Religione universale naturale



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5. Contemporanemente molti popoli pagani avevano corrotto il culto universale. Per esempio, i Greci avevano alterato la dottrina degli Orientali inserendovi delle allegorie tanto ridicole quanto oscene, e proprio in un’epoca in cui gli uomini non vivevano più in quelle condizioni di rustica innocenza che avrebbero potuto giustificarle; per cui tali allegorie non facevano altro che suscitare attitudini morbose30. E’ ciò che fecero anche con le dottrine egiziane.
Gli egiziani avevano delle usanze che volevano raffigurare le condizioni dell’anima dopo la morte, la sua immortalità e il giudizio finale che avrebbe subito. I defunti dovevano attraversare in barca il lago Acheronte per essere giudicati e sapere se fossero meritevoli o meno della sepoltura. Per dimostrare che trattavasi di un tragitto immateriale, di un diverso tipo di giudizio, di un diverso Acheronte, gli si metteva in bocca una moneta al momento della sepoltura, affinchè potessero pagare il nocchiero che li avrebbe dovuti traghettare nell’al di là. Ebbene, i Greci di questo simbolismo civile che si limitava ad indicare la futura condizione dell’anima dopo la morte dettero un’interpretazione materiale, raffigurandosi un vero nocchiero, un vero lago Acheronte, un giudizio, un tribunale con tre giudici, Minosse, Radamanto ed Eaco. Tutto ciò è ridicolo, e c’è voluto tutto il genio di Virgilio perché non accadesse lo stesso scrivendo il sesto libro dell’Eneide, talchè neanche i bambini ci avrebbero più creduto: ne pueri credunt, come scrisse poi Giovenale. Così Plutarco potè scrivere che la gente pensava che non ci fosse niente da temere o sperare dopo la morte, perché, non credendo assolutamente a quelle descrizioni, non sapeva guardare oltre.
I Greci si erano resi indegni della verità. Questa fu la causa del velo che la Provvidenza permise che venisse gettato su di loro; ed eccone il primo motivo:
6. Durante le guerra civile tra Mario e Silla, un anno prima della dittatura sillana, bruciò il tempio sul Campidoglio. I libri sibillini che vi erano custoditi segretamente e con la massima cura andarono persi per sempre. Poiché i Romani non volevano fare a meno di questo genere di oracoli, inviarono dappertutto dei legati affinchè ne rintracciassero degli altri: a Samo, a Ilio, in Eritrea, nella Ionia, in Grecia, financo in Africa, e in città così come tra i singoli. Dei libri oracolari che i legati riuscirono a reperire si fece una raccolta di mille versi che si racchiusero in una cassa di pietra nel tempio di Apollo sul Palatino, sotto la base della statua del Dio. Qui vi rimasero fin quando Stilicone non privò il mondo di quel luogo, distruggendolo. Questi oracoli non vennero mai divulgati, come qualcuno ha sostenuto, perché erano veramente troppi di numero, ma si divulgò il messaggio che contenevano. Questo era la venuta del grande redentore, del grande giudice, del salvatore del mondo e dell’umana natura, conosciuto da tutti i popoli ma la cui conoscenza era limitata ad un piccolo numero di cabiri e ierofanti, e che aveva determinato le reticenze di autori come Erodoto, Dionigi di Alicarnasso, Plutarco, Platone, dello stesso Virgilio ecc., ma che si intuisce lo stesso, se si sa leggere tra le righe31.
Secondo questi libri oracolari, secondo la dottrina sacra, questo essere verrà solo alla fine dei tempi, ma questa fine era attesa proprio nel periodo storico di quelle guerre civili. Non a caso Lucano consolerà Giulio Cesare per non aver potuto rendere gli onori funebri ai suoi valorosi soldati periti a Farsalo e di non avergli potuto allestire il rogo funebre, perché, - scrisse nel VII libro della Farsaglia - li ridurrà in cenere quel fuoco che deve presto venire a distruggere ogni cosa ed il loro rogo sarà in comune con il cadavere dell’universo. Alla stessa stregua Ovidio consola l’imperatrice Livia per la morte di Druso, dicendogli che tutto è perituro e già sono in procinto di perire il cielo, la terra e il mare. Sembra che Seneca abbia fatto di questo terribile evento l’oggetto continuo delle sue cogitazioni, aggiungendo che trattasi di un fatto ormai prossimo.
Prima che questo accada tutti i re dovranno scendere dai loro troni per far posto al solo che dovrà regnare instaurando una pace universale. Io penso di generare un figlio – fa dire Esiodo a Giove – che faccia cessare la guerra in cielo e terra. Virgilio aggiunge che questo sovrano governerà l’universo rappacificato con le stesse qualità del padre. Identico concetto è affermato da un superbo ditirambo che voi Occidentali32 cantate in tutte le vostre feste ma che non capite. Ve lo riferirò con una breve spiegazione. Geova ha detto al mio signore: siediti alla mia destra, mentre io, sbaragliando i tuoi nemici li costringo a farti da poggiapiedi. Questi nemici che un giorno dovranno fare da poggiapiedi al Verbo, sono i Giganti, gli empi che avversano questo Verbo che racchiude in sé tutti i concetti di giustizia, rettitudine e santità. Lo stesso lo ribadisce un altro salmo, uno dei tanti che furono redatti durante la cattività babilonese, e nel quale sono racchiusi molti notevoli significati della dottrina caldea: Tibi soli peccavi et malum coram te feci, ut justificeris in sermonibus tuis et vincas cum judicaris (è solo verso di te che ho peccato, solo di fronte a te ho commesso il male, affinchè tu sia giustificato e possa vincere quando verrai giudicato).
Il ditirambo così continua: Geova farà uscire da Sion la verga della tua potenza, domina dunque in mezzo ai tuoi nemici. Sion significa tavola della verità ma, se invece è un anagramma della parola Ision, significa la vista di Dio. Così anche Israele – in base a quanto scrivono Filone, San Basilio, San Giovanni Crisostomo e Origene, significa visione di Dio, ed era appunto il nome che i Caldei davano, sempre secondo questi autori, a coloro che erano stati iniziati ai Misteri. In te è racchiusa la potenza e tu la userai nel giorno della tua forza tra lo splendore dei santi; io ti ho generato prima della creazione del sole. Nel salmo secondo è scritto: ti ho generato oggi perché di fronte all’Eterno tutti i tempi sono presenti. Geova l’ha giurato, egli non si tirerà indietro, tu sei sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedech. Questo nome in caldeo, siriano, ebraico e fenicio significa re di pace.
Quando apparirò, sarà il giorno della collera di mio padre, confregit in die irae suae reges. Giudicherò i popoli, seminerò rovine e romperò la testa a molti sulla terra. Berrò acqua di torrente sul cammino – cioè fomenterà i conflitti, forti drammi e terribili guerre -; che gli empi non lo incontrino o lo combattano o lo scherniscano; non conoscerà la morte. Sono stato posto nel novero di coloro che scendono nell’abisso per liberare i morti. Non occorre che si sacrifichi per il suo popolo come fecero Codro e i Deci, sarà sempre vincitore dei nemici e grazie alle sue prove, alla sua passione e alla sua morte esalterà se stesso, propterea exaltabit caput. Tutto il destino dell’umanità è contenuto in questo ditirambo; è da quindici secoli che ce l’avete sotto il naso e vi chiedete ancora quale sarà il destino del mondo?
Tuttavia, poiché la repubblica romana aveva soggiogato tutti i troni e Augusto pacificato il mondo, si aveva la tendenza a credere verosimile il sopraggiungere di una fine del mondo, preceduta dalla venuta di un giudice supremo e di un salvatore. Virgilio, spinto dallo spirito del suo tempo, celebrò questa venuta non, come si è creduto, in un figlio di Pollione che fu persona indegna, ma in quel figlio di Augusto che Livia aveva concepito in casa di Druso, che poi sposerà33.

Sicelides Musae, paulo maiora canamus.
non omnis arbusta iuvant humilesque myricae;
si canimus silvas, silvae sint consule dignae.

Ultima Cumaei venit iam carminis aetas;


magnus ab integro saeclorum nascitur ordo.               5
iam redit et Virgo, redeunt Saturnia regna,
iam nova progenies caelo demittitur alto.
tu modo nascenti puero, quo ferrea primum
desinet ac toto surget gens aurea mundo,
casta fave Lucina; tuus iam regnat Apollo.               10

Teque adeo decus hoc aevi, te consule, inibit,


Pollio, et incipient magni procedere menses;
te duce, si qua manent sceleris vestigia nostri,
inrita perpetua solvent formidine terras.
ille deum vitam accipiet divisque videbit               15
permixtos heroas et ipse videbitur illis
pacatumque reget patriis virtutibus orbem.

At tibi prima, puer, nullo munuscula cultu


errantis hederas passim cum baccare tellus
mixtaque ridenti colocasia fundet acantho.               20
ipsae lacte domum referent distenta capellae
ubera nec magnos metuent armenta leones;
ipsa tibi blandos fundent cunabula flores.
occidet et serpens et fallax herba veneni
occidet; Assyrium vulgo nascetur amomum.               25

At simul heroum laudes et facta parentis


iam legere et quae sit poteris cognoscere virtus,
molli paulatim flavescet campus arista
incultisque rubens pendebit sentibus uva
et durae quercus sudabunt roscida mella.               30

Pauca tamen suberunt priscae vestigia fraudis,


quae temptare Thetin ratibus, quae cingere muris
oppida, quae iubeant telluri infindere sulcos.
alter erit tum Tiphys et altera quae vehat Argo
delectos heroas; erunt etiam altera bella               35
atque iterum ad Troiam magnus mittetur Achilles.

Hinc, ubi iam firmata virum te fecerit aetas,


cedet et ipse mari vector nec nautica pinus
mutabit merces; omnis feret omnia tellus.
non rastros patietur humus, non vinea falcem,               40
robustus quoque iam tauris iuga solvet arator;
nec varios discet mentiri lana colores,
ipse sed in pratis aries iam suave rubenti
murice, iam croceo mutabit vellera luto,
sponte sua sandyx pascentis vestiet agnos.               45

'Talia saecla' suis dixerunt 'currite' fusis


concordes stabili fatorum numine Parcae.

Adgredere o magnos—aderit iam tempus—honores,


cara deum suboles, magnum Iovis incrementum.
aspice convexo nutantem pondere mundum,               50
terrasque tractusque maris caelumque profundum;
aspice, venturo laetantur ut omnia saeclo.

O mihi tum longae maneat pars ultima vitae,


spiritus et quantum sat erit tua dicere facta:
non me carminibus vincat nec Thracius Orpheus               55
nec Linus, huic mater quamvis atque huic pater adsit,
Orphei Calliopea, Lino formosus Apollo.
Pan etiam, Arcadia mecum si iudice certet,
Pan etiam Arcadia dicat se iudice victum.

Incipe, parve puer, risu cognoscere matrem;               60


matri longa decem tulerunt fastidia menses.
incipe, parve puer: cui non risere parenti,
nec deus hunc mensa Dea nec dignata cubili est.

Ah, Felice progenie degli Dei in cui Giove si è compiaciuto!
Gli autori delle raccolte di profezie ebraiche, scritte come il Pentateuco durante l’esilio babilonese, sono dello stesso tenore di quest’ultima. Non hanno fatto altro che copiare le profezie dei pagani e, per adattarle ai propri bisogni hanno aggiunto che il Messia, il sommo giudice, sarebbe nato in mezzo a loro, e sarebbe stato un conquistatore che avrebbe sottomesso tutti i popoli. Dispersi nell’impero romano gli Ebrei avevano a loro volta diffuso queste profezie tanto che fu assodata e unanime opinione, come scrive Svetonio, che fosse nei fati che uomini giunti dalla Giudea si sarebbero impadroniti del mondo mentre, al dire di Tacito, molti si erano lasciati convincere che era scritto negli antichi libri sacerdotali che nel loro tempo l’Oriente avrebbe rialzato la testa e uomini giunti dalla Giudea si sarebbero impossessati dell’impero universale, rerum potirentur.
I Romani attribuirono queste predizioni a Vespasiano che rientrava trionfante dalla Giudea ma che non era riuscito a sottomettere e quindi ad assumere il dominio del mondo, dominio che sarebbe andato a quello tra i Cesari che se ne fosse impadronito. Se tali profezie erano diffuse nell’impero romano a maggior ragione lo erano in Giudea. Giovanni, figlio di Zaccaria, rifiuta la sacrificatura [sacerdozio] cui era chiamato per diritto di nascita e si ritira nel deserto, dove istituisce dei Misteri34, predica la penitenza per le proprie colpe e profetizza il regno dei cieli.
7. L’attesa della fine del mondo era ancor più sentita in Giudea che non nell’impero romano e Gesù è stato vittima anch’egli di questa erronea aspettativa. Infatti, fin dal suo primo predicare, ripete quello che Giovanni aveva detto: “pentitevi, perché il regno dei cieli è vicino”; ed inviando i suoi discepoli ad annunciare questa buona novella, che poi è il senso esatto della parola latina evangelium, gli dice: “annunciate che il regno di Dio è prossimo. In verità vi dico che non supererete le città d’Israele che il figlio dell’uomo verrà”. Tuttavia essi le hanno oltrepassate e il figlio dell’uomo non è venuto ed il mondo è ancora qui da 1744 anni. Pertanto anch’egli era viveva nell’errore comune.
Altrove, dice che il tempo è venuto. Ed infatti il grande remissore dei peccati non deve venire né il mondo finire che quando il tempo sarà compiuto. Il tempo è compiuto, lui dice, pentitevi e credete al vangelo cioè alla buona novella che vi annuncio. In un altro passo egli dice che le messi sono mature. “Non dite voi – esclama – che mancano ancora quattro mesi alla mietitura? Eppure io vi dico che il tempo della mietitura è giunto; guardate i campi come sono biondi di messi”. Più oltre spiega cosa intenda per mietitura. “La mietitura – dice – è la fine dei tempi”. Infine stabilisce un tempo ben preciso per questa fine del mondo. Mentre usciva dal Tempio di Gerusalemme i discepoli lo fermarono per mostrargliene la magnificenza. “Voi vedete tutte queste cose – gli rispose – eppure di esso non resterà una sola pietra al suo posto”. Nel giardino degli olivi i discepoli lo circondarono per domandargli in segreto quando simili cose sarebbero avvenute e che segno avrebbero avuto di questa venuta e della fine dei tempi. Egli rispose: “udirete di guerre, di voci di guerre, ci saranno epidemie, carestie, terremoti ovunque… il sole si oscurerà, la luna non lo rifletterà più, le stelle scompariranno dal cielo. In verità vi dico che questa generazione non sarà passata che tutto quanto sarà compiuto”.
Purtuttavia “questa generazione” è passata, ne sono passate molte altre ancora, ma la fine non è proprio arrivata!
Tutti i suoi discepoli, sia che fossero nell’errore comune, sia che l’avessero ricevuto da lui, hanno fatto la stessa profezia. Gesù aveva detto: Il tempo è venuto, è l’ora della mietitura, non c’è più tempo. Quando il tempo si compì – dice Paolo – Dio inviò suo figlio. I nostri padri furono battezzati in una nuvola e in mare. Queste cose erano delle immagini che gli venivano raffigurate ma erano state scritte per noi e quindi la fine dei tempi non era giunta.
Non siamo ubriachi come pensate – scrive Pietro – ma ciò che vedete è il compimento di ciò che fu predetto dal profeta Gioele sugli ultimi tempi: “Io diffonderò il mio spirito su ogni corpo, i fanciulli pofeteranno e i vecchi avranno visioni”. Con lo stesso significato dice altrove: “gli empi e i malvagi vogliono rispondere a colui che è giunto per giudicare il mondo, poiché la fine di tutte le cose è qui. Siate dunque prudenti e vegliate pregando”. A chi si rivolgeva se non ai suoi contemporanei? Perché voleva che stessero svegli pregandoe fossero pronti per l’avvenimento.
Una generazione è lo spazio di tempo che permette ad un uomo di generarne un’altro. Tutti gli autori, compresi quelli ebrei e cristiani, l’hanno inteso sempre così, ma siccome la generazione citata da Gesù era trascorsa, i nuovi cristiani si preoccuparono e dissero: “dov’è la promessa della sua venuta? In nostri padri sono morti e il mondo permane come se fosse il primo giorno”. I principali discepoli si danno da fare, allora, per consolarli e rassicurarli. “Il Signore non ritarda la sua promessa, come pensa qualcuno – dice Pietro – ma agisce con pazienza perché non vuole che nessuno sia condannato e tutti si possano pentire, e gliene lascia il tempo; ma il giorno del Signore arriverà furtivo e i cieli arretreranno con frastuono, la terra e tutto ciò che contiene verrà bruciata. Conviene dunque che attendiate il giorno del Signore in sante conversazioni e atti di devozione, preparandovi e affrettandovi”. Chi si deve affrettare? Chi si deve preparare? Coloro a cui si stava rivolgendo.
Che nessuno vi seduca affermando che il giorno del Signore è imminente – dice Paolo –, occorre che la separazione sia prima avvenuta, che si manifesti l’uomo del peccato, questo figlio della perdizione, che si erge contro tutto ciò che si rifà a Dio, finchè si assiderà nel tempio di Dio per esservi adorato. Non ricordate ciò che vi dissi, quand’ero ancora tra voi: ora sapete ciò che lo trattiene, che non sia rivelato nel suo tempo; ma già questo mistero di iniquità si manifesta e la fine è davvero vicina perché questo mistero di iniquità che deve preparare la fine, comincia già a dare i suoi frutti”.
Tutti gli altri discepoli hanno ricevuto la stessa dottrina. “Il mondo passa – dice Giovanni – e assieme a lui la sua stessa concupiscenza. Figli miei! L’ultima ora è giunta, e come avete inteso dire che l’Anticristo viene, molti son diventati Anticristi e da ciò capiamo che l’ultima ora è giunta. Piangete o ricchi – continua Giovanni – sulle miserie che vi stanno per sommergere; vi riunite a banchetto in attesa della fine. Le vostre ricchezze si son corrotte nelle vostre stesse mani; le tarme divorano i vostri abiti…. Voialtri pazientate fino all’arrivo del Signore; il contadino ha fiducia nella pioggia del mattino e della sera; pazientate anche voi perché l’avvento del Signore è prossimo”. Chi deve pazientare? Chi dev’essere presente all’avvento del Signore? Coloro a cui si stava rivolgendo.
O questi uomini hanno voluto ingannare i propri discepoli o essi stessi sono stati vittime dell’errore comune. Non si tiene un simile linguaggio quando si vogliono ingannare delle persone; ma si può tenerlo quando ci si inganna da soli. Ma ce ne è uno, tuttavia, che se è vero, se è vera la straordinaria sfacciataggine, merita senz’altro di essere annoverato assieme. Tuttavia si può ammettere che avesse creduto a ciò che diceva e che abbia aspettato seriamente ciò che aveva annunciato: si tratta di San Paolo. Egli giunge al punto di dichiarare che lui stesso ed altri con lui non sarebbero mai morti e non avrebbero mai visto il giorno del Signore: Noi viventi – dice – che siamo rimasti per la venuta del Signore, non avvertiremo coloro che dormono quando, alla voce dell’arcangelo e al suono delle trombe, il Signore scenderà dal cielo. Chi è morto in Cristo resusciterà per primo, e poi noi viventi, rimasti quaggiù, verremo alzati in cielo al cospetto del Cristo. Pertanto, consolatevi reciprocamente a queste mie parole.
E’ davvero ben difficile credere che il motivo della sua conversione al cristianesimo emergente, dalla quale era ben lontano, fosse stata quella di avergli fatto udire, avvolto da un turbine: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”, tanto più che scoprirete più avanti il carattere di quest’uomo, uno dei più importanti tessitori del velo che la provvidenza gettò allora sulla religione35. Tuttavia i nuovi cristiani attesero, generazione dopo generazione, la fine del mondo è l’avvento del giudice supremo. Si sa da Tertulliano che l’attendevano ogni anno in coincidenza con la vigilia della Pasqua. Il mondo è vecchio – dice San Cipriano – e sta scivolando lungo il crinale. Si avvicina il tempo di dover render conto delle proprie opere. Dice San Crisostomo: il Signore è vicino e il mondo si avvia alla fine. Similmente al corpo di un moribondo afflitto da ogni specie di mali o ad una casa che sta andando in rovina, così il globo terrestre, correndo verso la sua fine, è percorso anch’esso da ogni sorta di calamità: guerre, tribolazioni, terremoti.
Secondo quest’uomo geniale [San Paolo], l’attesa è perpetua, e non so dove questi uomini grossolani se ne uscirono in seguito, per rincuorarsi nella loro speranza, con la storia che Gesù aveva detto che il mondo sarebbe vissuto mille e più anni; cioè come dire: il mondo perirà quando perirà ma non chiedetemelo. Invece aveva detto tutto il contrario: Questa generazione non passerà! Mettere in bocca a Gesù queste parole significa farlo parlare come il peggiore dei millantatori. Tuttavia, grazie ad esse, dilazionarono la loro attesa fino a mille e cento anni. Dopodichè – il mondo ancora in piedi – pretesero che con la parola “generazione” avesse voluto alludere al popolo ebraico. Ma un popolo non dura una generazione, anzi ne determina almeno un’altra e quando scompare un’altra ancora gliene può succedere ma non può essere rigenerato. Una generazione è l’atto per il quale un individuo ne genera un altro ed il tempo che necessita per esserne capace. Tutti gli autori, compresi quelli ebraici e cristiani hanno sempre inteso la cosa in tal senso e così deve aver fatto anche Gesù, poiché dice: E’ l’ora della mietitura, il tempo è giunto, voi non lascerete le città d’Israele che il figlio dell’uomo verrà ecc. ecc. – e tutti i suoi discepoli, che dovevano sapere meglio di chiunque altro cosa voleva intendere con quelle parole, non avrebbero detto: ecco che giunge la fine, l’ultima ora, siate prudenti, preparatevi; ed un altro, che non muoia, che non veda il giorno del Signore ecc. ecc.

E’ Gesù il supremo remissore che deve venire alla fine dei tempi, l’oggetto delle attese di tutti i popoli? No, perché anche lui marciava nell’errore di tutti. Era il supremo remissore, il giudice supremo? Questo grande messia era il grande espiatore? Se avesse espiato davvero in prima persona i crimini dell’umanità, l’umanità sarebbe dovuta diventare migliore, giusto? Non era lui il giudice supremo? Che cosa ha giudicato? Ha saputo distinguere tra buoni e cattivi? Ha saputo vedere la differenza? Cos’è riuscito a salvare? La terra si è fatta più sterile e gli uomini son diventati peggiori…dopo di lui.


Gesù ha voluto dare una nuova religione al suo popolo oppure ha voluto dargli dei riti misterici che si accordassero con la religione tradizionale? Si è proposto davvero come il Messia? Per tutta la vita ha seguito i dettami della religione ebraica, ne ha celebrato la Pasqua alla vigilia della propria morte e solo dopo averla celebrata ha istituito la Comunione misterica. Ha frequentato il Tempio e osservato tutte le festività ebraiche, non solo: ha raccomandato agli altri di rispettarle. I Dottori della Legge – dice – siedono sul seggio di Mosè, fate dunque ciò che vi dicono, ma non ciò che fanno. Con tali parole voleva che la gente seguisse i precetti tradizionali ma che non imitasse la condotta dei sacerdoti, perché non la riteneva un buon esempio da assumere in pubblico. Raccomanda di seguire la religione ebraica fin nei minimi particolari. Infatti, annunciandogli la fine del mondo – annuncio nel quale, non si sa come, si trova annunciata anche la distruzione di Gerusalemme ad opera di Tito36 – gli dice: “Pregate che la vostra fuga non giunga d’inverno né di Sabato”.
Perché d’inverno? Perché la loro fuga sarebbe stato più faticosa e pericolosa per donne incinte, vecchi e malati. Perché temere il Sabato? Perché si sarebbe stati obbligati a percorrere più strada di quanto la Legge ne permettesse per quel giorno festivo. Tutti i discepoli, Paolo compreso, osservavano la religione ebraica, ne frequentavano il Tempio, ne osservavano le festività, Paolo compreso, che fu il primo e principale artefice della nuova religione, e che è giunto a privare i suoi discepoli di ogni religiosità!
Gesù si è proclamato supremo Messia? Se sì, non sarebbe stato nell’errore comune bensì un impostore apparso per portare a compimento le “brillanti” predizioni diffuse nell’impero romano e principalmente in Giudea; ma io sono ben felice, in onore di questo divino maestro, di potervi dimostrare il contrario.
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