Religione universale naturale


Il Regno di Ammone Toro Venere – Athir La Casa di Horo



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Il Regno di Ammone

Toro Venere – Athir
La Casa di Horo

Gemelli Coribante – Arpocrate
Il recinto di Horo

Cancro113 Mercurio – Thot
La vittima di Tifone

Leone Giove – Osiride
Il cubito del Nilo

Vergine Cerere – Iside
La Casa d’Amore

Bilancia Vulcano – Phta
La Casa dell’Espiazione

Scorpione Marte – Tifone
La Casa di Iside

Sagittario Diana – Horo
La Casa delle Delizie

Capricorno Vesta – Min
Il Braccio del Sacrificio

Acquario Giunone – Agathodaimon
Il Braccio Benevolo, Agathodaimon

Pesci Nettuno – Nepthis
Il Pesce di Horo

Questi segni sono comuni a tutti i popoli meno che ai Magi, che al posto dei Gemelli hanno due Capretti, e degli Indiani, che hanno due Gemelle. Si vede che la Casa di Horo, quella di Coribante genio della terra, e quella della vittima di Tifone sono distinti dal fatto che il sole si trasferisce nell’altro emisfero. Il segno del Leone è detto Cubito del Nilo perché è sotto il suo segno che il Nilo comincia ad ingrossarsi. La Casa d’Amore, nella Vergine, non ha bisogno di spiegazioni mentre quella delle Espiazioni in Bilancia vuol significare che gli Ebrei hanno tratto tutti i loro riti dai Caldei e dagli Egiziani. La Casa di Iside, in Scorpione, indica una grande verità, se ci si sovviene che il segno è sacro a Marte. Il Sagittario è la Casa delle Delizie ed è dedicato dai Romani a Diana, vincitrice dei Giganti. Il Capricorno è detto Braccio del Sacrificio ed è dedicato dagli Egiziani a Min e dai Romani a Vesta considerata come emblema e legame di ogni religione; il mese era dedicato anche a Libero. Il Braccio Benevolo, Agathodaimon, Giunone o l’Acquario, sono la stessa cosa, mentre in entrambi i due popoli il segno dei Pesci indica in che modo questo Braccio Benevolo opera nella generazione. Non a caso tra gli Egiziani il segno è dedicato a Nephtis, sposa o concubina di Tifone, e tra i Romani a Nettuno, dio del mare infecondo, come dice Esiodo.


PROSPETTO DEI NOMI DEI SEGNI ZODIACALI INDIANI E ROMANI

Indiani Romani


Chitteré Ariete

Voyassi Toro

Ani Gemelli

Addi Cancro

Avani Leone

Pretachi Vergine

Orpichi Bilancia

Cartigué Scorpione

Margasi (l’Arco) Sagittario

Tai (il Coccodrillo) Capricorno

Massi (il Vaso) Acquario

Pangoumi Pesci


Il coccodrillo è analogo a Min, Fauno, Pan e Silvano ma occorre essere buoni conoscitori della dottrina per scorgere l’analogia e capire perché è chiamato dagli Egiziani Il Braccio del Sacrificio.
Ho descritto l’anno sacro che non può che essere un anno lunare. Quello solare non era certo privo di ricorrenze ed era composto, come si è detto, di 365 giorni, 5 ore, 49 minuti. Ho pure detto che i Romani lo conoscevano. Tutti i popoli antichi, tutti quelli che ci hanno lasciato una testimonianza nei monumenti, come gli Egiziani, i Persiani, i Greci, i Messicani e molti altri ancora attraverso la scienza astrologica universale, dividevano quest’anno in tre decadi mensili, il cui insieme assommava a 36 decadi, così come si constata dalla ripartizione delle 36 costellazioni che si spartivano il cielo subito dopo i segni zodiacali. Ad ogni decade questi popoli assegnavano degli Dei che erano poi quelli delle costellazioni e che si suddividevano in base ai segni corrispondenti; una scienza troppo profonda e complicata per essere rivelata al popolo.
Queste 36 decadi componevano 360 giorni, cosicchè mancavano cinque giorni pr farle combaciare con l’anno solare. Gli Egiziani chiamarono questi 5 giorni “epagomeni” o complementari e tra essi erano giorni di grande solennità. Dicevano che il primo giorno era quello della nascita di Osiride, il secondo della nascita di Horo, il terzo quello della nascita di Tifone, il quarto quello della nascita di Iside ed il quinto quello della nascita di Nephtis o Venere Terrestre114. Da un diverso punto di vista teologico, i giorni della nascita di Osiride e di Horo, dove Osiride è il padre di Horo, sono due giorni primi mentre il terzo, giorno della nascita di Tifone, è un secondo giorno. Gli Egiziani consideravano questo secondo giorno molto funesto e sfortunato: a causa sua il faraone non compiva nessun atto ufficiale, e siccome questi 5 giorni costituivano un anno in miniatura ed un compendio del grande anno, ogni cerchio matematico era composto di 360 giorni, per delle ragioni che il Libro degli Errori e delle Verità indica chiarissimamente e che si può consultare115. L’anno solare egizio aveva il suo capodanno con l’apparizione della costellazione del Cane e veniva intercalato di certo ogni quattro anni. In ogni caso, a parte questo quarto di giornata meno qualche minuto, essi ricavavano un anno al termine di 1460 giorni ed allora il vero inizio dell’anno coincideva effettivamente con la costellazione del Cane. Tale giorno costituiva una vera e propria festa e si raccontava – o gli storici gli avevano messo in bocca, perché io non l’ho mai trovato in nessun documento egizio – che in quel giorno la fenice riappariva e che dopo essersi lasciata bruciare sull’altare del sole rinasceva dalle sue stesse ceneri. Ecco un’allegoria molto bella ma errata perché allora non era il cielo o l’ordine dei secoli che si rinnovava, ma soltanto il loro sistema di calcolo sbagliato, dal momento che non avevano contato gli anni correttamente; ed è chiaro che questo rinnovamento non rinnovava alcunchè né in cielo né in terra, ma solo il sistema di calcolo egiziano! Non vedo come degli uomini così saggi come gli Egiziani avessero potuto intendere altra cosa, ma loro amavano l’allegoria e la mettevano ovunque riuscissero a farla entrare. Purtuttavia è impossibile che abbiano creduto che il loro errore di calcolo potesse influire sui fatti del cielo.
L’umanità aveva anche un’altra unità di misura del tempo, il ciclo settenario. Tutti i popoli l’hanno conosciuto e, come dissi, per una disposizione ben precisa della Provvidenza, hanno tutti lo stesso tempo nello stesso giorno, con la differenza dovuta alla longitudine – fatto che può essergli stato comunicato solo dagli Dei per rivelazione. Tutti hanno tenuto da conto e santificato il settimo giorno, qualunque fosse stata l’origine del loro ciclo. Gli Egizi, i Caldei, i Persiani, i Romani, santificavano tutti il giorno del sole. Alcuni popoli delle isole del Mar delle Indie festeggiavano il Martedì; gli Indiani della costa del Malabar il Giovedì; gli antichi Arabi e ancor’oggi i maomettani il Venerdì e gli Ebrei il Sabato.
C’è motivo di ritenere, a causa del nome che si trova presso quei popoli, che Celti e Scandinavi festeggiassero anch’essi il giorno del sole. I popoli non hanno creato il loro ciclo settimanale in base a ciò che avevano sotto gli occhi perché, se avessero preso come primo giorno quello del pianeta più vicino a loro, il primo giorno sarebbe stato quello della Luna ed il secondo quello di Mercurio. Se lo avessero fatto basandosi sul pianeta più lontano, il primo giorno sarebbe stato quello di Saturno e il secondo quello di Giove. Ma, come devono aver pensato o per lo meno come gli deve esser stato dimostrato, che nulla in cielo è infecondo, e che come il numero dei pianeti corrisponde al numero degli atti della creazione del mondo, compresi nel volere divino, i pianeti devono poter influire su tutte le divisioni del giorno, e che avendo considerato che il numero 12 è il divisore del cielo e che la notte contiene in essenza tutto ciò che produce il giorno, considerato che hanno diviso il giorno e la notte in 12 ore, che a maggior ragione il giorno e la notte, sia lunghi che brevi, si alza all’orizzonte sempre sei segni di giorno e sei segni di notte…. hanno assegnato ad ogni ripartizione del giorno un pianeta, in modo che queste 24 ripartizioni del giorno e della notte li esauriscano.
La prima ora del secondo giorno del ciclo settenario pertiene a quel pianeta cui tale ciclo è consacrato; e così ogni suo giorno si determina in base al sacro quaternario da cui, come recitano i Versi Aurei, la natura fluisce come da una fonte inestinguibile, quaternario da cui tutto promana. E’ così che coloro i quali assumono come inizio del loro ciclo il pianeta più vicino, hanno come primo giorno, quello della luna; e, risalendo da un quaternario che computa i pianeti Mercurio, Venere e Sole, essi attribuiscono il secondo giorno a Marte. Calcolando in base a un quaternario che conta Giove, Saturno e la Luna, assegnano il terzo giorno a Mercurio. Calcolando da un quaternario che computa Venere, il Sole e Marte, danno il quarto giorno a Giove. Da un quaternario che computa Saturno, la Luna e Mercurio, danno il loro quinto giorno a Venere. Da un quaternario che calcola il Sole, Marte e Giove, danno il loro sesto giorno a Saturno. Infine da un quaternario che calcola la Luna, Mercurio e Venere, danno il settimo giorno al Sole. Ogni altro ciclo di diversa origine si crea dallo stesso quaternario.
PROSPETTO DEI GIORNI ROMANI, INDIANI E CELTICI

Romani Indiani Celtici


Lunae dies Tinguel Moon tag

Martis dies Cheroai Tues tag

Mercurii dies Bouda Wednes tag

Jovis dies Viagam Theurs tag

Veneris dies Velli Frey tag

Saturni dies Sani Saders tag

Solis dies Nair Sun tag
Gli Inglesi, la cui lingua è per lo più derivata dall’anglico, un dialetto tedesco, hanno gli stessi nomi e lo stesso significato. Ne hanno solo cambiato la desinenza, cosicchè i giorni terminano di dy, moon dy, tues dy ecc. e che pronunciano day, il tutto derivando, sembra, dalla parola latina dies. Infatti gli attuali popoli europei hanno mutato i loro antichi nomi adottando quelli latini. Gli Indiani hanno altri nomi ancora in un altro dialetto, ma sempre con lo stesso significato.
26. Vi ho così dato i riti dell’anno lunare e di quello solare, nonché il ciclo settimanale. Anche il giorno, però, ha le sue ritualità. Lo inizierete con dei sacrifici o delle libazioni e non andrete a riposarvi la sera prima di aver fatto altrettanto. Brucerete in loro onore dei profumi; ogni casa dovrà avere all’uopo un incensiere, che vi ricorderà in continuazione della presenza degli Dei. Non dirò nulla di me stesso, non faccio altro che trasmettervi i riti che vi spettano e che vi sono stati tramandati. Chiunque io sia, quale che sia la mia missione – e voi sapete che alcuni uomini nascono dalla carne, dal sangue e dalla volontà dell’uomo e altri invece dalla volontà di Dio – a voi non deve importare.

Signore, se ho ragione, che importa chi io sia?” Recita uno dei più bei versi di Corneille; e del resto non sono io a darvi questi precetti ma uno dei più antichi autori che ci siano mai stati: “Conciliatevi gli Dei con le libagioni e le vittime sacrificali – dice Esiodo ne Le Opere e i Giorni – sia quando andrete a dormire che quando la luce del mattino vi colpirà gli occhi”. Ma la bestia divora la sua preda senza chiedere a chi appartiene quel sangue che sta spargendo; dev’essere così anche per l’uomo? Questi sa che c’è un essere che tiene nelle sue mani la vita di tutto ciò che respira, che la conserva, la sostenta e che se smettesse di alitare tutto quanto perirebbe. Così ogni uomo si limita a sgozzare da se stesso gli animali di cui vuole nutrirsi, spargendone il sangue di fronte al reggente della vita. E’ nel sangue che riposa il principio attivo grazie a cui agisce quello intellettuale, e così, in tutte le lingue antiche, l’azione di uccidere una bestia per nutrirsene e che noi leggiamo in Omero, nella Genesi, in Esiodo, è detta “immolazione”, “mattanza”.

Così vediamo in Omero che Agamennone porta sempre al suo fianco, appeso allo stesso balteo che regge la spada, un coltello per sacrifici. Ma in seguito, per l’aggiunta di nuove squisitezze, la corruzione, l’oblio della vita patriarcale, lo smembramento dei ceppi familiari in parcelle tali da non richiedere il sacrificio di una bestia di grossa taglia, è successo che ci fosse gente di mestiere che le uccidesse vendendone le parti al dettaglio.


Si è statuito con riti e prescrizioni che venissero ben dissanguate, che nulla dello spirito vitale presente nel sangue restasse nelle carni, che non venissero massacrate ma uccise dolcemente, senza crudeltà e senza avere negli occhi il momento dell’esecuzione, dal momento che coloro i quali vogliono vivere santamente e dedicarsi alla contemplazione, non debbono nutrirsi del sangue che, essendo il veicolo dello spirito animale, ne conserva l’impronta e l’attitudine; se questo venisse assunto come alimento stimolerebbe lo spirito umano in quella direzione e gli farebbe contrarre le diverse inclinazioni degli animali; inoltre, un animale che soccombe nel dramma di un supplizio crudele, - come ben disse l’illustre e rispettabile Bernardin de Saint Pierre a riguardo dell’oca a cui si rompe il collo a colpi di bastone fino a staccarlo e che viene mangiata in seguito nel corso di certe feste nel meridione del paese – è un alimento estremamente nocivo.
Al pari di questo tipo di carni anche tra noi o tra chi uccide le bestie non vige nessuna regola e regna l’impurità, sia che le carni siano state manipolate da mani impure sia che siano state uccise e preparate da mani che non avevano intenti sacrificali. Ogni uomo, ogni capofamiglia, prima di mettersi a tavola, le dovrà quindi purificare. Scrive Esiodo: “Non vi getterete sul cibo come l’animale che divora la preda ma prima purificherete le pentole dove i vostri cibi si sono cotti, cioè i cibi stessi”. Va purificato anche ogni altro genere di cibo. Ho dimostrato a sufficienza che tutto ciò che vive in questo mondo, tutto ciò che è disceso nella generazione, è impuro, contaminato. Per gli Dei! Ma non vedete chi è il principe di questo mondo? Il vostro Maestro ve l’avrà ben detto!116
Che nessuno sia così poco osservante da toccare il cibo prima di averne offerto la primizia che spetta agli Dei. Ogni famiglia avrà per questo scopo una patena117 disposta sulla tavola; le primizie si bruceranno sul fuoco. Non dimenticate, alzandovi da tavola, l’inno di ringraziamento, composto di tre parti, come le altre odi. Nella prima parte ringrazierete gli Dei dei beni che vi hanno dato, e li pregherete perché ve li conservino, riferendovi a quelli della famiglia o dello Stato o degli amici o di quant’altro avete a cuore. Pregherete soprattutto Cerere, Proserpina, Pallade, i Lari e Penati e Vesta. Nella seconda parte commemorerete i defunti pregando gli Dei Mani di essere propizi alle anime dei vostri antenati, di tutti quelli che vorrete designare. La terza parte è la commemorazione del sepolcro di quell’essere ineffabile, vincitore della stessa morte, la cui morte e sofferenza ci liberano dai mali di questa vita, di quel Lino, di quel Maneros, di quel figlio diletto del re di cui gli Egizi si facevano condurre il simulacro del cadavere al termine di ogni loro pasto. Cerimonia di cui in seguito licenziosi e libertini approfittarono per dedicarsi ai piaceri e alle orgie; ma questa aveva un ben altro intento! Lo stesso motivo che stava dietro all’uso delle erbe funebri e mortuarie, come l’appio, il prezzemolo, il sedano con cui gli antichi si incoronavano a fine pasto e del cui uso poi si impossessò lo spirito licenzioso. Ma voi stessi, nel vostro errore, non imitate le stese cose? Non fate la benedizione dei cibi e dopo pasto non commemorate i vivi e i morti e chi deve ritornare?118 Ma ormai queste faccende sono lasciate al popolino! Quelle che tra di voi si chiamano “persone per bene” sarebbero non poco infastidite se venissero scoperte a compiere un atto religioso così toccante e sublime… Questo rito è talmente in disuso in mezzo a voi che uno dei vostri più grandi poeti, un genio brillante ma poco istruito, un ignorante, ha messo in ridicolo uno dei più bei versi di Virgilio:

Amissos longo socios sermone requirunt
Con un lungo discorso compiangono i compagni perduti

in uno scritto sulla poesia epica in cui scrive che Virgilio non rende onore ai suoi cari Troiani nel fargli compiangere i compagni se non quando sono ben sazi, come se fossero stati la selvaggina ed il vino di cui si stavano rimpinzando, ad indurli a farlo! Costui non sa che questo compianto era un rito, senza il quale non potevano lasciare la tavola; ed era ben naturale, quando il rito gli prescriveva di commemorare i morti, di fare lo stesso con i compagni che avevano appena perso e di farlo con un lungo discorso.


Persone come questa, che non conoscono la religione pagana se non attraverso le allegorie mitologiche o i miti poetici, credono che si tratti di un divertimento! Che assurdità! Sarebbe come se si volesse giudicare il Cristianesimo attraverso le cantiche di Sant’Uberto. Costui aveva anch’egli delle abitudini che non credo che voi imitereste. Una di queste, per esempio, fu quella di farsi tessere e ricamare il lenzuolo funebre con cui cui sarebbe stato seppellito: questo rito può essere ammesso solo dai frati Trappisti. Chi di voi vedrebbe con tranquillità imbastire sulle ginocchia della sua donna, di sua madre o di sua sorella, questo funesto drappo mortuario? Fu con la scusa di ricamare e ornare un telo del genere, che Penelope tenne a bada i pretendenti. Non uscirò dalla casa di Laerte – disse – se non avrò prima ricamato il suo lenzuolo funebre. Che penserebbero di me le regine della Grecia, se uscissi dalla sua casa senza aver compiuto questo dovere? In tal modo li tenne a bada per tre anni fino al ritorno di Ulisse, che fece scendere tutti questi pretendenti nella notte scura privi di velo funebre: fu ciò che rimpianse la sfortunata madre di Eurialo, non aver potuto avvolgere il suo corpo nel velo che gli aveva preparato.
Non oso proporvi un simile rito, è troppo per la nostra mentalità. Tuttavia esso è davvero adatto a conferire all’anima: coraggiosa fermezza, saldezza e quel tranquillo equilibrio che pone la persona al di sopra degli eventi e propizia la virtù.
Ogni atto della vita comporta un rito da celebrare. Ho scritto che tutto è contaminato di quello che discende nella generazione, specie gli esseri che sono stati attivi: pertanto voi purificherete i bambini dalla contaminazione che essi recano venendo al mondo; i maschi al nono giorno e le femmine all’ottavo: gli porrete della saliva sulle labbra, perché è la loro parola che è contaminata, li purificherete dopo con aroma di zolfo, poi li laverete e li battezzerete con l’acqua. In seguito li presenterete agli Dei tutelari della famiglia. Non imitate quel vecchio insensato citato da Persio che inviò prima il suo bimbo a “magnetizzarsi” tra i possedimenti di Crasso e le ricchezze di Attalo: queste cose non portano fortuna119.
In base ad un rito analogo gli Indiani si cospargono di fango per significare la loro impurezza prima di andare ad immergersi nel Gange; e i Brahmini lordano di escrementi di vacca le loro case. A quest’ultimo riguardo alcuni viaggiatori riferiscono che questi mischiano una tintura che blocca il cattivo odore conferendo anche un colore piacevole120. La vacca è il simbolo della generazione i cui escrementi ricordano ai brahmini l’impurità di questo mondo. Pertanto non abiterete una casa, non lavorerete un terreno o una vigna prima di averli purificati.
Non vi sposerete senza aver sentito gli auguri. Per quanto i profeti etruschi abbiano detto che dopo di loro la divinazione avrà a disposizione dei mezzi oscuri e pressocchè inefficaci per conoscere l’avvenire; e che dopo di loro Giovenale scrisse che l’incapacità della divinazione e l’oscurità dell’avvenire son la prova dei crimini dell’umanità, condannando il genere umano:

Et genus humanum damnat caligo futuri

Nondimeno, non posso credere che gli Dei vi abbiano abbandonato, che abbiano spezzato la catena che vi lega a loro, perchè se questa fosse rotta, voi non esistereste già più e non potreste più sondare l’avvenire. Io appartengo ad una delle famiglie più oneste di questo paese che gode di un rispetto mai messo in discussione. Ho rivestito diverse magistrature con onore; da più di vent’anni esercito una professione onorata a beneficio dei miei concittadini; non sono il tipo da impormi sugli altri; posso provarvi che gli Dei si manifestano agli uomini, che assumono un corpo per potersi mostrare; che Pallade mi ha fatto vedere l’aspetto del Palladio, e che nella mia vita non mi è mai accaduto nulla d’importante che non sia stato avvertito prima da certi movimenti, da certi suoni articolati, da certi sogni; e se mai mi dovesse accadere qualcosa di cui non sono stato messo a conoscenza in anticipo, significa o che son giunto al termine del mio percorso o che gli Dei mi hanno abbandonato. Che questa sventura non giunga mai! Ma, infine, chi può impedirvi di saggiare il futuro? Non avete anche voi un’anima uguale, per conformazione, a quella degli Dei? Non è forse uguale in tutto e per tutto a quella di Socrate, di Licurgo, di Pindaro, di Ermogene e a quella di me stesso, se è lecito che mi paragoni a questi uomini insigni?


In base alla stessa risposta degli aruspici etruschi, è a causa della depravazione e della lassitudine che vi è interdetta la divinazione. Educate la vostra anima e la divinazione e vedrete che saprete elevarvi sopra i tempi attuali; per lo meno, chiedete agli Dei che si degnino di ispirarvi in un cimento così importante.
Da, pater, augurium atque animis illabere nostris

Padre, dacci un segno e scendi nei nostri cuori
E’ la vostra indegnità che vi ha fatto pensare che tutto ciò sia falso o impossibile. O secolo malvagio senza virtù, senza vigore, senza saggezza, vuoi dettar legge ai tempi passati: o aborto mai nato, abbandonato ad un mostruoso materialismo, tu tratti chi ti ha preceduto come furbo o insensato! I parassiti non credono al coraggio né i cortigiani alla castità.
Non lasciate morir alcuno che vi è caro senza avergli fatto le ultime abluzioni; che esca da questo mondo impuro come vi è entrato. Quando il cadavere verrà esposto nel vestibolo ripetete le abluzioni. Offrite agli Dei Mani dei sacrifici e pregateli di essergli favorevoli poiché sta per andare loro incontro. La morte non interrompe la comunione che avete con esso; un giorno vi ritroverete e, come recita l’Antigone sofoclea: avete più tempo per restare accanto a colui che va verso il regno dei morti di quanto ne dedicate ai vivi; pertanto occupatevi dei funerali. C’è anche un’altra ragione, che voi non potete capire: dovreste essere più versati nella dottrina. Comunque vi assicuro che è un grandissimo crimine trascurare i funerali: nulla piacula te solvent, dice Orazio in una delle sue odi, anche a riguardo degli stranieri. Un crimine ancor maggiore è quello di violare le tombe.
Nei viaggi, alla partenza e al ritorno, celebrerete i sacrifici opportuni. Dipendete in tutto e per tutto dagli Dei. In questo mondo sciagurato non potete far nulla da soli né siete in grado di badare a voi stessi. Sacrificherete pertanto, in ogni occasione della vita, fausta o infausta, agli Dei, e li invocherete. Non entrerete in un paese senza prima averne invocato il genio tutelare e tutti gli Dei che vi presiedono. Quando vedrete una città, pregherete gli Dei tutelari di essere propizi a voi e agli abitanti. Non attraverserete una foresta senza adorare i Fauni e le Ninfe che la abitano e non passerete una pianura o una montagna senza averne adorato i rispettivi Dei. La terra appartiene al cielo, tutto ciò che vi sta sopra gli appartiene. I filosofi mi capiranno benissimo, i filosofastri no; ma io non mi rivolgo a loro.
E’ cosa buona e giusta che quando si coglie un fiore o un frutto lo si elevi in alto, per ringraziare gli Dei di averlo prodotto. Popoli civilizzati, popoli che ora vi reputate molto in là nella civilizzazione, esistono delle genti da voi considerate selvagge, che possono insegnarvi qual sia il vostro dovere a riguardo!
Non vi congiungerete con la vostra donna senza aver chiesto agli Dei tutelari della vostra famiglia di preservare il vostro seme, proprio come quando pregate Cerere di preservare quello che affidate alla terra. Si rifletta se è lecito che gli uomini si possano congiungere promiscuamente come le bestie o se invece non debbano render partecipe la divinità in un’unione che ha delle conseguenze così importanti e che comporta degli effetti così pesanti. Dopo il coito, vi purificherete, sia maschi che femmine. E’ un rito universalmente compiuto sulla terra. Non vi congiungerete alla vostra donna durante le sue regole: ne nascerebbero dei bambini infermi e inoltre è una cosa impura. Il sangue che esse versano è un rifiuto.
Di fronte alle immagini degli Dei121 osserverete la massima decenza, non orinerete né farete qualche altra sozzura in pubblico e a cielo aperto; in tal modo mostrerete rispetto anche per i vostri simili. Rispetterete i templi, gli arredi sacri e le tombe. Qualche spirito meschino forse troverà tutte queste prescrizioni esagerate, ma in religione non vi è nulla di esagerato. Come si potrebbe ritenere esagerato il rispetto dei templi, degli altari e dei sepolcri? A questo proposito voglio indirizzarvi ad uno dei più grandi uomini che avete in mezzo a voi, quel Jean Jacques Rousseau sul cui conto questo secolo sciagurato ha prodotto un libro infame e clandestino, che praticamente tutti credono essere le sue memorie. Forse è la stessa cosa che si verificò nel caso di Cornelio Agrippa. Le prime quaranta pagine potrebbero essere sue, ma il rimanente è opera di un autore affamato o infame che mirava a far soldi o a distruggere fra la gente il concetto di virtù.
Dorat, in un giornale dell’epoca, riferisce di aver ascoltato le confessioni di un eroe, di un saggio. Lo sono davvero? Questo grand’uomo, nel suo progetto di legge sulla Polonia, scrive che sono le più piccole e molteplici osservanze quelle che formano il carattere di un uomo e gli conferiscono la capacità di essere virtuoso. Ma gli antichi, che osservarono con grande scrupolo tutti questi riti, erono altrettanto grandi e virtuosi di quanto lo siete voi. Nessun rito religioso dev’essere trascurato, sono tutti espressioni dell’esistente, provengono tutti dal cielo. E’ stata forse la terra a produrli? Se voi ne trascurate di proposito anche uno solo, quant’altri ne trascurerete in seguito? Quanti ne osserverete? Gli antichi dicevano che la negligenza di un rito religioso era un crimine inespiabile, perché minaccia direttamente l’esistente, il cielo da cui il rito proviene. Ma, dirà qualcun altro, la religione non deve appesantirsi con ritualistiche minuziose. Ma cosa si sta dicendo? Ebbene, trascurate i templi e gli altari degli Dei, violate le tombe degli avi: nessuno, a meno che non sia un ateo, sarà così abbrutito da non sentirsi disgustato.
Non adorerete, non invocherete, non sacrificherete senza prima esservi purificati, lavandovi il corpo o almeno le mani. La religione è l’espressione dell’esistente e i suoi atti sono i simboli che esprimono le azioni invisibili e coloro che le compiono. Senza esservi lavati le mani, dice sempre Esiodo, non offrite all’alba vino a Giove o a tutti gli Dei perché non verreste ascoltati. Se manca l’acqua purificatevi al fuoco; se mancano entrambi, fatelo all’aria, chiedendo che l’acqua che tutto lava mondi anche la vostra impurezza. Nell’acqua in cui vi lavate mettete del sale di sapienza, che la santificherà. Santificherete anche la tavola e utilizzerete sempre il sale in ogni sacrificio.
Per compiere l’atto di adorazione, vi rivolgerete agli Dei guardando a Oriente, se di mattina; a Sud e al tramonto, se di mezzogiorno e di sera. In quelle direzioni c’è il cuore del mondo ed il suo fulcro. La Deianira sofoclea, inviando allo sposo Ercole quella famosa veste che doveva essergli fatale, dice infatti che è con essa che ci si deve mostrare agli Dei…. [PROBABILE OMISSIONE DI PAROLE NELL’EDIZIONE ORIGINALE]…. Porterete poi la mano destra, che è la mano della potenza, con il pollice appoggiato sull’indice, che la simboleggia, alla bocca, perché è la vostra parola che deve adorare la parola degli Dei e parlare il loro linguaggio, ab ore orare [“dalla parola bocca deriva il verbo pregare”]. In seguito vi prosternerete al loro cospetto e poi girerete intorno tracciando un cerchio: i Romani girano da destra a sinistra, i Celti vostri antenati, o Europei, giravano da sinistra a destra. Vi lascio liberi di scegliere ma sono i riti romani quelli che dovete avere presenti. Non siete altro che frammenti dell’impero di Roma. In tal modo, vedrete tutti gli Dei e da essi sarete visti, per poi in seguito assidervi nel loro riposo e nella loro unità.
O Grande Dea, non credo di profanare i tuoi misteri scrivendo queste cose!
Sia che offriate dei profumi, sia che offriate in olocausto le parti della vittima sacrificata, cioè le parti grasse e le interiora, voi li agiterete tracciando una croce da Oriente a Occidente e da Mezzogiorno a Settentrione. Traccerete una croce con cui tutto si compie perché è il simbolo della potenza degli Dei, della vita futura ed eterna. Tracciare una croce in tal modo crea un cerchio con quattro angoli retti; è quello che gli antichi chiamavano ferctum obmovere [“porgere l’offerta”122].
Il focolare della vostra casa sia sacro. E’ l’altare domestico, il luogo ove risiede la potenza di Vesta e degli Dei tutelari. Non commettetete alcuna indecenza al suo cospetto: gli Dei vi punirebbero. Non ti denudare davanti al tuo focolare, dice Esiodo, perché lì vi risiedono gli Dei. Lì farete i sacrifici e le libagioni familiari. Cosa c’è di più santo, cosa c’è di più degno in una religione – dice Cicerone – della casa di ciascun cittadino? Lì ci sono gli altari, i focolari, gli Dei Penati, gli oggetti sacri della famiglia, i riti, le cerimonie.
Se non vi dicessi che vi sto trasmettendo la religione venuta dal seno della divinità, vi direi: vi trasmetto la religione degli eroi123. Mi alzo dal letto - dice Enea nell’Eneide - e gettando un grido di gioia, tendo le mani supplici al cielo; verso nel fuoco delle offerte pure, intemerata dona, e felice di aver adempiuto questo dovere, annuncio a mio padre la visione che ho avuto dagli Dei… e più oltre: dicendo ciò, ravviva le braci, sopitos ignes (non vuol dire le braci spente perché allora avrebbe dovuto riaccenderle), risveglia il lare di Pergamo, il santuario della casta Vesta e vi compie un sacrificio di pura farina. Riempiendo un incensiere di profumo fa fumare quell’incenso in onore degli Dei. Si tratta di quell’incensiere che ho detto ogni famiglia deve possedere allo scopo. E’ qui, sul focolare, che compirete tutti i vostri riti, in attesa che la Verità abbia dei templi pubblici124, e su questo stesso focolare continuerete, in seguito, con i riti di famiglia e quelli a voi più particolari. Questo culto, in tal modo celebrato, è gradito agli Dei!
Figli miei – fa dire Omero alla madre di Ettore – è cosa buona e giusta rendere agli Dei immortali il culto che gli è dovuto. Mio figlio non ha mai smesso di farlo, sia in casa che fuori, e così essi non l’hanno dimenticato neanche in punto di morte, ove l’ha condotto il fatale destino. Fin qui, Omero. Tuttavia, gli Dei non possono impedire che un destino si compia.
Non posso qui parlare apertamente dei Misteri ma ve ne ho dato i simboli. Sperimentateli, ma assegnateli ad un essere vero, a colui che deve venire, a colui che non vi farà una profezia sbagliata, che non vi dirà che la fine del mondo è imminente, che i tempi son giunti, perché ciò non è vero125. Un essere che sarà pari agli aruspici etruschi e che, mentre il vostro Maestro, San Paolo e tutti gli Apostoli vi annunciano la fine del mondo e il compimento dei secoli, annuncerà una nuova epoca. Continuate ad accendere il candeliere a tredici braccia e a spegnerne dodici, lasciando il tredicesimo, con cerimonie lugubri e canti lamentosi ed un’agitazione come se la natura fosse sul punto di distruggersi. Quando chiedevo ai vostri preti se sapevano ciò che facevano, cosa ciò significasse, mi rispondevano che le dodici candele erano i dodici apostoli e la tredicesima era Gesù; io gli risposi che si trattava di un’analogia fuorviante, perché Gesù era morto prima dei suoi dodici apostoli, e quindi loro stavano spegnendo gli apostoli prima di lui; anzi, che non lo volevano spegnere ma che lo tenevano nascosto dietro l’altare come una fiammella inestinguibile che avrebbe rinnovato il mondo. Altri più ignoranti e più assurdi dicevano che erano i dodici discepoli di Giuda. Non si può che applaudire con ironia una simile affermazione, che fa piazza pulita di tutti i dodici santi apostoli e mantiene il traditore Giuda! Continuate a custodire il vostro sepolcro, ma, per la Santa Verità di cui temo di profanare i Misteri, correte pure di tomba in tomba, come facevano i popoli antichi, con una fiaccola in mano, e gridate come loro, jò Saboè, jò dityrambè, venga chi deve venire! Cercate assieme a Minerva il cuore palpitante di Iacco; cercate con Cerere di tomba in tomba le sue membra straziate; essa ne ha radunato i pezzi, ma non è riuscita a trovare il membro, capace di fecondarla. Ne ha così fatto un simulacro che ha donato ai Cabiri. Osiride, Attis, Adone, Iacco e lo stesso Ercole hanno trascorso essi pure tre giorni nel ventre della terra.
I discepoli di Gesù, con la testa piena di questi racconti, li hanno messi assieme e li hanno attribuiti al loro maestro. Che blasfemìa! Che ingiustizia attribuire ad un uomo ciò che appartiene al Principio dell’Universo!
Quanto al significato morale di questi Misteri, si tratta dell’amore per gli esseri umani, la cura e la conservazione di tutti gli esseri. E’ a questa dottrina che Giovenale ha detto che appartiene lo ierofante di Cerere per essere degno portatore della fiaccola misterica, al quale nessuno dei mali che affliggono gli uomini è indifferente. Quest’amore deve estendersi anche agli animali; ed io mi indigno quando vedo che degli uomini, stranieri ad ogni conoscenza, credono che non ci sia nessun codice morale tra uomini e animali, i quali apparterrebbero a questo mondo per un puro diletto e per un magnetismo particolare, e a cui la debolezza umana ha spalancato l’accesso. Che bisogna pensare di un uomo che fa morire sotto di sé, cioè con il più crudele supplizio, il proprio cavallo da lavoro, che ha condiviso i suoi viaggi, le sue fatiche, spesso i suoi stessi pericoli allorchè l’animale si è esposto ai colpi del nemico tanto coraggiosamente quanto il suo cavaliere e sebbene non ne abbia alcun vantaggio? Che pensare di quei ragazzi che si divertono a ferire e tormentare i loro cani, i propri uccelli? Sono anime malvage. Dov’è la generosità umana? E’ questa la concezione della sua grandezza: tormentare un essere più debole? Solo l’Europa vive in questa degenerazione credendo che la religione non ha nulla da dire a riguardo; basta ciò a dimostrare che l’Europa non possiede la vera dottrina!

Le leggi umane, specie tra i popoli antichi, punivano questa malvagità. E’ nota quella celebre sentenza dell’Areopago126 che condannò a morte un ragazzo per aver ucciso un passero che, volendo sfuggire uno sparviero, si era andato a rifugiare sul suo petto.


Non inquinerete né i pozzi né le fonti, non sporcherete gli elementi, non abbatterete nessun albero da frutto né gli altri se non per necessità, per tema di danneggiare la natura che vi sostenta; voi tutti siete un’unità con essa. Io sto in cielo – scrive Tat nel Pimandro di Ermete Trismegisto –, in terra, nell’acqua, nell’aria, negli animali, negli alberi, nei corpi, prima e dopo di essi; abbraccio l’universalità degli esseri. Del pari Lucio127, iniziato, ha sul vestito le immagini di ardenti leoni e dei draghi iperborei.
A coloro che pensano che tra l’omicidio, il furto, lo spergiuro e la giusta legge di natura non ci sia che la differenza dell’utilità e del tornaconto, non bisogna prendersi la pena di spiegare l’errore. Non ci si riuscirebbe. L’idea non deriva da un loro vizio concettuale ma da una depravazione dell’animo. A coloro invece che ritengono tali atti dei crimini ma che non ne sanno valutare tutta la portata, voglio dimostrare le ragioni e le conseguenze di tali atti.
Il male dell’omicidio non consiste solo nell’aver fatto soffrire un essere senziente e nell’aver deciso di una vita su cui non si ha alcun diritto. Tutto, in questo universo, ha una finalità, questo nostro mondo è stato creato con uno scopo e questo è la rigenerazione dell’uomo; il tempo della vita umana serve alla rigenerazione dell’uomo128. L’omicidio lo priva di questa possibilità e contrasta con l’opera della divinità, si oppone ai suoi decreti e priva la sventurata vittima della possibilità della rigenerazione. Provate a considerare tutto ciò; ma occorre molta più dottrina di quanta non ne abbiate! Tuttavia notate che presso tutti i popoli antichi gli omicidi, anche quelli involontari, sono passibili di morte, di esilio, di rigorose punizioni; tra gli Ebrei perfino al bando perpetuo comminato dal Gran Sacerdote, simbolo di colui che deve ricondurre tutti gli esiliati nella loro patria…
Quando ci sarà l’occasione di una nuova vita? Quando, dal momento che la prima è trascorsa inutilmente? Un omicidio sconvolge tutti i disegni del piano divino.
Quanto all’adulterio, se ogni uomo e ogni mondo hanno un fine, ogni famiglia ha una sua destinazione. Se portate in una famiglia un figlio che non è nato da quella volontà finalizzata, voi create uno squilibrio, rompete l’analogia, guastate i disegni della provvidenza divina. Solo a considerare gli interessi umani, inserite nella famiglia un fanciullo che non riceverà l’educazione famigliare ma la avverserà sentendola estranea. Fu davvero una frase efficace quella di quel generale francese che scrisse a sua moglie: “vi chiesi un figlio e mi deste il vostro!”. Ecco perché si vedono tanti uomini che non vogliono più saperne della famiglia. E quel fanciullo che inserite in una famiglia che non è la sua è come un ladro che sottrae una parte di eredità di cui non ha alcun diritto. Come si potrebbe rimediare?129
Quanto al furto, se una famiglia ha una finalità da adempiere, gli Dei debbono fornirgliene i mezzi. Tutto ciò che abbiamo lo dobbiamo agli Dei, chè da noi stessi non possiamo nulla. Il furto è dunque un ledere i loro diritti, cioè le proprietà degli Dei, non quelle degli uomini cui gli Dei le hanno imprestate. Gli Dei compiono i loro disegni con un fine preciso, anche quando riempiono di ricchezze un solo individuo o fanno arricchire le persone più indegne. Hanno le loro ragioni, sanno ciò che fanno e ciò che consentono. Possiamo dunque usurparne i diritti senza delinquere e mettere le nostre mani colpevoli e sventate su ciò che fanno?
Quanto allo spergiuro, non sarebbe un crimine se gli Dei non assistessero sempre a tutto, se non udissero le nostre promesse, e se non fossero testimoni di quanto abbiamo promesso.
Aggiungo che tutto ciò che è contrario alla legge naturale è contrario alle idee contenute nel volere divino. Pertanto ne diventate gli avversari, vi estraniate dall’unità che tutto compenetra, le vostre azioni sono analoghe al principio del male, contrarie al verbo; vedete bene in che mondo andate a cacciarvi e non potete rientrare nell’unità se non attraverso sofferenze, dolore, riparazioni, penitenza ed espiazioni per i crimini espiabili. Tuttavia da più di un secolo uomini impuri per essersi abbrutiti nella loro materialità, protetti dal numero dei loro complici, non smettono di sforzarsi nel persuadervi che in tutto ciò non vi è nessuna discriminante, che tutto ha lo stesso valore, che solo l’utile è buono. Questi Dottori sono dei profeti di morte, trombettieri del principio del male, che vorrebbero colmarvi l’animo della spaventosa incertezza di cui loro sono pregni e che costituisce il loro supplizio ed il principio del vostro se vi incamminate in questa via, estendendo in tal modo le tenebre cui soggiacciono. Ah disgraziati! Vi proclamate esseri civili ma il delitto che turba maggiormente gli uomini dopo l’omicidio130 è per voi una galanteria! Che vergogna! I posteri giudicheranno.
Una donna dovrebbe preoccuparsi secondo voi, a spese della sua castità, delle cure domestiche e del benessere dello sposo e dei figli – tutte cose incompatibili con l’adulterio – di preparare un giovane al suo ingresso in quello che si chiama il “mondo” e di insegnargli le belle maniere e a darsi un tono! Che pazzi! Che insensati! Il vostro concetto di educazione incomincia dunque con il crimine e la stravaganza? E’ così che imparate a coltivare la virtù, la probità, la castità, il coraggio e gli affetti naturali?
Sì, ne sono persuaso, ma non del fatto che i mali che affliggono questo sciagurato secolo abbiano la loro causa nell’adulterio – che gli è riservato dal destino -, ma che la maggior parte degli orrori che vi si associano non hanno altra causa. Occorre che cambiate pelle, che abbandoniate le vostre flaccide, stravaganti e corrotte abitudini; occorre che vi rinnoviate come i serpenti, o che abituate i vostri deboli occhi a contemplare, come fa l’aquila, lo splendore dell’astro che ci da la luce; e così pure il vostro debole cuore ad ascoltare le verità. Solo la religione vi può dare una tale forza e operare il cambiamento.
27. Ma ecco ora la più stravagante idea che possa venir recepita da animo umano: credere in Europa che la religione sia una cosa ignobile e vile. E che! Il maggior beneficio degli Dei è quello che abbassa gli uomini? Il legame che lega agli Dei gli sarebbe nocivo? L’uomo sarebbe migliore e più grande senza la tutela degli Dei? Le nazioni europee hanno talmente creduto creduto al fatto che la religione sia incompatibile con il coraggio e i grandi ideali che hanno cercato di estrometterla direttamente o indirettamente dalle forze armate, anche se bisogna ammettere che il modo in cui la religione si presenta in Europa ha dato qualche conferma a quest’idea. Questa religione senza dottrina è una religione di femmine, tanto che si è propagata in Europa quasi sempre per mezzo di donne.
Si è visto qual fosse il carattere degli Ebrei: a fianco del più violento fanatismo c’era la vigliaccheria e la bassezza, resari evidente nel racconto di Abramo arricchitosi con la dote portata dalla moglie e dalla storia della loro fuga dall’Egitto – carattere che si può tutt’ora riscontrare nei libri a loro più noti e graditi: quello dei Giudici e di Esther. I discepoli di Gesù erano ebrei ed avevano lo stesso carattere e l’hanno infuso nella religione che volevano fondare. Volendo offendere gli uomini, come abbiamo dimostrato in precedenza, hanno fatto dell’umiltà e della modestia una cosa laida; da lì viene quel famoso precetto di non resistere al male che, se venisse messo in pratica, costituirebbe una somma ingiustizia, ponendo il debole e l’onesto alla mercè del forte e dell’impudente, distruggendo ogni concezione di giustizia e di virtù connaturate negli uomini.
Fortunatamente non è mai successo, nessuno ha mai porto l’altra guancia per farsi dare uno schiaffo da uno sfrontato che gliel’aveva dato già sull’altra. Nessuno, a cui si è voluto sottrarre il mantello, ha poi offerto anche la tunica. Coloro che si ispirano a simili precetti, per quanto non li mettano in pratica, ne diffondono molti altri che conferiscono a questa religione quella viltà e quella bassezza che noi constatiamo. Il miglior fedele di questa religione è la persona gretta, meschina, colui che respinge ogni grandezza. Di quegli stessi atti che richiederebbero coraggio, i cristiani non si sono mai mostrati all’altezza. Si noti inoltre che quasi nessuno dei loro martiri è morto con dignità; sono stati considerati degli atei e dei nemici degli Dei. Essi avrebbero dovuto fare questo discorso: “mi proponete di rinunciare alla mia coscienza, e io vi propongo di rinunciare alla vostra. Accogliete con indignazione la mia proposta? Ebbene, giudicate dal sentimento che essa vi trasmette, se io devo invece accogliere la vostra. Perché la vostra coscienza vuole prevalere sulla mia? Non è lo stesso Dio che le ha create? Sarei indegno del nome romano se, cedendo alla vostra forza e crudeltà, vi vendessi la coscienza che la divinità stessa mi ha dato e grazie alla quale sono un uomo. Colpite! Prendete pure il mio corpo ma nulla potrete sulla mia coscienza. Chi siete per giudicare?”. Dovrebbero poi coprirsi la testa con la toga, come fece Cesare, e offrire il corpo agli assassini.
Non avrebbero mai potuto fare un simile discorso. Non morirono per difendere la loro religione, che sarebbe una cosa grande e generosa, ma per distruggere quella degli altri.
Gli si sarebbe dovuto rispondere. “Se vi accontentate di rimanere nel vostro ateismo o nella vostra detestabile superstizione, così come dice Tacito, vi si potrebbe lasciarvi tranquilli, ma voi cospirate contro la religione dello stato, insultate le cerimonie del culto, rovesciate i simulacri degli Dei e, come dei nuovi Erostrati131, vorreste, con la torcia in mano, bruciare tutti i templi. Con finta modestia, con aria umile e servile scrivete e parlate di magnifiche promesse propagandando la vostra frenesia.
Ricordate chi sono quelli che hanno favorito il Cristianesimo? Costantino e Teodosio. Chi furono i migliori imperatori che l’hanno osteggiato? Traiano, Decio, Diocleziano, Antonino, Marco Aurelio e Giuliano, modello di tutte le virtù, contro cui i padri di questa religione hanno vomitato e inventato un sacco di calunnie e di ingiurie. Del resto, non è vero che i martiri siano stati trattati così come vorrebbero farci credere coloro che ne hanno scritto. Bisogna essere degli imbecilli per credere a tutto quello che è stato riferito nei vari martirologi, anche a riguardo dei grandi miracoli. Sembra anzi che non siano neanche stati perseguitati, se non allorchè commisero qualche attentato contro il culto pagano. Del resto è la verità che i Romani tollerarono sempre i culti di qualunque divinità. Perché avrebbero dovuto prendersela contro uno soltanto se non per il fatto che quello cristiano voleva rovesciare il culto dello stato e aveva un qualcosa di intrinsecamente pericoloso.
Si può, del resto, avere un’idea di questa tolleranza, nel periodo in cui i cristiani non erano attivi, leggendo la lettera di Traiano a Plinio: “Quelli che si proclameranno pubblicamente cristiani – sta scritto – li castigherai ma, in linea di massima, eviterai di far ricercare tutti gli altri”.
Ecco ora un esempio di come un uomo dignitoso deve comportarsi in simile occasione: gli esempi sono rari nella storia antica, perchè non c’era una religione esclusivista e persecutrice; comunque, eccone uno che indica la via che ogni uomo onesto e religioso deve tenere in simile caso. Si doveva celebrare un sacrificio sul colle Quirinale da parte della gens Fabia, ma Roma era assediata dai Galli132. Un giovane uomo si fece avanti per compierlo: si chiamava Fabio Dorsuo. Scese giù dal Campidoglio, abbigliato alla maniera degli abitanti di Gabii e con in mano gli oggetti sacri. Attraversò il campo dei Galli con portamento fiero e sguardo sicuro. Giunse al Quirinale celebrando il rito senza omettere alcunchè e tornò indietro col passo e col tono dell’andata, senza darsi conto delle minaccie e delle urla degli avversari; ciò perché, pensava – scrive Tito Livio – che gli Dei, nei cui riguardi anche in pericolo di vita non aveva trascurato il culto, gli sarebbero stati propizi. Infatti, prosegue lo storico, i Galli non attentarono alla sua vita, o perché sbalorditi da un simile coraggio o perché commossi da tanta devota religiosità, religiosità di cui quel popolo non andava esente: cuius nequaquam negligens gens est.
Ecco come si deve comportare un grand’uomo! Assomiglia forse ad un disgustoso e furioso settario in vena di bruciare templi o spaccare statue?
I cristiani hanno portato questo spirito laido fin dentro alle più sublimi istituzioni morali. L’ammissione dei propri sbagli, che è il segno di un animo magnanimo ed il più forte stimolo che questo possa provare, è diventata, tra di loro, una formula di schiavitù, di chi trema ai piedi di un uomo che crede depositario della vendetta divina, oppure è la simulazione di un ipocrita cadaverico che vuole con ciò imporsi agli uomini e catturarne la benevolenza.
Il rito della confessione, simbolo dell’unione dell’uomo con il suo principio, opera ineffabile che, se è perfetta, rende questo mondo inutile, rimettendolo nel seno di colui da cui è stato creato, che cosa diventerebbe nelle mani di un vile settario o in una donnicciola che dicesse: “Mi confesso. Oggi mi sono comportata bene”. Ed è questa la Confessione, la Comunione dei Misteri? Ma questi conforti religiosi, che la divinità in persona ha dato agli uomini per metterli in grado di comunicare con essa, hanno prodotto – oltre a qualche restituzione di denaro – qualche altro beneficio? Esseri in massimo grado scandalosi, donne notoriamente disordinate e adultere, pubblici usurai, non vengono forse ammessi, quando vogliono, ai vostri misteri? Vili ierofanti della bassezza e del vergognoso commercio della religione, tutto vi va bene, purchè vi possa esser utile e farvi arricchire! E’ così che si comportavano anche gli ierofanti dei Misteri? No, perché non bisogna credere alla storiella di quello spartano, riferita da Plutarco a proposito dei fatti importanti di quella nazione, che volendo farsi iniziare ai Misteri, di fronte alla richiesta dello ierofante di una sua confessione di cattive azioni, gli disse: “Devo farla a te o agli Dei?” – e dicendogli il sacerdote che doveva renderla agli Dei – “fatti da parte” – gli rispose – “che vado a fargliela di persona”.
Ma come fare per rendere un uomo migliore, se non lo si conosce nemmeno? Plutarco dice che non è possibile così come per tante altre questioni e rimane un argomento di conversazione che, tra noi, potrebbe vertere su un epigramma, che non mancherebbe di arguzia. Tutti quelli che cacciarono Nerone dalla pubblica celebrazione dei loro Misteri o che si rifiutarono di purificare Costantino con la porpora imperiale o che non cedettero ad alcuna autorità, come avrebbero potuto cedere alla falsa buona parola di un particolare? E’ la stessa Confessione e Comunione degli ierofanti dei Celti, vostri antenati, dei Druidi, che si celebrava nel corso della più solenne assemblea di quel popolo, nel paese dei Carnuti vicino Chartres, sul monte delle Leghe – e da cui escludevano i criminali a qualunque autorità e ceto fossero appartenuti. Senza frusta, senza dolore, questa esclusione era considerata come la più grande che si potesse infliggere.
Voi vi mettete sotto i piedi il coraggio virile grazie ai precetti che conseguono all’ingiunzione di porgere l’altra guancia per ricevere un altro schiaffo da un impudente che ve ne ha già dato uno. No, il coraggio guerriero non può coabitare nel cuore assieme all’umiliazione e allo svilimento che voi ci volete aggiungere. Tuttavia il coraggio guerriero impiegato per la giustizia è una virtù. Può esistere una religione che scredita la virtù? Questa infamia è diventata un proverbio tant’è vero che oggi si dice “un soldato del papa”, “un soldato della Vergine Maria”; e per non passare per un debosciato un soldato non oserebbe mai rivolgersi al cielo. Che depravazione, che corrompimento di ideali!
La vera religione fa emergere tutte le virtù. Guardate ciò che dice Nautes a Enea indeciso e dimentico del suo magnificio destino: “Figlio di Venere – dice – non vedi che hai diversi tipi di uomini al tuo seguito? Lascia nelle terre di Aceste quelli che non sono capaci di seguire una grande impresa e che vengono prostrati dalle lunghe navigazioni; porta con te in Italia solo i cuori magnanimi, gli indomiti coraggiosi in grado di seguire un impresa audace; per quel che ci riguarda, figli di una Dea, ovunque il fato ci porti e ci riconduca, noi ti seguiremo ovunque”. La notte stessa Anchise informa Enea in sogno che Naute gli ha dato degli ottimi consigli: pulcherrima.
Così anche tra i Celti, vostri antenati, i Druidi infiammavano di coraggio i cuori dei guerrieri facendo fiorire tutte le virtù, inculcandogli nel profondo la convinzione nell’immortalità dell’anima tanto che non temevano di cominciare un’azione ben sapendo che l’avrebbero continuata nell’altra vita, né temevano di dover prestar denaro che gli sarebbe stato reso dopo morti. Questi popoli non facevano nessuna spedizione militare senza gli ierofanti e i sacrificatori che infondevano coraggio nei guerrieri celebrando le cerimonie della loro religione, senza i bardi133 che celebravano le loro imprese.
Tutto ciò ha qualcosa in comune con i cappellani militari? Inoltre, perché tra di voi il peggior insulto che si possa rivolgere a un militare non potrebbe essere: “nessuna impresa; ecco l’argomento che lasceresti cantare a un bardo!”. E’ in questo modo che le druidesse Velleda e Aurinia accesero il coraggio dei Germani determinando la disfatta di Varo. Tra i Messicani134, si vedono dei loro geroglifici, trascritti in un libro inviato a Carlo V ma caduto nelle mani dell’inglese Walter Raleigh, che in tutti i loro eserciti c’era l’uso che vi fossero dei sacrificatori per incoraggiare i soldati e celebrare le cerimonie della loro religione. La vera religione è quella che fa germogliare e fomenta tutte le virtù.
E voi, sovrani d’Europa, se volete sostenere le vostre corone, e tenerle ben salde sulle teste, tornate all’unità, là dove il centro si diffonde in tutti i punti della circonferenza, abbracciando l’universalità degli esseri, e così sovrasterete il destino. Fate in modo di poter dire come quel re di illustre e santa memoria, Numa, allorchè gli annunciarono la notizia di un’invasione nemica: “Io, intanto, sacrifico”. Così troverete lo scudo di Marte e nella misura in cui saprete conservarlo, né voi né i vostri stati subiranno cambiamenti; ma se la vostra situazione particolare dovesse soggiacere ad un destino più generale – cosa che non mi sembra dover accadere135 perché lo scudo di Marte è infrangibile – almeno lo saprete e cambierete senza cadere. Cambiare senza cadere non significa perdere; fate partecipare i vostri popoli del bene dell’unità.
O voi, sovrani e popoli, ci sono solo due principi in tutte le cose: quello universale e quello particolare. Non ci possono essere che due religioni nel mondo, quella universale e quella particolare che è quella di Mosè, le cui due figlie sono due sette136. Ricordatevi di tutti i mali che hanno prodotto e ricordatevi che il più importante precetto della religione particolare è quello di affondare il pugnale nel petto di suo fratello, qualora questi avesse dei dubbi, qualora dicesse: informiamoci, vediamo se possiamo trovare qualcosa di meglio. Ricordatevi dei massacri veri o presunti del popolo ebraico e i massacri molto meno presunti delle guerre di religione, i supplizi quest’ultimi – bisogna dirlo – ben meritati dei martiri -, i popoli totalmente sterminati in nome della religione cristiana nelle nuove Indie137, il tribunale dell’Inquisizione; e giudicate voi stessi a quale principio appartiene questa religione.Voi avevate un velo che vi separava dalla verità ma lo avete strappato, avete voluto guardare oltre e non avete trovato nulla.
Leggendo i riti che vi ho fatto conoscere voi manifesterete dapprima la repulsione della sterilità, perché siete una così cattiva terra! Ma non vi scoraggiate, non potete sapere l’efficacia, l’utilità e la necessità di questi riti se non quando sarete penetrati nell’unità, quando avrete un posto al suo interno, quando potrete dire come Enea: super sidera notus [son celebre oltre le stelle]. Quando sarete in analogia con le cose che farete, con gli Dei, e non potrete esserlo se non dopo aver agito. Quando sarà diventato un vostro modo di essere, tutto ciò sarà percepito anche dall’ultimo del popolo e sarà anch’esso nell’unità e celebrerà i riti; ma voi non potete trascurare questi riti, ora che li conoscete, senza commettere un delitto. Sarebbe respingere i doni degli Dei, e se ce li hanno donati è perché sono gli unici adatti alla natura umana. Non solo essi sono la vera espressione dell’esistente, i soli che abbiano un merito nell’esistenza delle cose, ma i soli mezzi che possono compiere e determinare la grande opera dell’universo, che è la rigenerazione dell’uomo, unico scopo per il quale questo mondo è stato creato e prestato all’uomo, ed è l’unico dovere che deve compiere.
Se trascurate questi riti, se non collaborate con tutto il vostro essere al compimento di questa grande opera, non ne godrete i frutti, resterete all’esterno dell’unità, nel rimpianto eterno ed inutile di non averne fatto parte e di aver male adoperato del tempo che vi fu concesso.
Vedo però venirmi incontro ancora nugoli di filosofastri che mi dicono: “perché altri riti esteriori? Non potrebbe essere tutta una operazione interiore?”. No, perché non è restato tutto all’interno dell’intento divino ma esso si è manifestato tutto all’esterno, tutto è stato espresso, e noi dobbiamo essere attivi nelle analogie con l’universo. Noi dobbiamo essere con ciò che è, altrimenti non verremmo compresi. Ma forse – direte voi – questi riti sono troppo minuziosi. Osservate il mondo della natura! I suoi riti vi sembrano minuziosi? Suvvia! Io vi conosco, siete dei così grand’uomini! Eppure questi riti sono l’espressione dell’esistente. Sono quelli che vennero scrupolosamente praticati dai più grandi eroi, da Ettore, da Enea, dai maggiori filosofi, da Platone, da Cicerone, da Senofonte, da Plutarco. Ma siccome voi siete diversi da costoro – e di ciò ve ne diamo atto – chiedete pure agli Dei dei riti che si rapportino alla vostra grandezza. Vuoti filosofastri, voi per cui la vanità e l’invidia sono motivo di vita, gente frivola e ostinata, che sapete conciliare gli estremi, siete dei vuoti filosofastri, mentre io sono un profeta che vi parla di cose divine! Come potremmo mai capirci?
Oh! Questo libro non è farina del mio sacco. Sono vent’anni che so quanto fosse necessario scriverlo, è da vent’anni che so in quale condizione siete sprofondati ora. L’erudizione che sta dietro a quest’opera prova che non è il frutto di un momento. Ebbene, siccome siete dei così bravi ragionatori, ho una sola cosa da dirvi. Al di fuori di ciò che è, non c’è nulla, oltre l’unità non esiste nient’altro e da questo punto di vista voi non esistete già più. Cambiate voi stessi, lavate le macchie delle vostre cattive inclinazioni e delle vostre abituali nefandezze, spezzate gli aculei che vi spingono di continuo al male, smettete di vivere nel vizio, ravvivate la scintilla che è in voi e che il verbo divino ha acceso dalla sua stessa fiaccola. Vedrete bene allora che questi riti sono stati dati dagli Dei agli uomini, che sono l’espressione dell’universo, che non potete trascurarli senza commettere un delitto, che l’errore stesso ne porta l’impronta, e che potete comprenderli solo nell’ambito di una dottrina universale.
Riuniti allora nell’espresione di tutto ciò che è, nelle analogie del mondo, non formeremo che un concerto ammirevole nel consesso stesso degli Dei e degli uomini, nel legame che unisce la terra al cielo, attendendo un mondo di felicità, in cui il male non esisterà più, in cui nulla potrà più separarci ed in cui potremo dire: “O male, dov’è il tuo veleno? O crimine e peccato, dov’è la tua laidezza? O morte sei priva della tua falce”.
Guadagnatevi il nome di filosofi, non perdetevi più nelle vostre inutili discipline; non son altro che balbettamenti, corpi senza consistenza e solidità che non proiettano neanche la propria ombra, anzi generarano mostri contro-natura. Una sola cosa è utile, la rigenerazione dell’uomo. Tutto ciò che non va in questa direzione è vano e inutile. Tutte le scienze che non hanno questo scopo non sono vere scienze. Rassicuratevi tuttavia, non rimarrete oziosi, le vere scienze hanno di che ravvivare il vostro genio. Esse contengono le analogie dell’universo e le ragioni di tutti i mondi.
Il tempo fugge, vola via. Non avete più tempo per occuparvi di frivolezze. Coloro che vorranno avere queste conoscenze da una fonte ancor più profonda, sappiano che non c’è forza nelle figure regolari che nell’unità e che lavoreranno a vuoto se non lo faranno nell’unità138.
Uomini, rigeneratevi! Ne avete la possibilità attraverso i Misteri che gli Dei vi hanno concesso. Solo attraverso i loro riti e sacramenti vi potrete pervenire. Siete stati posti su questa terra perché portiate frutto. Se non ne darete verrete sradicati da questa terra che rendete sterile, e aspetterete, nei luoghi a ciò destinati, la distruzione di questo mondo, per andare a formare il mondo del principe del male. Uomini, abbiate cura di voi stessi, interrogatevi, chiedete alla vostra propria natura. Vi dirà se siete venuti a questo mondo per rimanere sterili.
O Dei, dispensate la vostra azione su questa mia opera e fate che porti quel frutto che avete il diritto di cogliere!



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