Religione universale naturale


Silvestres homines sacer interpresque deorum



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Silvestres homines sacer interpresque deorum

Caedibus et victu foedo deterruit Orpheus
Bacco istruì Orfeo; Orfeo fece altrettanto con Traci e Greci; Giove istruì Minosse e questi i Cretesi; Iside istruì Ermete e questi gli Egiziani; Confucio [sic] i Brahmani dell’India; Ercole i Celti; Zalmoxis gli Sciti; Odino gli Scandinavi. Ci furono popoli che però si corruppero con le arti e scordarono e neglessero le istruzioni ed il culto dei loro antenati, mentre altri li conservarono. Gli Dei permisero a questo fine - fatto che avevano predisposto da lungo tempo - che fosse gettato, come dimostrerò adesso, un velo sulle istruzioni e sul culto che avevano dato agli uomini.
3. Tutti i popoli avevano un solo e identico culto; ma un giorno un uomo [Mosè] ritenne arbitrariamente che quel culto fosse degenerato, e che Dio avesse scelto il suo popolo per affidargli il vero culto e tramandarlo; una pretesa così straordinaria deve possedere delle giustificazioni solidissime, e le prove che adduce di questo affidamento che offende la divinità sono invece comuni non solo al suo popolo ma alla maggior parte dei popoli della terra: la circoncisione e il riposo del settimo giorno.
Gli Egizi, gli Etiopi, i Fenici, i Colchi e alcuni popoli arabi si circoncidono; i Messicani hanno una sorta di circoncisione e, se è vera la geografia del Cumberland e la geografia politica del Gordon, si trova la pratica della circoncisione fin tra i popoli dell’Africa nera. Erodoto scrive di non sapere chi per primo tra gli Egizi e gli Etiopi adottò la pratica circoncisoria, ma che i Fenici e i Siriani di Palestina, cioè gli Ebrei (così hanno interpretato tutti i commentatori), avevano appreso la circoncisione dagli Egizi e questi stessi così pensavano. Quanto al riposo del settimo giorno, gli Egizi, i Siriani, gli Indù e i Cinesi, hanno sempre diviso il tempo in settimane e festeggiato il settimo giorno. Gli antichi re cinesi, come attesta il discorso preliminare di Chouking, il settimo giorno facevano sigillare le porte delle abitazioni, i tribunali non lavoravano ed era vietato ogni commercio. Esiodo scrive che il settimo giorno è sacro essendo il giorno natale di Apollo. Il settimo giorno, scrive Omero, tutto è compiuto: si giunge sulle rive dell’Acheronte. I Magi non celebravano durante il settimo giorno: è ciò che Hyde chiama il Sabato dei Magi.
Anche i Romani conoscevano la settimana perché i nomi dei giorni che anche oggi abbiamo ci vengono da loro: ce ne rimane una prova in un calendario inciso in una lastra di marmo nella casa della famiglia Maffei a Roma, ove i giorni sono divisi per sette e segnati da sette lettere, come le lettere domenicali, che sono state trovate in seguito; anch’essi festeggiavano il settimo giorno. Il settimo del loro mese lunare era anche quello di una importante ricorrenza ed era detto nonae, le none, a novis vel renovatione, rinnovamento. I pontefici, gli ierofanti e tutti i collegi di sacrificatori si riunivano nei templi per istruire il popolo e conversare con esso circa i misteri divini, preannunciandogli i riti e le feste che si sarebbero celebrate nel corso del mese.
Anche Galli e Britanni, popoli del Nord, conoscevano la settimana, com’è provato dai calendari runici, in cui i giorni son divisi per sette e segnati anch’essi da sette lettere. La concezione settimanale è stata riscontrata anche tra i Peruviani e i Messicani. Vedremo più oltre come tutti i popoli se ne siano fatta un’idea. Ma lo stesso Mosè ha scritto cosa ne pensasse della religione che era stata data al suo nuovo popolo: “Il precetto che io vi affido, scrive, non sta in cielo ma ai vostri piedi; non è in cielo se non sarete voi a farcelo salire e il cielo ce lo riporterà affinchè lo si compia. Non sta al di là del mare”. Tutto ciò non significa forse che l’istituzione che Dio gli affida è proprio quella che si addice ad un popolo rozzo? Ed infatti nessun popolo è stato mai così rozzo quanto quello ebraico. Più avanti vedrete di che tipo di gente si tratta e da che paese proviene.
E’ vero che Mosè dette al suo popolo una nuova legge ma non è certo l’autore dei libri che vanno sotto il suo nome; la Bibbia stessa ce ne da la prova. Non volendo dilungarmi, non ne citerò che uno: sta scritto nel Genesi che quando Abramo uscì da Harran, in quella terra [la Palestina] abitavano i Cananei. E’ logico infatti che fosse in quella terra, perché era la sua terra, e [il popolo ebraico] ne venne scacciato solo al tempo di Davide, cosicchè tutto ciò non potè essere scritto che al tempo di Davide. E’ ancora scritto in quel libro: questa è la serie dei re che hanno regnato nella terra di Edom, prima che i figli d’Israele avessero un re. Ciò non potè essere scritto che quando gli Ebrei già avevano avuto dei re. E’ scritto nel Deuteronomio che non si erano più visti Giganti dal tempo di Gog e che si mostrava ancora il suo sarcofago di basalto in Rabba [Amman], che è una città dei figli di Ammon. Ciò non potè essere scritto da un contemporaneo, perché ci sarebbe voluto un lasso di tempo per sapere appunto che non si erano più visti Giganti dal tempo di Gog; un contemporaneo non avrebbe scritto: si mostra ancora il suo sarcofago di basalto. Si fa sempre dire in questo libro a Mosè che dopo di lui non si è più visto un profeta degno di lui e, sempre nel libro, si racconta della sua morte.
I commentatori dicono che si tratta di aggiunte inserite nel testo dai copisti. Ma, se tutti i libri degli Ebrei21 sono stati adulterati in questo modo, quale credibilità gli possiamo attribuire? E in che modo queste aggiunte sono state inserite? Queste tuttavia si legano molto bene con la narrazione tanto che se le si volessero togliere, il testo stesso risulterebbe lacunoso. Tutti gli studiosi sono d’accordo che Esdra ha riveduto la Bibbia, l’ha corretta e aumentata durante l’esilio babilonese ricavandone una nuova edizione. Infatti si vedrà più avanti che questi libri mostrano tutta la dottrina dei Caldei ma alterata; ma questi studiosi non sono risaliti fino all’origine di quei libri. C’è un fatto nella storia ebraica che ne spiegherebbe la vera origine se si fosse prestata maggiore attenzione, e che è, fino alla prigionia in Assiria (perché ce ne sono state diverse), che gli Ebrei non hanno avuto nessuna fedeltà per la loro religione e non hanno opposto alcuna resistenza nell’assimilare riti e culti di popoli pagani con cui erano venuti a contatto. Successivamente alla cattività babilonese essi invece hanno avuto per la propria religione un attaccamento che non sono riuscite ad alterare né la loro sottomissione a padroni stranieri, né la persecuzione dei re siriani, né la distruzione della loro nazione ad opera di Tito, né le terribili sciagure patite sotto Adriano, né la diaspora e la dispersione in cui attualmente vivono in mezzo ad altri popoli.
Sarebbe stato opportuno che questi studiosi avessero investigato la causa di un fenomeno così straordinario. Nel quarto libro dei Re e nel secondo libro dei Paralipomeni sta scritto che quando Salmanassarre deportò in Assiria le dieci tribù d’Israele, lasciò nel paese i più poveri, affinchè potessero lavorare i campi e coltivare le vigne, e che al posto dei deportati inviò ad abitare gli Assiri di Cutha, di Ava e di Sepharvaim. Questi però, non sapendo come adorare Adonai, ricevettero dal Dio adirato l’attacco dei leoni e una pestilenza che, al dire di Giuseppe Flavio, ne fece strage. Avendo saputo ciò, Salmanassarre inviò un sacerdote ebreo deportato per insegnarli come dovevano adorare Adonai. Se gli Ebrei di quel tempo avessero avuto questi libri, come quelli che Salmanassarre aveva lasciato nel paese, non avrebbero forse potuto istruire i nuovi abitanti sul culto di Adonai? Sta anche scritto che sotto il regno di Giosia, circa ottant’anni dopo, non esisteva in tutto il regno di Giuda un solo esemplare della Bibbia, e che il sommo sacedote Helcias ne trovò una sola nel Tempio, in fondo a una cassa, mentre stava cercando del denaro per compiere dei restauri. Com’è possibile, se questi libri esistevano, che non se ne trovasse un solo esemplare in tutto il regno di Giuda?
Questi libri erano tanto sconosciuti quanto il loro contenuto; così, quando Saphan li portò al re d’Israele da parte del sommo sacerdote e il re li fece leggere di fronte all’intera corte, tutti coloro che avevano ascoltato ne rimasero sbalorditi e stupefatti. Il giovane re si strappò le vesti e gridò in preda alle lacrime: “I nostri padri non hanno mai praticato simili riti!”. Dette pertanto l’ordine di celebrare la Pasqua con tutta la pompa che la Biobbia esigeva. Come non capire che fu proprio quel sacerdote inviato da Babilonia a dare agli sventurati superstiti di Israele, i primi rudimenti biblici? Dico i primi rudimenti perché la Bibbia, così come noi ora la conosciamo, è compilazione di molteplici personalità, e ciò è verosimile anche per quei libri che sembrano contraddirsi tra loro. Infatti il Genesi scrive che Mosè non varcò mai il fiume Giordano, mentre il Deuteronomio [4, 44 ssg.] scrive: ecco le leggi che Mosè dette al popolo di Israele al di là del Giordano. Giuda, sapendo che Israele deteneva questi libri i quali sortivano l’effetto che dovevano, cioè di tenere uniti gli sfortunati superstiti di Israele alla loro terra e alla loro religione, volle anch’esso possederli, ma quale misera astuzia quella di farli trovare nel Tempio al sommo sacerdote! Si aveva a che fare proprio con un popolo ben rozzo!
Del resto la Bibbia contiene ogni precauzione per tenere legati gli Ebrei alla loro religione: gli ordinava di farne il loro solo ed unico studio, di farla leggere ai loro figli, di meditarla giorno e notte, di attaccarne i versetti più importanti agli stipiti delle porte delle abitazioni, di portarla sulla fronte tra gli occhi e tenerla in mano mentre pregano. La Bibbia descrive agli Ebrei l’attività del creatore del mondo e si sforza continuamente nel tenerli occupati illustrandogli i più stupefacenti prodigi.
La Bibbia, come ho già detto, contiene tutta la dottrina dei Caldei che poi è la stessa di tutti gli altri popoli, popoli che prima di Mosè avevano una sola ed unica religione, una sola ed unica dottrina22. Infatti tutti popoli dicono che Dio, principio di tutti gli esseri, ha creato il mondo con la sua parola, che essi simboleggiano con la croce, che è la misura di tutto23, e con il fallo, che è l’emblema della generazione del verbo. A riguardo, nella lingua latina l’organo della generazione si chiama mentula, a mente intelligere. E’ per questo che gli Egizi raffiguravano Osiride con un uovo che gli usciva dalla bocca. Non c’è bisogno di dire che quest’uovo è il mondo il quale, uscendo dalla bocca del Dio, denotava che Osiride aveva creato il mondo con la parola. Idea analoga nella Bibbia: il Genesi scrive che Dio disse: “sia la luce” e la luce fu. Questo passo racchiude una grande verità fisica. Lo pseudo-Longino, che ha commentato la sublimità di queste parole era forse però ancora lontano dal comprenderne il significato. I popoli [pagani] ammettono volentieri l’esistenza di un Dio supremo, principio di tutti gli altri esseri, ma affermano che, riposandosi in un luogo ascoso, in una luce inaccessibile, governa il mondo servendosi di potenze che ha estratto da se medesimo e che proprio grazie ad esse ha creato il mondo.
“O Dei, di cui io sono il vostro fattore e artefice – scrive Platone nel Timeo -, ci rimangono da creare ancora tre generi di esseri: Io vi affido le virtù seminali e i principii, mescolando il calore dell’anima del mondo ecc. ecc.”. E’ in questo stesso modo che il Genesi fa creare il mondo dagli Elohim, parola che significa Dei. Il libro si serve anche di un’espressione che non credo gettata lì a caso e che, se è vera, è notevolissima: gli Dei hanno creato il mondo con molteplicità di agenti ed unità di azioni. Vi si trovano anche cose cui era proibito agli Ebrei di occuparsi; vi si trova l’intera dottrina numerale con il mistero della creazione del mondo in sei giorni, con il perché Dio non benedisse il secondo giorno e santificò il settimo. Tutti i popoli hanno però detto che il mondo fu creato in sei giorni ovvero in sei fasi, e molte testimonianze antiche ci hanno tramandato questa dottrina, come i sei Gahan-bars dei Magi. Anche gli Etruschi, secondo il Lessico Suida, ritenevano che il mondo fosse stato creato in sei tempi e nello stesso ordine del Genesi: nel primo giorno Dio avrebbe crato il cielo e la terra; nel secondo il firmamento e separato le cose celesti da quelle terrestri; nel terzo il mare e tutte le acque; nel quarto, il sole, la luna e gli astri; nel quinto il mondo animale; nel sesto l’uomo.
La Bibbia contiene anche l’idea del mondo archetipale: e questo concetto che sta alla base di ogni dottrina sacra e della disposizione di ogni rito sarebbe sortito da dei rozzi Ebrei? Sta anche scritto che Dio vide che la luce era buona, ma egli la potè giudicare così solo dopo averla paragonata con il suo modello. Poteva però conoscerne l’intrinseca bontà per via intuitiva. Ma la Bibbia voleva rendere l’idea del mondo archetipale: è così che sta scritto, ancora, che Dio confrontando ogni giorno l’opera della creazione con il modello archetipale, potè dire di ogni giorno, tranne il secondo, che era buono. E ancora: l’abisso del Genesi non corrisponde forse al Chautereb di Sanconiatone, al Caos di Esiodo, alla Notte, a quella grande Notte dei pagani cioè, dalla quale essi dicevano di provenire assieme a tutto quanto? O Notte, o Notte misteriosa! E’ alla tua idea che mi innalzo, più volte al giorno, fino al trono di Colui che E’! O Notte! tu racchiudi ogni cosa e contieni le virtù seminali di ogni essere… ma sento che il cuore mi sobbalza in petto e non sono capace di contemplare più a lungo un qualcosa di così ineffabile.
Orfeo dice che la Notte è il principio di Tutto, la fattrice di ogni cosa, la Dea Venere, origine degli Dei e degli uomini. I Celti, che sono gli antenati della maggior parte di voi24, dichiaravano – stando a Giulio Cesare - di esser figli di Ade o Plutone. In molti paesi europei anziché conteggiare per giorni si conta per notti ed in altri al posto di dire “oggi” dicono “notte”. Nel Genesi la sera precede sempre il mattino nel definire un giorno. In Esiodo il giorno e la luce sono figli di Erebo e di Notte ed ogni giorno sacro comincia sempre dalla sera.
Lo spirito di Dio, che aleggia sulle acque, non è altro che il fuoco generatore dei popoli pagani; fuoco che produce fuoco e che veniva conservato scrupolosamente nei templi di tutti i popoli della terra. Non si tratta di quel fuoco-Vulcano zoppo che venne gettato dalla madre, spaventata alla sua vista, giù sulla terra, ma si tratta di quell’essere ineffabile, di quella feconda colomba che covò l’uovo tra le acque dell’Eufrate, in Assiria25; si tratta di quella vita della natura che Esiodo chiama Amore e che nel Caos dette forma a tutti gli esseri. Se nella Bibbia si rinvengono, dunque, delle dottrine che sono già presenti nelle tradizioni degli altri popoli, si scopre, come ho già detto, che sono praticamente in contrasto con essa, come nel caso degli Elohim, mediante cui il Dio supremo fa creare il mondo. Quando poi volle creare l’uomo, chiamò attorno a sé ancora questi Elohim: creiamo l’uomo – disse – a nostra immagine e somiglianza. A chi poteva rivolgersi se non a degli esseri che potevano cooperare con lui? Ecco come Filone commenta questo brano:
“Sebbene Dio sia uno, molteplici sono le potenze che lo assistono, e che vigilano sulla conservazione delle cose del mondo, che puniscono i crimini…. Grazie ad esse è stato creato il mondo archetipale, incorporeo ed inintelligibile. Ci sono infatti delle idee incorporee ed invisibili; il modello di questo nostro mondo appartiene ai corpi invisibili…. Queste potenze hanno nell’aria al loro servizio delle nature incorporee che ne eseguono la volontà, i nostri vecchi oracoli le chiamano Angeli. Ebbene in tutta questa schiera non si troverà un solo disertore del proprio posto, né un esecutore fiacco o esagerato delle volontà del loro potente signore; il re stesso, avvalendosi delle potestà di queste potenze, se ne serve per compiere le imprese che non deve fare direttamente”.
Tutto ciò è in aperto contrasto con il testo mosaico che propone come culto agli Ebrei un’unica natura divina, quella universale, e quest’unico testo, la Bibbia appunto, vietando la lettura di ogni altro sotto minaccia di pene gravissime. Non si tratta di una minaccia isolata ma di un monito ripetuto e sempre inesorabile. Quando il Serpente indusse la Donna a mangiare il frutto proibito, gli disse: “Quando ne avrete mangiato sarete come Dei, conoscitori del bene e del male”. Si potrebbe forse credere lì per lì che si tratti di un’astuzia del Tentatore per condurre l’uomo verso il culto politeistico, eppure Dio stesso si esprime allo stesso modo: “Ecco, l’uomo è divenuto come uno di noi, conoscitore del bene e del male”.

E’ stato forse per imprudenza o forse perché era destino che Dio alfine volle squarciare il velo circa la verità posta sugli occhi di certi popoli? Forse gli autori della Bibbia, così pieni di dottrine caldee, hanno voluto nascondere, attribuendone la paternità al primo legislatore degli Ebrei, Mosè, tutto ciò che i diversi popoli hanno attribuito a quest’essere misterioso, ineffabile, detto anche Bacco o Libero?


I popoli pagani hanno descritto Libero con due corni sulla testa e la Bibbia ha fatto lo stesso con Mosè; i pagani hanno detto che Libero oltrepassò il Tigri e l’Eufrate, l’Idaspe e l’Oronte a piedi asciutti guidando il suo esercito. Ebbene la Bibbia ha subito detto lo stesso di Mosè facendogli guadare a piedi asciutti il Mar Rosso e il Giordano alla testa del suo popolo. I pagani hanno detto che Libero aveva inciso su due colonne di marmo le proprie leggi, che venivano portate in processione durante i Misteri su due colonne di pietra o di legno. Anche la Bibbia dice che Mosè incise le sue leggi su due lastre di marmo. Le baccanti che seguivano Libero fecero sgorgare acqua da una roccia dopo averla percossa con i tirsi. Mosè fece lo stesso con il suo bastone. Il tirso delle baccanti si mutò in serpente. A quello di Mosè successe lo stesso. Tutto ciò dimostra che non vi è che una sola dottrina ed un solo simbolismo: Libero guida il suo popolo da una terra barbara e desolata per condurlo in una terra dove scorre il vino, il miele e il latte. Mosè compie l’identica impresa.
Che si vuole di più? La Bibbia ha conservato, in uno dei Salmi [88] di cui Davide non è affatto l’autore (non è scritto infatti “του Δαβις”, ma “τώ Δαβις” [non “di Davide”, ma “a Davide”]), il nome stesso di Libero26, di questo giovane puro e licenzioso, di questo figlio del gran re [Giove]: “Sono stato messo nel novero di coloro che scendono nell’Ade”. Libero tra i morti! Libero, Bacco, Osiride, Serapide, Adone, Attis, sono gli Dei dei morti: l’ebraico e la traduzione biblica dei Settanta usano termini analoghi.
Niente fu più proibito agli Ebrei che occuparsi di astrologia. Guai a coloro – gridano i Profeti – che si occuperanno di astrologia cercando nel movimento dei pianeti il futuro. Eppure il primo capitolo del Genesi gli racconta che gli astri sono stati collocati nel firmamento per essere i segnacoli degli accadimenti, ut sint in signa, in tempora, in dies et annos, per essere nei segni, segni di che? Nei segni in cui devono stare! Lo si capisce subito: per essere nei segni degli avvenimenti futuri, per determinare le stagioni, i giorni e gli anni.
4. Dal momento che tutti i popoli possedevano la stessa religione e la stessa dottrina, e andavano d’amore e d’accordo su questo concetto… come mai un uomo [Mosè] si è messo in testa di creare una nuova religione? Avevo già scritto che la Provvidenza volle nascondere la verità a quei popoli che si erano resi indegni, ma, per sapere come ha potuto riuscirvi, bisogna esaminare le circostanze nelle quali è venuta a trovarsi: intanto si vede benissimo che la Bibbia è piena di errori e di bugie; non è certo in essa che bisogna andare a cercare l’origine del popolo ebraico né la sua religione, ma in autori disinteressati: quest’ultimi sono moltissimi e sono tutti concordi. Affermano all’unisono che gli Ebrei furono espulsi dall’Egitto per via della lebbra. Che interesse potevano avere a gettare il discredito su un popolo che conoscevano appena? Eppure ce lo confermano Manetone, Cheremone, Apollonio, Molone, Lisimaco, Diodoro Siculo, Tacito e Giustino. Di tutti coloro che hanno trattato dell’origine degli Ebrei, colui che poteva conoscerla meglio, essendo egiziano, sacrificatore27 e molto versato nella storia del suo paese, è Manetone.
Riferisco le sue parole [dagli Aegyptiaca citati da Giuseppe Flavio in Contra Apionem]: sotto il regno di Thumosis, al tempo in cui Dio era adirato con noi, contro ogni speranza e apparenza, giunsero da Oriente uomini stranieri e selvaggi che occuparono l’Egitto. Il loro impeto era così forte che si impadronirono del paese senza trovare resistenza. Durante il loro dominio furono molto crudeli, misero a morte principi e potenti, schiavizzarono il popolo, bruciarono le città, distrussero i templi degli Dei, chi uccidendo e chi riducendo in schiavitù, senza risparmiare né donne né bambini. Elessero come loro re un certo Salathis, che stabilì la sua corte a Memphis, dopo aver soggiogato l’Alto e il Basso Egitto. Lasciò guarnigioni nei posti dove riteneva opportuno dislocarne e si impegnò specialmente nel fortificare quei distretti che confinavano con l’Oriente, poiché temeva la potenza degli Assiri, a quel tempo molto potenti, e più potenti di lui. Temeva che si sarebbero impadroniti del suo nuovo regno; trovò quindi nella regione saitica una città in posizione dominante e disposta per ulterioriori fortificazioni che fece ricostruire e munire di un’imponente cinta muraria. Questà città è posta sulla riva orientale del fiume Bubasti e negli antichi scritti teologici è chiamata Avaris. Vi dislocò una guarnigione forte di duecentoquarantamila uomini. Ogni anno vi si recava al tempo dell’immagazzinamento dei raccolti di tutto il paese, pagava lo stipendio ai soldati e li teneva in forma mediante continue esercitazioni. In tal modo contava di tenere in soggezione psicologica tutto l’Egitto. Il re morì dopo diciannove anni di regno; gli successero Beon, Apachmas e altri di cui l’autore fornisce l’elenco.
Questi stranieri formavano il popolo degli Hyksos, che significa re-pastori. Hyk, nella lingua sacra, significa re, e sos, in lingua volgare pastore. Tuttavia in alcuni libri teologici ho trovato che il termine non significa re-pastori ma pastori-prigionieri e questo significato mi sembra più acconcio al prosieguo della storia. Alcuni pensano che questo popolo fosse di etnia araba, comunque dominarono per cinquecentoundici anni. Infine uno dei discendenti dei vecchi Faraoni, chiamato Alis Fragmuthoris, con l’aiuto dei re della tebaide e avendo fatto sollevare tutto l’Egitto, gli si ribellò e con una serie di battaglie li sconfisse scacciandoli da tutto il territorio egiziano meno la città di Avaris: la città possedeva uno spazio libero di circa diecimila arpenti di terra che vennero circondati da una robusta cinta muraria, per potervicisi rifugiare assieme alle mandrie, alle ricchezze e alle vettovaglie. L’assedio fu condotto dal figlio di Alis Fragmuthoris, Themosis, ma senza successo considerato che all’interno della cerchia muraria gli assediati erano in grado di coltivare il terreno. Si giunse pertanto ad un accordo in base al quale gli Hyksos avrebbero lasciato in pace e con tutti i loro beni al seguito, l’Egitto.
Essi si incamminarono in direzione del deserto siriano ma, temendo un attacco degli Assiri, al tempo assai potenti e signori di gran parte dell’Asia, deviarono in un’altra direzione giungendo in una regione che in seguito fu detta Giudea. Vi costruirono una città che potesse accoglierli tutti al completo e la chiamarono Gerusalemme. Il re Themosis che li aveva scacciati regnò venticinque anni. Cinquecentodiciotto anni dopo (ci deve però essere un’errore di datazione a causa delle lettere con valore numerico che gli antichi usavano al posto dei numeri) - continua Manetone – siccome la lebbra e altre malattie contagiose avevano causato una grande moria di persone in Egitto, il faraone Amenophis volle vedere gli Dei (cioè, letteralmente, volle farsi iniziare ai Misteri. Tra i Caldei coloro che erano stati iniziati ai Misteri venivano detti Israele, cioè che vede Dio. I Greci li chiamavano epopti che ha lo stesso significato. Scrive infatti Apuleio: mi sono presentato al cospetto degli Dei e li ho adorati da vicino. E’ questo il termine che Giuseppe e i commentatori non comprendono e su cui hanno scritto un mucchio di sciocchezze). Volendo dunque farsi iniziare, l’omonimo ierofante, Amenophis figlio di Paapis, gli disse che non avrebbe visto gli Dei se non avesse prima liberato l’Egitto dai lebbrosi e da tutti i malati impuri.
Questo Amenophis, omonimo del Faraone, era un uomo di grande dottrina e di una così profonda saggezza che appariva come un semidio, specie perché sapeva divinare il futuro. Fu così che il Faraone riuscì a radunare circa sessantamila lebbrosi e li relegò sulla riva orientale del Nilo a fabbricare mattoni, mettendo al loro comando qualche altro egiziano di rango superiore colpito anch’esso dalla lebbra. Tuttavia lo ierofante che aveva così consigliato il Faraone, ebbe a temere per sé e per il Faraone il corruccio degli Dei e ciò sia per il consiglio dato che per il consiglio seguito. Intravide infatti grazie alla sua capacità divinatrice che quelle genti avrebbero tenuto in pugno l’Egitto per tredici anni. Non osò confidarlo al re ma glielo scrisse in un libro dopodichè si suicidò. I lebbrosi tuttavia chiesero al faraone la concessione di un luogo dove potessero rifugiarsi e riposarsi per i duri lavori cui erano assoggettati; gli venne assegnata la città di Avaris appena abbandonata dai pastori invasori, che l’avevano chiamata, in base a quello che risulta da antichi libri, città di Tifone. I lebbrosi, constatando che il luogo dove sorgeva la città era adatto ad essere fortificato e a sostenere un assedio, si ribellarono al faraone e nominarono loro capo un sacrificatore di Eliopolis, anch’esso lebbroso, chiamato Osarsiph dal nome di Osiride di cui era sacerdote. Gli giurarono fedeltà promettendogli di obbedirlo in tutto e per tutto. Costui fece ricostruire le mura precedentemente edificate dai pastori hyksos attorno al sito dove era stata costruita Avaris; proibì ai suoi di allearsi, per matrimonio o per altro sistema, con gruppi estranei; prescrisse di cibarsi di quegli animali che erano venerati dagli Egiziani qualora fossero commestibili e molte altre cose che erano contrarie alle leggi e alla religione egiziana; inviò altri sacrificatori lebbrosi come lui tra i pastori di Gerusalemme per offrirgli un’alleanza, per aiutarli ed invitarli ad unirsi a loro nella città di Avaris, prospettandogli l’irripetibilità di un’occasione migliore per conquistare l’Egitto, già occupata dai loro antenati.
I pastori accettarono con gioia l’offerta, uscirono da Gerusalemme in duecentomila e si recarono ad Avaris. Saputo ciò, il faraone Amenophis si turbò moltissimo ricordando ciò che gli aveva scritto il suo omonimo profeta; radunò pertanto il popolo e i suoi capi e costituì un esercito. Mise dapprima al sicuro gli animali sacri, ordinò ai sacerdoti di nascondere con cura i simulacri degli stessi animali, affidò in custodia all’amico più fidato il figlioletto di cinque anni, chiamato Sethon o Ramesses dal nome del nonno Ramses e si mosse con un esercito di trecentomila uomini. Tuttavia quando si trovò di fronte i nemici, temendo di andare contro il volere degli Dei, fece marcia indietro e tornò a Memphis, portò via il bue Api, tutti gli animali, i simulacri sacri e con tutti gli Egiziani che vollero seguirlo si ritirò in Etiopia, dove trascorse i tredici anni fatidici che erano stati predetti dal sacerdote Amenophis. Fu così che i pastori ed i lebbrosi poterono impadronirsi dell’Egitto e occuparlo durante tutti e tredici gli anni, nel corso dei quali furono ancor più spietati dei loro predecessori, commettendo eccessi di ogni genere.
Al termine del periodo Amenophis fece ritorno dall’Etiopia al seguito di una grande armata composta da etiopi mentre il figlio lo precedeva guidando un esercito egiziano. I pastori, colti di sorpresa, vennero sconfitti e ricacciati fin verso i confini siriani. Fu allora che Osarsiph, sacrificatore eliopolitano, decise di trasmettere a questi pastori e lebbrosi le sue leggi sacre e profane, e cambiò il suo nome in Mosè28. Giuseppe Flavio e con lui molti rabbini, seguiti da altrettanti Padri della Chiesa, riconobbero semza difficoltà nei pastori gli antenati degli ebrei ma non vollero farlo con i lebbrosi; il che è comprensibile29. Non potevano però prendere per buono un pezzo del racconto di Manetone e scartarne l’altro: Manetone o è autore degno di fede o un mentitore, non c’è via di mezzo, ed è l’unico che parla del motivo per il quale gli Ebrei vennero cacciati dall’Egitto.
A causa di alcune discordanze nella narrazione riferita dai vari autori, Giuseppe Flavio ne approfitta per mettere in dubbio l’intera vicenda, eppure tutti quegli autori sopramenzionati sono d’accordo sul punto principale, quello della cacciata e del motivo della cacciata, e se differiscono nei dettagli è solo una prova del fatto che non si sono copiati tra di loro. Il Deuteronomio contiene un brano [26,5] che conferma il racconto di Manetone. Sta scritto che quando gli Ebrei si presentano al Tempio, dicono: “il siriano perseguitò mio padre quando andò in Egitto ecc.”. Questo episodio è in contrasto con quanto riferito in Genesi, allorchè il padre degli Ebrei, cioè Abramo, oppure Giacobbe, andò in Egitto e nessuno lo perseguitò perché vi era andato per comprare del grano.
Alcuni potrebbero trovare inverosimile il racconto di Manetone nel particolare dell’edificazione di un muro di eccezionale lunghezza, circa diecimila arpenti di terra, da parte dei pastori; ma potrei citare a riscontro la famosa grande muraglia cinese. Oppure trovare inverosimile che duecentomila persone abbiano lasciato Gerusalemme per unirsi a dei lebbrosi e conquistare l’Egitto. Ma la storia ci parla degli Elvezi, che abbandonarono il loro paese bruciando dodici città e quattrocento paesi per stabilirsi, uomini, donne e bambini nel territorio dei Galli, ma che Giulio Cesare respinse. Oppure vedere che un faraone alla testa di un’imponente esercito ha paura di andar contro il volere degli Dei, ritirandosi di fronte al nemico? Ciò significherebbe disconoscere la forza e l’influsso che aveva la religione sui popoli antichi. Non dobbiamo mettere in dubbio l’energia e l’istinto impetuoso degli uomini di quel tempo in base ai soli dati di cui possiamo disporre.
Questa, insomma, è stata l’origine degli Ebrei e la specificità del popolo ebraico a cui Mosè, come scrive lui stesso, non ha potuto trasmettere che una religione rozza indegna di somigliare a tutte le altre. Questo popolo era allora di una tale rozzezza, che non gli si potè neanche trasmettere la dottrina dell’immortalità dell’anima, mentre le minaccie terribili – per quanto di carattere materiale – con cui Mosè sancisce tutti i suoi comandamenti, denotano trattarsi di un popolo dal pessimo carattere. Scrive infatti Mosè:
Se ascoltate la parola di Geova, vostro Dio, e seguite i suoi comandamenti, Egli vi innalzerà al di sopra di tutti gli altri popoli, benedirà la vostra discendenza, le vostre messi e le vostre mandrie; aprirà il suo tesoro migliore per inviarvi la pioggia nella stagione adatta. Voi sarete la testa e non la coda, non presterete denaro ad usura (questo termine non aveva il senso che ha oggi ma solo di giusto interesse) e lo presterete a tutti i popoli. Se però non darete ascolto alla parola di Geova vostro Dio, verrete maledetti nelle città e nelle campagne e lo saranno pure la vostra discendenza, le vostre messi e le vostre mandrie. Geova vi colpirà con la miseria, la carestia, le malattie, le febbri, con la siccità, con il freddo, con piaghe nelle gambe e con le ulcere maligne che vengono dall’Egitto, nella zona del corpo da cui fuoriescono gli escrementi; senza possibilità di guarigione; al posto delle pioggie farà cadere cenere, i vostri seminati non germoglieranno ma saranno divorati dalle cavallette; altri raccoglieranno il frutto del vostro alvoro; costruirete una casa e un altro la abiterà; sposerete una donna ma un altro l’avrà; non presterete più denaro ma dovrete chiederne agli altri popoli; durante la carestia cui vi avrà ridotto il nemico che avrete sulla soglia mangerete la carne dei vostri figli; l’uomo delicato che vive nelle delizie, non avrà altro cibo che questo e se ne ciberà di fronte al fratello e alla moglie che gli siede accanto, ma con essi non lo spartirà a causa della fame in cui l’ha gettato la carestia. Così pure farà la donna delicata e sensibile che non sa più camminare per la troppa debolezza, e si ciberà della propria placenta quando partorisce. Sarete afflitti da ogni sorta di mali se non obbedirete ad ogni singolo precetto della Legge scritta e non scritta.
In tutto ciò, nemmeno una parola sulla spiritualità e immortalità dell’anima. Qual è stato dunque il fine di Mosè nel dare ad un popolo in formazione una nuova religione, ricavando quest’ultima dai dettami della religione universale? Non altro che quello attribuitogli dagli storici: ut firmaret sibi gentem, scrive Tacito, novos ritus indidit contrarios caeteris mortalibus [“per legare a sé delle persone istituì riti nuovi contrari a quelli di tutti gli altri”]; bisogno comune a tutti coloro che si pongono a capo di una rivolta! Per formare e fortificare il nuovo popolo gli dette nuove ritualità contrarie a quelle di tutti gli altri esseri viventi! Ma cosa ci si può attendere da un popolo del genere, dai frutti di quella religione? Quel tipo di religione rimase in vigore tra di loro fino al giorno della deportazione in Assiria. Lì presero dai Caldei la dottrina dell’immortalità dell’anima, la concezione delle potenze intermedie tra creature e Dio, e ne ricavarono la Kabbalà. Gli autori della Bibbia vi inserirono poi, come abbiamo detto, la dottrina dei popoli pagani. La religione ebraica, sia quella mosaica che quella rielaborata dai capi ebrei in Assiria, rimase inalterata per seicento anni.
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