Religione universale naturale


Sive mutata juvenem figura



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Sive mutata juvenem figura

Ales in terris imitaris alimae

Filius majae

(Orazio, Odi, l.2)


Ed è anche quello che i filosofi hanno trasmesso nei loro scritti: “Molto prima che l’uomo costruisse città – scrive Platone (Leggi, cap.4) – viveva sotto una forma di governo che gli rendeva la vita così felice e beata, che il ricordo di questa felicità si è trasmesso di stirpe in stirpe fino ai giorni nostri. La fertile natura offriva ogni cosa spontaneamente e in quantità; ma Saturno, ben sapendo che l’uomo non è capace di governare se stesso, e a rischio di rovesciare l’universo a causa dei suoi capricci e vanità, non permise a nessun mortale di prevalere sui propri simili. Il Dio si comportò con noi come noi ci comportiamo con il nostro bestiame: infatti noi non mettiamo un bue o un ariete a capo dei nostri buoi o arieti, bensì gli diamo come guida un pastore oppure un essere di specie diversa dalla loro e di natura superiore. Fu quello che Saturno fece con il genere umano, che amava; incaricò di governarlo e guidarlo non dei re o dei principi, ma dei geni di natura superiore e molto più progredita di quella umana. Questi geni lavorarono con potere e mezzi superiori alla nostra felicità; fecero nascere sulla terra una pace imperitura. Il loro fu il regno della moralità, della giustizia, della libertà e della felicità”.
“Foste voi i primi a trasmettere agli uomini la dottrina sacra – recita l’Inno orfico [XXXVIII] ai Cureti -, voi venerati Dei indigeti18 dell’aria, della terra e del mare!”.
Così il disordine di prima venne meno; gli Dei avevano sepppellito il gigante Tifeo sotto un vulcano ed avevano confinato Briareo, Cotto e Gige ai confini dell’Oceano. Le due forze primordiali antitetiche vennero assoggettate per l’ordinato sviluppo del mondo e, grazie all’impeto del loro fuoco interno, con moto violento, il fermento universale, agendo con forza sugli elementi, costrinse la terra a produrre ogni cosa rigogliosamente. L’uomo da parte sua, conscio della propria natura, conversando con gli Dei, avendo stabilito la conoscenza di quegli esseri con i riti e con il culto che quegli stessi gli avevano trasmesso, aveva trovato il mezzo della propria rigenerazione e riunione col Principio, e godeva di una vita e di piaceri che non si possono far capire ai miei contemporanei. L’uomo di quei tempi19, senza pensieri e senza affanni, senza padroni e senza servi, strappava ai rami degli alberi il proprio nutrimento, poiché trovava nella produzione spontanea della terra cibo in abbondanza, che non si può nemmeno paragonare con quello che si potrebbe trovare oggi nelle nostre foreste, ciò per un motivo molto semplice che vedremo tra breve ma che possiamo già scorgere, e cioè, la forza del fermento, che conferiva a tutte le produzioni della terra un’abbondanza che al giorno d’oggi non c’è più.
Questa condizione dell’umanità durò a lungo; successivamente, con lo scorrere del tempo, gli uomini si sprofondarono nella materialità, e ne accrebbero l’affezione unendovi anche quella che avevano ereditato dagli antenati. Gli esseri umani divennero selvaggi, brutali e feroci e ciò a causa del fatto che l’anima umana, causa un magnetismo inerente, dinamizza e conforma l’elemento materiale offertogli da esseri ormai terrigeni. Essi scordarono e abbandonarono i culti e i riti che gli venivano dagli antenati, divennero sregolati, senza legge, senza giustizia e crudelmente antropofagi. Fu un tempo che, a detta di tutti gli storici, hanno vissuto tutti i popoli dopo un primitivo periodo di santità e religiosità. Fu così che gli Dei si ritirarono, la terra subì notevoli cambiamenti e la produzione spontanea dei frutti non fu più in grado di nutrire gli uomini. Gli Dei li sottoposero ad ogni sorta di tribolazioni: gli animali, che non erano feroci, lo divennero e attaccarono il genere umano. Mutarono le stagioni ed il cielo divenne plumbeo; l’uomo dovette cibarsi della carne degli animali e vestirsi della loro pelle; tali usanze lo resero feroce e nomade.
Gli Dei tuttavia cambiarono il suo nutrimento e provvidero ai suoi bisogni; se non l’avessero fatto sarebbero andate distrutte intere specie, esempi dei prototipi originari su cui tutto è stato creato e che, se non ci fossero più, avrebbero determinato un vuoto anomalo nell’ambito del progetto divino. Per esempio le pecore, incapaci di difendersi e prive di ardore, di armi e di capacità di fuga; e si potrebbe dire lo stesso di quasi tutti gli animali domestici. Gli Dei li affidarono agli uomini cui insegnarono l’allevamento e modificarono, come ho detto, il suo modo di nutrirsi, dandogli la coltivazione del frumento e del riso, in base al clima; il frumento che non si rinviene allo stato selvatico come gli altri frutti della terra ma è un dono degli Dei, e che non ricresce quando è stato tagliato, a differenza di tutti gli altri erbaggi destinati al sostentamento del bestiame; esso esige da parte dell’uomo un continuo lavoro e attenzioni sempre diverse. E’ ciò che Virgilio, nelle Georgiche [I,121-130 tr. di L. Canali], ha espresso con questi versi davvero belli:
Lo stesso Padre
Volle non facile l’agricoltura e per primo mosse i campi

Con arte, aguzzando con affanni i cuori dei mortali,

non sopportando che il suo regno s’intorpidisse in un greve letargo.

Prima di Giove non v’erano agricoltori a lavorare la terra,

e neanche si poteva segnare i confini dei campi e spartirli;

tutti gli acquisti erano in comune, la terra da sé donava,

senza richiesta, con grande liberalità, tutti i prodotti.

Egli aggiunse il pericoloso veleno ai tetri serpenti,

e volle che i lupi predassero, che il mare si agitasse…
In che modo gli Dei mutarono le usanze di vita degli umani? Come fecero a cambiare degli esseri feroci, selvaggi e nomadi in popoli civili insegnandoli anche l’agricoltura? Prima, voglio far notare in base alle testimonianze e alle tradizioni di tutti i popoli, che gli uomini si ridussero in tali condizioni per aver negletto i riti e il culto degli antenati, cosicchè nessun popolo fu in grado di civilizzarne un altro.
Quegli europei e parte degli asiatici e degli africani che cercano nel libro della Genesi ebraica le origini dell’umanità, credono che quest’ultima sia derivata da un solo ceppo. Questa credenza è contraria alle testimonianze e alle tradizioni di ogni altro popolo. Se infatti queste parlano di un’originaria coppia posta all’origine delle loro cosmogonie, si tratta di un simbolismo, di una riconosciuta allegoria. Erodoto e Diodoro Siculo ci riferiscono che gli antichi Egizi affermavano di essere autoctoni. Dionigi di Alicarnasso e altri autori, affermano lo stesso delle antiche genti che popolarono l’Italia. E’ una affermazione perentoria di quasi tutti i popoli. Gli antichi Egizi e gli Sciti, secondo Giustino, rivaleggiavano nel contendersi il primato di aver generato l’umanità; gli Egizi affermando che, trovandosi in un clima più caldo e temperato, la loro terra, scaldata dal sole, aveva generato per prima gli uomini; gli Sciti al contrario dicendo che proprio per quelle ragioni era stata la terra scitica a farlo e che, se la creazione del mondo avvenne per una deflagrazione dell’elemento igneo, sarebbero stati proprio i paesi più freddi quelli adatti a far nascere degli uomini. Diodoro sembra propendere per la tesi degli Egizi perché, lui dice, i primi animali non possono essere nati che sotto l’ardore dei raggi solari.
Altri popoli hanno affermato di essere nati da stagni dei loro paesi, altri da pietre, altri da montagne ma tutti affermano di essere derivati dalle terre che abitano con l’eccezione di quelli giunti da altre contrade. Se si vuole sostenere la tesi che l’umanità deriva da un sol ceppo, bisognerebbe cancellare dal linguaggio queste parole latine: gens, genus e natio, con le quali tutti i popoli antichi hanno voluto marcare che erano sorti sulle terre che abitavano.
Del resto, non è significativo che ci siano diverse razze umane? Se fosse vero che è la differenza dei climi a determinare le diversità somatiche e il colore della pelle, quei negri che da più tempo abitano i paesi dati in sorte ai popoli di pelle bianca, avrebbero in qualche modo perso alcune delle loro caratteristiche corporee. Ma è davvero il calore del sole che conferisce ai negri il colore della loro pelle, per non parlare dei tratti somatici? In realtà essi hanno una sostanza mucosa che si trova tra la pelle e la carne e ne determina il colore; ma non è nemmeno il colore che li diversifica, bensì i tratti del viso. Lo si può provare da ciò che segue.
Ci sono delle isole in mezzo al mare, lontanissime dai continenti, e sono abitate, come ne è il caso nel continente americano. Se queste non fossero state abitate da genti nate nello stesso posto, lo sarebbero state da uomini indigeni, pii e religiosi, oppure da uomini selvaggi e nomadi, o ancora da persone civili. Ma gli indigeni non viaggiano e non si spostano, perché sono contenti della loro condizione priva di affanni, e non cercano innovazioni da nessuna parte. Esseri selvaggi e nomadi non si spostano con viaggi per mare perché, quand’anche ne avessero avuto la voglia, essendo privi di ingegno e di tecnologia, e non sapendo attribuire un nome alle diverse costellazioni, non sarebbero stati capaci di fare lunghe navigazioni né di fabbricarsi degli scafi di legno o di corteccia. Se fossero state popolate da persone civili, come si vedrà, si sarebbero conservate le arti dei loro antenati, così come hanno conservato il ricordo delle loro origini e degli stessi sconvolgimenti che ha subito la terra, cioè il diluvio, sia che fosse stato universale su tutti i paesi della terra oppure riramazioni secondarie abbattutesi in seguito e in tempi diversi un po dappertutto, e che crearono le montagne, le barriere coralline e le scogliere. Ma c’è un solo discorso per esprimere tutto ciò: chi vi ha portato i topi e le talpe che si vedono dappertutto? Chi ci ha messo i terribili ragni e i serpenti a sonagli? La stessa mano che ha fatto nascere gli animali ha fatto nascere anche gli umani. Quanto al fisico e allo sviluppo corporeo, l’uomo non è diverso dal più meschino degli insetti.
I popoli che si richiamano alla Genesi non avrebbero dovuto prendere alla lettera la cosmogonia degli Ebrei, non più di quanto abbiano fatto gli altri popoli con le loro. Filone afferma che sarebbe davvero sciocco e ottuso chi prendesse alla lettera il testo mosaico. Tutto l’impegno profuso nelle sue tante opere è consistito nello spiegarne le allegorie; gli stessi nomi, il ruolo dei personaggi, la loro vita, il numero degli anni della loro vita, basterebbero per capire una simile cosa. Ora, Filone afferma che Adamo ed Eva sono le parti intellettuale e sensitiva dell’uomo. E’ vero. Ma c’è una spiegazione più profonda e diretta: Adamo in ebraico e caldaico significa fango mentre Eva significa la vita. Come non scorgere nei due progenitori il fermento vitale? Eva seduce Adamo perché, difatti, l’effervescenza di questo fango seduce l’uomo, lo obnubila e gli impedisce di volgere gli occhi all’eterna dimora, clausae tenebris et carcere caeco.
Eva genera Caino il cui nome significa possesso: possesso di che? Della terra. Caino uccide Abele che significa il dolore per la perdita della condizione edenica; Caino è il secondo stadio del genere umano, nomade e selvaggio, dopo quello pio e religioso. Non bisogna stupirsi se Mosè, che fu istruito dalla saggezza egizia, espone una simile dottrina. Dunque, cosa fa la divinità per sostituire Abele? Lo rimpiazza con Seth che significa la dottrina, tanto che il di lui figlio invoca il nome di Geova. Vedremo più avanti come la divinità fa succedere allo stadio selvaggio e nomade quello della dottrina.
Sciocchi Ebrei! Sciocchi Cristiani! Sciocchi Maomettani! Questa è la vera storia che avete interpretato alla lettera, nonostante le stesse rimostranze di qualcuno di voi, perlomeno di quelli che ci capivano qualcosa, come Filone e tutti i cabbalisti, i simbolisti, il famoso Maimonide, Clemente Alessandrino, sant’Anastasio il Sinaita, lo stesso sant’Agostino, il quale, pur dotato dalla natura di un buon genio, si è andato a intruppare nella vostra cerchia ristretta…
Come e in che modo gli Dei hanno salvato gli esseri umani da questo secondo stadio nomade e selvaggio e gli hanno dato delle leggi, una giustizia, il nutrimento assicurato, una dottrina? Lo hanno fatto per mezzo dei Misteri. I Misteri, scrive Cicerone, ci hanno dato la vita e il benessere; hanno impartito agli uomini le regole civili e le leggi; hanno insegnato a vivere in società ed è giustamente che li chiamiamo iniziazioni o inizi, perché è grazie ad essi che abbiamo conosciuto i valori della vita, che ci siamo sottratti ad una vita ferina e selvatica e comportati civilmente, che abbiamo conosciuto le regole del vivere felice e che, nel momento della morte, abbiamo concepito la speranza in una vita beata. Queste affermazioni di Cicerone non sono vane parole, perché lui partecipò assiduamente alle celebrazioni pubbliche dei Misteri e, mancando due volte da Roma, chiese al suo amico Attico di fargli sapere quand’era che si celebravano i Misteri di quella città.
Cerere, scrive Isocrate, ha fatto agli Ateniesi due grandi regali: gli ha dato la conoscenza del frumento, che li ha liberati dalla vita selvatica per aggregarli in una comunità civile; e gli ha donato questi sacri Misteri che assicurano agli iniziati la speranza di una vita migliore dopo la morte, per l’eternità. I Misteri, scrive Plutarco, sono in rapporto con la vita futura e alla condizione dell’anima dopo la morte. Ciò che in essi vi si rappresenta non è che la parvenza e l’immagine di tutte le beatitudini la cui vera contemplazione è riservata a coloro che sono stati virtuosi in vita. La gente comune si immagina - così prosegue Plutarco in un toccante brano in cui si rivolge affettuosamente e senza termini dotti alla moglie per la perdita dell’amata figlia -, che dopo la morte non rimane più nulla dell’essere umano a causa della distruzione del corpo. Ma tu, tu sai bene che non è vero, e la tradizione che noi abbiamo ricevuto di mano in mano dai nostri antenati (per quanto sposati essi appartenevano ad una stessa famiglia di ierofanti) ci ha trasmesso una dottrina ben diversa e in quanto iniziati ai sacri Misteri di Bacco e testimoni delle sue sante cerimonie, conosciamo la suprema verità, che c’è una vita futura e che l’anima è incorruttibile.
Non ci si scandalizzi per la citazione di Bacco. Questi è il dio del vino, perché gli iniziati hanno bevuto nella sua coppa mentre i libertini ne hanno pervertito il significato. I Misteri, scrive Elio Aristide, non constano di pratiche atte a conferire la tranquillità dell’anima nella vita mondana, non liberano dagli affanni dell’esistenza ma hanno lo scopo di migliorare il nostro destino dopo la morte e impedire che si affondi nelle tenebre e nel fango degli empi. Felice, scrive Euripide, colui che, giudicato degno di ricevere la rivelazione dei Misteri degli Dei, conduce santamente la sua vita!
E’ solo su noi, recita il Coro nelle Rane di Aristofane, che splende benigno l’astro del giorno, su noi iniziati, che abbiamo per il cittadino e per lo straniero un identico atteggiamento di religiosità e di civismo. Sono stato condotto fin sulle porte della Morte, scrive Apuleio, ho varcato la soglia di Proserpina e son tornato alla vita percorrendo i quattro elementi. Ho scorto il sole brillare luminoso nel mezzo della notte, ho visto gli Dei del cielo e quelli degli inferi; mi sono visto al loro cospetto e li ho contemplati da vicino.
L’anima, scrive Stobeo, sperimenta con la morte le stesse passioni che prova con l’iniziazione. Le stesse parole corrispondono alle parole, e morire ed essere iniziato si esprimoro con termini analoghi. La morte è la fine della vita animale, l’iniziazione è la fine della vita profana… dapprima si tratta di errori, incertezze, marce penose attraverso le tenebre della notte. Giunto ai confini dell’iniziazione, ogni cosa appare sotto una veste terrifica. Solo orrore, tremore, paura, fragore, ma una volta che queste fenomenologie cessano, una luminosità dolce e divina prende i sensi rapiti: inni e cori musicali rapiscono i sensi e gli oggetti sublimi della scienza sacra costituiscono l’oggetto delle conversazioni, visioni sante colpiscono lo spirito. Iniziati e resi perfetti, si è ormai liberi, non si è più schiavi di alcuna avversità. Incoronati e trionfanti ci si inoltra nelle regioni divine e si celebrano i Misteri a livello dei propri desideri.
Tutti vi dovevano partecipare, fanciulli, moribondi e anche i morti; ogni negligenza era vista come un sacrilegio. Colui che non ha seguito il mio insegnamento in questa vita – diceva Confucio ai lama tibetani e ai brahmani indù – torna su questa terra finchè non ci si conforma. Soltanto coloro che hanno finalizzato tutti i propri comportamenti e le azioni della vita alla salute dell’anima, afferma Porfirio citato da Eusebio – possono partecipare ed essere iniziati ai Misteri della religione.
Quali erano gli oggetti di tali Misteri? Erano universali e identici per tutti i popoli. Sempre si tratta di un Dio ucciso, straziato e smembrato dai Giganti; c’è una Dea che va in cerca delle parti smembrate e facendo ciò percorre tutta la terra, diffondendo ovunque leggi, costumi, città, regole agricole, arti, culti religiosi, riti. Si tratta di un Dio ucciso, smembrato dai Giganti che dopo molti travagli e sofferenze resuscita, riuscendo infine vincitore e trionfatore. In Frigia, è Cibele che affranta per l’infedeltà di Attis, percorre il mondo in preda al furore e lo induce nella disperazione a mutilarsi per espiare l’infedeltà commessa. In Egitto, è Iside, desolata per la morte di Osiride, ucciso a tradimento da Tifone col pretesto di fargli provare il sarcofago e il cui corpo è stato fatto a pezzi, che percorre il mondo per radunarne le parti, che trova tranne una, il membro virile, del quale modella un simulacro. Osiride, dopo molte vicissitudini sconfigge infine Tifone resuscitando per il benessere dell’umanità. In Fenicia, è Venere desolata per la morte di Adone, ucciso da Marte crudele sotto forma di cinghiale, che percorre il mondo per ritrovarne il corpo, ma Adone infine abbatte l’immondo animale e resuscita gloriosamente consolando Venere. In Assiria è la storia di Salambò e Belos, cui accadono le stesse vicende. In Persia, è quella di Mythras e Mythra. Tra gli Scandinavi, quella di Freya e Balder, con gli identici motivi. A Samotracia, a Troia, in Grecia, a Roma, si tratta di Cerere, desolata per il rapimento della figlia, che percorre la terra e che non riesce a darsi pace se non quando scorge il baratro attraverso il quale Plutone l’ha rapita. Si tratta di Bacco ucciso, straziato, smembrato dai Giganti, del quale Pallade ha trovato il cuore ancora palpitante e di cui Cerere ricompone le membra, che resuscita, attraversa tutti i paesi riempiendo il mondo con le sue imprese, celebra il suo trionfo e si assiede tra gli Dei.
Questi Misteri sono gli stessi in tutti i popoli, tanto che se qualche illustre emigrante recasse al popolo cui si unisce questi Misteri, scoprirebbe che questo popolo già ne possiede di suoi. Fu così che quando i Pelasgi portarono in Attica i Misteri di Samotracia, vi trovarono già stabiliti i Misteri di Eleusi. E’ questo ciò che volevano significare gli Ateniesi mostrando il masso triste su cui Cerere si sedette per riposarsi delle corse affannose alla ricerca della figlia: allegoria attraverso cui attestavano che i Misteri di Eleusi erano sorti in quel luogo medesimo. Allo stesso modo, quando Dardano recò questi Misteri da Samotracia a Troia, vi trovò già istituiti, sul monte Ida, i Misteri di Cibele, presieduti dai Coribanti. E chi li ha portati nei brumosi paesi del Nord Europa non ne ha forse trovati di originari?
Quando poi Nautes, compagno di Enea, li recò nel Lazio, i Latini avevano già i Misteri di Ercole, retti dalle famiglie dei Potizi e dei Pinari. Chi ha visto nell’antro di Caco solo il rifugio di un brigante, non sa leggere Virgilio, e non rende onore al vecchio Evandro e a tutti i suoi ierofanti, che avrebbero celebrato un’impresa così profana quale fu l’uccisione di Caco con tutta quella solennità. Infatti una pietra tirata con una fionda o una freccia scoccata da Pandaro, anche se nascosto dietro un altro, come si legge in Omero, avrebbe potuto liberare il paese da quel brigante. Non era necessaria la forza di un Ercole, e quell’impresa non meritava che il suo altare eretto a Roma, dai Latini, divenisse il grande altare: ara maxima et maxima semper, e che ci fossero due famiglie di irofanti addette al suo culto. Se i discendenti di quel Nautes portarono da Alba Longa a Roma i Misteri di Samotracia e se i Romani li accettarono è perché le principali famiglie di quel popolo discendevano dai Troiani ed erano affascinate di avere tra loro i Misteri dei propri antenati.
Cosa ricavare da tutto quello che abbiamo appena detto? Che gli uomini avendo deviato dalla loro regola sono oggi qui ad espiare un delitto; che questo delitto è la causa occasionale della manifestazione di questo mondo tramite l’azione di due forze contrarie; che sulla scia dei contrasti e degli scontri di queste due forze, gli uomini hanno dapprima condotto una vita innocente e beata; che in seguito sono caduti nella vita selvaggia, nomade e viziosa, ma che ne sono usciti grazie ai Misteri. Si vedrà più avanti che quando questi Misteri vennero negletti, Dio distrusse il mondo. Era pertanto necessario che la Provvidenza, dopo avere trasmesso i Misteri, facesse in modo di preservarli. Questo modo fu di averli affidati in ogni popolo ad una ristretta cerchia di uomini, a delle stirpi particolari che dovevano unirsi solo tra loro. Infatti Plutarco, che discendeva da una di queste stirpi, si unì ad una donna della sua famiglia che lo rese depositario e incaricato di conservarli e riattivarli quando si fossero affievoliti. Queste stirpi furono i Caldei tra gli Assiri, i Magi tra i Persiani, i Profeti tra gli Egizi, i Coribanti in Frigia, i Brahmani in India, i Maya e gli Atzechi in America, gli Eumolpidi ad Atene, i Nauti a Roma. Tuttavia gli uomini hanno negletto questi Misteri e le stesse stirpi incaricate di preservarli hanno fatto altrettanto, si sono imbastardite con la gente comune, i figli di Dio si sono uniti alle figlie degli uomini, hanno generato i Giganti, la carnalità ha corrotto la finalità e così Dio ha distrutto il mondo per mezzo del il diluvio.
2. E’ importante sapere se ci sia stato un solo grande diluvio universale o se ve ne sono stati diversi, o se diverse fasi di uno stesso diluvio si sono abbattute in vari paesi in tempi diversi. I filosofi contemporanei negano la prima ipotesi e si chiedono dove si sia potuta reperire tanta acqua per poter determinare un diluvio universale tale da sommergere le montagne più alte; ma sommergere le montagne è un simbolismo, eppure chi avrebbe detto che questi filosofi sarebbero entrati nei penetrali degli Dei e ne avrebbero saggiate le forze per sapere che non sarebbe stato possibile trovare acqua a sufficienza da produrre un diluvio universale! Costoro non sanno che la notte è la madre del tutto: o Notte, o tre volte grande Notte! Principium est nox omnium, et est nox murtia nobis, recita l’Inno orfico alla Notte.
Mi pare tuttavia difficile che possa esservi stato un diluvio non universale, a meno che le catene montuose siano state tutte collegate tra loro ed abbiano racchiuso le vallate come fossero delle muraglie, considerato che l’acqua per sua natura tende sempre a scendere di livello; ogni punto della superficie terrestre possiede un raggio uguale che parte dal centro e arriva alla superficie: così in un globo dove scorrono tutte le acque, queste non possono sommergere una montagna senza sommergerle tutte quante. Se un bambino mettesse dei sassolini in un piatto e ci versasse sopra dell’acqua, questa ricoprirebbe ad un tempo tutti i sassi della stessa altezza.
Tutti i simboli dei vari popoli ci parlano di un diluvio universale. Quando gli Dei vollero purificare gli uomini – disse l’anziano ierofante di Sais all’ateniese Solone – inviarono sulla terra o incendi o diluvi. Platone ne parla in modo allegorico, così come sempre fa nei suoi scritti; incendi e diluvi infatti non sono accadimenti così frequenti. Il mondo è stato generato da una conflagrazione ed è stato distrutto da un diluvio e ci sarà un’altra conflagrazione ancora; questi autori non dicono di più ma parlano comunque di fatti a carattere universale e non particolare. Anche la tradizione assira sul diluvio di Xisutros si riferisce ad un evento universale, in quanto ricorda che su monito di Saturno, Xisutros riparò in una barca con tutta la sua famiglia e con le coppie di ogni sorta di animali che riuscì a salvare.
La tradizione greca ci parla anch’essa di un diluvio universale. I primi uomini – scrive Luciano ne La Dea Siria – diventati crudeli, insolenti, atei, inospitali, perirono tutti durante un diluvio in cui la terra emise dalle proprie viscere un’enorme quantità d’acqua che gonfiò i fiumi e che, assieme a immense pioggie, alzò il livello del mare, e sommerse tutto, lasciando il solo Deucalione che si era salvato con la famiglia su una barca, e una coppia di bestie di ciascuna specie che lo seguirono spontaneamente senza commettere violenze. Di un diluvio universale parla anche Ovidio riferendo che Giove, avendo divisato di distruggere l’umanità, scelse il diluvio, perché si era ricordato che era nei fati che un giorno la terra e i mari e la stessa sede degli Dei, sarebbero andati distrutti in una conflagrazione. Tutto sia acqua, dice il Dio, un mare senza coste, e quello che l’acqua risparmia perisca di carestia: è proprio un diluvio universale quello che Ovidio ci mostra quando descrive Deucalione attonito di fronte al cupo e profondo silenzio che regna sulla terra: desolatas et agentes alta silentia terras.
Certi filosofi hanno contestato la realtà di un simile fenomeno, tuttavia ci sono tracce di esso sulla terra tanto che ognuno di noi le può vedere sotto ai suoi piedi. In superficie non c’è nulla ma se si scava, si rinvengono città sepolte, foreste e relitti di tutto quanto era esistito prima. Se ne hanno le prove nelle montagne più elevate, facili da distinguersi da quelle più antiche perché quest’ultime non presentano traccia né di fossili né di sedimenti alluvionali, mentre le prime sono ricche di strati orizzontali di ogni sorta di sedimenti minerali e organici che si sono depositati non seguendo la legge di gravità ma grazie al sommovimento e al riflusso delle acque. Un’altra prova del diluvio universale la si rintraccia nella conformazione delle estremità dei continenti che combaciano tra loro, nelle angolature sporgenti e rientranti di tutte le vallate, e in quello strato di cadaveri umani su cui è stata costruita in seguito la rocca di Gibilterra; infine i fossili di animali rinvenuti in siti dove quest’ultimi non avrebbero potuto vivere se ci fosse stato il clima attuale: i cadaveri di elefanti in Siberia per esempio. Né si vede come, in base a quanto dicono le tradizioni e le stesse esperienze umane, si sia potuto inclinare l’asse terrestre20; sappiamo al contrario dagli obelischi, dalle piramidi, dalle caverne e da monumenti come quello della città di Joppé, riconosciuti come antidiluviani, che dalla creazione del mondo i poli non si sono mai spostati. Bisogna proprio gridarlo: il diluvio è stato universale ed è veramente accaduto perché la razza umana aveva trascurato la funzione dei Misteri che gli Dei gli avevano trasmesso.
Ciò che mi faceva ritenere difficile l’universalità del diluvio era la ritrosìa ad ammettere che tutti i popoli fossero giunti contemporaneamente al medesimo livello di degenerazione e che pochissimi uomini si fossero salvati sparsi per il mondo un po quà e un po là. Ma i racconti concernenti l’arca sono fittizi e sono serviti solo per creare la leggenda. In realtà questi uomini si sono salvati ritirandosi nelle montagne, come riferiscono tutte le tradizioni, ma senza barche o vascelli, perché, se l’azione principale del diluvio è stata una turbolenza che ha sconvolto le acque, il suo sommovimento avrà disancorato tutti i natanti trascinandoli negli abissi o sfracellandoli a terra.
Anche gli animali di grossa taglia e che son detti animali perfetti – perdendo la loro ferocia, come si vede anche oggi nei momenti critici della natura, nei terremoti, negli uragani, nel bagliore dei fulmini (come si nota in quelli rimasti impigliati nelle reti), nei lupi intrappolati dentro uno stazzo, nel leone a cui si coprono gli occhi -, hanno seguito gli esseri umani sulle montagne mentre i vermi e le larve degli insetti, raccolti nelle schiume prodotte dall’agitazione delle acque, sopravvissero nel fango.
Le acque non sommersero le montagne più alte; sarebbe stato impossibile. E’ stato fatto notare da molti esploratori che sulla cima delle montagne più alte la respirazione è impossibile sia per gli uomini che per le bestie causa la rarefazione dell’aria; cosicchè sarebbero dovuti morire tutti come pesci fuor d’acqua. Nei Misteri di Samotracia si insegnava il punto limite del livello delle acque; si erano segnati il succedersi delle piene e il livello più alto mediante degli altari su cui ci si recava a sacrificare in certe ricorrenze (Diodoro Siculo l.V), ed io ritengo che lo stesso significato avessero tra gli Ebrei il Cantico dei Cantici e i Salmi.
Non bisogna pensare che il diluvio sia stato generato dalla sola azione delle acque che ne è stata solo la causa scatenante:
Maxima pars unda rapitur, quibus unda pepercit

Illos longa domant inopi jejunia victu
Lo sbilanciamento delle stagioni, le carestie, le eruzioni vulcaniche e i terremoti hanno aggiunto il loro contributo nel distruggere l’umanità a settori, cosicchè solo coloro che ebbero prescienza del diluvio seppero sottrarvisi. La tradizione del diluvio di Ogige parla di una notte lunga nove mesi, di spostamenti nel cielo, di cambiamenti nel colore e nell’orbita di Venere. Fuochi sprigionatisi dal terreno in analogia con l’alterazione del firmamento, fecero emergere in superficie enormi masse di acqua tanto che la terra, simili ad un crivello, le vomitava fuori in ogni direzione. Questa era simile ad una vecchia volta che andava sgretolandosi e non potendosi più sostenere implodeva su se stessa offrendo da ogni parte la vista di baratri agli sfortunati mortali che, attribuendo la previsone di quel disastro a cause di ordine materiale, essendo essi totalmente materializzati, ne vennero inghiottiti. Tuttavia i sopravvissuti al disastro divennero pii e religiosi così come i primi esseri umani lo erano stati al cospetto dello scontro delle due forze primordiali.
“La nostra tradizione – scrive Platone - ci parla di grandi stragi causate da inondazioni, sciagure, epidemie ma soprattutto di quell’inondazione generale a cui pochi esseri umani sono scampati. Quelli che si salvarono, quasi una specie di semenza conservata dalla Provvidenza per assicurare la continuità del genere umano, condussero una vita da pastori sulla cima dei monti dove si erano rifugiati. La razza umana era allora così rara che ogni volta che qualcuno si incontrava – evento quanto mai inusuale – si festeggiava e si era contenti, poiché tutti avevano perso le proprie tradizioni tecnologiche, mancavano di coraggio e di mezzi per attraversare le vallate, i mari e le paludi che li separavano. Ferro, stagno e altri metalli erano andati dispersi e se era rimasto ancora qualche strumento questo era divenuto ben presto inutilizzabile per l’usura o la vetustà e non poteva essere sostituito prima che si riscoprisse l’arte della metallurgia.
“Questa situazione si protrasse per molte generazioni ma, se gli uomini di allora persero la conoscenza tecnologica, ebbero però il vantaggio di non conoscere più né dispute né guerre, né gelosia, né invidia, né avarizia né tutti gli altri vizi che avevano affranto le loro società. Il perché è chiaro: la terra era ormai solo una vasta solitudine; gli uomini, ridotti ad un piccolo numero di individui, sperimentarono tra loro una affettuosa forma di fraternità. Senza, oro, senza denari, senza ricchezze, non per questo si poteva dire che fossero poveri. Possedevano del bestiame e delle suppellettili di terracotta, che erano in grado di procurarsi col fuoco; godevano del necessario e non sapevano cosa fossero l’ambizione e l’invidia.
“La vita a cui la Provvidenza li aveva costretti fu la causa della rettitudine e onestà dei costumi nonché del carattere docile e tranquillo… Erano davvero docili; seguivano i consigli e le osservazioni dei loro capi; ascoltavano con attenzione e credevano, grazie alla semplicità del loro carattere, a tutto ciò che gli si insegnanva sull’onestà e la virtù. Diversi dagli uomini di oggi, alcuni dei quali vanno in giro tronfi della pretesa saggezza delle proprie opinioni, erano incapaci di mentire; prestavano fede a tutto ciò che gli si raccontava sugli Dei e sugli uomini; tali principii governavano tutte le azioni della loro esistenza. Per quanto fossero a digiuno di scienza, di conoscenze, di arti, sia civili che militari - a differenza dei prediluviani e dei nostri contemporanei -, erano più semplici, più coraggiosi, più moderati, più giusti. Perché? Non possedevano leggi scritte ma seguivano i costumi e le usanze che si tramandavano di generazione in generazione. Si imitavano gli esempi degli antichi. Ogni padre era re della famiglia, la donna e la figliolanza sudditi. Molti Barbari vivono ancor’oggi in questo modo e gli antichi siciliani, al dire di Omero, avevano vissuto così”. Termina qui il racconto di Platone.
Questi uomini che vissero rettamente, felici, religiosi, decaddero in seguito nella vita selvaggia, nomade, violenta, viziosa e perversa, come quella del ciclope Polifemo che ci descrive sempre Omero, il quale non conosceva altro dio all’infuori del proprio stomaco antropofago, spregiatore degli dei che riteneva suoi eguali e fiero della sua forza. Gli Dei salvarono ancora una volta l’umanità da quella vita infame e violenta; gli rammentarono i Misteri e i culti aviti; li riunirono in società e gli dettero delle leggi.


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