Religione universale naturale



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12. Il cristianesimo, dotato di maggiori mezzi e diffuso in più luoghi, ha prodotto degli effetti ancor più devastanti. Appena Gesù ebbe chiuso gli occhi i novelli cristiani cominciarono a litigare tra loro né hanno smesso di farlo da allora. Non sapevano neanche se la loro religione andava a sostituire quella ebraica o se avesse dovuto confluire in essa. Per deciderlo indissero un concilio, in cui Pietro e Paolo contesero animatamente. Le sette pullulavano da ogni parte: nicolaiti, ebioniti, cerinti, carpocraziani, ogni sorta di gnostici i cui soli nomi riempirebbero interi volumi. Non c’era molto posto per la morale agli albori di questa nuova religione, il cui carattere di novità conferiva un ardore mai visto ai neofiti. Essi abusavano del rito della confarreazione [Comunione] che è il segno sacro dell’unione dell’uomo col suo principio.
I ricchi – scrive San Paolo – vengono, mangiano e bevono, si ubriacano e non lasciano nulla ai poveri: non avete forse case per bere e per mangiare? Vi fate beffe della Chiesa di Dio?. Si sarebbe potuto dire altrettanto dei lettisterni romani? I cristiani furono costretti a proibire il bacio della pace, quello che si scambiavano entrando nelle adunanze, perché costituiva un rischio di erotizzazione fra i sessi. Dovettero eliminare i letti triclinari perché venivano usati per fare sesso: nessuna delle fornicazioni dei pagani gli era sconosciuta. C’è tra voi – scrive sempre San Paolo – una tale fornicazione che non ha eguali tra i pagani: un cristiano si intrattiene pubblicamente con la donna di suo padre. E che razza d’uomini erano gli stessi capi della setta cristiana, se quanto scrive San Paolo è vero? Mangiavano e bevevano a casa dei loro seguaci al punto di farsi mantenere e si trascinavano appresso delle donne di malaffare; infatti quest’ultime, che loro spacciavano come “sorelle”, non erano altro che sgualdrine. Delle oneste madri di famiglia non avrebbero girato il mondo appresso a questi predicatori della buona novella del regno dei cieli, e delle ragazze di buona famiglia non gli sarebbero state mai affidate. Ma questa setta ha per massima quella di sapersi adattare a tutto pur di affiliare tutti quanti, o quella che recita che tutto è puro per i puri, e che invece non può che condurre ai più sconvolgenti eccessi. Nondimeno ogni setta cristiana condanna il comportamento dell’altra, scagliandole contro l’anatema. Si arriva così al punto che ogni setta vuole sostenere la sua opinione con la violenza; ecco da dove vengono le guerre di religione, delle quali si può affermare che di tutti i flagelli non ce n’è stato uno peggiore di questo per l’umanità.
Già ad Alessandria d’Egitto i cristiani avevano condotto in una chiesa Ipazia, la bella e sfortunata figlia del filosofo Teone che assieme a lui insegnava filosofia, e l’avevano denudata e fatta a pezzi perché non era della stessa opinione di San Cirillo. Così ben presto il partito cristiano dominante dette a questo genere di omicidi l’avvallo della legge e gli imperatori cristiani emanarono molte leggi analoghe. Vergogna! Delirio!
Tutto ciò che Porfirio ha scritto contro la legge cristiana – recita la terza legge del “de summa trinitate” – sia dato alle fiamme! Che tutti quelli che aderiscono alla dottrina di Nestorio, se sono sacerdoti, vengano deposti e se laici scomunicati, e siccome è giunta alle nostre orecchie che taluni hanno pubblicato degli scritti ambigui che non vanno molto d’accordo con la dottrina dei sinodi non meno che con quella di Cirillo di beata memoria (si tratta del Cirillo di cui sopra…), noi vogliamo che tali scritti vengano bruciati e che coloro che li conservino segretamente siano puniti con l’estremo supplizio. Questo editto è del famoso Teodosio, quello che vendicò l’affronto subito dal suo fantino facendo massacrare undicimila persone in sei ore all’interno dello stadio di Tessalonica. Quanto odiosi sono quei Padri della Chiesa che hanno tessuto le lodi di Costantino, di Teodosio e degli altri mostri di quel tempo! Ciò sporca il loro grande genio e offusca le loro virtù, ammesso che un tal genere di impostori e adulatori ne possieda! Ma proseguiamo.
La legge “contro i Manichei” ordina che Manichei e Donatisti “non godano di alcun privilegio di quelli offerti dalla legge e dal diritto romano; il loro crimine sia considerato pubblico (cioè chiunque può accusarli: che porta aperta alla calunnia, all’invidia e a tutte le animosità individuali!). Che i loro beni siano confiscati, che vengano resi inabili a ricevere qualsiasi legato, lascito o donazione; che non possano vendere o comprare o donare e che la loro condanna vada oltre la loro stessa morte, i loro testamenti o mandati non dovendo avere più alcun valore legale, e i loro esecutori siano puniti con la stessa pena”.
Sembra che sia stata la rabbia a dettare questa legge. La legge “quicumque” contro gli Apollinari e gli Eutichiani li condanna, condanna a morte i loro maestri e impartisce l’esilio e la confisca dei beni a tutti coloro che gli avessero dato asilo. Noi vogliamo – è scritto – che tutti coloro che insegnano dottrine proibite siano puniti con l’estremo supplizio. Infine la legge di Federico II stabilisce per questo genere di reati la pena del rogo e condanna nello stesso tempo i Leoniti, i Catari e i Patarini, i circoncisi e ogni altro tipo di eretici di ogni condizione e sesso: Chiudete la porta del vostro spirito e abbiate timore di conoscere cose che non sono approvate dall’imperatore. Sulla scorta di questa legge un giudice in Inghilterra fece ardere sul rogo due donne incinte. Il dolore le fece partorire nel fuoco. Si pensò di dover salvare quelle due innocenti creature ma alla fine si ritenne di non farlo perché, si disse, si trattava di una cattiva semenza. In Francia si appendevano questi sventurati ad una lunga bascula sospesa su un gran fuoco al quali li si avvicinava o allontanava a volontà. Il supplizio si poteva quindi prolungare ed il re, la regina e tutta la famiglia reale si pascevano gli occhi all’orribile spettacolo.
La cultura umanistica che addolcisce le usanze non ha potuto nulla contro lo zelotismo di ebraismo e cristianesimo. Carlo Magno fece crocifiggere tremila sassoni perché non vollero rinunciare alla religione dei loro padri per abbracciare il cristianesimo. Francesco I, il padre delle lettere in Francia, fu l’inventore del supplizio della bascula.
Queste atrocità si diffusero ben presto dai singoli ai popoli. Alla presa del castello di Menerbe, Simone de Montfort trovò duecento Albigesi; li arringò nel tentativo di fargli cambiare opinione: al loro rifiuto fece allestire un gran rogo e ve li fece gettare dentro. Poi conquistò la città di Lavaur e fece passare tutti gli abitanti a fil di spada, fece impiccare sessanta gentiluomini che aveva scelto per questo supplizio, fece gettare in un pozzo la Signora del luogo ed impiccare il fratello ad una forca allestita per l’occasione. I Valdesi della valle di Prejala vennero sopresi dai loro persecutori nel pieno dell’inverno; fuggirono sulle montagne ma i nemici li raggiunsero ed impiccarono tutti quelli che riuscirono a catturare. Chi scappò morì di freddo tra le nevi, si rinvennero sessanta bambini morti assiderati nelle loro culle o tra le bracci materne.
Ma, siccome questi “guerrieri” la tiravano per le lunghe, Papa Innocenzo VIII emanò una bolla per poter sterminare gli eretici. Questi fuggirono nuovamente e si rifugiarono in certe caverne delle Alpi, ma i persecutori ostruirono gli ingressi con legna cui dettero fuoco. Alcuni soffocarono per il fumo, altri bruciarono per le fiamme. Si rinvennero quattrocento bambini soffocati fra le braccia delle madri. Gli irlandesi che conquistarono il castello di Lisgoole, vi bruciarono dentro centocinquantadue persone. Nella città di Armach, cinquecento persone che si erano rifugiate nella cattedrale furono bruciate assieme alla chiesa, e si potrebbe continuare a lungo…
Qualche volta in questi massacri, per evitare i preparativi del supplizio, si conducevano gli eretici a gruppi di mille, duemila e a volte anche cinque o seimila persone nei pressi di un fiume, e li si spingevano dentro con la punta della spada, avendo avuto cura di posizionare degli uomini lungo le rive che con il calcio degli archibugi ricacciassero sott’acqua quelli che annaspavano o uccidessero quelli che nuotavano. Haimè! L’Europa che si dava a queste atrocità assomigliava proprio a quelli che si dicono siano i gironi infernali! Così, i fatti non sembrano credibili ma tuttavia sono ben documentati. Questi persecutori violentavano le donne, ne riempivano la vagina con sassi…ma non posso continuare!
E voi o Francesi! Compiangetevi, Francesi, perché la metà dei vostri antenati ha sgozzato l’altra in una sola notte, contro la fede nei trattati43, e ne ha gettato i corpi nelle strade e nelle piazze; i fiumi arrossati sbattevano penosamente tra i loro flutti le conseguenze atroci del fanatismo di queste esecrande religioni!
Essi hanno abusato del rito della confarreazione [Comunione], di questo simbolo ineffabile, per avvelenare l’imperatore Enrico VII con un’ostia. Juan Diaz venne dal profondo della Spagna in Italia per avvelenare suo fratello e solo perché questi aveva un’opinione diversa dalla sua: se tuo fratello o tua sorella – dice Mosè – tuo figlio o tua figlia ti dicono di seguire divinità straniere, tu uccidili. La tua mano sia su di loro e poi su tutto il popolo; così stornerai il male in mezzo a voi.

Tutti questi orrori sono però stati superati da quelli commessi dagli Spagnoli nelle Indie occidentali44. Tra questi agnelli così docili – scrive il virtuoso Las Casas alludendo ai nativi – gli spagnoli sono arrivati come tigri e leoni feroci; da quarant’anni non fanno che angariarli, ucciderli, sfruttarli, sterminarli con crudeltà che non si erano mai viste, né lette, né udite. Dei più di tre milioni di abitanti che c’erano nell’isola di Hispaniola45 non ne restano ormai più di duecento. Nel continente è ancor peggio: causa le efferatezze e le crudeltà indicibili essi sono riusciti a spopolare dieci stati più grandi di Spagna, Aragona e Portogallo messi assieme. Tutti questi regni delle Indie sono oggi disabitati mentre prima erano popolati così come può esserlo normalmente uno stato. Si può provare – è sempre Las Casas che scrive – che hanno fatto morire più di dodici milioni di persone, ma se dicessi quindici, non sbaglierei. Essi entravano in paesi e villaggi non risparmiando né donne né bambini né vecchi. Aprivano la pancia alle donne incinte e ne strappavano il feto. Davano premi a chi riusciva meglio con un sol colpo di spada a tagliare un uomo a metà. Prendevano in due per le gambe i bambini e le tiravano finchè le strappavano dal tronco. - Oddio! Quanto vorrei por termine a questo scritto! – Ne prendevano altri sempre per le gambe e li sbattevano contro il terreno, altri li gettavano nei fiumi lanciandoli per aria e ridevano quando cadevano dicendo, muoviti, corpo di un tale, chiamandolo quando ne conoscevano il nome. Talvolta gli tagliavano le mani lasciandogliele penzolare attaccate a qualche nervo, dicendogli: andate, con queste credenziali, a farvi vedere da quelli che sono fuggiti in montagna.


Costruivano dei patiboli lunghi e bassi in modo che i piedi toccassero quasi per terra. Ognuno di essi poteva tenere tredici persone, in onore del nostro Redentore e dei suoi dodici apostoli. - Orrore! – Accendevano il fuoco sotto ai piedi dei condannati e li bruciavano così a fuoco lento. Solitamente bruciavano i nobili e i notabili in questo modo: allestivano certe griglie con delle pertiche fissate a delle forcine, e accendevano sotto un piccolo fuoco, in modo che quei disgraziati morissero lentamente. Una volta, vidi quattro o cinque di questi nobili bruciare su queste griglie e credo che ce ne fossero altre cinque o sei allestite allo stesso modo. Le vittime lanciavano delle urla orribili ma siccome queste impedivano al capitano spagnolo di dormire dette ordine di strangolarle. Ma il sergente che voleva vederli soffrire gli fece tappare la bocca e attizzò nuovamente il fuoco. Gli spagnoli stipavano a migliaia i fienili con questi sventurati e ve li bruciavano dentro. Se qualche spagnolo catturava uno di questi Indiani se lo metteva di traverso sulle spalle, come un vitellino, e un altro spagnolo da dietro, per dimostrare la sua abilità, lo uccideva con un colpo di lancia. Se durante un trasporto un bambino cadeva per terra, gli spagnoli gli tagliavano i tendini delle gambe e lo abbandonavano lì. Quelli che sfuggivano ad un tale furore fungevano da bestie da soma. Gli si caricavano fardelli di sessanta o cento libbre che gli si faceva portare talvolta anche per duecento leghe di cammino. Per farli marciare li si colpiva a nerbate; se qualcuno cadeva gli tagliavano la testa raso il collo per non dover togliere la catena: la testa cadeva da una parte e il corpo dall’altra e la fila continuava a marciare. Per catturare quelli che erano fuggiti in montagna, avevano addestrato dei grossi cani che, ad un dato segnale, potevano sbranare un indiano nello spazio di tempo che si impiega a recitare un credo.
Una volta gli Indiani ci vennero incontro a dieci leghe da una grande città con viveri e rinfreschi, facendoci mille complimenti; ci dettero del pesce, del pane e altri tipi di carne. Si erano messi tranquillamente a sedere di fronte a noi, uomini, donne e bambini. Ad un tratto il diavolo entrò negli Spagnoli (espressione letterale del virtuoso vescovo, infatti l’esecrando fanatismo di queste religioni conferisce una sete di distruzione, anima un certo furore del quale si vedrà più oltre l’origine e che rende il suo resoconto credibile) e lì, davanti a me, senza che ce ne fosse motivo, massacrarono più di tremila di quegli innocenti. Assistetti a delle crudeltà così orrende che mai uomo ne vide prima e ne vedrà di simili. Questo falso cristianesimo ha un proverbio che fa tremare: è detto che tutti quelli che non sono cristiani sono come delle bestie perché non sono battezzate. Questi ignoranti non sanno che il battesimo, questa azione del baptizare, lavare, è uno dei primi dogmi della religione delle nazioni cristiane, e tutti devono venire battezzati46. Infatti un giorno uno spagnolo dimostrò che reputava gli Indiani meno delle bestie perché, tornando da una battuta di caccia infruttuosa, pur di tenere in esercizio i suoi cani, prese il bambino di una indiana, gli tagliò braccia e gambe e le dette ad ognuno dei suoi levrieri, gettando il resto del corpo agli altri cani.
Datemi delle freccie, che possa gettarmi contro queste tigri spagnole, che un debole ierofante di Cerere possa vendicare quei popoli innocenti! Ma che dico; la fredda terra ricopre ormai oppressi e oppressori. Tuttavia ciò che di vivo vi è in ancora in essi ha sicuramente degli esiti differenti. I sacerdoti di quelle sfortunate religioni hanno trovato il modo di rendere la pariglia per sempre all’infame tribunale dell’Inquisizione. Larve, Lemuri, Empuse che divorano gli uomini; tutto ciò che gli antichi hanno creato di più orribile e funesto; venite, gettategli addosso i vostri terrori; ma essi non sapranno mai uguagliare il tribunale dell’Inquisizione! Ci vuole poco, scrive Mariana, per far cadere un uomo tra le mani dell’Inquisizione: una diceria, un inquisitore subdolo o che vi vuole danneggiare sono sufficienti. Sul semplice sospetto, l’accusato viene citato in tribunale da uno di quegli uomini che vengono detti famigliari, altra invenzione altrettanto detestabile che l’Inquisizione. Prima, incontrando l’accusato per la strada o altrove, gli riferisce che ha saputo dagli inquisitori che hanno parlato male di lui e che vada a parlare con loro il tal giorno alla tal ora. Basta questo come atto di citazione e se non ci andasse sarebbe perduto. Non può neanche progettare di fuggire perché tutti gli inquisitori vengono avvertiti subito e ovunque, grazie alla santa hermendade. Queste persone sono in grado di seguire e catturare un uomo ovunque. Se non sono in grado di prenderlo con la forza lo fanno con l’astuzia. Fanno credere di essergli amico, lo assistono nelle malattie, gli prestano denaro e con tali sotterfugi cercano di attirarlo là dove possano catturarlo. Se l’accusato sta in guardia, si cerca di coinvolgerlo in un viaggio per mare, o in battello fluviale o in una carrozza in campagna e, quando vi si trova, lo rapiscono e lo riportano in Spagna.
Si sono rapite con questi mezzi delle persone fin dentro a Costantinopoli! Allorchè l’accusato compariva davanti agli inquisitori, gli chiedevano chi fosse, come vivesse e se avesse qualcosa da dichiarare. Se questi diceva di non aver nulla da dire, lo rimandavano a casa. Tuttavia, si redigeva un ordine di cattura ma lo si emetteva solo dopo qualche mese, tanto che se gli inquisitori incontravano il malcapitato per strada o altrove, gli dimostravano affabilità. Quando giungeva il momento lo si andava a prendere, gli si facevano depositare tutte le sue chiavi, i documenti, il denaro e si sequestravano tutti i suoi beni. Quando avesse avuto la fortuna di uscire indenne dalle maglie dell’Inquisizione, non li avrebbe più ritrovati, a causa degli sprechi e della cattiva amministrazione che li avevano consumati.
Lo si gettava in una segreta, dove restava diversi mesi senza che gli si riferisse niente; in seguito gli si mandava a dire attraverso il carceriere che doveva chiedere udienza; sembra che il carceriere dicesse ciò come atto gratuito di bontà e spontaneamente, perché era una regola in quel tribunale che fosse l’accusato a fare le richieste. Lo si faceva dunque introdurre e gli inquisitori gli dicevano: abbiamo saputo dal carceriere che volete essere ascoltato, e l’esortavano a confessare il suo peccato. Se diceva che non era colpevole, lo rimandavano in cella dandogli del tempo per riflettere; dopo qualche tempo lo riammettevano alla loro presenza, ma se persisteva nel non confessare, lo interrogavano su tutti i fatti della sua vita dal principio fino a quel giorno, nonché sulla vita dei suoi antenati. Però non gli si diceva niente circa le accuse che gli erano state mosse; ma con mille raggiri si cercava di fargli dire qualcosa che permettesse di condannarlo, perché è infatti una regola in quel tribunale di non portare mai elementi a discapito. Infine, se l’accusato insiste a non confessare alcunchè, gli si muove un’accusa ma assieme a falsi crimini per prostrarne il morale e vedere se coinvolgerà qualcun altro, come essi sperano. Se si ostina a negare lo rimettono in cella, la cui sola descrizione atterrisce: si tratta di quattro muri privi di aperture, in un sotterraneo tenebroso. Lì questi miserabili sono in un luogo simile all’inferno, senza la distrazione di potersi occupare di qualcosa, in mezzo a sporcizie che vengono lasciate ammassare a bella posta. Li si lascia marcire spesso per anni interi senza nessuna possibilità di comunicazione con l’esterno, anzi, se li si sente parlare con qualcuno o anche solo con se stessi, li si strazia a nerbate sul posto.
Siccome queste tombe sono peggiori della morte, si ha cura di ispezionarle spesso per vedere se non nascondano dei coltelli, delle forbici, delle corde o qualche altro strumento con cui possano uccidersi. Infatti ci sono numerosi esempi di persone che in quegli abissi hanno perso la speranza. Alla fine l’accusato viene condotto in tribunale e gli si leggono le deposizioni dei testimoni, ma sempre parziali e alterate, prive delle circostanze di tempo e di luogo e senza l’indicazione delle persone che hanno reso la testimonianza. Così queste deposizioni risultano degli orribili guazzabugli che prostrano ancor più l’animo dell’accusato. Se c’è qualche elemento a discarico ci si guarda bene dal sottoporglielo per tema che se ne serva per difendersi! La regola in questo tribunale è quella di cercare sempre un colpevole ed il manuale degli inquisitori reca scritto espressamente che è meglio condannare un innocente che salvare un colpevole.
Si accettano tutte le testimonianze, di un figlio contro il padre, di un padre contro il figlio, di una moglie contro il marito, ma le stesse non possono essere rese a favore perché si verrebbe accusati di aiutare l’eresia e ci si esporrebbe ai rigori dell’Inquisizione. Si accettano le testimonianze degli spergiuri, delle prostitute, degli infami. Se l’accusato intuisce chi siano i testimoni e di cosa lo accusano, è una fortuna per lui: gli inquisitori infatti gli fanno conoscere solo le accuse che vogliono. Infine, se l’accusato si ostina a negare, si procede all’interrogatorio vero e proprio. Il luogo è una cavità sotterranea a cui si accede attraverso diverse volute di gradini i cui molteplici echi propagano in modo agghiacciante le urla dell’interrogato ed impediscono allo stesso tempo che vengano udite all’esterno: in quel luogo spaventoso vige un eterno silenzio. L’ambiente è rischiarato da un’unica lampada, appesa al soffitto, che diffonde una debole luce.
Qui l’interrogando trova ad aspettarlo un carceriere abbigliato da diavolo con un grosso vestito di tessuto nero, con una maschera nera sul viso che lo spoglia completamente, uomo o donna che sia, di fronte agli inquisitori. Poi gli danno delle brache di tela per coprirsi le nudità e gli legano le braccia dietro la schiena e per mezzo di una carrucola lo sollevano fino al soffitto da cui poi lo fanno cadere fino a mezzo metro dal pavimento, con conseguente slogatura di tutti gli arti. Il supplizio dura quattro ore dopodichè ributtano il malcapitato così slogato nella sua galera. Dopo qualche giorno, se si ostina a negare, gliene infliggono uno diverso: lo stendono sopra un tavolaccio con un buco attraverso il quale passa un bastone che gli tierne curva la schiena. In questa posizione gli fanno trangugiare, mediante un imbuto, una grande quantità di acqua. Se nega ancora, gli spalmano i piedi di lardo e glieli bruciano lentamente finchè si scoprono le ossa. A quel punto - scrive il Florimond che ha tessuto gli elogi dell’Inquisizione -, se l’accusato si ostina a negare, si escogitano una miriade di inganni per metterlo in trappola: si chiamano delle persone che fanno finta di essere anch’esse prigioniere e accusate di eresia che gli si confidano per poter riceverne le confidenze.
Gli stessi inquisitori lo consolano, gli promettono di tirarlo fuori da lì se confessa. Ma se confessa invece lo riportano in tribunale. Infine se l’accusato è stato indotto a confessare o ritenuto colpevole dai giudici, viene condannato a morte o a qualche altra pena e siccome l’esecuzione è un atto di fede, come dicono, questa viene eseguita in occasione delle grandi ricorrenze festive con una gran processione, in genere verso Pasqua. Vi partecipano tutti i corpi sociali, i magistrati, i funzionari governativi, la nobiltà, il clero, il vescovo, i suoi funzionari e gli inquisitori chiudono il corteo. A questo atto di orribile tragedia si unisce un gesto teatrale: o cielo e terra! Affidando il reo alla giustizia regolare, quei mostri la pregano di non fargli del male, di non rompergli né ossa né membro, soprattutto di non versare il suo sangue, perché la chiesa aborre il sangue…e infatti lo bruciano.
Se i Giganti o Tifone avessero dato delle religioni all’uomo queste non sarebbero state diverse da quella cristiana! O Europa! Tu meni gran vanto di essere civile, ti vanti della tua cultura. No, tu non sei civile, perché allatti al seno un mostro di tal fatta. Forse qualcuno potrebbe dire: ma queste atrocità appartengono al passato e non torneranno più. No, perché continuano ancor’oggi all’interno dei medesimi tribunali dell’Inquisizione. Non si è forse visto proprio ieri l’infame vescovo di Vaisson far ballare i propri seguaci sui cadaveri palpitanti di quei suoi cittadini che aveva fatto sgozzare, oltre che cantare sulle loro membra dilacerate il Te Deum?
13. Sì, Europa, stai camminando ancora sopra un vulcano; e pensare che se certe persone riprendessero il potere47 chissà quanti patiboli e strumenti di morte e tribunali verrebbero allestiti di nuovo. E queste religioni, i cui capi furono uomini di cattivi costumi, queste religioni feroci che hanno fatto ricorso a mezzi abietti pur di rimanere al potere, hanno la pretesa di aver fatto conoscere all’umanità nuove virtù finora sconosciute, la carità universale e il perdono delle offese? Noi non nasciamo solo per noi stessi – scrisse Platone – ma per la patria, per i genitori, per gli amici e per tutto il genere umano. La stessa natura ha prescritto – scrisse Cicerone – che un uomo si interessi del suo simile, chiunque sia, e per il fatto stesso di essere uomo. Siamo le membra sparse di un unico organismo, diceva Seneca. La natura non ci ha reso tutti fratelli? E’ da essa che ci deriva quest’amore scambievole che abbiamo gli uni con gli altri. Tale massima si recitava anche a teatro: sono un essere umano - diceva un vecchio, personaggio di Terenzio - e non penso che nulla di quello che può riguardare un uomo mi possa essere estraneo.
Gli stessi Persiani avevano una famosa legge contro l’ingratitudine, in base alla quale punivano tutte le mancanze d’amore verso gli Dei, i genitori, la patria e gli amici. Anche gli Egizi non si limitarono a dei semplici precetti morali ma fecero una legge in base alla quale, per esempio, se qualcuno lungo la strada avesse visto una persona assalita e ferita dai banditi, e potendo soccorrerla non l’avesse fatto, sarebbe stato punito con la stessa pena prevista per gli assalitori. Se non era in grado di accorrere, aveva l’obbligo di denunciare il fatto alla magistratura e accusare l’autore del crimine. Se non avesse fatto almeno questo, veniva fustigato e tenuto senza cibo per tre giorni. Oggi invece noi abbiamo dimenticato la carità verso il prossimo e il dovere di recarci aiuto l’un l’altro!
Non si sa, o si fa finta di non sapere, che la carità per il prossimo fu il primo precetto della morale dei Misteri. Chi è quel bravuomo – scrive Giovenale – degno della fiaccola misterica, così come auspica lo ierofante di Cerere, che può pensare che i mali altrui gli sono estranei? Non possiamo certo sospettare un uomo come Giovenale, al quale l’indignazione ha messo la penna in mano, facit indignatio versum, e che con tanta energia ha gridato contro tutti i vizi e i viziosi del suo tempo, di voler adulare gli ierofanti romani se quest’ultimi non ne fossero stati degni. E’ solo su di noi – recita un coro in una commedia di Aristofane – che riluce l’astro del giorno, su noi iniziati, che abbiamo verso il cittadino e lo straniero le stesse sollecitudini e lo stesso comportamento.
Un altro precetto della morale misterica è il perdono delle ingiurie. La stessa Bibbia, malgrado il suo orribile faantismo, contiene qualcosa del genere: voi non cercherete la vendetta – recita il Levitico. Non lasciate l’asino o il bue del vostro avversario caduti in un fosso senza soccorso. Quand’anche abbiate patito delle offese – scrisse Platone – non dovete vendicarvi perché ogni vendetta è un’offesa che non va fatta. La parola vendetta – scrive Seneca – non appartiene al vocabolario dell’uomo ma a quello di una bestia feroce. E tipico della bestia – scrisse Musonio – rendere morso con morso. Preferisco essere offeso che offendervi – diceva Focione agli Ateniesi. Tutto ciò che chiedo agli Dei – disse Aristide sul punto di partire da Atene per l’esilio - è che gli Ateniesi non debbano mai aver bisogno di Aristide.
A questa menzogna o a questa ignoranza gli scrittori biblici ed ecclesiastici hanno aggiunto la calunnia; hanno accusato i popoli pagani di aver rinnegato il creatore del mondo e di avergli associato altri Dei con le stesse prerogative; ma gli antichi popoli pagani non misero mai per iscritto la loro dottrina sacra! Quelli che ne erano i depositari confidavano quello che ritenevano confidabile a chi volevano loro e da bocca a orecchio. Così fecero gli Egiziani, i Caldei, e i vostri antenati Druidi48. Sappiate voi, gente di origine celtica, che i libri i quali Clemente alessandrino dice che si portassero in processione con Iside, non erano quelli della dottrina sacra, ma libri di astronomia, di politica e rituaria, così come ancora fanno i sacerdoti brahmani dell’India. Lo si può vedere dai titoli stessi che l’autore riferisce e da quella famosa storia dell’imperatore Akibar e del giovane Faisy: quel gran signore aveva un grandissimo desiderio di conoscere le dottrine dei Brahmani ma né con minaccie né con promesse riuscì a convincerne qualcuno a trasmettergliele. Ma lui non era uomo da poco. Un giorno incontrò un giovanetto di stirpe sacerdotale, chiamato Faisy. Lo allevò fino all’età di dicotto anni e poi lo consegnò al Brahmano più importante perché lo istruisse sulla dottrina sacra, facendosi promettere dal giovane che ne avrebbe reso partecipe anche lui. Il capo religioso che non si era fatto corrompere in precedenza cascò nella trappola: istruì il ragazzo ma, quando questi compì i suoi studi venne a sapere che non doveva divulgare la conoscenza appresa. Così decise di non tornare dal padre adottivo, rimase col brahmano e ne sposò la figlia, disprezzando tutti gli agi di corte, le lusinghe dell’imperatore e i futili piaceri cui avrebbe potuto partecipare. Il brahmano aveva un così grande senso del segreto che quando seppe che il giovane avrebbe potuto divulgare la dottrina fu sul punto di pugnalarlo.
Questo racconto illustra le fortissime difficoltà che dovettero superare uomini come Pitagora e Platone, per apprendere la dottrina sacra degli Egiziani, dottrina cui attinsero tutti i più importanti filosofi greci. Da ciò traspare che di tutti i libri che ci sono giunti dai popoli antichi nessuno tratta della loro dottrina sacra, poiché è un deposito sapienziale riservato ai soli ierofanti che trasmettono solo a chi vogliono e quando vogliono. Gli ierofanti egiziani l’avevano dichiarata nei loro geroglifici, ma bisognerebbe saperli decifrare, cosa che è attualmente impossibile49 fare. Tutti i simulacri di tutte le nazioni sono anch’essi dei geroglifici e i libri dei Brahmani indù sono scritti anche loro in linguaggio simbolico, dal momento che Brahma vi è raffigurato con una testa di sparviero e occhi di fior di loto ecc.
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