondendo ovunque la fecondità.
Il 13 c’erano le Quirinali, dedicate a Quirino, che non era Romolo ma Sangus [Sancus] Fidius, il dio armato di tirso o della lancia detta curis. Questo era anche il giorno della festa dei pazzi, feriae stultorum, cioè di coloro che erano stati così sventati da trascurare il culto degli Dei, che avevano mancato di devozione, e che avevano volontariamente trascurato qualche rito religioso. Non era detta senza motivo festa quirinale. Il popolo esprimeva attraverso il dolore, il digiuno e le macerazioni la follia di costoro.
Il 9 dalle calende si celebravano le Ferali, a ferendo, offerte che si portavano sulle tombe e sacrifici fatti ai morti. Entrambe le azioni si esprimevano col verbo parentare. A favore dei morti si facevano anche sacrifici agli Dei Mani, pregandoli di essere favorevoli. Quale cerimonia più toccante ed esempio di virtù di quella di vedere una famiglia riunita in tutti i suoi componenti recarsi compatta al luogo di sepoltura dei propri antenati e recarvi offerte, farvi sacrifici, spargere lacrime, recitare lamentazioni per coloro che avevano ben meritato da vivi! Solo questa ricorrenza sarebbe in grado, per molti di noi, di far tornare la moralità, perché tutto è consequenziale: la morale è come una lunga catena, in cui tutti gli anelli si tengono l’un l’altro con lo stesso inanellamento; se se ne rompe uno tutti gli altri si disarticolano e si spargono in terra. In quel giorno non si celebravano matrimoni per ovvii motivi e si invocava la dea del silenzio.
Un’altra festa, non meno valida per ricondurre alla moralità, erano le Caristie, che si celebravano il 7 delle calende. In tal giorno, con la famiglia al completo e senza estranei, si faceva un banchetto di amicizia e carità parentale; nell’occasione si dovevano dimenticare tutte le inimicizie che avrebbero potuto insorgere nel corso dell’anno; non ci si poteva presentare corrucciati o animati da cattivi sentimenti e gli anziani della famiglia avevano il compito di dirimere le incomprensioni sussistenti, tra le cose sacre della tavola e la gioia e le effusioni della famiglia riunita – come riferisce Valerio Massimo.
Il 6 prima delle calende di marzo c’erano le feste Terminali. I confinanti si recavano ad ispezionare i confini dei loro campi e chiamavano a testimoni di essi gli Dei, sacrificando a Giove Termine, cioè il confine dell’anno. Si celebrava anche la purificazione di Cerere dopo il parto e la sua presentazione al tempio di Jacco, suo figlio notturno: gli si offriva una moltitudine di fiaccole e di torce.
In questo mese si celebravano i Grandi Lustri, quando sole e luna si ricongiungevano ogni cinque anni ricominciando insieme la propria marcia nel cielo. Si purificava allora tutto il popolo in armi con il sacrificio di un toro, di un ariete, di un becco e di un maiale, che si facevano girare per tre volte attorno. Questa espiazione si faceva al termine del terzo mese embolistico. Ognuno si purificava rinnovandosi in questo lustro e preparandosi alla celebrazione delle Grandi Dionisiache. Tutto assumeva un volto nuovo; si rinnovavano le bellezze della terra e della casa; si assegnava a ciascuno il suo posto all’interno della tribù; si chiedeva ad ognuno di render conto del suo comportamento, i censori svolgevano il loro incarico, incarico che io non vi raccomando affatto. Dove sono i censori? Unico censore è colui che racchiude nella sua mente le idee di tutte le cose e le ragioni delle virtù e dei delitti.
Oltre alle feste prefissate di ogni mese ce ne sono altre dette concettive: non che non abbiano dei giorni fissi, ma non le si è riuscite ad inserire in una regola generale, perché i loro termini variano in base a regole loro proprie, mentre altre in base all’andamento delle stagioni: intendiamo riferirci alla Ambarvali, alle Amburbiali, ai Grandi Lustri, di cui parlerò tra breve, le Ferie Sementive, i Paganali, la nascita di Iacco, il parto di Minerva, le feste del solstizio superiore e dell’equinozio d’autunno, che si basano sull’anno solare. Le Ferie Sementive si celebrano dopo che sono stati seminati i campi, che si consacrano agli Dei con la preghiera di renderli feraci


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