Prof. Stefano nobile



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16 marzo 2005
Ci sono altri aspetti chiave che sono tutti legati al concetto di cultura di massa, società di massa. Sono concetti familiari che avreste dovuto già incontrare nei vostri studi. Hanno una relazione particolarmente forte quando incontrano i mezzi di comunicazione di massa per cui è impossibile pensare in concetto di opinione pubblica senza metterlo in relazione al concetto di mass media, di comunicazione di massa. Accennavo la volta scorsa al problema della società di massa e la stringatezza dei concetti presentati la volta scorsa ovviamente molte cose sono saltate e oggi ci torniamo. Abbiamo detto che la società di massa si impone e coincide con fenomeni di massiccio spostamento dalle zone agricole, contadine verso le città. Questo da una parte contribuisc al fenomeno dell’urbanizzazione e dall’altro propone una nuova forma di relazioni sociali che sono relazioni che vanno progressivamente perdendo il loro carattere di relazioni dirette, interpersonali, ecc., fortemente dominate anche dall’autorità, dal senso comunitario e via dicendo per farsi sempre più anonime e disgregate. Questo problema viene proposto poi nei termini della società di massa perché che cosa c’era di diverso tra questa epoca e quella precedente? Le risposte che sono state date a questi interrogativi derivano da più ambiti disciplinari ed in particolare la sociologia, la psicologia, la medicina. Questo in parte è un fatto casuale, nel senso che nel momento stesso in cui avvenivano i fenomeni di industrializzazione e quindi il formarsi della società di massa molte discipline andavano attrezzandosi in modo particolarmente rapido di quanto non avessero fatto nei secoli precedenti. Questo è casuale non senso che se facciamo intervenire una serie di variabili possiamo spiegare il fenomeno del maggiore progresso nell’ambito scientifico in senso lato come un effetto di lungo termine dell’industrializzazione, ma non è solo questo. Le variabili sono moltissime che non si può dire quali cose abbiano un rapporto stretto in termini di causa-effetto. Interessante è il fatto che a questo problema della nascita della società di massa si tenta di dare una veste scientifica, e inoltre vedete che viene trattato in modo che è abbastanza impulsivo, invece questa congiuntura che lega la nascita della società di massa con l’evoluzione della scienza in moltissimi campi rende possibile un approccio più rigido, più strutturato, più organico rispetto al problema della società di massa. C’è da fare a questo proposito qualche richiamo obbligatorio.

Cito una serie di autori così un po’ alla rinfusa, da GALTON che si è occupato di biometria, l’antropologia culturale di Cesare Lombroso, che era un positivista italiano, antropometria, la criminologia ecc. Queste teorie nascono tutte nell’arco di un cinquantennio e quasi tutte con lo stesso intento cioè cercare di capire quale è il carattere dell’uomo criminale. Cerchiamo di capire quale è l’equazione che si nasconde dietro al modo di proporre inizialmente la società di massa, cioè società di massa = produzione di criminalità, di devianza. Inizialmente l’interesse va a confluire in questi ambiti disciplinari nel tentativo di dare conto del perché con la società di massa aumentasse anche il problema della devianza sociale; quali caratteristiche rendessero questo possibile e di conseguenza come fosse possibile poi porre rimedio a questa situazione. Tutto questo segue delle piste abbastanza accidentate nei diversi ambiti disciplinari. Oggi per chi si ricorda qualche cosa di storia del pensiero sociologico, un positivista come Cesare Lombroso che era quello che diceva che se avevi gli zigomi in un certo modo e la testa schiacciata allora eri un criminale e magari potevi essere invece un genio, un artista o qualcosaltro, e viceversa invece se eri un braditipo eri una persona per bene. Tutte queste cose che all’epoca avevano un piglio assolutamente scientifico, cioè erano fatte in assoluta buona fede e con l’intento di dare conto secondo quelli che allora erano i possibili crismi della scienza di come fosse appunto il tipo criminale, oggi queste cose qua ci fanno sorridere proprio perché appunto mancava una impostazione rigorosa, si andava un po’ a tentoni, si cercava di sperimentare, di fare congetture, ipotesi, ma molto spesso delle enormi stupidaggini.

Dal punto di vista strettamente sociologico il problema della società di massa viene posto sostanzialmente in questi termini. Intanto con una distinzione concettuale che noi possiamo far risalire ad un certo Erbert BLUMER che era un americano, allievo di MEAD che è considerato il padre dell’interazionismo simbolico (questa espressione “interazionismo simbolico” fu coniata dallo stesso Blumer che era un suo allievo). Blumer fu il primo (lo citiamo per rigore filologico) ad usare i 3 concetti base: (vedi lucido pag.1)


  • MASSA.

  • FOLLA

  • PUBBLICO

Questo sociologo americano dice che noi possiamo operare una distinzione tra questi 3 aspetti e la porge in questi termini:

 il pubblico è caratterizzato da un nucleo di persone che si è posto al confronti di un medesimo problema e qualcuno ha idee diverse di come reagirvi ed apre un dibattito sulla questione. Pensate un attimo a come oggi siamo abituati a concepire il concetto di pubblico in relazione al concetto di massa. Il concetto di massa oggi siamo abituati a produrlo in modo abbastanza spregiativo, (la massa questo insieme informe di persone che non fanno nessuna distinzione tra di loro); il concetto di pubblico ci rimanda ad un insieme di elementi accomunati accomunati da interessi comuni (pubblico che guarda la trasmissione di Arbore) che è separata fisicamente. Blumer cerca di marcare i confini tra un concetto e l’altro in modo da poi poter fare una riflessione più seria su questi concetti e quindi interrogarsi in modo più sistematico sul problema della società di massa.

 il secondo concetto è il quello di folla caratterizzato dalla mancanza di quella caratteristica propria della società come una organizzazione asociale stabilita, cioè con una struttura di luoghi stabiliti, una leadership riconosciuta, un sistema di norme, ecc. Lo stesso Blumer distingue tra 4 tipi di folla. Attenzione perché anche questa è una cosa interessante. Intanto vediamo che la folla ha una caratterizzazione che potremmo dire fisica rispetto tanto al concetto di massa quanto al concetto di pubblico. Potremmo dire che il concetto di folla è (per certi versi altrimenti potrebbe risultare una forzatura) il corrispettivo empirico degli altri 2 concetti. La massa ed il pubblico che possiamo considerare per certi versi dei concetti ancora astratti – quando parlo di massa io non so chi sono le persone, i singoli individui che compongono il pubblico – però riconosco la folla – ad esempio i ragazzi che il 1 maggio vanno alla festa a S.Giovanni è riconoscibile come folla – quindi ha un suo corrispettivo empirico. Questo Blumer cominciò a operare delle distinzioni. Possiamo distinguere 4 tipi di folla:


  1. la folla casuale (gente che cammina in un centro commerciale)

  2. la folla stilizzata (presente ad un evento sportivo)

  3. la folla attiva (che partecipa ad una manifestazione oppure ad un linciaggio)

  4. la folla espressiva (una setta religiosa, un gruppo di credenti che va a sentire l’angelus del Papa)

comincia a caratterizzare questo concetto e ad aprirlo a sgretolarlo per vedere cosa ci sta dentro.

 infine la massa che alle caratteristiche della folla aggiunge quella della separazione, del distacco, dell’anonimato tra individui. Il comportamento della massa quindi ha luogo mediante la convergenza di linee di azione individuale ogni qual volta un gran numero di individui isolati in risposta ai propri bisogni o interessi si concentra su qualche oggetto di attenzione e di interesse che normalmente è situato al di fuori della propria portata.



Queste teorie ci spingono a fare una riflessione: perché il problema delle folle o delle masse (per ora le usiamo senza preoccuparci del rigore terminologico di questi termini) diventa un problema che suscita l’attenzione dei sociologi? Trascuriamo quello che abbiamo detto fino a questo momento (urbanizzazione, criminalità ecc). Quale è il fatto per cui si comincia a scrivere tantissimo? Vedremo alcuni autori di scuola francese che si sono accaniti contro questa nascita ed affermazione delle masse. Quale è il motivo per cui ci si comincia ad interrogare sui pericoli rappresentati dalle masse?

Immaginate il racconto manzoniano a proposito dei tumulti in occasione della carestia è una immagine per percepire visivamente la folla che protesta, che fa delle cose dissennate, irrazionali, che possiamo vedere prima dell’affermarsi dell’urbanizzazione su scala europea ed in America. Quindi le folle esistevano anche prima (un altro esempio è Masaniello) ma la differenza sta nel fatto che queste folle ora fanno paura perché si stanno organizzando. Costituiscono un problema, una preoccupazione per il potere costituito. Le cose cambiano ed il problema viene sentito per questo motivo, se dovessimo dirlo con uno slogan, la questione è il passaggio da una folla spontanea ad una folla organizzata. Ad esempio i movimenti operai, la sindacalizzazione di massa, soprattutto 2 fenomeni da un punto di vista storico agli albori dell’urbanizzazione, legatissimi l’uno all’altro sono da un lato la Rivoluzione Francese e la Comune di Parigi, sono state il germe che ha innescato un cambiamento radicale. Hanno cominciato ad organizzarsi. Mentre la folla atomizzata composta da elementi signoli (ciascun per se) è reprimibile, la posso reprimere con la forza o con il ricatto, quando comincia a diventare un movimento organizzato le cose cambiano. Vediamo gli autori come TARDE, SIGHELE, LE BON. Sono studiosi che vengono tutti dal campo delle scienze sociali ma con provenienze disciplinari diverse. Sighele (1891) per esempio era un positivista italiano che scrisse “La folla delinquente” in cui cerca di dare conto un pò delle caratteristiche e dei comportamenti della folla addirittura assimilandoli ai comportamenti di altre specie animali. In un passo dice che “… la folla ha delle reazioni irrazionali da essere del tutto simili agli stormi che al primo battere di ali cambiano direzione tutti insieme con uno schiamazzo collettivo…”. Vedete quanto queste cose, anche se concepite in modo così impressionistico possono essere attuali (esempio derby Roma-Lazio dello scorso anno quando lo stadio si spopolò perché fu data una falsa notizia sulla morte di un ragazzo). Sighele quindi pensa che la folla può assumere dei comportamenti totalmente irrazionale da diventare assimilabile sostanzialmente ai comportamenti di altre specie animali,quindi di essere totalmente primordiale. Uno psicopatologo francese GUSTAV LE BON (1895) scrisse un testo “La psicologia delle folle” in cui ribadisce gli stessi concetti sulle folle totalmente prive di raziocinio, violente, capaci di seminare il panico ecc. Un altro autore come GABRIEL TARDE anche lui francese, magistrato sposta l’impostazione del problema sulla questione della imitazione. Si concentra sul problema dei comportamenti delle masse e delle folle vedendolo sostanzialmente come l’espressione di un fenomeno imitativo. Questo ci interessa per 2 motivi. Uno perché conserva ancora per certi versi, nonostante fosse generato da obiettivi di rigore scientifico completamente diversi, la propria attualità perché si lega per esempio alla questione dei comportamenti imitativi che informano quello che è di moda. L’altra questione per cui è importante …. Perde il filo ….

Altri autori come ORTEGA ancora bussano sullo stesso argomento delle folle primitive che rappresentano anche un impoverimento della vita politica. Molti di questi autori hanno una ragione per contrastare l’avvento delle masse e questa va ricercata sostanzialmente nel tentativo di arginare la minaccia al potere costituito.



Vedete che da parte di tutti questi studiosi c’è il timore tipico delle classi aristocratiche di vedere minacciati i propri privilegi, cioè se le folle, le masse cominciano a sindacalizzarsi, a reclamare i propri diritti, questo non fa altro che andare a svantaggio, e minare le risorse di chi invece ha dei vantaggi, sul piano economico, sociale, politico. Come è successo per le teorie degli elitisti (Mosca, Pareto legate al contesto italiano) quello di salvaguardare i beni, i diritti di pochi, di una oligarchia perché questi venivano minacciati dall’avvento delle masse. Il problema non è posto soltanto in questi termini (nascita società di massa e pericoli rappresentati dalla nascita di questa società) ma ci sono degli autori che affronteranno il problema intorno agli anni ’50 come alcuni sociologi di impostazione marxista ma anche alcuni teorici della scuola di Francoforte che si occupano invece di altri aspetti. Questi dicono che a fronte di una maggiore democratizzazione che viene ispirata dall’affermazione delle masse, noi abbiamo anche una perdita di altre cose, una tra queste è l’individualità. Il discorso sul quale si concentrano ovvero il denominatore comune che mette insieme questi autori quasi tutti di estrazione marxista è questo: il timore della perdita dell’individualità in nome della conquista di una identità che in realtà è una identità forgiata dall’esterno. Tutto questo significa che c’è in questi autori ad esempio pensate ad un classico di impostazione marxista come RISMAN che negli anni ’50 scrisse “La folla solitaria” in cui dice che ciò che caratterizza le persone che abitano i centri cittadini è questa totale estraneità l’uno all’altro e nel tempo stesso questa massificazione che fa perno su un problema che è assolutamente non separabile da quello della nascita delle masse che è quello della formazione dell’identità. Ci torneremo più tardi. Accennavamo la volta scorsa che ad una persona dopo aver acquisito nel proprio DNA tradizioni secolari fatte di relazioni interpersonali, di riti, di convenzioni più o meno cristallizzate che improvvisamente si trova senza tutto questo e si trova a vivere nell’anonimato del contesto urbano, la secolarizzazione, l’abbandono dei credo religiosi ecc. e come dice Heghel la lettura del giornale diventa la preghiera laica del mattino. Tutto questo fa il paio con quello che dice RISMAN e che ci riporta al problema dell’identità e cioè che la persona riconosce se stesso in quanto appartenente ad una comunità, ad una tradizione religiosa, devoto a Dio e che improvvisamente ve (progressivamente non da un giorno all’altro) vede vacillare queste credenze, è una persona che ha bisogno di ricostruire una propria identità. E’ su questa questione che si concentrano alcuni sforzi interpretativi cioè sul problema del ruolo giocato dall’identità (nel caso di TARDE ai processi imitativi) nel caso di RISMAN al fatto di seguire dei comportamenti che in qualche modo riescono a darci la sensazione di aver acquisito una individualità che ci rende riconoscibili agli altri. C’è un dibattito intorno a questi temi sull’identità che comprende lo status ed il ruolo anche se tra questi i confini tanto più sono labili tanto più il problema sull’identità si fa sentire. Pensate al dibattito che esiste da circa 20 anni nella sociologia contemporanea sul problema della identità.

Volevo darvi una immagine: pensate all’adolescente che per non rimanere fuori dal gruppo (perché poi il problema dell’identità è un problema di riconoscibilità, di formazione di confini) ha questo problema di sapere chi è, a quali gruppi appartiene, e a quali non appartiene.

Il comportamento imitativo è stato intravisto in queste riflessioni qua.

RISMAN fa anche delle distinzioni su soggetto autodiretto, eterodiretto (vedi ludici).

La preoccupazione di RISMAN è che a fronte di queste masse che vanno organizzandosi, a mettere a repentaglio i privilegi di una oligarchia o di una aristocrazia, al tempo stesso però si ha il processo di una progressiva manipolazione delle masse stesse. Quelli che inizialmente sono movimenti nati con dei fini politici piuttosto netti col tempo diventano comportamenti diffusi e tutti quanti caratterizzati da questa perdita dell’individualità di capacità critica, di autodirezione. I mezzi di comunicazione di massa in questo hanno un ruolo cruciale, nel manipolare. Tenete conto anche del fatto che queste teorie vengono espresse in concomitanza con le impressioni di ordine epistemologico in cui ci si comincia a chiedere “ma la realtà (se volete un ritorno a Kant) esiste in se stessa (noumeno-fenomeno) è un problema vecchio che viene ripreso in altri termini con l’ingresso delle comunicazioni di massa su scala planetaria, oppure noi ne abbiamo delle rappresentazioni? (Pensate al testo di Bergher e Lacman “La realtà come costruzione sociale”). La realtà ce la costruiamo noi nella nostra mente o è così? Da questo interrogativo nasce il problema della manipolazione dei mezzi di comunicazione di massa, cioè quando noi pure cerchiamo di essere molto informati, leggendo il giornale, guardando la televisione, cerchiamo di farci una opinione nostra, ma in realtà ci stiamo facendo una opinione nostra?

Da una parte tutta la storia delle comunicazioni di massa è una storia profondamente manichea cioè con delle separazioni molto rigide, delle lotte all’ultimo sangue tra i sostenitori della società di massa, della cultura di massa,dei mezzi di comunicazione di massa, e dall’altro i loro detrattori. Lo stesso avviene per questi concetti basilari che stiamo incontrando adesso, cioè anche per la società di massa ci sono i detrattori per motivi molto diversi, quelli preoccupati per la perdita della funzione della razionalità di estrazione marxista e quelli invece di origini aristocratiche preoccupati dei privilegi dell’oligarchia. A fronte di questi abbiamo quelli che si dicono assolutamente favorevoli alla affermazione della società di massa.

Per esempio EDUARD SHILS che è un americano che vede nella società di massa delle possibilità che non erano assolutamente state rese possibili in precedenza e che innescano una serie di effetti che in qualche modo possono essere secondo SHILS considerati positivi per chi della massa fa parte. SHILS si ferma sul problema della nascita della cultura (tema che torna in diverse teorie). Fa una distinzione fra cultura superiore, cultura mediocre e cultura brutale. Sulla cultura di massa dice che da una parte abbiamo la possibilità di accesso (da parte di persone che prima non avevano queste chances) di una fetta di pubblico molto più larga rispetto ad altre epoche. Inoltre abbiamo con l’affermazione della massa rispetto alla produzione di cultura un fenomeno nuovo che è la nascita della cultura popolare (che distinguerà cultura mediocre e cultura brutale). Questo è interessante perché in questi termini anche l’affermazione del kitsch che è la forma più deteriore di produzione di cultura da parte delle masse diventa comunque un prodotto autonomo che ha un suo significato sociale che non è per niente trascurabile. Se non ci si pone in un ottica aristocratica, con un po’ di superbia, nei confronti della cultura per cui esiste solo quella di un certo livello, dobbiamo allora accettare che tutte le forme di culture sono antropologicamente e comunicativamente delle forme interessanti ed importanti. Già questo fatto servirebbe a garantire l’interesse nei confronti anche della cultura proposta dal basso. Non solo. Questa cultura prodotta dal basso che promuove prodotti che certo non rispondono ai canoni consolidati di per se dice SHILS non vuol dire molto nel senso che questi canoni consolidati sono consolidati dalle elite del potere, che può essere di volta in volta un potere aristocratico, politico, accademico, ecc. ma sono criteri dati da altri e chi l’ha detto che questi criteri debbano essere elevati a principio unico fondamentale e soprattutto indiscutibile. Questa è la sostanza del discorso. Sono un po’ scettico su questo problema. Vi do una panoramica ad ampio spettro però tutte le volte che si parli dello scontro tra cultura d’elite e cultura di massa in genere i difensori della cultura di massa vanno sempre a parare (di recente anche Morcellini) sullo stesso argomento e cioè sul fatto che dipende dai criteri. L’elemento sul quale fanno leva questi argomenti a favore della cultura di massa anche quando si tratta di tutelare lo statuto culturale dei programmi di Maria De Filippi sono sempre quelli dell’estremo relativismo portato al parossismo più estremo. Va bene l’interazione tra livelli bassi e livelli alti in alcuni casi, va bene l’accesso delle masse a livelli più elevati (esempio di uno che al Louvre si va a vedere la Gioconda pur avendo la 3 media) però accettare in nome di questo estremo relativismo qualunque forma di cultura di massa sono molto scettico.

DANIEL BELL un altro americano dice che il pregio della società di massa sta nel fatto che viene esaltata l’individualità delle persone; cioè virtualmente questo progressivo livellamento (anche di tipo culturale) non fa altro che rendere possibile la realizzazione del sogno di qualunque individuo.

Pensate ad uno degli elementi tipici che caratterizzavano la cultura americana e la stessa cultura americana che più di qualsiasi altra ha saputo fondere forme alto e basso. Dietro tutto questo c’è il sogno americano è quello del “self made man” cioè il sogno della persona che viene dal nulla (vedete la storia stessa dei presidenti degli stati uniti con venditori di noccioline, lustrascarpe, attori di serie b, che poi sono diventati presidenti). Il sogno americano nasconde che qualunque persona possa farcela. Sostanzialmente quello che rivendica BELL è che è vero che c’è una certa omogeneizzazione, è vero che la massificazione è un pericolo, però è vero anche che se uno ha delle capacità reali prima o poi riesce a venir fuori e quindi questo rappresenta la piena reificazione delle potenzialità del singolo individuo, quindi della soggettività. E’una soggettività che ha una sua riconoscibilità sociale e anche un suo plauso sociale. Il concetto di società di massa ci porta ad un altro concetto che è quello di OPINIONE PUBBLICA ed è un concetto fondamentale.

Quando è che si comincia a parlare di opinione pubblica? Le prime riflessioni sull’opinione pubblica non avevano ancora la caratterizzazione che hanno oggi, e non erano legate al problema della nascita dei mezzi di comunicazioni di massa.



  • Il problema della opinione pubblica ha delle sembianze un po’ contraddittorie nel senso che da una parte l’opinione pubblica possiamo considerarla come l’espressione di un qualcosa che fa da contraltare al potere costituito. Pensate al ricorso ai sondaggi, ricerche di mercato, come espressione delle opinioni dell’opinione pubblica. C’è un potere politico (naturalmente di stampo democratico) che comincia a domandarsi “che succede se questi non ci danno retta?”. Questo è uno degli aspetti.

  • Un altro è quasi agli antipodi cioè non rivendica la forza, la potenza dell’opinione pubblica, ma al contrario denuncia la sua debolezza. LIPPMAN è uno che più di ogni altro disse questo e da cui derivò la teoria ipodermica, e cioè che l’opinione pubblica è manipolata più che mai dai mezzi di comunicazione di massa. Quindi è intrinsecamente debole. L’opinione pubblica è l’espressione di un ritorno di potenza delle oligarchie politiche attraverso la manipolazione di mezzi di comunicazione di massa.

Questi sono 2 aspetti che da una parte ne rivelano posizioni positive e dall’altra posizioni negative.

Il problema dell’opinione pubblica nasce sostanzialmente con la diffusione della radio in regime fascista, quello è sicuramente stato un punto di svolta in termini di comunicazione politica, ma possiamo farlo risalire almeno a 3 decenni prima.

Il primo ad offrire una riflessione sistematica sul concetto di opinione pubblica è WALTER LIPPMAN che tra l’altro è un giornalista, sociologo che ebbe incarichi pubblici di carattere governativo, insomma era un personaggio con pedigrì consistente dal punto di vista scientifico. Questo autore in un suo testo degli anni ’20 che si chiama proprio “L’opinione pubblica” c’è il problema della manipolazione delle masse da parte dei giornali. Per avere una immagine precisa di questo stato di cose vi cito un film di Orson Wells che è “Quarto potere” che prende spunto da un caso concreto e si riferisce appunto al potere della stampa.

LIPPMAN dice che la comunicazione politica col tempo si è trasformata in propaganda cioè è assoggettata alle stesse regole di marketing di qualsiasi altro prodotto. Quello che pensa di essere un lettore con una propria opinione – dice LIPPMAN e argomenta per 280/300 pagine questa cosa – in realtà è uno che è stato manipolato con gli stessi trucchi che si utilizzano negli ambiti commerciali. Quindi – dice sempre LIPPMAN – i mezzi di comunicazione di massa sono controllati da una elite e poi creano una specie di ambiente artificiale che riproduce una realtà attraverso schemi fissi, semplificazioni, stereotipi. Ancora una volta torniamo alla realtà come costruzione sociale, cioè (anche se il concetto è posteriore, in realtà il concetto è quello) noi vediamo quello che ci vogliono far vedere. Dovete riuscire a dare il giusto spessore a queste cose che potrebbero sembrare anche banali. Per chiunque sia lettore di quotidiani i discorsi sulla manipolazione per quanto riguarda le comunicazioni di massa sono familiari, ma sono importanti per rifletterci sopra e poter vedere delle sfumature che possono essere disconosciute ed inoltre perché è opportuno inquadrarle dal punto di vista storico cioè certi concetti che a noi oggi possono sembrare quotidiani potevano non esserlo ai nostri bisnonni, e quindi hanno avuto una evoluzione, sono stati posti in un’epoca piuttosto che in un’altra.

Dovendo scegliere tra i tanti un altro contributo essenziale rispetto alla questione della opinione pubblica è quello che viene da uno degli eredi della scuola di Francoforte JURGEN HABERMAS che scrive negli anni ’60 un testo che si chiama “Storia e critica dell’opinione pubblica”. Da qui partono le sue riflessioni. Ripercorre le tappe della evoluzione dell’opinione pubblica riconoscendo una metamorfosi nella opinione pubblica che dapprima ha prodotto degli elementi straordinari, per esempio il fatto che le aristocrazie vedessero per la prima volta minato o almeno messo alla prova, valutato, il loro operato e l’altro è quello che sul lungo periodo l’opinione pubblica ha contribuito alla degenerazione degli steccati che separano l’ambito del pubblico dall’ambito del privato in tanti sensi, dalle relazioni interpersonali ma anche nel diritto, nelle istituzioni ecc.

HABERMAS dice che l’opinione pubblica si manifesta intorno al 1500 in prossimità dell’inizio del commercio (fatto importante dal punto di vista antropologico). La cartografia è una delle conseguenze della stampa. La mappa riproduce i percorsi, le rotte, le strade, in modo fedele attraverso la stampa. Aumentano le possibilità tecniche e strumentali di viaggiare, di mettersi in comunicazione con gli altri. Questo mettersi in comunicazione con gli altri, inizialmente per fini commerciali, significa aumentare le occasioni di discussione, quindi comunicare con altre persone. Questo significa anche persone che acquisiscono progressivamente l’abitudine ad entrare in relazione tra di loro non più sulle questioni commerciali ma su questioni di altra natura (politica per esempio). L’opinione pubblica dice HABERMAS si forma inizialmente in questi termini qua, cioè discussione dell’operato di chi è al potere. La forza iniziale dell’opinione pubblica sta in questo, cioè mettere in discussione un potere costituito che per secoli aveva fatto il proprio comodo. Quindi sintetizzando la catena di eventi che porta dalla stampa, le mappe, i viaggi, la comunicazione, gli scambi, l’opinione pubblica, il potere (rapporto tra opinione pubblica e potere).

Finchè l’opinione pubblica diventa il contraltare del potere va benissimo, perché è lo strumento antagonista che finalmente porta nelle società un elemento di democratizzazione: la voce del popolo comincia a farsi sentire. Però poi succede che la diffusione dei mezzi di comunicazione di massa (abbiamo detto i primi sono i giornali fatti di senza foto su 4 fogli piegati in due) i primi giornali che si chiamavano gazzette (da una moneta diffusa nell’Italia settentrionale che era il costo della singola copia del giornale) che parlavano di cosa succedeva in un raggio di distanza contenuto, a carattere locale. Comunque i primi giornali – dice HABERMAS – come responsabili della frantumazione dei confini tra pubblico e privato cominciano a produrre questo tipo di effetto, cioè il pubblico che entra nel privato ed il privato che entra nel pubblico. Oggi questo sconfinamento è esponenziale (esempio del programma di Alda D’Eusanio dove la gente racconta i fatti propri e la privatizzazione degli enti pubblici). La nascita di questi fenomeni va ricercata quando si verifica questo meccanismo in cui la dimensione privata (che era ristretta a livello comunitario) comincia a diventare oggetto di pubblica discussione, così come ciò che pertiene al pubblico (decisioni di potere, governative, amministrative) diventano oggetto di discussione del privato. Vedete quindi che c’è un doppio effetto – dice HABERMAS – da una parte inizialmente abbiamo un informarsi dell’opinione pubblica che mette in discussione l’operato del potere, però dall’altro sul lungo periodo abbiamo un effetto perverso, cioè questo problema dello sconfinamento di un settore nell’altro e dell’altro nell’uno. Ci potremmo chiedere perché conservare le cose rigidamente separate? Queste questioni in parte investono ancora una volta il problema dell’identità e poi perché diventa un problema di sociologia politica che va fuori dai binari di questo corso.

HABERMAS fa degli esempi quando parla della affermazione di quello che lui chiama il FEUDALISMO INDUSTRIALE, cioè dice che è stato portato con l’industrializzazione e con la diffusione dei mezzi di comunicazione di massa che hanno portato il ristabilirsi di forme di relazioni di dominio tipiche del feudalesimo. Questo feudalesimo si manifesta attraverso (il feudalesimo era caratterizzato dal rapporto tra proprietario terriero e bracciante, rapporto circoscritto, intimo) una miscela di dimensione pubblica intesa come dimensione di potere ed una dimensione privata intesa come una relazione interpersonale intima. In questo senso con la società industriale.

In questo senso con la società industriale si ristabiliscono ancora (pensate alla espressione che usa HABERMAS) questo tipo di rapporti di natura feudale, cioè il pubblico che entra nel privato ed il privato nel pubblico. Il privato che entra nel pubblico quando per le imprese che costruiscono alloggi per i dipendenti, oppure l’assistenza agli anziani, cioè questioni che una volta in termini di politiche sociali spettavano strettamente allo stato (quindi al pubblico) invece vengono demandate al privato. Dall’altra parte il pubblico che entra nel privato, cioè lo stato assistenziale. Attenzione perché questo forse è meno intuitivo dell’altro. Nel primo caso io lavoro in una azienda e questa mi facilita l’acquisto di un alloggio a prezzo convenzionato. Questa era una cosa che non si era mai vista prima di una certa epoca. L’altra questione dello stato assistenziale non è così scontato che debba esistere nel senso che questo va a intervenire sui problemi sostanzialmente privati del cittadino (ai poveri fornisce il sussidio di occupazione per esempio). I confini tra pubblico e privato cedono e questo per HABERMAS ha delle ricadute fondamentali nella percezione del proprio ruolo come persona e quindi della propria identità.

Lucido


LA CULTURA DI MASSA

Il problema della cultura di massa è un problema legato a doppio filo sia quello della società di massa e sia quello della opinione pubblica. Cosa rende possibile il riconoscimento con la cultura di massa? Sostanzialmente questi 3 elementi:

1. la vasta popolarità e il richiamo che essa esercita prevalentemente nei confronti delle classi lavoratrici all’interno delle società industriali;

2. la produzione e la diffusione che avvengono su scala di massa;

3. la distinzione della cultura dalla cultura dell’elite colta, poiché sono i criteri di quest’ultima che vengono applicati alla letteratura, alla musica ed alle arti visive per situare criticamente la cultura di massa.

Ora è ovvio che la cultura di massa sia un sottoprodotto della industrializzazione. Lo abbiamo già accennato la volta scorsa. Un po’ perché la cultura di massa stessa è assoggettata alle stesse regole produttive dei beni (dialettica tra beni materiali e beni immateriali) e quindi i canoni per poterli concepire sono sostanzialmente gli stessi, e poi perché naturalmente il problema della cultura di massa, la nascita della cultura di massa deriva dal cambiamento di abitudini delle persone, cioè dal fatto di poter offrire in ragione della scansione dei tempi di lavoro che è cambiata (perché ci si è spostati dai campi alle fabbriche) quindi i tempi di lavoro sono decisi in base a degli orari che non sono più gli orari della natura ma sono gli orari del padrone che decide quando iniziare a produrre e quando finire. Rimane un residuo di tempo (che può essere della domenica o giornaliero nel caso delle donne che non lavorano) sul quale interviene la cultura di massa. Questo spazio che prima era comunque occupato dall’attività di lavoro (in casa o nei campi prima la giornata era sempre occupata per il lavoro. Le classi lavoratrici hanno avuto per millenni una vita difficile) ora a riempire questo vuoto è la cultura di massa che offre dei prodotti di svago. Questo la dice lunga su alcuni aspetti della cultura di massa che non devono sembrarvi quelli più ovvi. Non dovete pensare alla cultura di massa soltanto in termini di film, Cristian De Sica e Massimo Boldi piuttosto che i romanzi di Liala o i programmi televisivi di Maria De Filippi o il Grande Fratello. Non è solo questo. Dovete pensare anche ad altre forme come quelle che alla fine dell’800 si cominciavano a vedere nelle fiere. Quello forse sono le prime vere forme di cultura di massa insieme alla uscita del romanzo rosa, del foilletton del romanzo a puntate ecc.

L’invenzione è che fossero di facile accessibilità per tutti. Questa è l’idea che dovete avere della cultura di massa. Il concetto di cultura di massa deve essere messo in relazione al concetto di cultura tuot cour che poi spesso va a coincidere con il concetto di cultura d’elite. Quindi se nella cultura di elite esiste Brams piuttosto che Ciostacovic allora nella cultura di massa c’è Madonna piuttosto che Piero Pelù. Non è soltanto questa cosa della contrapposizione. Non va letto soltanto come un sottoprodotto di un prodotto che già esiste che sta a un livello molto elevato che è inaccessibile allora se ne fa uno di rango più basso. Storicamente la cultura di massa nasce anche in modo del tutto autonomo a formati (in senso stretto) già esistenti per la cultura d’elite.

Un’idea che vi posso dare: una fiera che presenta la donna barbuta, cioè si va a vedere uno spettacolo che non è Shakespeare ma vado a vedere la donna barbuta, la donna scimmia. Di questa attrazione non c’è un corrispettivo ad altri livelli, ma si va a vedere perché è strana. Questa è inizialmente la cultura di massa. Ovviamente questa dialettica tra cultura d’elite e cultura di massa è una dialettica che informa tutto il dibattito sulla cultura di massa stessa. E’ sempre messa in relazione con la cultura d’elite per cui quando se ne parla lo si fa sempre tenendo conto che però ci sarebbero delle forme migliori.

Bisogna cercare di avere un atteggiamento più obiettivo possibile rispetto al problema della cultura di massa e non lasciarsi ingabbiare soltanto da questa tipologia per cui la cultura di massa ne esce come elemento perdente. Intanto per fare questa operazione e non lasciarsi prendere da queste suggestioni forse è bene chiedersi che cosa che fa parte della cultura d’elite caratterizza la cultura di massa. Ci sono degli aspetti che possono essere semplificati. Quando si parla di inferiorità culturale dei prodotti della cultura di massa si fa riferimento a questi aspetti. Intanto il fatto che essendo prodotti su vasta scala portano ad una minimizzazione dei costi, alla standardizzazione del prodotto, stereotipi e quindi alla totale perdita di originalità. Il fatto che il prodotto per essere fruito non richiede in se nessun discernimento critico, nessuna competenza particolare. Ed infine il fatto che sia orientato per appagare dei bisogni di divertimento, di svago.

Domani continuiamo vedendo i pro ed i contro della cultura di massa.





16 MARZO 2005

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