Religione universale naturale


LA THREICIA Religione Universale Naturale



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LA THREICIA




Religione Universale Naturale



Allora l’anziano Nautes, l’unico che Pallade Tritonia

aveva istruito e reso ragguardevole per profondità di scienza,

rendeva questi responsi: sia che li suggerisse la grande collera

degli Dei o che lo richiedesse lo svolgersi dei fati

(Eneide V, 704)






particolare di bassorilievo dall’Arco di Tito, Roma

[PARTE PRIMA]


[1. CICLI ASTRALI E DOTTRINA DELLA RIGENERAZIONE 2. IL DILUVIO UNIVERSALE 3. ROZZEZZA DEL POPOLO EBRAICO E SPECIOSITA’ DELLA BIBBIA 4. ORIGINE SPURIA DEGLI EBREI E VERA IDENTITA’ DI MOSE’ 5. CRITICA DELLA MITOLOGIA GRECA 6. PROFEZIE PAGANE E CRISTIANE 7. GESU’ DI NAZARETH 8. ORIGINI EGIZIE DEL SUO INSEGNAMENTO 9. VERA NATURA DI SAN PAOLO 10. IMPOSTURA DELLA RELIGIONE CRISTIANA 11. VIOLENZA E FEROCIA DELLA RELIGIONE EBRAICA 12. IL CRISTIANESIMO RELIGIONE PEGGIORE DI QUELLA EBRAICA 13. SUPERIORITA’ DEL MONOTEISMO PAGANO SU EBRAISMO E CRISTIANESIMO 14. CRITICA DEL POLITEISMO E VERO SIGNIFICATO DELL’IDOLATRIA 15. MISERIA E VIRTU’ DI EBRAISMO E CRISTIANESIMO 16. VERO SIGNIFICATO DELLA CIRCONCISIONE 17. PURIFICAZIONE PAGANA E ASSOLUZIONE CRISTIANA 19. ESORTAZIONE DI AUCLER AI CRISTIANI]

1. La successione dei destini è la serie degli avvenimenti che il cielo determina sulla terra in base alla volontà che ha creato il mondo e siccome l’uomo è dotato di libero arbitrio, ecco che le passioni umane si mescolano agli avvenimenti e ne causano degli altri che scatenano la gran collera degli Dei. La causa principale dei cambiamenti prodotti dal cielo sulla terra sono le congiunzioni siderali. Ancor oggi in Europa, malgrado tutti gli sforzi che si fanno per sradicare questa dottrina connaturata nell’anima dei popoli10, ci si aspettano sempre dei cambiamenti di temperatura in occasione delle congiunzioni astrali e se questi cambiamenti non sempre si verificano, è perché le concause mantengono la temperatura che c’è, oppure ne determinano un’altra che non ci si aspetterebbe. Tuttavia la causa principale dei cambiamenti che si producono sono le grandi congiunzioni del sole e della luna allorchè percorrono l’orbita completa delle quattro triplicità del cielo in 796 anni, cioè 199 anni per ogni triplicità, congiunzioni che si verificano ogni vent’anni.
Quando, però, queste congiunzioni compiono l’orbita completa delle quattro triplicità, si verificano i cambiamenti maggiori, perché il terzo pianeta che ribalta tutte le situazioni e dal cui verbo è derivato il suo nome, Mavors [Marte], si trova in una posizione diametralmente opposta a dov’era prima quando le grandi congiunzioni di sole e luna si ebbero nel punto cardinale delle quattro triplicità, sei anni prima della nascita di Gesù Cristo. Queste congiunzioni si sono avute sotto il segno dell’Ariete ed hanno compiuto la loro rivoluzione nel 1585. Conteggiando all’indietro di 796 anni, si giunge all’epoca di Carlo Magno che ebbe breve durata, perché le concause delle quattro congiunzioni non gli erano favorevoli. Indietreggiando ancora di 796 anni si giunge all’epoca di Augusto e precisamente quando fu nominato imperator per dieci anni e dette inizio alla sua dinastia, creando Principi e Cesari i suoi due nipoti. Tornando al 1585 vediamo che Luigi XIV, in Francia, forma inutilmente il progetto di una monarchia universale, che non può riuscire, e che gli amareggia gli ultimi giorni di vita perché le concause, sulle quali non è qui il caso di spiegarsi, non lo consentono.
Se tuttavia l’orbita delle triplicità produce dei grandi cambiamenti, la doppia orbita ne produce di più grandi ancora, mentre ogni triplicità ne determina di particolari, ed è ciò che si constata guardando la storia moderna e comparandone gli accadimenti con il corso dei pianeti lungo le triplicità del cielo. Questi cambiamenti però si scorgono ancor meglio nella storia antica. Così, risalendo all’impero di Augusto, all’inizio dell’ultima triplicità dell’orbita precedente, vediamo la repubblica romana che, dopo aver sottomesso tutti i popoli, si autodistrugge con le guerre tra Mario e Silla. Nella prima orbita, troviamo la fondazione stessa di Roma e nella terza, che precede quest’ultima, l’impero di Alessandro. Prima di lui, quello di Ciro e prima ancora, il sorgere delle monarchie di Media e Assiria e la divisione di quest’ultima sotto Sardanapalo. Da quest’ultimo periodo risalendo a quello in cui si pone il grande cataclisma del mondo11, si pone il punto critico del doppio cerchio delle triplicità, e da quest’ultimo indietro fino alla creazione del mondo attuale si trova il suo punto d’inizio.
I cambiamenti particolari delle triplicità e dei cicli ci sfuggono per quei tempi che non hanno trasmesso dei monumenti storici, ma si può ben credere che si siano verificati anch’essi, come vedremo, in quelli storici, dall’epoca della divisione dell’impero assiro fino ad oggi. Con la seconda triplicità del doppio ciclo dell’impero di Augusto, vediamo che l’impero romano venne scosso e cominciò a frantumarsi, con i Goti in Oriente e i Franchi in Occidente, sotto il regno di Caracalla. Nel corso di questa seconda triplicità e nel corso dei primi tempi della terza gli scollamenti dell’impero dettero origine a tutte le monarchie d’Europa, le quali sono sorte, come abbiamo detto, nei primi anni della seconda triplicità ed hanno compiuto il loro ciclo nel 1786, allorchè venne ideato il progetto di quei mutamenti che hanno avuto luogo in seguito, col 1788. Così, non deve sorprendere che queste monarchie, compiuto il doppio ciclo, abbiano sottostato a dei grandi cambiamenti, nel corso dei quali si sono verificati molti fatti determinati dalle passioni umane e che, in un secolo corrotto e feroce, non hanno potuto non generare degli orrori che non erano stati voluti dal destino. Queste monarchie che hanno subito delle scosse tremende ne proveranno di altre ancora, poiché sono fondate nel punto cardinale delle loro triplicità. I medesimi cambiamenti che si sono avuti nella politica avvengono anche nella religione, perché ogni istituzione ed ogni culto che non siano nell’Unità, subiscono necessariamente tutti gli influssi che il cielo riversa sulla terra; destini cui si aggiungono inoltre le conseguenze delle passioni umane.
L’Unità non è un numero ma il principio di tutti i numeri, e non è un’entità, che si possa moltiplicare o dividere ma è sempre ciò che è. Finchè gli uomini si sono uniformati all’Unità, non hanno subito alcun cambiamento né nel governo né nel culto religioso; ed è quello che gli era stato predetto dal Palladio. Così ancora ai giorni nostri si vedono i discendenti scozzesi degli antichi Druidi mantenere la dottrina dei loro antenati; si rinvengono ancora in Europa i discendenti di Nautes, che si trasmettono quella dei loro; i filosofi di Damar hanno formato quelli europei e nelle Indie orientali i Brahmani conservano, stando a quanto riferiscono Sonnerat e altri autori, una dottrina che è conosciuta da più di cinquemila anni, e che, pertanto, è ben anteriore alla nostra epoca, ecc.
Come giustamente scrive l’autore del libro Degli errori e delle verità,12 questa dottrina non verrà mai cancellata dalla faccia della terra, finchè ci saranno esseri pensanti. Né si può pensare che, per quanto a lungo questo mondo sussisterà, non ci siano uomini che sappiano perché è stato creato. Del resto, non può esistere un vero governo che si fondi sulle passioni umane, un simile governo non potrebbe essere che effimero e appartenere alla Molteplicità13. Coloro che hanno favorito i cambiamenti non sono più nell’Unità, che è uno, e non posseggono la verità. Che triste spettacolo offre oggi lo stato del culto religioso sulla terra: l’Europa intera, una parte dell’Asia e le coste dell’Africa son preda di culti erronei; in sovrappiù una filosofia assassina, distruggitrice di ogni sensibilità morale e naturale, sovrapponendo errore su errore, rinnegando la verità, riduce gli uomini alla condizione di bestie ed è cento volte più assassina di tutti questi culti messi assieme14. Tuttavia solo l’uomo tra tutti gli esseri animati possiede il sentimento della divinità. Non è tanto una conoscenza in lui o una dottrina, che si può confutare, ma è una sensazione, un sentimento, un istinto naturale proprio all’uomo, così come ogni animale ha il suo.
Gli animali stessi non manifestano forse anch’essi delle virtù necessitate dal loro istinto? Cosa c’è di più affettuoso del cane fedele che rischia la propria vita per difendere quella del padrone, che si attacca al suo cadavere se quello muore e che muore di dolore e dispiacere per le carezze e i segni di affetto che non avrà più? Gli animali infatti non hanno il senso della morte. Chi fu più generoso e riconoscente del leone di Androclo? Questo schiavo era fuggito dalla severa casa del padrone andando a rifugiarsi in una caverna quando un leone, dall’andatura incerta e dall’aria supplichevole, gli mostrò una zampa infiammata e piena di pus. Lo sfortunato schiavo tremò a quella vista ma si rassicurò subito: intuiva ciò che l’animale voleva da lui; si fece coraggio e prese la zampa, ne estrasse il pus e la spina che causava i forti dolori. Da quel momento il leone si unì al suo benefattore, visse con lui e andando a caccia divideva la preda con l’uomo, il quale cuoceva la sua porzione su un piccolo fuoco, per paura di venire sorpreso. Quell’animale spaventoso mangiava al suo fianco la carne cruda. Ma vengono catturati, il fuoco li aveva traditi, e vengono obbligati a combattere l’uno contro l’altro nel Colosseo. Il giorno dello spettacolo pungolano il leone e lo liberano nell’arena: questo si slancia, corre spalancando le fauci rosse e ardenti che sembrano assetate di sangue mostrando una fila di denti avidi di frantumare ossa e straziare le carni della sfortunata vittima, nuda e disarmata. Il leone la vede, si avvicina e riconosce il suo benefattore. Si ferma ai suoi piedi, si accovaccia tra le gambe dello sventurato tramortito dalla paura e le lecca con la sua ruvida lingua. Il popolo si agita, si commuove chiedendo la causa di quel comportamento così straordinario e viene a sapere che il motivo è la riconoscenza. Si fa liberare l’uomo assieme al suo leone; portandolo poi a spasso per tre giorni nelle vie di Roma al guinzaglio di una semplice corda, riceve i doni che ciascuno gli porge, stupefatto di una simile situazione e della riconoscenza dell’animale.
E che dire di di Elpide di Samo, di Mentore di Siracusa e di tante altre storie riportate dagli autori classici? Nulla è più stupefacente di quell’elefante di cui ha parlato Buffon, che avendo ucciso il proprio conduttore, e ricevendo le forti lamentele della vedova, che l’animale capiva dai gesti, essendo privo della parola, prese il figlio di colui che aveva ucciso, se lo mise sulla groppa e lo scelse come unico nuovo conduttore. Non fu senza stupore che si vide questa bestia enorme guidata da un bambino che non era in grado di reggersi sulle gambe quando stava a terra. Cosa c’è di più generoso di quel cavallo che preferisce farsi trafiggere piuttosto che indietreggiare col guerriero che porta sul dorso e che mostra la propria generosità in una cosa per la quale non ha alcun interesse? Pertanto, anche gli animali hanno delle virtù; ma l’uomo è religioso, questo è il suo istinto. O inutilità della filosofia! Vedi cosa tu fai? Tu abbassi l’uomo al di sotto delle bestie, perché l’animale che pratica la virtù suggeritagli dall’istinto, è al suo posto ed è rispettabile, è ciò che dev’essere; ma l’uomo che ha perso il sentimento religioso non è più nel suo ordine, non è più uomo, non è più l’immagine a somiglianza della quale è stato creato, ha cambiato la propria natura.
Come ricordare tutto ciò agli uomini che vivono nell’oblio di questo sentimento? Se mi si concede anche per il sentimento religioso ciò che si accorda alla filosofia, mi servirò del sistema di Cartesio. Immaginate dunque di non possedere alcuna religiosità, di non conoscere alcunchè in materia: ebbene il primo concetto che verrebbe in mente a un uomo che di ciò nulla sa, allorchè subisce un fatto doloroso o assiste alla condanna a morte di un disgraziato, è quello dell’esistenza del male, ma non ne attribuirebbe l’origine a Dio, dal momento che se questi fosse stato malvagio non avrebbe creato gli esseri umani. Perché avrebbe dovuto creare questo bell’ordine cosmico e l’universale armonia e più ancora quella del mondo invisibile? Se lo ha fatto è perché aveva un motivo per farlo facendoli scaturire dal suo seno e, se li ha creati, è perché gli è superiore e quindi perchè averne poi invidia? L’invidia è una forma di debolezza e solo l’invidia rende malvagi. Se non è dunque possibile rintracciare l’origine del male è almeno possibile scoprire l’origine del male nell’uomo, ed è l’uomo stesso! Ammesso questo principio si deve ammettere che prima della nascita del male nell’uomo quest’ultimo ne sia stato esente in precedenza, cioè libero, senza patire dolore e sofferenza, né corporea né spirituale.
Si ha una falsa idea del concetto di libertà; non è la facoltà di scegliere tra il bene e il male ma la capacità di sapersi attenere alle sue leggi. Quando un uomo decide, si vincola verso uno dei due termini della scelta; quando l’uomo invece non si rifà a questa legge, genera idee disordinate; ed il verbo dell’uomo formulato nel suo stato di purità è così potente che realizza tutto ciò che pronuncia, proprio come l’Amore, che in Esiodo trae dal Caos la forma di tutte le cose. Giove ha aggiogato il suo cocchio ordinando a tutti gli esseri di seguirlo: alcuni lungo il percorso hanno volto lo sguardo verso il basso, hanno scorto le cose elementate e le hanno desiderate, le hanno raggiunte e le hanno rese così come noi oggi le vediamo. Anche le bestie, il cui mandato nella creazione è quello di godere dei beni materiali grazie alla pura liberalità del loro fattore, avendo visto le cose terrestri così come l’uomo le aveva fatte, le hanno desiderate. Hanno creduto di poter accrescere la propria capacità di godimento e le hanno asservite ma, nell’assumere una veste corporea, hanno dovuto sperimentare i patimenti del dolore e della sofferenza.
Cosicchè il male sulla terra c’è ma non dobbiamo tributarne la causa al Creatore; è logico pensare che in tutte le cose soggette a cambiamento vi sia una causa esterna che le muove. Questa causa è antica quanto il mondo e, combinata alla causa prima, non ha potuto fare a meno di ingenerare uno sconquasso spaventoso. Si guardi alle reminiscenze dei popoli, conservate in un tempo in cui nessuno di essi era ancora sciamato via dall’Unità primordiale, tempo nel quale nessuno di questi aveva altro interesse che trasmettere la verità ai posteri.
Quando fiumi di fuoco invasero la terra – scrive l’Inno orfico al Pericionio – il Dio dette loro una direzione. Spense gli incendi e quando tutto sembrava perire in turbini di fiamme, sostenne il mondo in difficoltà. E’ ciò che simboleggia il mito di Fetonte che i nostri mitologi non riescono a spiegare. Фαεθων [Fetonte] significa splendore, bagliore di fiamma e si presenta sotto le sembianze di un giovane imprudente che vuole guidare il cocchio del Sole, ma non sa farlo e incendia così la Terra. Giove lo folgora e Fetonte precipita nel fiume Eridano le cui acque comunicano sia col cielo che con la terra. Le sorelle, inconsolabili, vengono mutate in pioppi lungo le sue rive e le lacrime diventano l’ambra resinosa. E’ anche ciò che insegnano gli antichi Shastra indù, secondo la testimonianza di Henri Lord, ed è anche ciò che riferiscono antichi scrittori come Erodoto e Giustino, nonché antichi riti religiosi. Il fuoco delle stagioni celebrato in Europa ha questo significato. Anche la terra mostra nel sottosuolo testimonianze incontestabili: nella selce, nelle terre sedimentarie, nelle montagne più antiche che non presentano traccia né di depositi alluvionali o di resti fossili. Ciò ha anche fatto credere ad un filosofo contemporaneo, che la terra ed i pianeti fossero dei frammenti del sole staccatisi per la collisione di una cometa e perdutisi nello spazio.
Questa violenta collisione di due forze tanto contrarie quanto nemiche, attestataci dai monumenti e dalle tradizioni di tutti i popoli antichi, e che i poeti hanno cantato come combattimenti degli Dei contro i Giganti, è quella che gli Assiri avevano fatto raffigurare nel tempio di Bel [Marduk]. “Tutto era acqua e oscurità – scrive Beroso – e quest’oscurità era piena di mostri, che tormentavano l’universo; ma morirono tutti al cospetto di Bel, non riuscendone a sopportare lo splendore”. Anche i popoli più barbari ricordano questo avvenimento nelle loro tradizioni. I Filippini raccontano che una volta vi fu una grande disputa tra il sole e la luna; quest’ultima, ferita nel combattimento, partorì la terra che, cadendo, si divise in pezzi da cui uscirono i Giganti che seminarono nel mondo confusione e disastri. In Omero e altri il fatto è descritto sotto le sembianze del litigio fra Zeus e Giunone. E’ quel vento che muoveva la vela di Minerva, sospesa ad una nave che, grazie a delle macchine nascoste, si muoveva in terra dall’acropoli di Atene fino al tempio di Cerere eleusina.
E’ in ricordo di questa collisione che i Coribanti a Creta e poi i Salii a Roma danzavano la cosiddetta pirrica, che deriva dal termine πυρ, fuoco, e che Pallade gli aveva insegnato dopo averla danzata lei stessa per prima dopo che ebbe sconfitto i Giganti. I Salii la danzano reggendo lo scudo di Marte: è l’argomento delle più antiche teogonie e tale assunto è il fondamento su cui poggia la religione universale15. Infatti, l’uomo, raffrontando tale disordine e confusione con l’idea di ordine che aveva in se stesso, vide che in questo disordine lui era un essere fuori posto, che non poteva esservi giunto che per accidente, perché quel disordine era contrario alla sua natura propria. Così si interrogò e ricercò la causa; e quale altra avrebbe potuto trovare se non che lui era giunto dentro a questo disordine perché aveva meritato di venirci? Così giunse alla conclusione, presupposto che il Principio degli esseri era buono e non poteva sopportare il dolore e contemplare il disordine, che lui stesso ne era la causa. Siccome l’Unità è sempre se stessa mentre il disordine è un continuo mutamento, capì di non esser giunto nel disordine se non perché era uscito dall’Unità e che suo compito è quello di farvi ritorno e di reintergrarsi in essa; capì che se ne era distaccato per aver dimenticato la sua regola trascurandone le facoltà, mentre unico scopo dell’uomo sulla terra dev’essere la rigenerazione delle proprie facoltà e il ricongiungimento col Principio. I nostri contemporanei non farebbero certo simili riflessioni né sarebbero capaci di scoprire da se stessi simili verità; ma gli uomini delle origini, ancora poco coinvolti nelle vicissitudini materialistiche, da poco corporificatisi, e conservando ancora quell’aura celeste della loro precedente esistenza, erano invece in grado di farle e scoprire da soli quelle verità che stanno alla base di ogni culto religioso.
Non è però sufficiente aver scoperto che lo scopo dell’uomo sulla terra è la rigenerazione delle sue facoltà e la reintegrazione col Principio, ma occorre ancora averne i mezzi, e questi sono così complicati, che la semplice ispirazione non può essere d’aiuto. Se l’uomo invece scende in se stesso ed entra nel santuario più riposto della sua anima, e la rivolge verso il Verbo, offrendosi come uno specchio lucido, uniforme e senza macchie, è in grado di rispecchiare quelle idee che questa saggezza vorrà inviargli, scoprendo in se stesso le massime verità; ma il Verbo non può immettervi anche le parole, i termini e i particolari. L’essere animato vive, perché mostra al fuoco elementare organi che ne ricevono l’impressione e la trasmettono al suo fuoco individuale, che ha la sua sede nel cuore. E’ da qui che giunge all’essere animato la funzione motoria. Se questo perde i propri organi o se questi sono usurati, tanto che il fuoco elementare non riesce più a farli funzionare oppure perché la comunicazione con questo fuoco è stata deviata, succede che l’essere animato muore.
Lo stesso avviene per l’animazione dell’intelletto tramite il fuoco universale intellettuale, che ha la sua scaturigine nel Principio degli esseri; ma questa animazione non basta per far apprendere le modalità e i dettagli. È necessaria un’istruzione particolare da bocca a orecchio16 ed è ciò che tutti i poeti antichi hanno tentato di consigliare nei loro carmi17:


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